Olonomico: le connessioni empatiche di Sandro Battisti

Posted on Novembre 12th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, ROSTA | 6 Comments »

Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse e False Percezioni) è uscito da pochi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione, inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a una visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani, pubblicata su HyperNext in concomitanza con questo mio intervento. Sperando di far cosa gradita a tutti voi e soprattutto di invogliarvi alla lettura del testo, che merita davvero la vostra attenzione, pubblico qui il mio contributo, dal titolo:

Le connessioni empatiche di Sandro Battisti con i mondi perduti e gli infiniti mondi possibili futuri

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Connect/Dis-connect

Posted on Marzo 19th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | No Comments »

Anche l’ultimo post su HyperNext, ispirato dagli articoli di Alan D. Altieri su Carmilla, può essere inquadrato nel più generale discorso degli ultimi giorni sulle strategie di risposta ai guasti arrecati alla nostra cultura come alla nostra coscienza civile dal “ventennio laido” da cui ci stiamo impegnando a uscire, a fatica e sperando sempre che non sia troppo tardi.

Stati indotti di narcolessia [5]

Posted on Agosto 26th, 2011 in Connettivismo, Criptogrammi, Graffiti | No Comments »

Ci intercettano a metà dell’opera. Auto rapaci della Polizia Nova piombano su di noi con implacabili manovre da pirati della strada. Vogliono la nostra testa e sono disposti a tutto per prendersela.

“Lee, bastardo fottuto!” esclama Jim. Poi, a mio beneficio, aggiunge: “E’ l’alter-ego di Bill, un mio vecchio amico. Lo conosco bene. Avrebbe fatto meglio a tenersi le azioni della B. Corp.”

“Come? Ma non doveva essere un lavoro tranquillo?”

“Senza la Polizia Nova, lo sarebbe stato senz’altro. Il loro arrivo complica un po’ le cose”.

“B. Corp.? E’ la Burroughs Corporation di cui parlavi prima?”

“Esatto” urla Jim, per sovrastare il grido delle sirene intorno a noi. Mi reggo forte, mentre cambia marcia e tenta una manovra di evasione approfittando di un semi-tappo nel traffico. “Proprio lui. Il mio vecchio amico Bill. Nel mio tempo, è stato un mio collega. In questo segmento, è stato Willy l’Uraniano, socio in affari di Blicero. Ma la Polizia Nova può spostarsi tra gli universi, saltare da una linea all’altra. E Lee viene da un posto che non vorrei mai vedere. Lascia che te lo dica, a differenza di Bill, l’ispettore è un gran bastardo figlio di puttana. Un sadico e un aguzzino. Se ci prende siamo fottuti”.

Vengo sballottato sul sedile della Pontiac come un pacco. Poi moloch rilascia con l’assenso del pilota la sesta singolarità e due delle cinque vetture che ci stanno alle costole ci sbattono contro senza nemmeno accorgersene. Vengono proiettate in una dimensione alternativa, in cui forse dovranno vedersela con una civiltà che non ha nulla di biologicamente riconducibile all’umano.

“Non posso rifarlo” si scusa Jim. “La nostra scorta si assottiglia”.

“Forse possiamo riprovarci più avanti”.

“Ormai avranno mangiato la foglia, ci presteranno attenzione. Però hai ragione, ragazzo. La missione va portata a termine”.

Meno quattro…

The Unseen Sea from Simon Christen on Vimeo.

Puntate precedenti
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Stati indotti di narcolessia [4]

Posted on Agosto 19th, 2011 in Connettivismo, Criptogrammi, Graffiti | No Comments »

Il perché delle autostrade per il nostro tragitto lo ricostruisco dalle passate conversazioni con Jim. Le strade sfuggono al consueto flusso del tempo, sono zone franche, terra di nessuno. Le uniche distorsioni alla regola vengono dagli incidenti automobilistici, che rappresentano l’irruzione del tempo nella loro dimensione. Ma in assenza di scontri, collisioni, urti, guasti e uscite di strada, le strade conservano la loro prerogativa di vivere al di fuori del tempo. E l’effetto si amplifica con la velocità, quindi le autostrade ne esaltano la caratteristica.

Disseminiamo le nostre mine spazio-temporali seguendo uno schema che Jim deve essersi prefisso da tempo.

Il moloch sgancia la prima e Jim commenta: “Cosa sarebbe successo se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata interrotta da un’invasione aliena?”

Dieci chilometri e tre uscite più tardi, via la seconda e Jim aggiunge pensoso: “Se il Giappone avesse scoperto l’America?”

Ancora un paio di uscite, terza singolarità. Jim chiosa: “E se Bill Burroughs avesse ereditato la Burroughs Corporation e ne avesse fatto la IBM oppure la Apple della sua epoca?”

E via di questo passo. Dietro i miei occhi, scorrono immagini di questi universi alternativi, storie parallele che risucchieranno gli incauti automobilisti destinati a entrare in collisione con le crono-bombe nella nostra scia.

Mi sento come un corsaro. Ma l’autostrada è sicura, per noi. Me lo ripeto come un mantra, pensando a quello che stiamo facendo, alle anomalie che stiamo incapsulando nella trama del reale. Ripenso alla narcolessia e mi perdo ancora una volta sull’interfaccia tra la coscienza e il sonno.

“S.I.N.”

“Cosa?” fa Jim al mio fianco, senza distogliere gli occhi dal nostro cammino.

“Sinner” dico. “Stati Indotti di Narcolessia. S.I.N. Come peccato”.

“Siamo tutti dei peccatori, ragazzo” mi consola Jim. “Fattene una ragione e non dartene pena”.

Continuo a entrare e uscire dalla realtà, mentre la missione prosegue. Nella mia testa riverberano le parole di Jim, pronunciate ora oppure un secolo fa, impossibile a dirsi.

“La terza guerra mondiale non è mai finita, ha solo trovato un campo di battaglia nuovo, adatto ai tempi che corrono”.

The Aurora from Terje Sorgjerd on Vimeo.

Puntate precedenti
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Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

Underworld: la gabbia memetica di Don DeLillo

Posted on Ottobre 17th, 2010 in Criptogrammi, Letture | 2 Comments »

Non credo di aver trascorso mai tanto tempo immerso nelle pagine di un libro quanto ne sto trascorrendo su Underworld, di Don DeLillo. Ho intervallato ad altri libri la sua lettura tante di quelle volte che le sue pagine devono essere finite per impastarsi con la polpa di tutti gli altri libri che continuano ad accumularsi sui miei scaffali, le mie scrivanie, i miei comodini e i miei armadi. Ed è stupefacente come il tutto si combini alla perfezione, in un amalgama coerente che riesce a inglobare e assimilare ogni cosa, a incorporare e giustificare ogni frammento di realtà venga a trovarsi nel suo campo gravitazionale.

Mentre mi appresto a concluderlo, la trama continua a dispiegarsi davanti ai miei occhi con una coerenza e un rigore che ha del sovrannaturale, a giudicare dal caos di situazioni, episodi, riflessioni, ricordi e storie che DeLillo interseca nelle sue pagine, portando la storia degli uomini a scontrarsi con quella di una città, di una nazione e del mondo intero, mentre l’immaginario collettivo decanta intorno a nuclei minimi di significato di varia rilevanza (il fuoricampo di Bobby Thomson, la bomba H dei sovietici, la figura di J. Edgar Hoover, le performance di Lenny Bruce). Come testimonia l’insistenza sul Botto che ha Fatto il Giro del Mondo e il focus sugli acronimi che raggiunge il suo apice nel bellissimo brano di pag. 255, DeLillo costruisce una gabbia memetica per imbrigliare il mondo e la storia.

Retrovirus nel sangue, acronimi nell’aria. Edgar sapeva cosa rappresentava ogni singola lettera. AZidoThymidine. Azt. Human Immunodeficiency Virus. Hiv. Acquired Immune Deficiency Syndrome. Aids. Komitet Gosudarstvennoj Bezopastnosti. Sì, il Kgb faceva parte dello sciame che si moltiplicava, dell’esplosione cellulare che doveva essere distillata e contrassegnata da iniziali per essere vista.

Quando poco sopra mi riferivo alle sovrapposizioni di Underworld con le altre letture fatte nel frattempo, pensavo a due passaggi significativi che riguardano la figura di Albert Bronzini (che poi fu in qualche modo la ragione per cui acquistai il libro nel remoto 2002, in una libreria appena aperta nell’atrio della Stazione Tiburtina, dopo aver letto queste parole che sono l’inizio della Parte sesta del romanzo: “Bronzini pensava che camminare fosse un’arte. Quasi ogni giorno dopo la scuola usciva all’aperto, lasciando che la strada producesse un miscuglio di suoni, forme e movimenti, lasciando che le voci cadessero e gli aromi si spandessero in modi che variavano, ma non troppo, da un giorno all’altro.“).

Il primo si trova a pag. 718:

I bambini trovano sempre un modo. E’ come se riuscissero a schivare il tempo e le devastazioni del progresso. Ho l’impressione che operino in uno schema temporale completamente diverso.

L’altro a pag. 745-746 si riferisce a una partita di scacchi ma subito ne trascende i confini:

Ascoltò Mr. Bronzini in soggiorno. Stava parlando della verità di una posizione. La radio trasmetteva un serial intitolato «Orizzonti radiosi» o «Un radioso domani» o «Giorni radiosi», e ogni posizione ha una verità, disse Bronzini a Matty. E devi cercare una verità profonda, non una verità superficiale. Una posizione degna di essere difesa fino alla morte.

Se il primo non può mancare di stimolare nell’orecchio dell’appassionato di fantascienza delle assonanze fin troppo eloquenti (a Ballard, a W.S. Burroughs e a tanto cyberpunk), nel secondo colgo riferimenti a situazioni personali che nella loro banalità avvalorano le caratteristiche di universalità che da sempre investono la grande letturatura.

Ancora nel Vortice

Posted on Ottobre 5th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

L’ora di Malin Kurylenko è finalmente arrivata. Me ne ha appena dato notizia l’editore, annunciandomi che da domani pomeriggio sarà su Bookrepublic e nel frattempo si trova già in approvazione per Amazon. L’uscita dell’e-book è stata anche l’occasione per iscrivermi a Goodreads.com (la pagina d’autore è stata predisposta da Giuseppe Granieri, che ringrazio), che rischia di diventare una droga peggiore di Anobii… Considerando il work in progress sul sito di 40k Books, ne approfitto per aggiornare anche il link alla pagina ufficiale della novelette.

Da quelle parti mi sto ancora acclimatando, ma qui mi piacerebbe spendere due parole su Codice Arrowhead, che nasce con un altro titolo per la rivista di cultura connettivista Next, e che adesso si accinge a vivere una seconda vita in formato elettronico. O meglio, avendone già parlato a suo tempo, tornarci sopra per una presentazione mirata a questa uscita.

Codice Arrowhead è la storia di una caccia. Come nella più classica delle cacce, ben presto si perdono le coordinate che ci permettono di distinguere il cacciatore dalla preda. E come ancor più spesso accade nelle cose che scrivo, l’ambientazione reclama l’attenzione del lettore. Questa volta - per la prima volta nella mia fiction - siamo in Medio Oriente, in un’immaginaria città della West Bank, la Cisgiordania occupata da Israele, che qui è anche il luogo di un’anomalia psicogeografica, un vortice temporale che porta epoche diverse a sovrapporsi sul cuore della Città Vecchia di Yass-Waddah. E’ un ritorno nella Zona, ma in circostanze più dinamiche (con un’interessante, per me, deriva spionistica) di quanto non avvenisse nel racconto omonimo incluso in Revenant. Quaggiù la sopravvivenza diventa davvero questione di un millimetro o, a seconda dei punti di vista, di una frazione di secondo. Eppure qualcuno sembrerebbe avervi insediato la propria base operativa. Qualcuno che forse è qualcosa di diverso da quello che tutti credono, compresa Malin Kurylenko. E che con lei potrebbe stringere un patto…

Questo è l’incipit:

L’attività della contraerei intesseva una fitta ragnatela fluorescente nel cielo di Yass-Waddah, Z.I. Le microluci danzavano sul campo virtuale delle retine di Malin, scandendo l’astrazione di una musica visiva. Una barriera intangibile tagliava fuori dal suo sensorium il tuono delle esplosioni, relegato in uno spazio esterno che sembrava distante anni luce da lei.

Sulle strade si depositava la polvere del tempo, strappata ai muri e ai tetti da decenni di fiera e insensata battaglia, quando un avviso acustico reclamò la sua attenzione.

Il rilevatore di movimento aveva individuato qualcosa alla sua destra. Ne trasmise la localizzazione al display tattico e l’immagine a infrarossi di un gatto si sovrappose al suo campo visivo. Il felino alzò la testa dai rifiuti in cui stava rovistando e scrutò l’intrusa con occhi scintillanti e vibrisse in allerta, cacciando un miagolio di sfida.

– Hai ragione, gatto. Scusa se ho interrotto la tua cena – disse la ragazza, consapevole della registrazione operata dalla tuta cibernetica. – Tolgo subito il disturbo.

L’imprevisto l’aveva lasciata senza fiato. Approfittò dei secondi necessari a recuperare il biocontrollo per valutare la propria posizione nel reticolo topografico della Città Vecchia. Non era lontana dal cuore del Vortice. Dopo tre ore di ricognizione non aveva ancora scorto tracce del comandante Hawksmore, né degli enfants terribles.

Codice Arrowhead è un racconto sulla guerra, quando la guerra diventa una condizione mentale. Ed è un racconto sul cambiamento e sulle diverse velocità che le persone dimostrano nell’adattarsi al passo dei tempi. Deve molto a diversi grandi scrittori, di genere (Alan D. Altieri, Richard K. Morgan, Greg Egan) e non (William S. Burroughs, Jorge Luis Borges), senza la cui lezione non sarebbe mai stato scritto. Spero che possa restituirvi almeno in parte l’angoscia che mi ha riservato la sua stesura.

Vanishing Point: racconto inedito su Continuum n. 33

Posted on Settembre 8th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

E’ in linea da ieri il numero 33 di Continuum, rivista telematica di fantascienza curata da Roberto Furlani che con questa edizione celebra i suoi primi dieci anni di attività. Un numero speciale per i contenuti, con ben 9 racconti e una mole considerevole di recensioni e articoli, tra cui un’intervista a Ro e un approfondimento di Carmine Treanni (direttore di Delos SF) sulla fantascienza italiana e i suoi rapporti con la rete.

Nella sezione narrativa trovate il racconto di Sandro Battisti Tiberias sullo sfondo di Bisanzio (nuovo episodio del ciclo dell’Impero Connettivo) e una mia novelette scritta per l’occasione. Vanishing Point è nata su invito dello stesso Furlani, come seguito diretto di Orizzonte degli eventi, già apparso qualche tempo fa sulle pagine della sua webzine. Ve ne anticipavo la stesura l’anno scorso di questi tempi e, come dicevo allora, è un racconto da intendersi come tassello centrale di un trittico che ho voluto identificare sotto l’etichetta di Cronache del Gorgo. Fantascienza post-cyberpunk e postumanista di ambientazione spaziale, con chiari echi di Samuel R. Delany, William S. Burroughs e M. John Harrison. Spero che possa piacervi, in ogni caso lo spazio qui sotto è aperto ai vostri commenti.

Intanto non posso che augurare a Continuum, al suo comandante Roberto Furlani e a tutta la ciurma 100 di questi giorni… A velocità di fuga!

Le sottili implicazioni temporali ed esistenziali di Rant Casey e della famiglia Shelby

Posted on Settembre 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 2 Comments »

La lettura di Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, romanzo di Chuck Palahniuk del 2007 (Rant in originale), solleva un’interessante catena di paradossi legati all’ipotetico sfruttamento dei viaggi nel tempo. Il gioco letterario è riconducibile al classico “paradosso del nonno”, topos classico della letteratura di fantascienza, ma Palahniuk ne fa un uso decisamente originale, sospinto dalla consueta verve e dal gusto per il bizzarro e il grottesco.

Questo libro è stata una delle letture più interessanti della mia estate, anche in virtù della sua natura di meccanismo narrativo da forzare per giungerne alla comprensione. Per fare ordine nei miei pensieri, riporto in questo post le mie riflessioni, una sorta di appendice alla recensione uscita su Fantascienza.com.

Personaggi e riferimenti

Visto il numero dei personaggi coinvolti, può tornare utile avere una lista di nomi a cui fare riferimento per sbrogliare la matassa. Quindi eccone un elenco di immediata consultazione:

Buster Casey, detto “Rant”
Chester Casey, padre di Rant
Green Taylor Simms, alias di Charlie Casey
Irene Shelby in Casey, madre di Rant
Esther Shelby, madre di Irene e nonna di Rant
Hattie Shelby, madre di Esther e nonna di Irene
Bel Shelby, madre di Hattie e nonna di Esther
Echo Lawrence, ragazza di Rant
Shot Dunyun, party crasher
Tina Qualcosa, party crasher e speaker radiofonica

I riferimenti alle pagine e i brani riportati a scopo di esempio sono tratti dall’edizione 2010 del volume pubblicato nella Piccola Biblioteca Oscar della Mondadori, traduzione di Matteo Colombo.

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Dennis Hopper (1936-2010)

Posted on Maggio 30th, 2010 in Graffiti, Proiezioni | 1 Comment »

Addio, Mr. Hopper. Forse non in maniera altrettanto incisiva di quanto ti era riuscito con la generazione precedente alla mia, avevi saputo comunque segnare in maniera decisiva il mio immaginario. Sarebbe bastato il tuo ruolo in Blue Velvet, ma hai fatto molto di più. Per questo per me eri un mito ben prima di oggi. Mi mancherai per i film a cui non presterai più le tue doti di caratterizzazione e il tuo sorriso sardonico e mefistofelico. Punta il tuo camion spaziale verso le stelle.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

True Romance - Una vita al massimo - scena madre

Cercando materiale video che lo riguardasse, mi sono imbattuto in questa sequenza tratta da The Source (1999), documentario di Chuck Workman dedicato alla Beat Generation. In esso Dennis Hopper veste i panni di William S. Burroughs e recita alcuni passi dei suoi lavori, impersonando l’alter ego dell’autore del Pasto nudo.

William Dennis Seward Hopper Burroughs