Corpi spenti: Input #2

Posted on Dicembre 20th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Il ritmo del racconto è fondamentale, se non si vuol perdere per strada il lettore. Per fortuna, una storia poliziesca offre tutta una serie di pretesti per scongiurare il rischio. Pedinamenti, intercettazioni, trappole, inseguimenti, sono i ferri del mestiere.

In alcune sue scene, Corpi spenti deve molto a Il braccio violento della legge di William Friedkin, con un Gene Hackman che definire monumentale sarebbe fargli un torto. The French Connection è un film che ho visto e rivisto, mentre stavo per concludere il romanzo e mi serviva un valore aggiunto per connotare adeguatamente dei passaggi chiave. Non stupitevi, insomma, se quando lo leggerete, Guzza vi sembrerà aver mutuato per osmosi l’ossessione investigativa di Jimmy “Popeye” Doyle.

Spero comunque di aver appreso dal film anche un po’ di tecnica. Per esempio, ecco come si gira un pedinamento.

Attraverso il continuum Murakami-Miéville

Posted on Dicembre 13th, 2010 in Connettivismo, Transizioni | 16 Comments »

La nozione di genere è definitivamente sorpassata? Ne sono stato a lungo convinto, sull’onda emotiva di scorpacciate postmoderne, prima di riprendermi una cotta per la science fiction e la crime fiction. Chiamo la fantascienza e il poliziesco con i nomi con cui sono conosciuti nel mondo anglosassone per una ragione precisa: gli anglo, e gli am-anglo in particolare, hanno un vero fiuto per le etichette, c’è poco da fare. Lo dimostra Eric Rosenfield, che riprendendo il manifesto redatto da Bruce Sterling per la letteratura Slipstream, con cui il nostro cowboy dell’oltrespazio si proponeva di scavalcare i generi e motivare criticamente la vicinanza tra i lavori degli scrittori in orbita cyberpunk (da Gibson a Lethem passando per Womack) e autori mainstream che avevano usato i moduli di genere nelle loro opere (da DeLillo alla Atwood, che a quanto mi risulta ha sempre disdegnato l’accostamento alla fantascienza), va ben oltre la sterile chiacchiera letteraria da salotto.

Rosenfield propone la sua lettura dell’annoso quesito con cui ho aperto questo post guardando il fenomeno da un’angolazione particolarissima e decisamente interessante, arrivando a definire quello che lui immaginificamente chiama un continuum Murakami-Miéville. E’ una di quelle idee talmente folgoranti da lasciare a bocca aperta, a rodersi il fegato per non esser stati capaci di farsela venire da sé (e ringrazio Granieri per averla segnalata su 40k Blog). Come fa notare lo stesso blogger newyorkese, è una etichetta senza alcuna valenza commerciale, che si propone tuttavia di scavalcare le distinzioni convenzionali che pongono un libro di Miéville sullo stesso scaffale di Heinlein, e uno di Murakami sullo stesso scaffale di Updike, nelle librerie di ogni parte del mondo.

Non è solo rebranding, come potrebbero essere stati in qualche modo il cyberpunk o soprattutto lo Slipstream. E’ un tentativo di ri-classificazione del mondo (uno “strumento di contestualizzazione”, come lo definisce Rosenfield), alla luce dei cambiamenti che lo stravolgono e della velocità con cui lo fanno, rendendolo a tutti gli effetti un’entità liquida e sfuggente. Per me il connettivismo avrebbe dovuto essere soprattutto questo, fin dai suoi primissimi passi. E in qualche modo mi sembra che, arricchendo la propria personalità negli anni, il nucleo del suo carattere sia rimasto abbastanza legato all’idea di partenza. Ma volete mettere le suggestioni tutte endogene e autoreferenziali della parola “connettivismo” con l’ampiezza di orizzonti abbracciata dal “continuum Murakami-Miéville”? Non c’è partita.

In effetti, mentre in questi giorni vado ultimando la lettura del notevolissimo Il mistero dell’Inquisitore Eymerich (e, a proposito, Evangelisti non sfigurerebbe affatto nel novero degli scrittori del continuum), mi è venuta quest’idea che la fantascienza, col tempo, si sia trasformata un po’ nell’etere della letteratura: un’entità inclassificabile e ormai difficilissima, se non impossibile, da isolare. Ma a tutti gli effetti onnipervasiva e inscindibile dai territori dell’immaginario.

Derek Raymond redux

Posted on Novembre 14th, 2010 in Letture, ROSTA | 4 Comments »

Dalla newsletter della casa editrice, ho appreso che Meridiano Zero aggiungerà presto al suo ricco e prestigioso catalogo anche l’autobiografia di Derek Raymond. Bisogna attendere fino a gennaio, ma nel frattempo i libri della Factory offriranno un validissimo modo per impiegare il tempo. Aprile è il più crudele dei mesi e Come vivono i morti (quest’ultimo recensito dal compagno Fazarov su Thriller Magazine) stanno già esercitando il loro giusto influsso sulle pagine del romanzo in stesura (a proposito, approfitto di questo dispaccio per comunicarvi che ho da poco superato la boa di metà percorso).

C’è una tale concentrazione di spunti e un tale mestiere, nei suoi romanzi, che sarebbe davvero un peccato mortale non attingerne a piene mani, per apprenderne la tecnica e poi esercitarla e continuare a esercitarla ancora. D’altro canto, Derek Raymond (1931-1994) era uno scrittore che si era scelto il nome d’arte mettendo insieme i nomi dei suoi migliori amici - Derek e Raymond, appunto, entrambi morti, mentre per l’anagrafe di Sua Maestà restava Robin William Arthur Cook - e che, tra i tanti meriti, vantava anche quello di aver fissato la matrice della letteratura nera. “Senza le notti in bianco, non ci sarebbero i romanzi noir” dichiarò in un’intervista. Due dati significativi per inquadrare il personaggio e la sua poetica.

Quelli che restano

Posted on Settembre 21st, 2010 in Letture | 1 Comment »

L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benché abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (la patacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi.

In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (L’étage des morts 1990, Tarif de group 1993, Dernière station avant l’autoroute, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne è consapevole – gli resta da vivere. Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza è rimasta intatta: non va più a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma è ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.

– Sei sempre uguale, Chess…

Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed è una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che è quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950. La prima, qualche pagina prima, si è avuta sempre per bocca di lei.

– Sono troppo vecchio per cambiare…

Replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome. È l’ultima ed è importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai.

La loro storia non è facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa più complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora più controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.

A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto può spingersi un uomo nella ricerca della verità, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la città, prima di cedere al loro stesso gioco? Chess lo sa, per quello “sguardo torbido da perdere la testa” che aveva visto negli occhi di Velma, “più viola pallido che azzurro del cielo”; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granché alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una città abbandonata alla disperazione, forse è proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che può spingere Chess ad affondare ancora di più nella bolgia infernale del XII Arrondissement.

Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potrà più tornare (“Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di più. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi più le Kool”). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si è infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine.

Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del néo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley. In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.

Qualcuno, come Chess, imparerà da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sarà altrettanto fortunato. Ma potrà contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.

Risorse in rete
Hugues Pagan: Quelli che restano, di Valerio Evangelisti su Carmilla
Hugues Pagan: Quelli che restano, recensione di Fabrizio Fulio-Bragoni su Non Solo Noir
Quelli che restano, recensione di Giovanni Zucca su Thriller Magazine
Hugues Pagan: La notte che ho lasciato Alex, su Carmilla
La notte che ho lasciato Alex, recensione di Fernando Fazzari su Thriller Magazine
La notte che ho lasciato Alex, postfazione di Luca Conti all’edizione Meridiano Zero
• Due domande a Hugues Pagan dal sito di Meridiano Zero
Hugues Pagan nel catalogo Rivages/Noir

Point Break

Posted on Agosto 30th, 2010 in Proiezioni | 5 Comments »

L’ascendente di Point Break su La pattuglia dell’alba è troppo evidente per non parlarne, anche solo per ricordare che surf e poliziesco andavano a braccetto già qualche tempo prima del bravo Don Winslow, tanto più che - ancora - per una volta assistiamo all’influsso del cinema sulla narrativa, non la più frequente e generalmente - ahimè - neanche la più apprezzata delle dinamiche nei flussi bidirezionali che regolano i travasi di immaginario da un medium all’altro. 1991: diciannove anni prima di portarsi a casa l’Oscar e fare incetta di premi in giro per il mondo con The Hurt Locker, quattro prima di regalarci con Strange Days il capolavoro della fantascienza degli anni ‘90, Kathryn Bigelow era ancora la signora Cameron quando mise a segno il primo colpo della carriera, un film che ancora oggi può vantare lo status di cult presso un paio di generazioni di spettatori.

Comprendere il successo di Point Break non è poi difficile: adrenalinica, movimentata, animata da ottimi dialoghi e impreziosita da spettacolari riprese acquatiche, la pellicola ha ancora oggi tutte le carte in regola per chiudere gli interruttori neurali che alimentano i sogni di chi ancora sguazza nelle tempeste ormonali dell’adolescenza e la nostalgia di chi la gioventù dovesse averla già attraversata. Più tutta una serie di trucchetti del mestiere da manuale hollywoodiano di sceneggiatura: psicologie essenziali, schematismo estremo (amicizia/lealtà/amore vs tradimenti/competizione/rivalità), coincidenze improbabili (ma non lo sono forse tutte le coincidenze?) e qualche intemperanza che con il tempo la Bigelow ha imparato a controllare. Il risultato è un compromesso ottimale, al servizio di una storia che, se da una parte si ferma alla superficie dei volti e dei corpi dei protagonisti senza nemmeno azzardarsi a scavare sotto la patina delle spiagge assolate della California, dall’altra cattura dal primo fotogramma (facendo rimpiangere l’epoca in cui si facevano ancora i titoli di apertura) e tiene incollati fino ai titoli di coda.

La storia dovrebbe essere nota a tutti: Johnny Utah, promettente e ambiziosa recluta dell’FBI, viene assegnato alla divisione di Los Angeles, “la capitale mondiale delle rapine in banca”. In particolare c’è una banda che ha messo a segno una trentina di rapine nell’arco di tre anni: si fanno chiamare gli ex-presidenti, colpiscono mascherati da Reagan, Nixon, Carter e Johnson, non puntano mai al caveau e sono praticamente inafferrabili. Angelo Pappas, il veterano a cui Utah viene affiancato, ha una teoria sul loro conto: potrebbe trattarsi di un gruppo di surfisti che attraverso le rapine si finanzierebbe le spedizioni in giro per il mondo a caccia delle onde più pericolose e sfidanti. Utah s’infiltra in un clan di surfisti e parallelamente comincia a setacciare le spiagge a caccia di indizi che possano portarlo alla vera identità dei rapinatori.

Il film è diviso piuttosto nettamente in due parti: nella prima, lo sceneggiatore W. Peter Iliff gioca a carte coperte, disponendo le pedine sulla scacchiera e preparando tutto il necessario per far precipitare la situazione. Quando l’equilibrio s’infrange - la scena centrale della rapina in banca, con l’inseguimento di Utah al rapinatore mascherato da Reagan - il giallo scivola sul gradiente del noir, concedendosi un altro paio di momenti ad elevato tasso spettacolare (la rapina in banca con Utah a volto scoperto e l’inseguimento aereo senza paracadute), fino a un finale dalla vocazione epica, con chiusura sulla famigerata “tempesta del cinquantennio” che, volendo interpretarla secondo la chiave di lettura fornita da Bodhi, il beatnik surfista-rapinatore, segnalerebbe già un’altra vita. E in effetti a quel punto Bodhi ha ormai perso tutta la sua squadra di surfisti-rapinatori e Utah ha ormai rinunciato ai sogni di gloria, per cui la lettura buddhista fornita da Bodhi potrebbe davvero essere quella veritiera. La rottura con la vita precedente è segnata anche dall’atmosfera: dopo il sole della California, la pioggia che si abbatte sulle coste australiane. E la resa dei conti, per una volta, non è tra uomini, ma direttamente con le forze della natura.

Riguardando il film a distanza di anni e, soprattutto, dopo la lettura de La Pattuglia dell’Alba, le analogie che balzano all’occhio e all’orecchio sono una caterva, dal gergo dei surfisti (grommet, point break e tubi a tutto spiano) al ruolo dei personaggi, con Tyler Ann/Lori Petty che fornisce un prototipo moro per la bellezza bionda di Sunny Day (come lei cameriera) e Boone Daniels a sintetizzare in un’unica figura la filosofia zen di Bodhi/Patrick Swayze e le mansioni poliziesche di Utah/Keanu Reeves. Keanu Reeves, da infiltrato, si spaccia da avvocato ed è proprio un invisibile avvocato surfista che nel romanzo di Winslow ingaggia Boone per un’indagine che dovrebbe essere facile ma si complica significativamente man mano che avanza.

Ma il discorso della precessione dei modelli potrebbe proseguire anche all’indietro, verso Un mercoledì da leoni, da cui Point Break eredita un Gary Busey in stato di grazia, praticamente straripante, in grado di annientare ogni altro attore presente sulla scena. Pappas, il suo personaggio, ricorda i suoi trascorsi in Vietnam, e l’allusione alle vicende della comitiva di surfisti della leggendaria pellicola di John Milius è praticamente definitiva per fugare ogni dubbio di paternità sull’ispirazione del film della Bigelow. Da segnalare infine un cammeo di Tom Sizemore (praticamente un provino per Strange Days) e John C. McGinley, che nel ruolo del capo dell’FBI intransigente, logorroico e dalla lingua sferzante collauda le caratteristiche di Perry Cox per Scrubs.

La rete dei rimandi, ancora una volta, è sufficientemente vasta da abbracciare il Creato nella sua interezza.

La Pattuglia dell’Alba

Posted on Agosto 28th, 2010 in Letture | 3 Comments »

Con La Pattuglia dell’Alba Don Winslow, acclamato autore di L’inverno di Frankie Machine e Il potere del cane, riconosciuto in patria e ormai anche qui da noi come uno dei nuovi punti di riferimento della crime fiction americana, compie un’incursione sulle spiagge della California del Sud e ci regala un ottimo noir, in cui atmosfere e intreccio si combinano in un mix di adrenalina e blanda nostalgia. Boone Daniels è uno spiantato che bazzica Pacific Beach con i suoi amici della Pattuglia dell’Alba, in attesa della mareggiata del secolo. Ex-poliziotto, si guadagna da vivere come detective privato: proprio mentre lo tsunami sta caricando verso la costa, Boone viene ingaggiato da uno studio di avvocati per ritrovare la testimone scomparsa di un delicatissimo processo. La truffa assicurativa di cui è accusato Dan Silver in realtà nasconde traffici più loschi i cui fili sarebbero nelle mani dell’imputato, proprietario di strip club e boss di medio calibro nell’ambito della criminalità locale. Per risolvere il caso Boone ha così meno di quarantotto ore, l’intervallo che separa l’onda al momento del suo ingaggio dalla costa di Pacific Beach, affollata di surfisti a caccia della chance della loro vita.

Interessante noir che tende a prediligere l’azione rispetto all’atmosfera, La Pattuglia dell’Alba è percorso da echi tanto di Raymond Chandler (che a La Jolla, località ripetutamente citata nel libro, si ritirò nei suoi ultimi anni e morì nel 1959) quanto di Dashiell Hammett (come lui, Winslow ha esercitato numerose professioni prima di approdare alla scrittura, tra cui quella di investigatore privato). Tra i maestri del genere e la propria opera Don Winslow pone tuttavia una distanza necessaria, che permette al lettore di apprezzare la storia per i suoi meriti, sorvolando sui difetti in un conto decisamente in attivo. La caratterizzazione dei personaggi risulta leggermente stereotipata e la passione per il ritmo tipica dei thriller americani schiaccia un po’ troppo a fondo l’acceleratore, tanto che in alcune occasioni Winslow si lascia scivolare via frettolosamente scene che avrebbero giovato di un maggiore respiro. Ma poi la cura nel tratteggiare l’affresco storico e sociale di San Diego, la cultura del surf e le comunità underground che vivono tra il tramonto e l’alba ai margini della Pacific Coast Highway, la PCH, il Boulevard dei Sogni Ancora da Infrangere, la capacità narrativa di risolvere un intreccio complesso che ci ha guidati in profondità, nelle spire di un inferno percepibile fin dalle prime pagine ma che solo nel culmine dell’indagine esplode in tutta la sua forza su comando dell’autore, ripristinano l’equilibrio del libro e spingono l’ago della bilancia verso i valori alti della scala. Colpi di scena a ripetizione e montaggio dei punti di vista dal sapore molto cinematografico fanno il resto.

Più simile a Point Break (curiosamente mai citato malgrado la frenesia postmoderna che pervade il volume) che a Un mercoledì da leoni (menzionato al contrario con una certa insistenza), La Pattuglia dell’Alba è un noir con tutte le carte in regola per essere apprezzato da tutti i lettori in cerca di una bella storia raccontata con maestria, adatto sia come lettura da ombrellone sia come ristoro per chi avesse già dato fondo alle proprie vacanze. Sorretto da una prosa vivace che non lesina squarci di crudeltà (resa con la consueta bravura dall’ineccepibile Luca Conti, che deve essersi divertito non poco con il gergo da spiaggia di questi hippie fuori epoca), il racconto delle gesta di Boone Daniels e della sua pattuglia di surfisti ci richiama la giovinezza che tutti noi sogniamo di vivere o aver vissuto: una stagione di serate in spiaggia e brividi in mare, di amicizie indissolubili che garantiscono legami di lealtà assoluti, di sete di libertà e sogni di giustizia. Un mondo e un’epoca in cui potersi fidare che basterà l’arrivo di un’onda per mondare la terraferma di tutte le sue colpe e i suoi peccati, per fare tabula rasa del passato e dei suoi padroni e assicurare alle vittime un nuovo futuro. Malgrado il gioco fin troppo facile dello scioglimento pacificatore e risolutorio, resta una storia che assicura delle emozioni e dà da pensare. E scusate se è poco.

Il centravanti è stato assassinato verso sera

Posted on Luglio 24th, 2010 in Letture | 4 Comments »

Reduce dall’indigestione calcistica dei Mondiali 2010, cosa c’è di meglio di un buon libro per riconciliarsi con il bel gioco? Il centravanti è stato assassinato verso sera attendeva da un pezzo nel limbo delle letture che, a partire dalla testa di ponte dal comodino, si è ormai propagato al ripiano del comò. Riesumato per l’occasione questo “thriller per giallisti-sportivi e per sportivi-giallisti”, come lo definisce la quarta di Feltrinelli, ha assolto magnificamente al suo ruolo.

Questo è il primo libro di Pepe Carvalho che ho letto, su consiglio dell’esimio compagno Fazarov, e sulle prime la scrittura di Manuel Vázquez Montalbán mi ha lasciato a dir poco spiazzato. Il suo stile ricco e ricercato avvolge il lettore in un ordito affabulatorio in cui non è difficile smarrire la bussola alla prima disattenzione. Un tono così lirico e partecipato non è quello che ci si aspetterebbe nell’ambito della crime fiction, ma l’autore sa come gestire al meglio la sua materia. A tenere in sella il lettore ci pensano infatti i vezzi di Carvalho e del suo circolo di amici, amanti e collaboratori, e soprattutto l’affresco memorabile di una città sull’orlo del mutamento epocale – forse l’ennesimo. Scritto nel 1988 e ambientato nell’autunno dello stesso anno, Il centravanti è stato assassinato verso sera (El delantero centro fue asesinato al atardecer, traduzione di Hado Lyria) è un libro che fa i conti con il mondo e in questo caso è un mondo che parla catalano, come la città-universo di Barcellona nei cui meandri la penna di Montalbán ci sprofonda con una maestria da lasciare impressionati e stupefatti.

In questa storia la Barcellona di Carvalho è la città che si appresta a ospitare i Giochi Olimpici del 1992: protesa verso il futuro, ma ancora segnata dalle cicatrici del franchismo. Gli strascichi del passato si avvertono nelle storie private dei singoli personaggi e finiscono per incarnarsi nell’arroganza falangista del commissario Contreras (che ha saputo riciclarsi nel nuovo ordine democratico delle istituzioni) e nella nostalgia legionaria del lustrascarpe Bromuro (un poveraccio che nel nuovo corso delle cose ha perso tutto). E come spesso accade nelle grandi città del bacino del Mediterraneo, la massima espressione culturale è incarnata dallo sport e da quello che forse è stato per decenni – prima degli sbandamenti mediatici dei tardi anni ’90 e del definitivo smantellamento ideologico degli anni Zero – lo sport per eccellenza: popolare, immediato, epico, democratico, universale. Oggi può apparire perfino mitologica un’epoca in cui per giocare a calcio non servivano particolari doti: chi non aveva piedi buoni poteva compensare con la corsa ed il fiato, chi non aveva né fiato né piedi buoni poteva metterci animo e coraggio. A primeggiare era sempre la squadra, e il fuoriclasse era sempre e comunque un elemento al servizio del collettivo (ripassare la finale di Coppa Uefa 1988-89 e gli assist di Maradona fa sempre bene). Prima dei Ronaldo e degli Ibrahimovic, prima delle cure miracolose dei novelli Frankenstein e prima delle beghe dei diritti TV, prima della cupola e delle triadi, il calcio era quello sudato sul campo, subito nei contrasti di gioco e sporco della polvere e del fango. Bastava un pallone per unire in comunione ideale il Camp Nou e un anonimo campetto di quartiere. E bastava il nome di Maradona ad accendere gli occhi e a far vibrare le corde dell’anima.

Orfani del Pibe de Oro, i blaugrana ingaggiano un fuoriclasse inglese e Carvalho e chiamato dalla dirigenza del club a indagare con la polizia sul mistero delle lettere anonime che sembrano avere proprio Mortimer come bersaglio:

Perché avete usurpato il ruolo degli dèi che in altri tempi guidarono la condotta degli uomini, senza arrecare conforti soprannaturali, ma soltanto la terapia delle grida più irrazionali: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire.
Perché il vostro centravanti è lo strumento che adoperate per sentirvi dèi che gestiscono vittorie e sconfitte dalla comoda poltrona di cesari minori: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire.
Perché l’imbrunire è la tarda ora in cui scendono i bioritmi dell’entusiasmo, e lo sgozzamento e il rantolo suonano con una musica non meno truce che malinconica: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire.

Inizia così un’indagine che tra botte e pestaggi spinge Carvalho e la sua crew in un abisso metropolitano di miseria, desolazione e marginalità, che dello spettacolo della ribalta immortalato dai flash dei fotografi e dalle telecamere delle emittenti nazionali mantiene solo la medesima prospettiva di sfruttamento e sopraffazione. Il discorso intessuto da Manuel Vázquez Montalbán è stemperato da una vena ironica raffinatissima, che tuttavia non rinuncia a farsi anche molto pungente quando diventa necessario mettere alla berlina malcostumi e degenerazioni, come il malaffare della speculazione edilizia che si abbatte sulla città con l’apertura dei cantieri per il villaggio olimpico. La trama gialla è solo un pretesto e ben presto l’autore finisce per disinteressarsene, affidando lo scioglimento dei nodi irrisolti a una lunga memoria da parte di un procuratore in pensione. La storia è tutta giocata nella polarizzazione tra le due condizioni del calciatore: il fuoriclasse sulla cresta dell’onda impersonato da Mortimer, e l’ex-gloria caduta in disgrazia a cui presta maglietta e scarpette Palacín, ingaggiato da uno dei club minori ma storici della città, il Centellas. Le lettere anonime, che vogliono richiamare l’attenzione sul ruolo degli eroi nella nuova società dello spettacolo, finiscono per sortire un esito paradossale che trova il suo culmine nella farsesca scena finale dell’aeroporto, perfino paradigmatica della perdita di un’innocenza rimpianta e della sopraggiunta impossibilità di sperare in una pur minima giustizia.

Insieme alle trovate letterarie di cui è infarcito il libro, sorprendono anche un paio di citazioni piuttosto esplicite all’immaginario di fantascienza in generale, e in particolare a quello immortalato nei fotogrammi di Blade Runner. La spersonalizzazione di individui sempre più omologati sugli standard imposti dalla società dello spettacolo e il furto in opera dell’anima della città acquisiscono una maggiore risonanza proprio dal parallelo con i replicanti in fuga attraverso la Los Angeles del 2019.

L’epilogo celebra questo sentimento di perdita e di sconfitta nei toni perlacei di un’alba sul Tibidabo e su Vallvidrera, suggellando una lettura malinconica che piacerà a tutti i perdenti che non si rassegnano alla sconfitta.

Raccomandato. Prossimo appuntamento con Montalbán e Carvalho: La solitudine del manager.

Un matrimonio d’amore

Posted on Maggio 22nd, 2010 in Letture | 3 Comments »

Mi sta capitando di leggere molto hard-boiled e molto noir, in questo 2010. Nelle mie letture dell’anno in corso, un ruolo preponderante è giocato da Dashiell Hammett. Dopo avere solo parzialmente apprezzato il celebrato Falcone maltese, confesso di averne fatto una questione di principio: leggerne e leggerne ancora per indagare le ragioni del suo successo e della sua popolarità. Mi sono bastati due titoli, inanellati di fila nel breve volgere di un paio di mesi, per riappacificarmi con la sua fama. Il primo, La maledizione dei Dain (già noto come Il bacio della violenza, ripubblicato di recente da Mondadori nella traduzione sontuosa di Sergio Altieri), ripropone l’anonimo detective dell’Agenzia di Investigazioni Continental Op già visto all’opera in Piombo e sangue e, per la solidità del plot se non per la ricostruzione d’atmosfera, eguaglia e a più riprese supera il prototipo di una buona misura. Il secondo, Un matrimonio d’amore, è invece una novella che brilla per scorrevolezza e realismo.

Riscoperto da Andrea Carlo Cappi, che ne ha curato anche l’adattamento per la compianta M - Rivista del Mistero oltre che la riedizione per i tipi di Sellerio, Un matrimonio d’amore (in origine First aide to murder) è una storia di inganni e scoperte in cui si esprime al meglio la scrittura di Hammett, cinica, ironica, essenziale. La stessa scrittura che, penalizzata forse da una traduzione invecchiata male, mi aveva lasciato interdetto nell’impatto con Il falcone maltese (che si segnalava comunque anche per la natura artificiosa della vicenda trattata, gestita con un piglio leggermente macchinoso), qui riesce a coniugare la ricchezza vibrante de La maledizione dei Dain con l’agilità scattante di Piombo e sangue. Un plauso al traduttore, che a una superficiale impressione di lettura sembrerebbe essere stato capace di rendere al meglio le sfumature della lingua di Hammett.

Siamo a Baltimora e il detective Alec Rush, ex agente di polizia, ex pugile, rinomato per un aspetto tutt’altro che gradevole, viene ingaggiato da un anonimo cliente per occuparsi di una giovane donna, sulla quale sembrerebbe gravare una minaccia non meglio precisata. Tra scheletri nell’armadio, vendette innescate dal bisogno, truffe e scoperte, si arriva a un finale amaro dal sapore di redenzione, che produce un effetto davvero singolare in un autore solitamente ironico e disincantato. Nella descrizione dettagliata dei pedinamenti per le strade di Baltimora e nella precisione particolareggiata della messa in scena, Un matrimonio d’amore mi ha inoltre richiamato le parole di William Gibson sull’iperspecificità di Dashiell Hammett e sul ruolo che questa giocò nella sua formazione di autore: “Sono passati forse quindici anni da quando ho letto Hammett, ma ricordo che ne ero affascinato per il modo in cui mischiava tutti questi elementi di ordinaria amministrazione fino a trasformarli in qualcosa di diverso - simile al naturalismo americano, ma strambo intensissimo, quasi surreale. [...] Hammett è stato probabilmente l’autore che mi ha avvicinato all’idea della iperspecificità, estremamente carente nella maggior parte delle descrizioni di fantascienza” [da "Una mistica danza di dati", intervista di Larry McCaffery a William Gibson, 1986, in Parco giochi con pena di morte, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2001].

Un’ulteriore dimostrazione - se mai ve ne fosse bisogno - del regime di interscambi, di influenze reciproche e di mutua contaminazione in cui è maturata la letteratura di genere, fino a diventare quella che oggi conosciamo. Libro consigliatissimo anche a chi abbia deciso di avvicinarsi al fondatore della letteratura hard-boiled e non se la senta ancora di cimentarsi con uno dei suoi 5 romanzi. In un mio personale percorso di scoperta dell’autore, come si sarà capito consiglio a seguire Piombo e sangue e La maledizione dei Dain, lasciando agli irriducibili il decantato Falcone maltese.

La maledizione dei Dain

Posted on Aprile 2nd, 2010 in Letture | 3 Comments »

«[...] Supponiamo però che il passato non sia morto, e che quest’uomo sia costretto a tenersi in forma per affrontarlo nel caso in cui quel passato risorga nel presente. Bene, in simili circostanze sarebbe più saggio anestetizzare subito la mente, lasciando che il corpo rimanga forte e pronto.»

«E quel passato?»

Fitzstephan scosse il capo. «Se non so qual è - e non lo so - non è colpa mia» disse. «Prima che tu finisca le tue indagini, saprai quanto sia difficile ottenere informazioni da quella famiglia.»

«Ci hai provato anche tu?»

«Certo. Sono un romanziere. Il mio lavoro ha a che fare con le anime, e con quello che succede dentro di esse. L’anima di Leggett mi attrae, mi sono sempre sentito trattato ingiustamente per il suo rifiuto di rivelarsi a me. Sai, dubito che Leggett sia il suo vero nome. Lui è francese. Una volta mi disse di essere di Atlanta, ma rimane francese nell’atteggiamento, nella struttura mentale, in tutto tranne che nell’ammettere di esserlo.»

«Cosa mi dici del resto della famiglia?» chiesi. «Gabrielle è una matta, o sbaglio?»

«Me lo chiedo anch’io.» Fitzstephan mi lanciò un’occhiata incuriosita. «Lo dici così, tanto per dire, o lo pensi sul serio?»

«Non lo so. E’ una persona strana, sempre a disagio. E poi ha orecchie da animale, quasi non ha fronte e ha occhi che passano dal verde al marrone per tornare al verde senza mai restare dello stesso colore. Ficcando il naso, quanto delle sue faccende sei riuscito a far saltare fuori?»

«E tu - che proprio ficcando il naso ti guadagni da vivere - stai forse irridendo la mia curiosità nei confronti delle persone e i miei tentativi di soddisfarla?»

«Tu e io siamo diversi» dissi. «Lo scopo della mia curiosità è mettere le persone in galera, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»

«Non c’è nessuna differenza» ribatté. «Lo scopo della mia è mettere le persone nei libri, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»

«Certo, ma a che serve?»

«Lo sa Dio. A che serve metterli in galera?»

«Allenta gli ingorghi stradali» dissi. «Se metti in galera abbastanza gente, le città non avrebbero problemi di traffico. Cosa sai di Gabrielle?»

Da La maledizione dei Dain (The Dain Curse, 1929) di Dashiell Hammett. Traduzione di Sergio Altieri.

L’ultimo vero bacio

Posted on Febbraio 21st, 2010 in Letture, ROSTA | No Comments »

Ogni promessa è un debito. Il mio l’ho saldato su Next Station.

[Un ringraziamento a Luca Conti che mi ha imbeccato il pezzo con la sua postfazione e a Salvatore Proietti che mi ha guidato nella stesura.]