Ci vediamo, in un italiano stentato

Posted on Aprile 28th, 2012 in Connettivismo | No Comments »

Qualcuno prima o poi dovrebbe decidersi qui da noi a operare una sistematica valorizzazione di Dick Hugo. Di questo grande poeta americano del Novecento e del modo in cui mi è capitato di imbattermi nelle sue tracce ho già parlato in questo vecchio post, nel cappello introduttivo che precedeva la traduzione mia e di Salvatore Proietti di una delle sue poesie più note, Degrees of Gray in Philipsburg. Si tratta di una dimenticanza ingiustificata e imperdonabile, nei confronti di un artista della sua levatura, amplificato dal legame che lo unì al nostro Paese.

Nel 1944, poco più che ventenne, Hugo arrivò in Italia per servire nelle file alleate. Assegnato alla 15ª Forza Aerea come membro dell’equipaggio di un bombardiere B-24, era di stanza a Cerignola, probabilmente in forza al 304° Stormo (sebbene nella sua autobiografia si menzioni il 484° Gruppo Bombardieri, raggruppato invece nel 49° Stormo). Vi rimase per otto mesi, in attesa di compiere le 35 missioni di guerra che gli avrebbero guadagnato il diritto di un congedo. Sarebbe tornato a casa con i gradi di primo tenente e, come si usava allora, una possibilità di accesso ai corsi universitari che di lì a qualche anno gli sarebbero valsa una laurea magistrale in scrittura creativa.

Sulla soglia dei quarant’anni, nel 1963, dopo dopo dodici anni trascorsi alla Boeing di Seattle, lasciò unimpiego ben pagato come scrittore tecnico per la compagnia e fece ritorno in Italia con la moglie, Barbara, senza altro progetto se non trascorrervi un anno o giù di lì in giro, vivendo solo dei risparmi messi da parte. Non proprio un colpo di testa, visto che lui e la moglie progettavano questo viaggio da tempo. Ma sicuramente una scommessa, dal momento che al ritorno si sarebbero trovati entrambi senza il becco di un quattrino e alle prese con la ricerca di un nuovo lavoro, cosa che come poche altre spaventa Hugo. Però, come racconta lui stesso nella seconda parte della sua autobiografia, The Real West Marginal Way, in un capitolo intitolato Ci vediamo, era un viaggio che sentiva il bisogno di fare.

L’Italia del ‘44 me la ricordavo bruna, grigia e spenta. Ogni città e ogni villaggio puzzavano. Nessun giovane nei paesi e niente bestiame nei campi. La guerra aveva preso gli uomini e i tedeschi il bestiame. Quella era l’Italia che mi aspettavo di trovare quando tornai. Odio ammetterlo, ma quella era l’Italia che volevo trovare. Mi ero innamorato di una terra triste, e ancora una volta la volevo triste.

Uno dei ricordi più forti che nel tempo lavorarono dentro di lui, anno dopo anno, fu quello di una giornata di vagabondaggio per le campagne pugliesi. Dopo essersi ritrovato a Spinazzola per un fraintendimento linguistico mentre cercava un passaggio di ritorno alla base, Hugo attraversò una campagna aliena, desolata, abbandonata a se stessa, che gli fece provare una pace forse mai provata prima, e proprio in pieno tempo di guerra.

Il terreno digradava e il vento risaliva lungo la collina, onda dopo onda. La musica e il movimento mi ipnotizzarono. Più l’erba ondeggiava, più mi abbandonavo a me stesso. Avevo già percorso questa strada da bambino? C’era qualcosa di familiare. Non mi preoccupavo di rientrare tardi alla base. Non mi preoccupavo della guerra. Non ne ero più parte.

Tardando il rientro avrebbe rischiato la corte marziale, ma in quella campagna trovò per qualche ora la misura della propria dimensione interiore. Rimessosi in cammino, alle porte di Canosa s’imbatté in una donna dai capelli neri, bellissima, e in sua figlia. La donna gli chiese un pacchetto di sigarette dalla stecca che aveva comprato per strada e Hugo, senza capire perché, rifiutò. Il ricordo di quel rifiuto - un episodio irrazionale e tutto sommato secondario, che in altre circostanze sarebbe stato presto dimenticato - scavarono dentro di lui, forse sviluppando la sensazione di una colpa o di un debito da saldare, al punto da richiamarlo in Italia a distanza di quasi vent’anni. E il ritorno, come scoprirà, ha il sapore di un viaggio nel tempo, più che di una riscoperta dei luoghi, anche perché i luoghi che si aspettava sono radicalmente cambiati nel tempo, ma schegge del passato continuano a sopravvivere negli angoli più inaspettati.

Leggere i suoi ricordi stratifica e consolida la comprensione di come quel legame poté instaurarsi e mantenersi a un livello profondo, per il resto della sua vita. Hugo sarebbe tornato in Italia poi una terza volta, nel 1967, questa volta da solo dopo il sofferto divorzio dalla moglie. Probabilmente sono le esperienze come l’infanzia e la guerra a propiziare certi vincoli emotivi. Ma non penso sia un caso se le sue poesie sull’Italia (raccolte in una silloge emblematicamente intitolata Good Luck in Cracked Italian, al suo ritorno dal terzo viaggio, e che io ho recuperato nella raccolta completa di tutte le poesie di Hugo Making Certain It Goes On, che prende il titolo proprio da un poema ambientato sulle rive del Big Blackfoot River - gira e rigira tutto è connesso) riescono a riprodurre affreschi così efficaci, sofferenti e partecipati delle nostre città, dei nostri paesi e delle nostre campagne: Cerignola, Spinazzola, Maratea, Paestum, Napoli, il Cilento, la Murgia. Come non è un caso se fin dalla prima volta che mi sono imbattuto in Degrees of Gray in Philipsurg, a partire dalla traduzione dei primi versi a opera di Luca Conti nell’epigrafe che apre L’ultimo vero bacio di James Crumley, ho sentito così vicina questa poesia su un posto sperduto nel Montana più profondo.

A clockwork lemon

Posted on Maggio 13th, 2011 in Micro, Transizioni | No Comments »

Il titolo non si riferisce a una provocatoria pièce dal retrogusto steampunk, ma gioca sul rischio delineato in un articolo on line del National Geographic, che riprende un dossier sulla quiescenza del Vesuvio pubblicato sulle pagine della rivista nel 2007. Sarà il disastro del Diciannove? Non è questa la sede per fare del facile allarmismo. Il dibattito tra gli studiosi sulle contrimisure da adottare in caso di eruzione è aperto.

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 2 Comments »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Un futuro di +toon, Mbps e kipple

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Micro, Proiezioni | No Comments »

Mini-rassegna stampa in attesa di tempi migliori per postare. Per il momento si tratta di due semplici notizie. Ma sono due gran belle notizie. Starà al tempo dirci se promesse e aspettative, per il momento altissime, verranno mantenute.

Ieri avrete letto sul blog di Urania l’annuncio che riguarda l’acquisizione dell’opzione cinematografica di Infect@ da parte di un produttore/sceneggiatore italiano: teniamo le dita incrociate per Dario Tonani, che merita questa e molte altre soddisfazioni ancora.

Oggi invece apprendiamo dell’intenzione del primo ministro labour Gordon Brown di disegnare un futuro digitale per il Regno a venire.

E per la loro attualità segnalo via Repubblica.it due ulteriori letture: in un’intervista della scorsa settimana Roberto Saviano fotografava la triste realtà - politica, sociale, culturale - della Campania; ieri Piero Colaprico ci raccontava la guerra multietnica delle giovani bande nelle nostre città.

Contro il sistema

Posted on Febbraio 4th, 2010 in Accelerazionismo | No Comments »

C’è una cosa in Campania che negli anni si è dimostrata per la sua gente altrettanto dannosa del sistema camorristico: è il suo sistema politico, un trionfo bizantino di caste e clientelismi che sconfina per sua natura nel sistema parallelo dell’anti-Stato per eccellenza. Trasformata da Bassolino nel suo feudo, calpestata senza pietà e sfigurata agli occhi del mondo, la Campania si trova adesso a un bivio.

Però questa è anche una situazione che potrebbe impartire l’ultima lezione al partito senza base che dalla sua fondazione aspira a un ruolo improponibile di governo, al di là della portata della sua classe dirigente. Uno dei diritti negati ai giovani del 2010, rispetto ai giovani di trent’anni fa, è l’impossibilità di votare per una forza di sinistra che possa aspirare a un peso specifico, che sappia mettere l’interesse nel futuro davanti alle contingenze del presente e possa offrire un’alternativa concreta all’egemonia culturale e sociale dell’autocrazia neofascista alla cui instaurazione il PD ha efficacemente contribuito. E questa è la sconfitta del PD e dei suoi papaveri, prima ancora che dell’insignificante nebulosa di partitini post-comunisti con l’unica vocazione di una nuclearizzazione infinita.

Alle prossime regionali, in Campania si fronteggeranno due sistemi politici con un unico comune denominatore: la benedizione dei santi di Gomorra. Nello scontro tra i due candidati finora usciti dai rispettivi conclavi, il sistema avrà la rassicurante certezza che chiunque la spunti niente verrà intaccato nella sua gerarchia di traffici e interessi. Per questo, anche se non mi sento di sottoscrivere l’appello perché in un affare tanto delicato nessuno ha il diritto di porre pressioni su qualcuno per ottenerne il coinvolgimento, oggi metto nero su bianco che una lista o coalizione di liste raccolte intorno a una figura di ineccepibile rigore morale può essere l’unica ragione a spingermi di nuovo a mettere una croce su una scheda. Quindi, aspetto con curiosità gli sviluppi.

Ha da passà a nuttata

Posted on Novembre 10th, 2009 in Agitprop, Kipple | 3 Comments »

Ma sarà davvero così? Solo un anno fa un’inchiesta dell’Espresso accendeva i riflettori sul “candidato dei casalesi”. La lunga notte è proseguita con le voci sempre più insistenti sulla candidatura del sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore regionale del Pdl, alla poltrona di governatore della Campania. Un ruolo, quello della presidenza, praticamente servito alla destra su un piatto d’argento dal governatore in carica Bassolino, grazie alla sua politica di clientelismo e ignavia degna di un Vicerè (si rimanda alla gestione della Crisi Rifiuti per rispolverare un po’ i ricordi). Comunque, oggi qualcuno si accorge che forse, alla fine della fiera, per una volta prevenire potrebbe essere meglio che curare. E’ comunque presto per parlare di sussulto di coscienza per la nostra democrazia malandata: gli indizi erano già da un pezzo piuttosto eloquenti, quindi probabilmente l’iniziativa della magistratura era solo una questione di tempo. Il rischio ora è che finisca per arenarsi nelle secche delle immunità e dell’iter autorizzativo della giunta della Camera, ma non sarebbe una sorpresa.

Contro il silenzio e l’indifferenza, consiglio di leggere l’intervento di Roberto Saviano su Repubblica. Ne riporto uno stralcio.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte “semilegale” del business dell’immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell’anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all’area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l’avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall’altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini “loro”, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare “vecchia maniera”, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.

E intanto si monta un’allegra bagarre intorno alla sentenza di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche (ancora una volta tutti uniti, a destra come nel PD, per difendere un privilegio che nessuno saprebbe come giustificare sul piano dei valori e del rispetto civile senza tirare in ballo il sacro “valore della tradizione”) e un altro sottosegretario (alla Presidenza del Consiglio) non esita a dare prova delle sue doti di carità cristiana nell’insultare l’intelligenza degli italiani e la memoria della vittima di uno Stato allo sbando. Siamo messi bene, non c’è che dire.

Nel segno del dominio

Posted on Luglio 10th, 2009 in Agitprop, Kipple, Stigmatikos Logos | No Comments »

Mai eccedere con il buonumore… La triste realtà ci riporta con i piedi per terra senza farsi pregare. Apprendo da Spreconi.it che tutti gli imputati coinvolti nel processo per le tangenti della Ricostruzione post-terremoto 1980 sono stati assolti per prescrizione.

Dicono che quel terremoto permise di costruire il potere di una nuova classe politica, garantendo carriere e fondi grazie alle tangenti della ricostruzione. Dicono che grazie agli oltre tremila morti provocati dalla scossa che il 23 novembre 1980 devastò Campania e Basilicata aprendo ferite sociali e urbanistiche mai risanate una nuova leva di uomini di partito si arricchì. Dicono che tutto venne deciso in base a mazzette e quote di partito, perchè non ci sarà mai una sentenza. Ventinove anni dopo quel sisma terribile, politici e imprenditori sono stati tutti assolti. E questo non perchè la corte li ha riconosciuti innocenti, accogliendo la loro difesa. No, l’assoluzione è scattata per prescrizione: è passato troppo tempo per giudicarli.

Frutto della logica del dominio che imperversa in questo Paese, tutto tagliato su misura per le zanne e gli artigli dei lupi pronti a sbranarne la carcassa. La notte della democrazia non è ancora passata. Benvenuti in Bassitalia!