Le regole di Peppe

Posted on Luglio 31st, 2011 in ROSTA | No Comments »

“Ci fece sedere al Radetzki, poco distante da via Solferino e ordinò da bere per tutti. Ci spiegò che lasciava il Corriere, dove era arrivato tre anni prima, per tornare alla sua casa madre, a Repubblica. Poi fece una cosa che nessuno fa mai. Cominciò un lungo monologo, nel quale condensava i suoi consigli. Che lui aveva deciso di donare a noi, giovani giornalisti. Non è pratica comune, in questo mestiere che divide e non unisce. Le regole di Peppe, le ho chiamate per anni: al mattino fai cinque telefonate a cinque fonti diverse, a persone che ti possono dare notizie, non importa quali, basta che ti spieghino come stanno le cose; studia, non smettere mai di studiare, appassionati ai problemi, falli tuoi; rispondi, devi rispondere sempre quando il giornale ti chiama; ricordati che questo lavoro lo devi vivere con passione, ogni benedetto giorno, e metti passione in quello che scrivi, coinvolgi il lettore, butta sempre il cuore in quel che fai. Altrimenti, disse, non ne vale la pena, non è giornalismo.”

Dal ricordo di Marco Imarisio.

In morte di un giornalista

Posted on Luglio 30th, 2011 in ROSTA | 1 Comment »

Apprendo la notizia con grande sconcerto e sconfinata tristezza. E’ morto oggi all’improvviso Giuseppe D’Avanzo. Firma storica di Repubblica, è stato uno dei più spietati e attenti cronisti dei nostri tempi. Moralmente implacabile, straordinariamente vigile. Basta dare un’occhiata alla pagina che riassume le sue inchieste principali per la sua testata per farsene un’idea.

La sua dedizione al servizio della verità ha più volte aiutato a rilasciare scosse a un’opinione pubblica sempre più distratta e anestetizzata. Di giornalisti come lui ce ne vorrebbero dieci nella redazione di ogni testata, per ridare dignità alla cronaca di quest’epoca.

Addio, Beppe. Ci mancherai.

La sovrapposizione finzione/realtà: l’immaginario interpreta il mondo

Posted on Gennaio 16th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Non avrete da me ulteriori parole da aggiungere alla marea montante di commenti che da circa 48 ore a questa sta sommergendo la rete italiana. Non avrete parole se non una, che per me è la parola-chiave: indignazione. Se in queste ore anche voi:

a. state partecipando del clima di indignazione per i risultati del referendum di Mirafiori sortiti dal ricatto dell’ennessimo, brillante esponente di quella genia di uomini nuovi di successo che tempo fa, in uno dei tanti raptus, indicavo come Imprenditori Cannibali, e che oggi riscuotono il plauso generale di capi di governo e capitalisti come lui, ormai sempre più scollati dal mondo di cui loro per primi sono responsabili, e con loro i dirigenti di una classe politica prona e connivente;

b. state seguendo, malgrado tutto con incredulità crescente, gli sviluppi dell’inchiesta sull’allegra condotta criminale del Premier, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (e a questo proposito va segnalata d’ufficio la meritoria copertura giornalistica che stanno dedicando alla vicenda Giuseppe D’Avanzo e Piero Colaprico - qualche esempio quiquiqui, qui - scrivendo forse le pagine più significative della cronaca di questo ventennio morbido, ma triste e grottesco, che sembra ormai volgere al termine);

allora non ho davvero altro da aggiungere: condividiamo la stessa indignazione, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, riusciamo a capirci anche senza dover spendere fiumi di inchiostro.

Però il commento di Eugenio Scalfari mi ha ricordato che già quarant’anni fa la coppia più rivoluzionaria del cinema italiano, formata dal grandissimo Elio Petri e dall’incommensurabile Gian Maria Volonté, aveva fotografato lo squallore dei nostri giorni. L’abuso di potere ritratto in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e Premio Oscar per il miglior film straniero) e l’obbedienza della classe lavoratrice estorta con il ricatto ne La classe operaia va in paradiso (1971, Grand Prix al Festival di Cannes) forniscono, attraverso le rispettive declinazioni del paradigma del controllo, due lucidissime interpretazioni delle dinamiche che abbiamo subito passivamente o - peggio - consapevolmente attraverso i decenni, e che ci hanno portato a regredire, sulla soglia della seconda decade del XXI secolo, a diritti degni della servitù della gleba della Russia zarista.

La gente che ha ancora la forza, il coraggio, l’impulso di battere un ciglio di fronte a questo squallido panorama è sempre di meno. Adesso abbiamo la televisione, per parafrasare il produttore del Big Brother in Dead Set, perché protestare? E allora consiglio di visione: stasera, su Rai Movie, non fatevi scappare alle 21.05 proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tanto, a questo punto, quando arriveremo alla resa dei conti di Todo modo (1975, altro capolavoro della premiata ditta Petri-Volonté) sarà comunque troppo tardi. Ma non disperiamo: magari potremo seguire anche quella in TV, sintonizzati dal comodo salotto di casa nostra.

Hasta siempre!

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Demokratura all’Italiana

Posted on Settembre 1st, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un altro evento cruciale nella storia della democrazia di questo Paese: per la prima volta, un Presidente del Consiglio ha fatto causa a un giornale. A subire gli strali del Premier è La Repubblica, con le ormai famose 10 domande di Giuseppe D’Avanzo che dallo scorso giugno stanno rimbalzando sulla stampa internazionale, tranquillamente eluse dal diretto interessato. Ignorate con leggerezza e disinvoltura, almeno fino allo scorso 24 agosto.

Nel testo della citazione in giudizio, il Premier si scaglia anche contro le citazioni della stampa estera, arrivando praticamente a voler non solo proibire all’informazione italiana di fare il proprio lavoro, ma anche di prendere esempio e spunto da quella internazionale, che non a caso si indigna prima ancora di quella nostrana. Cose dell’altro mondo… Un paradosso da repubbliKa dei mandolini. Molto interessante a questo proposito l’intervista a Geoff Andrews, del sito web Open Democracy, pubblicata oggi sulle pagine on-line del quotidiano.

Non so se è tardi e nemmeno se servirà a qualcosa. Ma una firma all’appello di Repubblica è quanto meno doverosa.

E’ la stampa, bellezza

Posted on Giugno 22nd, 2009 in ROSTA | No Comments »

Solo la stampa.

E neanche tu puoi farci qualcosa.

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

Articoli correlati:
La (n-sima) penultima verità (26-05-2009)
Psicopatologia di massa nell’Italia del XXI secolo (21-05-2009)
Inno alla Resistenza: Forever Khruner (19-02-2009)

La (n-sima) penultima verità

Posted on Maggio 26th, 2009 in Kipple, Stigmatikos Logos | 4 Comments »

Cosa c’è di male se uno che si proclama un conoscente superficiale della sua famiglia telefona a una minorenne per informarsi sulle sue prestazioni scolastiche? Assolutamente niente, se la persona in questione è già nota per il suo rapporto privilegiato con il cellulare. Ed è buffo constatare i due pesi e le due misure, facciamo pure tre. Come sempre accade quando qualcosa si muove davvero contro il loro nume tutelare, gli uomini del Presidente stanno serrando i ranghi, pronti a urlare contro ogni logica o buon senso al complotto comunista, alle manovre del Papa, alle ingerenze della CIA, ai cinesi che hanno contraffatto tutto e adesso sembrano essere riusciti a contraffare anche la storia, con grave danno per questo Paese e - soprattutto - per chi lo regge.

La verità, per questa gente, è come per il loro capo e datore di lavoro: sempre e solo una penultima verità. Mai definitiva, nemmeno alla prova dei fatti. Sempre pronta alla riscrittura. Nell’attesa di conoscere la prossima perla di questo rosario da operetta, squallido quanto le commedie caserecce che paiono ispirare l’immaginario dei fini intellettuali che non esitano ad accorrere in difesa del Cavaliere, speriamo che a quel telefono risponda davvero qualcuno, da casa. E venga presto a riprendersi questo extraterrestre per riportarselo sul suo pianeta di origine dove, si spera, nessun uomo o donna o bambino abbia più il coraggio di spingersi.

Psicopatologia di massa nell’Italia del XXI secolo

Posted on Maggio 21st, 2009 in Agitprop, False Memorie, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Credo che a questo punto sarebbe opportuno che qualcuno si decidesse a compiere un’indagine accurata e servita dai più sottili strumenti critici per comprendere la situazione politica e sociale italiana sul finire di questi fottuti anni Zero. Dopotutto deve pure avere un suo interesse accademico il consenso crescente accordato a un Premier palesemente inadeguato, pluri-condannato, colluso e oggetto di accuse pesantissime da parte della donna che lo ha sposato ed è rimasta al suo fianco per più di un… ventennio. Un Premier che non ha pudore nel contraddirsi un giorno sì e l’altro pure, una figura istituzionale con lo spessore di un foglio di carta velina, un miliardario che ha trasformato il Paese nel suo parco giochi personale. Il privato è privato e il pubblico è pubblico, ma come firme più autorevoli hanno già chiarito il nostro è stato il primo Premier nella storia repubblicana a mettere sotto i riflettori la propria vita (imprenditore di successo, capofamiglia attento e amato, istrione e cabarettista), per cui sarebbe stato lecito attendersi quanto meno un contraccolpo di qualche tipo dopo tutto il piombo mediatico riversato sull’elettorato. E invece niente. Nada. Zero.

Potrebbe essere il sintomo di una coscienza civile e sociale ormai anestetizzata ad vitam, condannata all’EEG piatto. Flatline, per dirla come piacerebbe ai cyberpunk. La dittatura è morbida, direbbe qualcun altro. Non ci sono le squadre in divisa, ma per il momento le ronde scalcagnate suppliscono alla meglio. Non abbiamo la negazione di ogni libertà di espressione, ma qualcuno ha capito che la disinformazione può dare risultati ben più efficaci e duraturi. E, nell’assenza di un’alternativa plausibile, sembrerebbero del tutto senza effetto, al momento, le denunce che arrivano dalla stampa italiana d’opposizione (finalmente ridestata, la Dormiente, ancora una volta grazie a Giuseppe D’Avanzo) e dai media esteri. Il culto della personalità, invece, sembra praticamente lo stesso che avvolgeva il Duce e che continua a essere esercitato, nel disprezzo della Costituzione, verso la salma inumata a Predappio.

Il dizionario già ci offre tutta una terminologia sufficiente a descrivere questo stato di cose: neofascismo, neofeudalesimo, regime. Vivere oggi sotto questa egemonia culturale e psicologica non depone a favore del nostro futuro. Siamo succubi di una volontà agiografica che non conosce precedenti nelle democrazie moderne. Il problema forse è proprio che siamo un popolo senza memoria, e malgrado questo nostalgico. Contraddittorio, in questo, come chi ci governa. Non ricordiamo nulla del passato, ma quel passato lo rielaboriamo nella nostra immaginazione come un polpettone fantasy, nel rimpianto di una Aurea Aetas che non è mai esistita. Come sarebbe stato possibile maturare un qualsivoglia senso del futuro in un simile rifugio immaginario?

Aspettiamo quindi che qualcuno prenda in considerazione la possibilità di uno studio simile. Potrebbe aiutarci a capire un po’ meglio come siamo fatti e se è inevitabile un’eutanasia collettiva per questa Italietta da cabaret.

Il Divo - La spettacolare vita di Giulio Andreotti

Posted on Ottobre 14th, 2008 in Proiezioni | 5 Comments »

“E’ stato giustamente detto che l’italiano che ha realizzato di più fu Cristoforo Colombo, che non sapeva dove andava ed ignorava dove fosse arrivato. Non è un esempio da imitare, ma forse una ragione di conforto”.

Giulio Andreotti

Una carrellata di omicidi/suicidi illustri: Aldo Moro, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giornalista Mino Pecorelli, il giudice Giovanni Falcone, i banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona. L’ultimo film di Sorrentino parte come una raffica di mitraglia e colpisce come un colpo alla testa. Un colpo non accidentale, ma mirato, come sembra esserci un disegno ben preciso dietro tutti i nodi irrisolti della storia repubblicana di questo Paese ormai condannato a essere una barzelletta, come cantavano Elio e le Storie Tese. D’altro canto, secondo una delle lapidarie sentenze dello stesso Giulio Andreotti, “spiegare l’Italia agli stranieri non è sempre facile: da noi i treni più lenti si chiamano accelerati e il Corriere della Sera esce al mattino”. E non tragga in inganno l’accostamento paradossale e apparentemente azzardato: quello che sorprende maggiormente dell’estetica de Il Divo è la sua natura postmoderna, la capacità di combinare con sguardo lucido ma mai distaccato il sacro e il profano, l’estasi e il fango, le certezze e i sospetti, in uno zibaldone pop che si propone come sintesi degli anni della Prima Repubblica, gli anni che sono stati – come canta Renato Zero – o forse no “I migliori anni della nostra vita”.

Come talvolta accade nei periodi più cupi e maledetti, l’arte riscopre il ruolo della critica sociale ed esalta la propria carica etica. L’estetica trascende le convenzioni del linguaggio cinematografico e colpisce al cervello lo spettatore, rilasciando una scarica adrenalinica tra i neuroni generalmente conservati in uno stato di narcosi indotta. Una forma più appropriata per confrontarsi con una materia tanto rischiosa il regista partenopeo non avrebbe potuto sceglierla: montaggio serrato, scritte in sovrimpressione, musica incalzante che spazia da tormentoni elettropop alla grandeur fennomane di Sibelius e belle époque di Saint-Saëns. Coadiuvato alla sceneggiatura da Giuseppe D’Avanzo, Sorrentino porta sullo schermo gli spettri della storia politica italiana, mettendo a fuoco gli anni tra il 1991 e il 1993, dalla composizione del VII Governo Andreotti (“la dittatura più difficile a odiarsi è la propria”) al maxiprocesso per associazione mafiosa, risoltosi con la prescrizione di qualsiasi ipotesi di reato antecedente al 1980 e con l’assoluzione per il resto (“a parte le guerre puniche mi hanno attribuito davvero tutto”). Nel mezzo, il tentativo di scalata al Quirinale (“sono di media statura, ma non vedo giganti attorno a me”), che sembrava ormai impresa riuscita quando giunse la strage di Capaci a sconvolgerne i piani, solo due mesi dopo l’omicidio del suo uomo a Palermo Salvo Lima.

I momenti cruciali della vita del senatore vengono rivissuti attraverso il ricordo, che somiglia davvero a una terapia di regressione volta a portarne allo scoperto le ombre e gli angoli ciechi: la segreteria per Alcide De Gasperi (“quando andavano in chiesa insieme, De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete” ebbe a dire Indro Montanelli, battuta ripresa all’inizio del film dallo stesso protagonista), i primi governi, gli affari internazionali, gli intrecci tra politica e Vaticano, le lotte intestine della DC. Attorno a lui, la galleria degli andreottiani (gli irriducibili Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Ciarrapico, Franco Evangelisti, il transfuga Vittorio Sbardella detto “lo Squalo”, tutti presentati nella pellicola con una sequenza che si rifà ai western di Sergio Leone) e le donne della sua vita: la fedelissima signora Enea, sua segretaria, e la consorte Livia Danese, prigioniera con il marito di un sogno domestico di rispettabilità e virtù cristiana, salda nella sua fiducia anche nei momenti più bui. A lei è dedicato uno dei passaggi più frenetici del monologo-confessione di Andreotti che anticipa l’epilogo:

“Livia, [...] gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità”.

Confessione privata, intima, che Andreotti trova il coraggio di fare solo con se stesso nella solitudine dei suoi luoghi privati, non a Cossiga (col quale pure sembra arrivare quasi al punto di confidarsi, salvo poi risolvere l’elettricità del momento in uno dei suoi proverbiali motti di spirito), non alla moglie che crede di conoscere tutto di lui, né alla commissione parlamentare convocata per decidere sul dar luogo a procedere nei suoi confronti, e nemmeno al suo prete confessore (“Nella mia vita avrò incontrato 300.000 persone, crede che questo mi abbia fatto sentire meno solo?” chiede a un certo punto il Presidente a una sua ospite). Andreotti scopre gli altarini solo a se stesso, nell’intimità delle sue stanze dimesse, umili, lontane dallo sfarzo e dai fasti pacchiani del potere e dei suoi stessi alleati, trincerandosi dietro l’insegnamento delle Scritture (“sappiamo dal Vangelo che quando fu chiesto a Gesù che cosa fosse la verità, lui non rispose”).

C’è da dire che la ricostruzione di Sorrentino è un capolavoro di equilibrio, attentissimo a non tradire giudizi di valore sulla persona o posizioni ideologiche, estremamente bilanciato nel separare i fatti provati dalle versioni dei pentiti che coinvolgono la figura di Andreotti nel piano di egemonia sociale della mafia. Carica etica, si diceva all’inizio: capace di attingere valore dai fatti, senza il bisogno di spingersi oltre. Andreotti viene presentato come estremamente elusivo, restio a concedere a Cosa Nostra l’attenzione che gli viene richiesta per voce di Lima. Andreotti supera indenne la burrasca di Tangentopoli che decapita i vertici della Democrazia Cristiana e decima la sua stessa corrente e sopravvive al processo antimafia. Ma continua a essere ossessionato dalla fine di Aldo Moro:

“Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta”.

Dopo l’avvio sospeso tra epica e tragedia, la seconda parte del film, con il passaggio dalle stanze del potere alla lotta per la sussistenza – una battaglia contro le molteplici ricostruzioni che ne restituiscono l’immagine di Papa Nero della politica italiana (Belzebù, il Gobbo, la Sfinge), condotta con piglio discreto ma tenacia animale dall’uomo solo contro tutti – si fa più intimista e arriva quasi a sfiorare i toni surreali di un teatro d’avanguardia, comunque lontano dall’assurdo. Perché al cinema come nel gioco della politica, ogni minima scelta deve avere un senso e, spesso, risponde anche a un significato di ordine superiore.

“Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. [...] Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io”.

La figura dell’uomo politico che ha fatto la storia dell’Italia dal Secondo Dopoguerra all’ascesa del berlusconismo rampante è resa con magistrale istrionismo da un titanico Toni Servillo, insuperabile nel guadagnare al suo personaggio una caratura mitologica. Il lavoro sulla fotografia di Luca Bigazzi e le scenografie di Lino Fiorito sono da Cinema con la maiuscola, come non capita spesso di vederne nelle produzioni nostrane. Lontano dal minimalismo e dalle mode, Paolo Sorrentino non teme di confrontarsi con l’arte e con la storia e, di pellicola in pellicola, consolida la sua statura da autore ormai di calibro internazionale.

Il Divo, presentato in concorso alla 61esima edizione del Festival di Cannes, è stato accolto con dieci minuti di applausi al termine della proiezione ed è stato insignito del Premio della Giuria.

Curiosità: a un certo punto, nel corso di una missione diplomatica a Mosca, Andreotti viene presentato mentre legge, prima di mettersi a dormire, una copia di quello che sembra proprio un “Urania”, che però non mi è stato possibile identificare. Più avanti lo si vedrà leggere di nascosto sui banchi del Senato anche qualche “Giallo Mondadori”, notoriamente una sua passione.

Extra

• Un commento dell’esimio compagno Fernosky, alias BHS:

Ce ne fossero di Sorrentino.
Avremmo qualcuno in più che si sforzi a fare qualcosa che, almeno da lontano, assomigli a una regia. Avremmo qualcuno che si ricordi che un film, prima di essere girato, va scritto, in linea di massima. Avremmo qualcuno in più che provi a fare cinema.
È un bagliore, un risplendere lontano di luci, l’esecuzione kubrickiana, maniacale, fotografica, e lo splendore di certe storie conchiuse e deliranti del miglior Elio Petri.
Il Divo Giulio.
Realizzare che quest’uomo esiste veramente e non è solo il parto psichedelico di un regista, è impresa ardua. E quando ci si riesce, il ricordo che l’Uomo in questione ha governato, legiferato e dominato sulla nostra vita, da nebuloso si condensa in una pioggia gelida; il risvegliarsi del sospetto che continui nella sua opera ancora adesso, e che comunque abbia lasciato qua e là dei brandelli di DNA che stanno marcendo alla luce dei riflettori dell’attuale scena politica.

• Il sito ufficiale del film.

• La pagina di Wikipedia dedicata al film.