Il dominio degli ultracorpi

Posted on Luglio 9th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

Immaginate una società complessa, sfaccettata, sufficientemente articolata da rendere credibile una dialettica di facciata tra le fazioni - più o meno numerose - che la sua scena politica richiederebbe per fornire un’apparenza di vitalità. Per esempio, un paese come l’Italia.

Immaginate che nel corso dei decenni si sia consolidata una classe dirigente, i cui membri siano distribuiti trasversalmente attraverso tutti gli schieramenti con una pur minima possibilità di ambire al governo delle istituzioni locali o nazionali. Ipotizziamo che gli esponenti di questa élite siano espressione di un potere occulto, segreto, assolutamente non ufficiale: il Partito Dominante, che prima di tutto è un Partito Ombra, ovvero una compagine che si muove all’ombra dello schermo degli schieramenti ufficiali.

Nessuno può dire quando il Partito Dominante sia stato costituito, ma la diaspora dei dirigenti e dei quadri di partito dalla formazione che ha amministrato la cosa pubblica per tutta la durata della Prima Repubblica ne ha potenzialmente agevolato l’infiltrazione in pressoché tutti i partiti seduti lungo l’arco parlamentare, con rarissime eccezioni (misurabili con l’esperienza dell’extra-parlamentarietà duratura o anche solo temporanea). D’altro canto, i principali partiti in grado di spartirsi i resti della Balena Bianca si sfideranno a colpi di proclami e anatemi, ma in realtà saranno disposti a temporanee alleanze tattiche, come insegna tutto un ciclo di decreti passati o bocciati per il sostegno o la mancanza dei voti provvidenziali. Tutti gli altri, saranno destinati a lungo o a breve alla marginalità: la sinistra, sempre ritratta come un reperto storico di un’epoca buia (come se quella che fosse venuta dopo sia stata un’età dell’oro); i moti up-wing, che finiranno per inglobare le pretese di legittimità delle destre da sempre striscianti nel nostro tessuto sociale, la cui gestione da parte di personalità ingombranti capaci di fornire un’immagine quanto più pittoresca e risibile dei fenomeni di protesta rientra anch’essa nello schema generale.

[In effetti, la stessa ripartizione in fasi successive dell'esperienza politica del Paese risponde a un semplice calcolo strategico, legato all'esigenza di dare una parvenza di evoluzione - una mera illusione di cambiamento, di riciclo, di avvicendamento - della classe politica agli occhi dell'opinione pubblica. Per cui parlare di Prima, Seconda o Terza Repubblica è già di per sé un sintomo del contagio psichico, un segnale che il Partito Dominante è riuscito a imporci la convenzione precostituita che si siano verificati dei mutamenti, nel corso della storia repubblicana, che in realtà non hanno mai avuto luogo, preservando invece il potere delle stesse persone, delle stesse famiglie, degli stessi gruppi di interesse.]

Immaginate che il Paese, a un certo punto della sua storia, attraversando una fase particolarmente critica, in cui le debolezze strutturali rese ormai croniche hanno raggiunto un punto di rottura e di non ritorno, esprima nell’unica maniera concessa dalle istituzioni democratiche - il voto popolare - un’istanza di cambiamento, una volontà di superamento dell’impasse in cui per anni i governi si sono crogiolati. E che l’unica risposta visibile dalla classe politica sia, nell’ordine:

a. lo stallo delle istituzioni;

b. la rielezione - la prima nella storia repubblicana - della stessa figura nel ruolo (delicatissimo in questa presunta transizione) di Capo dello Stato;

c. lo scioglimento di tutti gli accordi pre-elettorali e la convergenza in un patto di larghe intese e di ancor più ampie pretese.

Lo so, lo scenario sta diventando familiare. E inquietante. Ma senza voler indulgere nelle manie cospirazioniste divenute tanto di moda negli ultimi tempi, va considerato anche che scaturisce prevalentemente dall’analisi che Charles Stross ha sviluppato in merito alla situazione del suo Paese (il Regno Unito) e dagli straordinari paralleli che mi è capitato di intravedere con la nostra specifica situazione italiana.

In questo scenario, il berlusconismo non sarebbe altro che un diversivo, una sorta di specchio per le allodole. Così come l’anti-berlusconismo di facciata del principale partito avversario. In realtà, in entrambi gli schieramenti sarebbero infiltrati emissari del Partito Dominante, per lo più in posizioni-chiave, comunque sempre in prossimità delle stanze dei bottoni. In quest’ottica, assume una valenza interessante la moltiplicazione di casi di parentela tra i due principali partiti concorrenti al governo del Paese: zii e nipoti, mariti e mogli. Praticamente un’ammucchiata, in cui si sta consumando quest’ennesima, lenta, morbida Caduta.

In condizioni stazionarie, il Partito Dominante potrebbe ambire a preservarsi ad libitum. Ma non dobbiamo dimenticare che la fase che stiamo attraversando è quanto di più lontano ci sia da una condizione stazionaria: l’economia del Paese si ritrova esposta agli assalti predatori della finanza internazionale, la società è sottoposta alle spinte centrifughe dei particolarismi, amplificate dalla disoccupazione che ha ormai raggiunto tra i giovani livelli intollerabili per un paese civile. Combiniamo l’assenza di una prospettiva del futuro - anche solo di un’idea della possibilità di superare lo stato di crisi ormai permanente - con l’esperienza fallimentare del voto di protesta espresso alle ultime consultazioni elettorali. Moltiplichiamo per l’aperto disprezzo di tutti gli organi amministrativi per l’esito delle consultazioni referendarie: quelle nazionali, ma anche quelle cittadine.

Serviva una valvola di sfogo, ma per imperizia e per sufficienza si sta decidendo di forzare le condizioni di isolamento da cui il sistema politico proveniva. Anzi, l’isolamento della classe dirigente dalla società tende ad aumentare. Sotto la chiusura ermetica, la pressione intanto continua ad salire.

Sarà un processo forse ancora lungo, ma alla lunga le cause continueranno a  incistarsi, le metastasi invaderanno il corpo e la difesa immunitaria dell’organismo s’illuderà di poter reagire con un ultimo disperato contrattacco. Prendete questo scenario ed esportatelo a piacimento: Spagna, Portogallo, Grecia. Siria, Turchia, Egitto. Il Mediterraneo potrebbe essere l’epicentro della prossima fase nella crisi globale.

Date queste premesse, temo che restare a guardare per la pura curiosità scientifica di conoscere gli esiti stavolta ci riserverà ben poche soddisfazioni.

Riappropriarsi della cultura

Posted on Marzo 15th, 2012 in Agitprop | 9 Comments »

Ricevo da Alfonso Nannariello questa segnalazione e volentieri la pubblico sul blog, sperando in una sua diffusione perché il segnale rimbalzi presto nella sfera-dati, aggiungendo qualche altra adesione all’elenco delle firme già raccolte.

È sotto gli occhi degli operatori della Scuola l’omissione dalla storia nazionale della poesia e della letteratura del Novecento prodotta da scrittori e poeti soprattutto del Sud ma anche del Centro del Paese, come pare evincersi dalle Indicazioni Nazionali [DM 211/2010, che accompagna il DPR 89 del 15 marzo 2010, recante la "Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei"].
Il tema, che già si proponeva molto prima del 2010, tanto che è stato affrontato dagli studi e dalle riflessioni di molti critici letterari, è stato di recente ripreso e riproposto a livello nazionale da
PINO APRILE, Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia, Piemme, 2011
e
PAOLO SAGGESE, Crescita zero. L’Italia del Terzo Millennio vista da una provincia del Sud, Delta 3 edizioni, 2011.
Allarmante risulta, ai due autori e a noi, l’assenza persino della “triade” Quasimodo, Gatto e Scotellaro tra gli autori consigliati a modo esemplificativo dai documenti ministeriali. Ed infatti, nelle Indicazioni, ecco il testo relativo alla letteratura italiana del Novecento:

Dentro il XX secolo e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio, Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …). Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealista ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello …).
Raccomandabile infine la lettura di pagine della migliore prosa saggistica, giornalistica e memorialistica
”[1].

Dunque, su diciassette autori non c’è un meridionale e c’è una sola donna! Sono, è vero, citati Verga e Pirandello relativamente alla letteratura tra Ottocento e Novecento. Ma tutto ciò non compensa le numerose esclusioni dei poeti e scrittori meridionali (ad esempio, Quasimodo, Gatto, Scotellaro, Sinisgalli, Sciascia, Silone) del Novecento, come anche di altre Regioni del Centro d’Italia. La nostra riflessione critica sulle Indicazioni, d’altra parte, non nasce sulla base dell’esclusione del singolo autore quanto piuttosto sulla base della non inclusione, magari involontaria ma non per questo condivisibile, di una parte rilevante della cultura nazionale.
Poiché, nonostante l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento, le case editrici nel momento in cui realizzeranno i libri di testo per tutti i Licei italiani si atterranno alle Indicazioni, Vi chiediamo di aderire alla nostra iniziativa affinché non si sperda la parte mancante della nostra storia sociale e culturale, compilando l’allegato, che con le altre adesioni invieremo al Presidente della Repubblica, al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nonché ai Capigruppo alla Camera e al Senato di tutti i partiti politici, con richiesta di integrazione dell’elenco sopra citato con altri autori, così come previsto dal DPR 89/10, art. 12, comma 2.
Con questa iniziativa, nel mentre intendiamo dare valore alle istanze e al sapere degli intellettuali del nostro Sud come anche di altre Regioni del Centro d’Italia poco rappresentate nelle Indicazioni quali Abruzzo, Umbria e Marche, vogliamo, per mezzo di essa, favorire una più organica unità nazionale, promuovere una militanza culturale capace di coniugare la letteratura a idee che si fanno progetto e impegno sociale.

[1] Cfr. il testo delle Indicazioni Nazionali per le Scuole Secondarie di II grado, nello specifico Allegato A, per esempio alle pag. 77, 198, 297.

Il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud promuove un’iniziativa volta a sensibilizzare il Presidente della Repubblica sul tema. Per aderire, basta scaricare, compilare e inviare il modulo reperibile a questo indirizzo.

E ora una (non tanto breve) postilla personale. Col tempo e i riscontri, ho maturato l’idea che spesso e volentieri la scuola italiana faccia più male che bene alla diffusione della cultura. Ricordo ancora lo sguardo di sufficienza di qualche docente, quando al rientro dalle vacanze uno di noi si arrischiava a includere nell’elenco delle letture estive qualche titolo non canonico. La mia temerarietà mi portava a includere la fantascienza e l’horror, ma a volte sembrava quasi preferibile non citare affatto i libri letti se ricadevano in uno dei due generi succitati. Forse, più che ignoranza, a dettare quegli sguardi da parte degli insegnanti era il disagio che nasceva dalla mancanza di una base culturale, oltre che di un terreno comune di confronto: su Lovecraft, Asimov o Dick, insomma, eravamo noi ad avere qualcosa da dire o spiegare a loro, e questa sovversione dell’ordine costituito inaspriva il “conflitto di classe”, se così lo vogliamo chiamare. Con il tempo si arriva a essere più comprensivi, ma non c’è bisogno di profondersi in parole per spiegare che a un adolescente delle medie inferiori o superiori la realtà possa filtrare distorta, e basta un battito di ciglia per mutare quegli sguardi da disagio in disapprovazione. Il messaggio che avrebbe potuto passare, insomma, poteva essere: “meglio non leggere affatto, se le cose che ti piace leggere sono di questo tipo”.

Comunque fosse, è assodato che i metodi adottati dalla scuola italiana, spesso applicati da un corpo docente molto avanzato nell’età, riescono ad allontanare gli allievi dalla cultura, alimentando le file degli analfabeti di ritorno nell’esercito di riserva dei cittadini del futuro. D’altro canto e forse proprio per questo, è un dato di fatto che per qualcosa come 6 italiani su 10 (probabilmente anche qualcuno in più), la scuola rappresenta l’unica occasione nella vita di imbattersi in un’opera che non sia un libro di ricette, una raccolta di barzellette apocrife o una marchetta di un presentatore TV. Un’opera letteraria, di prosa o poesia, se capita 6 italiani su 10 la vedono solamente tra i banchi di scuola. E allora è indubbio che non si può accettare che le linee guida del MIUR siano connotate da un forte quanto sospetto sbilanciamento territoriale, che sospetto sia ispirato dalla stessa logica di egemonia culturale di sempre. Senza farne una questione campanilistica, siccome da queste parti dovrebbe essere fin troppo chiara l’ammirazione (che rasenta la venerazione) verso figure-chiave del nostro Novecento come Italo Calvino o Primo Levi. Ma con fermezza, in quanto sull’ignoranza si costruiscono le dittature morbide o meno morbide del domani. E non sono affatto sicuro che la demokratura degli ultimi anni ci abbia definitivamente immunizzati da possibili, più aspre ricadute.

Come insegnano anni di rigurgiti secessionisti e grugniti leghisti, un paese senza cultura non esiste. Sono le leggi, la storia e la lingua a generare il campo gravitazionale che tiene unito un popolo, ma niente meglio della letteratura, della poesia e dell’arte riesce a nutrire il senso di identità di una nazione, permettendole di relazionarsi con il mondo esterno in una dinamica di interscambio volta al reciproco arricchimento.

Siamo ancora in tempo, forse. L’Italia può ancora evitare la fine della Padania.

Fermate la musica!

Posted on Ottobre 27th, 2011 in Agitprop, ROSTA | 24 Comments »

E’ arrivato perentorio, il diktat della SIAE. Da un giorno all’altro, in ottemperanza a una clausola dell’accordo firmato a inizio anno con quei furbacchioni dell’AGIS, l’Anonima Estorsioni ha deciso che era arrivato il momento di farsi pagare per i trailer caricati e condivisi in rete. La denuncia è partita proprio da Fantascienza.com, su cui è ospitato lo Strano Attrattore, e per riepilogare la situazione riporto qui di seguito giusto qualche link chiave per districarsi nella bolgia delle ultime ore:

Rimossi i video, fine dei trailer sul web? (Fantascienza.com, 26-10-2011)
I trailer online sono illegali? (Il Post, 26-10-2011)
SIAE e i diritti sui trailer online (Punto informatico, 26-10-2011)
SIAE e trailer, cresce la preoccupazione (Fantascienza.com, 27-10-2011)
SIAE, i trailer sul web non saranno più gratis (Wired, 27-10-2011)

Per farla breve:

L’accordo (causa): produttori consociati nell’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo hanno accettato che la SIAE pretendesse un obolo dai siti delle sale di proiezione, che avrebbero potuto continuare a pubblicare a scopo promozionale trailer dei film in programmazione solo a patto di corrispondere una quota all’Anonima Estorsioni.

La conseguenza (effetto): da oggi qualunque frammento video pubblicato on-line contenente almeno una nota di musica dovrà essere opportunamente regolato attraverso il pagamento di una tariffa, un canone se vogliamo, che discrimina solo sulla lunghezza dello stesso (opere superiori ai 45″, come sono spesso i trailer, ricadono nella categoria “opere intere e assimilate”) e fissa un tetto massimo nel numero di 30 video per una durata massima complessiva di 10 ore.

Come risultato, nel nostro piccolo, dell’accordo SIAE/AGIS, lo Strano Attrattore si uniformerà alla scelta dell’editore Delos Books che ci ospita sulla sua piattaforma e smetterà di pubblicare filmati contenenti estratti musicali. Rinuncerò al privilegio di condividere su queste pagine i video dei film recensiti, da cui non traevo alcun beneficio se non la completezza del servizio reso ai lettori. Rinuncerò al piacere di condividere video di autori emergenti o clip rare, da cui non traevo alcun beneficio se non pubblicizzare il lavoro dei rispettivi autori. I video già presenti saranno rimossi, al loro posto lascerò solo un link alla risorsa originaria, ospitata da un altro sito, almeno finché anche quel sito non deciderà che la SIAE non merita i suoi soldi, oppure non si smaschererà pubblicamente e si porrà fine a questa assurda politica di soprusi normati, di cui l’estorsione legalizzata operata dall’Anonima è solo uno degli aspetti. Il prossimo giro di vite, dopo i siti di informazione e i blog, potrebbe investire i social network, e sono proprio curioso di vedere allora cosa succederà.

Si potrebbero invocare a questo punto tanto l’effetto farfalla, punto cardine della teoria del caos, quanto l’aneddotica popolare sull’arroganza e l’avidità. In effetti, da quel pasticciaccio del compromesso tra SIAE e produttori si è scatenato il cataclisma che in queste ore sta investendo l’intero web italiano; e, come se non bastasse, l’atteggiamento della SIAE ricorda molto quello di un pingue e distinto signore che si diverte a rubare le caramelle ai bambini, investendo le ore della sua giornata a escogitare gli espedienti più astrusi per giustificare legalmente le proprie perversioni. Un comportamento avido, che denota incapacità di allinearsi con i tempi nuovi della rete, e per di più lesivo, dannoso, nocivo, che alla lunga non mancherà di ritorcersi contro la SIAE stessa e gli Autori/Editori che vorrebbe tutelare. Meno video in streaming significa meno pubblicità, oltre che azzoppamento dell’informazione. Meno pubblicità significa meno introiti. Basteranno 450 euro a trimestre a compensare i mancati ricavi? E come verrà convertito l’obolo alla SIAE in ricavi per gli Editori?

Viviamo in un mondo intriso di misteri. Ma la burocrazia italiana ha in serbo trovate che saprebbero lasciare di sasso Kafka in persona.

Il complotto contro l’Italia

Posted on Settembre 22nd, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Leggo sul massimo organo della stampa moderata questo editoriale, trovandolo in larga misura condivisibile. Non è che mi sto spostando al centro io, attenuando le mie posizioni, sfumando le opinioni: è che ormai l’immenso prodotto della carneficina economico-sociale attuata con indiscriminata risoluzione da questo governo è sotto gli occhi di tutti e nessuno, nemmeno la stampa storicamente più prudente, può più permettersi il lusso di soprassedere e fingere che non stia accadendo niente. Il perdurante stato confusionale delle forze politiche che ci governano non è degno di un paese che pretende ancora di sedere al tavolo dei grandi del mondo e di avere qualcosa da dire.

La serie di riscontri che stiamo ricevendo in questi giorni (declassamento del debito, capacità di crescita e sviluppo, considerazione e autorevolezza in ambito diplomatico) fotografano una realtà impietosa. E come dimostra ancora oggi l’analisi della penetrazione della rete in Italia, il potenziale da sviluppare ci sarebbe pure, ma per troppo tempo ci siamo crogiolati su una concezione arcaica del mondo, dei rapporti di lavoro, mancando le tappe principali nel percorso di crescita che è stato invece agganciato dalle principali democrazie europee e mondiali. Il nostro vagone si è sganciato dal treno del futuro e non sappiamo quando riusciremo a strappare un nuovo passaggio. Ma quello che in prospettiva mi inquieta di più, è che in ogni caso si tratterà di un passaggio da chiedere a qualcuno: per i decenni a venire pagheremo il prezzo delle scelte dissennate che ci sono state imposte da una classe politica incompetente, vetusta e corrotta.

Insomma, i venti che soffiano in questo principio d’autunno sembrano recare tutt’altro che buoni presagi… E non serve ricordare come finì l’ultima volta in cui si evocò il complotto demo-pluto-giudaico-massonico, vero? Vorrei sbagliare, ma in un paese già schiacciato sotto il gioco della demokratura, il rischio di rigurgiti neofascisti sta diventando pericolosamente concreto.

Referendum 2011

Posted on Giugno 9th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Scommetto che una parte di voi si aspettava da me questo post, anche se con il ritmo di aggiornamento dello Strano Attrattore che è invalso negli ultimi tempi nessuno si sarebbe sorpreso se avessi lasciato correre l’occasione. E invece, alla luce del becero spettacolo che ci hanno offerto gli organi d’informazione nazionali (TV in primis, altra cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno), per me questa sortita sui referendum è diventata fondamentale. Le campane filogovernative dei sostenitori del NO, vale a dire degli oppositori ai quesiti referendari, hanno suonato ancora una volta a lutto: il corpo da piangere, ovviamente, era quello della democrazia.

Non ricordo che mai prima si era toccato come in questi ultimi anni un simile disprezzo per l’intelligenza e i diritti dei cittadini italiani. Ma d’altro canto, come insegnò l’esperienza dei referendum sull’impiego delle staminali nella ricerca e sulla procreazione assistita, questo è un Paese che ha già dimostrato di saper dare il peggio di sé in occasione simili. Non credo sia un caso. Dopotutto, il referendum è la vera arma che la Costituzione ha messo nelle mani dei cittadini per delegittimare i loro rappresentanti politici: se le elezioni politiche ci consentono di scegliere un candidato, il referendum ci consente di farne bellamente a meno, mettendoci in condizione di pronunciarci direttamente su un tema specifico e, nel caso dei referendum abrogativi (come questi per cui saremo chiamati alle urne domenica prossima 12 giugno e lunedì 13), di esprimere implicitamente un giudizio sull’operato del legislatore, confermando o rimuovendo dall’ordinamento le disposizioni stabilite dai nostri rappresentanti stipendiati. Consistendo in uno strumento di democrazia diretta, il referendum costituisce il momento più nobile, importante e gratificante nella vita politica del cittadino. Read the rest of this entry »

Quando serve, il quarto potere risponde

Posted on Febbraio 3rd, 2011 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Al TG1 delle 20.00 del 2 febbraio 2011, tra le altre amenità elargite dalla voce del Sistema, l’Italia scopre di essere stata governata dal PCI per ben 12 anni, dal 1980 al 1992. Per benedizione governativa, lo si apprende nel 150° anno di esistenza di questa cosa chiamata Italia e si ha la sensazione di trovarsi davanti a un addendum ai misteri di Fatima. Alla faccia di ogni correttezza storica e deontologia professionale, la cornice pseudo-giornalistica che ospita questa perla si è limitata a svolgere il ruolo di contorno e scenografia a cui si è voluta ridurre da un paio di anni a questa parte. Poche volte ho provato altrettanta vergogna davanti all’inettitudine e malafede altrui, come davanti a questa celebrazione dello spirito servile, che mi auguro non sia lo specchio dell’elettroencefalogramma del Paese.

Ma non disperiamo… Prevalga l’Italia, concittadini!

La sovrapposizione finzione/realtà: l’immaginario interpreta il mondo

Posted on Gennaio 16th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Non avrete da me ulteriori parole da aggiungere alla marea montante di commenti che da circa 48 ore a questa sta sommergendo la rete italiana. Non avrete parole se non una, che per me è la parola-chiave: indignazione. Se in queste ore anche voi:

a. state partecipando del clima di indignazione per i risultati del referendum di Mirafiori sortiti dal ricatto dell’ennessimo, brillante esponente di quella genia di uomini nuovi di successo che tempo fa, in uno dei tanti raptus, indicavo come Imprenditori Cannibali, e che oggi riscuotono il plauso generale di capi di governo e capitalisti come lui, ormai sempre più scollati dal mondo di cui loro per primi sono responsabili, e con loro i dirigenti di una classe politica prona e connivente;

b. state seguendo, malgrado tutto con incredulità crescente, gli sviluppi dell’inchiesta sull’allegra condotta criminale del Premier, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (e a questo proposito va segnalata d’ufficio la meritoria copertura giornalistica che stanno dedicando alla vicenda Giuseppe D’Avanzo e Piero Colaprico - qualche esempio quiquiqui, qui - scrivendo forse le pagine più significative della cronaca di questo ventennio morbido, ma triste e grottesco, che sembra ormai volgere al termine);

allora non ho davvero altro da aggiungere: condividiamo la stessa indignazione, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, riusciamo a capirci anche senza dover spendere fiumi di inchiostro.

Però il commento di Eugenio Scalfari mi ha ricordato che già quarant’anni fa la coppia più rivoluzionaria del cinema italiano, formata dal grandissimo Elio Petri e dall’incommensurabile Gian Maria Volonté, aveva fotografato lo squallore dei nostri giorni. L’abuso di potere ritratto in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e Premio Oscar per il miglior film straniero) e l’obbedienza della classe lavoratrice estorta con il ricatto ne La classe operaia va in paradiso (1971, Grand Prix al Festival di Cannes) forniscono, attraverso le rispettive declinazioni del paradigma del controllo, due lucidissime interpretazioni delle dinamiche che abbiamo subito passivamente o - peggio - consapevolmente attraverso i decenni, e che ci hanno portato a regredire, sulla soglia della seconda decade del XXI secolo, a diritti degni della servitù della gleba della Russia zarista.

La gente che ha ancora la forza, il coraggio, l’impulso di battere un ciglio di fronte a questo squallido panorama è sempre di meno. Adesso abbiamo la televisione, per parafrasare il produttore del Big Brother in Dead Set, perché protestare? E allora consiglio di visione: stasera, su Rai Movie, non fatevi scappare alle 21.05 proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tanto, a questo punto, quando arriveremo alla resa dei conti di Todo modo (1975, altro capolavoro della premiata ditta Petri-Volonté) sarà comunque troppo tardi. Ma non disperiamo: magari potremo seguire anche quella in TV, sintonizzati dal comodo salotto di casa nostra.

Hasta siempre!

Il furto del futuro e i suoi effetti imprevedibili

Posted on Novembre 30th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 2 Comments »

Comunque andrà a finire - e per il governo tira un brutto vento - resta il fatto che è dalla Pantera dei primi anni ‘90 che non si vedeva una mobilitazione di queste proporzioni intorno alla scuola italiana. Tuttavia, con la risonanza garantita dai mass media e l’immediatezza della notizia assicurata dalla rete, il movimento studentesco assume una dimensione diversa. Fatte le dovute distinzioni, sembra quasi di assistere alle stesse drammatiche scene tratte di peso da Little Brother di Cory Doctorow: ci sono i ragazzi che finalmente si rendono conto (o fingono di rendersi conto, per convenienza o intuizione) che gli ultimi due decenni di politica all’acqua di rose hanno consumato il più grave dei crimini immaginabili nei loro confronti, il furto del futuro; c’è la risposta dura del ministero degli Interni, che militarizza città intere, capitale inclusa; c’è sullo sfondo l’ombra di un governo ormai inerte, allo sbaraglio, che si ostina a varare provvedimenti snaturati al solo scopo di assicurare una parvenza di operosità che ne legittimi la r-esistenza agli occhi dei cittadini, ammansiti dall’informazione di stato. Per fortuna mancano le deportazioni arbitrarie e l’imposizione di uno stato di emergenza nazionale, ma con l’aria che tira chi può dire quanto durerà ancora?

Mentre si consuma il tracollo del sistema Italia, man mano che si susseguono notizie sul rischio default che dalla Grecia e dall’Irlanda rischia di estendersi al Portogallo, alla Spagna e quindi all’Italia, il nostro Premier rinsalda le alleanze con governi non democraticamente eletti (vedi alla voce Libia) o quanto meno in odor di mafia (vedi alla voce Russia). E la scena geopolitica è complicata dal meccanismo di sospetto e screditamento innescato dal cablegate di Wikileaks. Se non è uno scenario da ultimi giorni, non riesco a figurarmi davvero niente che gli somigli di più. Non so se le proteste di questi giorni e quelle che renderanno ancora più calda la fine dell’autunno si concretizzeranno in effetti palpabili nei confronti dell’egemonia culturale, fatta di qualunquismo e pressapochismo, che ha condizionato queste ultime due decadi nel Bel Paese. Di certo - se, come diceva Vendola a Bologna la scorsa settimana, “sono riusciti nell’inimmaginabile, farci rimpiangere perfino Andreotti” -  non tira una bella aria proprio per nessuno, in questo paese delle meraviglie che è diventata l’Italia.

Sono tempi incerti e si prefigura una stagione di instabilità ancora maggiore. Come ne verremo fuori, al momento attuale credo che per chiunque sia impossibile dirlo. Ma se un tempo le battaglie erano mosse da obiettivi precisi, con l’astuta sottrazione del futuro operata ai danni delle generazioni più giovani dai governi di destra e di sinistra da Craxi in avanti, i termini del confronto sfumano in una dimensione di sempre più difficile definizione. Hanno pensato di sostituire l’aspirazione al futuro con un sogno confezionato su misura, un diritto con un sogno bagnato, ma il giocattolo sta rivelando la propria natura posticcia. E un conto è lottare per un ideale, un conto è muoversi spinti dalla rabbia, dall’esasperazione e dalla sete di vendetta. Ma con i cervelli anestetizzati, ci è rimasta in funzione solo la pancia. E con quella, purtroppo, non ci sono margini di manovra per provare a ragionare o scendere a patti.

Prevalga l’Italia

Posted on Novembre 27th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Dalla logica del dominio alla sindrome dell’assedio: cambia il fulcro della leva psicologica azionata dal Premier e dai suoi burattini. Se va come l’ultima volta, il complotto contro l’Italia prelude alla fine di una stagione politica. Speriamo che la prossima duri un po’ più di due anni.

La notte dei morlock

Posted on Ottobre 19th, 2010 in Agitprop, On air, Stigmatikos Logos | No Comments »

Lo segnalava ieri il compagno Fazarov: i Wu Ming hanno aperto su Giap un laboratorio di riflessione critica sulla scorta di un loro articolo apparso sabato scorso sull’Unità. Oggetto: l’instant fiction e le caratteristiche di una storia avvelenata. Proposito assolutamente interessante, investendo il ruolo della narrazione in quest’epoca in cui tutto viaggia o sembra viaggiare sulle onde della comunicazione immediata, istantanea appunto. Ne riporto un brano che trovo significativo:

Molti, allora, storcono il naso, si fanno prendere dall’inquietudine: ma come? – domandano – prima le telecamere schierate, a modificare narrativamente lo svolgersi degli eventi, poi le notizie, raccontate al mondo secondo i dettami dello storytelling, e infine la mitopoiesi istantanea, versata sulla realtà prima ancora di farla decantare: non rischiamo l’indigestione di storie, la scomparsa dei fatti? Difficile rispondere, ma intanto le neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello interpreta la realtà attraverso schemi narrativi, e in fondo l’unico modo che abbiamo per far parlare i fatti è quello di raccontarli e connetterli in un’unica trama. Le storie sono un nutrimento indispensabile per la nostra specie, sembra impossibile farne indigestione. Certo tra istant fiction, infotainement e gialli da prima serata, le buone storie sono sempre più assediate da quintali di monnezza narrativa. L’unica soluzione è munirsi di guanti, naso fino e competenze per distinguere i rifiuti tossici dal cibo commestibile. In altre parole: diventare tutti cantastorie, artigiani dello storytelling, bricoleur dell’immaginario.

Il problema è che se tutti riuscissimo a incarnare quel ruolo partecipativo nel processo dell’informazione (chiamiamola così, perché a quel punto sarebbe davvero tale) o, per dirla con un termine che nel settore delle reti di distribuzione dell’energia sta assumendo una certa efficacia e rilevanza (almeno fuori dall’Italia), prosumer - ovvero produttori & consumatori, attori in scena e non solo spettatori passivi - il problema nemmeno si porrebbe. Ma viviamo in una società che da questo punto di vista non manca di dare prova della sua estrema immaturità. Mancano gli strumenti, alla maggioranza degli utenti, per poter ambire a un ruolo simile, ma la cosa più grave è che l’illusione di partecipazione conferita dall’immediatezza di certi strumenti (le chatline e i gruppi di discussione prima, quindi i forum, adesso Facebook) stimola in molti la convinzione di possedere un’autonomia e un’indipendenza di giudizio che purtroppo latita in maniera preoccupante. Alla necessità di formarsi un’opinione, si è sostituito l’obbligo di esprimerne una: quale che essa sia. Non è importante davvero la sostanza, conta solo la presenza. [E il trolling impera di conseguenza: ovunque si capiti, basta aspettare a sufficienza per vederlo manifestarsi, quando non proprio prendere il sopravvento.]

Ad aggravare questa sensazione, sembra sul serio che l’uso più comune di Facebook sia diventato ruminare la poltiglia vomitata dai vecchi mezzi di informazione, TV in primis. In questo, sono convinto che nella sua espressione più massiccia e - per usare una parola significativamente adottata dai Wu Ming nel loro pezzo - totalitaria, Facebook resti sostanzialmente uno spreco, un’occasione perduta, l’ennesima nei tempi che corrono.

In una società in cui la maggioranza continua a sorbire passivamente la marmellata psichica cucinata da un’elite, la rete sembrerebbe aver fallito completamente nel proprio scopo. Ma siamo davvero senza speranza? Sempre la vicenda dei minatori cileni potrebbe fornirci materia utile su cui riflettere. Nella mia occasionale attenzione prestata alla vicenda, ho tifato fino alla fine perché i prigionieri del sottosuolo, una volta tornati in superficie, dessero libero sfogo alla rabbia trattenuta nei loro corpi provati dal supplizio e in un impeto di epica rivalsa investissero le strutture e i simboli di quel potere che nel sottosuolo li aveva relegati per due mesi, come morlock finalmente liberi dalle loro catene. E al loro fianco i familiari accampati nelle tendopoli allestite intorno al sito, provati da un’attesa estenuante e disumana mentre la loro vita si trasformava in una fiction di successo mondiale grazie all’onnipresenza di telecamere, cronisti e operatori. Incrociavo le dita perché lo spettacolo del dolore vivesse la redenzione di un rito catartico in mondovisione, un gesto - anche solo una dichiarazione - che invece dei cori da stadio e dell’accoglienza da star desse voce alla frustrazione subita e sfogo emblematico alle ingiustizie patite, trasformandole nell’espressione dei diritti calpestati di miliardi di altre persone che per la gran parte, in quelle ore, se ne stavano sedute placidamente dall’altra parte degli schermi. Confidavo in un sussulto che desse una scarica anche alle coscienze narcotizzate dallo spettacolo artificioso e dalla cronaca disinnescata che aveva avuto i minatori cileni per oggetto. E invece ho appreso alla fine del tristissimo show che i valorosi superstiti si erano già accordati prima della risalita per la costituzione di un fondo comune, in cui far confluire il denaro raccolto dall’effimera parentesi di popolarità mediatica che li attende, per poi procedere alla sua equa spartizione tra tutti i “protagonisti”.

Per la nuova classe operaia il paradiso assume dunque la forma di un banale imprenditorialismo televisivo. Anche questo è un segno dei tempi? Forse è così. E forse la vicenda dei minatori cileni trasfigura in maniera impietosa la parabola della rete. Forse il futuro che ci attende, se una nuova coscienza civile, culturale e sociale tardasse a maturare, potrebbe essere proprio quello di veder mutare il popolo della rete in morlock elettronici sepolti sotto valanghe di bit di sterile pseudo-informazione. Analfabeti e imbarbariti come la specie devoluta rappresentata dal precursore H.G. Wells, ma a differenza di quelli del tutto ignavi, appagati e soddisfatti dal nettare dis-informativo del vile cabaret che ci viene spacciato come la festosa realtà che ci aspetta là fuori o, a seconda dei casi, per il paradiso che ci attende al di là. In superficie.