Iron Man: Extremis

Posted on Giugno 5th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Graffiti, Postumanesimo, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Mi piace parlare delle cose che contano. Mi piace parlare delle vere scoperte scientifiche. Non di aspirapolvere assassini e telefoni satellitari che nessuno comprerà mai. Perché parlare sempre in termini di merce? Perché pensare che il futuro sia solo un’opportunità per vendere? Non mi piace.

Tony Stark

La verità essenziale — e cioè che oral’america è governata da un conglomerato post-politico di multinazionali — è dura da digerire. E’ più facile pensare che la strada per la libertà richieda di starsene in piedi su una gamba sola per un’ora. Siamo di fronte al futuro, ma non riusciamo a vederlo.

Sal Kennedy

Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, trovate in tutte le edicole raccolta in un solo volume Extremis, la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità.

In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti, sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Warren Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana.

“Sono giunto a considerare l’LSD un’abrasione psichiatrica” sostiene a un certo punto Sal Kennedy, guru e futurologo a cui Stark finirà per rivolgersi ancora in futuro. “Attinge alla tua memoria con un criterio casuale. Il DMT e i funghi sono più vivaci e interessanti. Il DMT mi interessa perché ti porta al di là di quello che è la tua memoria. Sai che il sessanta percento delle persone hanno le stesse allucinazioni con il DMT? Terence McKenna li chiamava elfi frattali. Piccoli artefatti tecnologici saltellanti che si esprimono con un codice elementare che, qualunque sia la loro lingua, tutti possono capire. Lui pensava di aver raggiunto l’Aldilà. Io credo sia il sistema operativo del corpo umano.
Il cervello è progettato per assorbire e processare il DMT, lo sapevi? Credo che siamo fatti per assumerlo. Che siamo fatti per vedere i nostri stessi sistemi operativi. Forse dobbiamo modificarli. Forse dobbiamo cambiare i nostri stessi corpi.
Le droghe sono tecnologie, Tony. Nei luoghi in cui è sorta la civiltà, c’erano funghi psichedelici. E’ dimostrato che quei funghi aumentano la percezione visiva. Questo rendeva gli uomini di allora cacciatori migliori.
L’armatura di Iron Man che hai costruito, Tony… ha sensori, zoom e così via? [...] Stessa cosa. [..] Non vi siete allontanati molto dal branco, no?”

E questo è solo un assaggio di quello che può fare Ellis, che con le sue storie proprio come Sal Kennedy cerca ripetutamente di “inculcarci una visione del futuro”, senza risparmiarci i richiami all’attualità. Extremis era già stata pubblicata nel 2006 da Panini Comics e in quell’occasione Ivan Lusetti gli dedicò una recensione su Fantascienza.com. Adesso i ritardatari potranno recuperarlo in “Supereroi. Le Grandi Saghe”, la collezione riproposta da Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

Con le lenti del futuro

Posted on Maggio 5th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Transizioni | 6 Comments »

Si chiamano head-up display (in breve HUD, letteralmente: “visori a testa alta” e, per estensione, “visori a sovrimpressione”, qui la voce Wikipedia) e, sono pronto a scommetterci, entreranno nelle nostre vite rivoluzionandole come è successo per la musica tascabile e i dispositivi cellulari. E sapranno rivelarsi forse ancora più rivoluzionari, perché potrebbero schiuderci una nuova prospettiva sul mondo, vincendo la resistenza alle modifiche fisiche (come l’integrazione di chip o innesti elettronici) che potrebbero trattenerci dallo spiaccare il Grande Balzo. Con queste lenti “olografiche” le reti ubique che si apprestano a prendere il sopravvento della nostra gestione/percezione dello spazio antropico nei prossimi dieci anni riusciranno a essere decisamente più immediate e interattive, senza il bisogno di includere parti estranee nei nostri corpi.

L’argomento dell’augmented reality mi sta particolarmente a cuore avendone affrontato le potenzialità in più di un’occasione (per esempio nel racconto Orfani della connessione, tradotto anche in inglese per Next International). Altrove, in qualcosa in corso di stesura, mi ero spinto ad affibbiare un nome alla tecnologia: ricorrendo alle tecniche di contrazione pseudo-commerciale messe in atto, tra gli altri, da Michael Marshall Smith, li avevo battezzati videoSpex. Niente di particolarmente innovativo, comunque, essendo questi simpatici ammennicoli già prospettati - in maniera comunque molto personale - da Luce Virtuale di William Gibson (1994) e inoltre presenti, come un sacco di altre sciccherie avveniristiche, in Ghost in the Shell.

Solo, ora come ora, mi sembra impossibile immaginare un futuro in cui la nostra interazione con la Rete non sia più immediata, interattiva e ubiqua di quanto non sia già oggi. E questi display indossabili mi sembrano metterci sulla strada più agevole verso quel futuro.

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

Ponti nanotech per connettere i neuroni

Posted on Dicembre 27th, 2008 in Accelerazionismo, Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Nanotubi di carbonio per ristrutturare percorsi neuronali, ripristinare connessioni neurali danneggiate o predisporre un’interfaccia cerebrale tra le funzioni native della nostra psiche ed eventuali innesti artificiali (augmented intelligence). La nuova frontiera dell’integrazione uomo-macchina è un passo più vicina, con tutte le ricadute che potrebbe avere sulla nostra percezione/rappresentazione/fruizione del mondo (augmented reality). Grazie a uno studio congiunto di ricercatori svizzeri e italiani (via Le Scienze e Corriere.it).

“Ci sono tre ostacoli fondamentali allo sviluppo effettivo delle neuroprotesi,” ha affermato Henry Markram del Laboratorio di microcircuiti neurali del Politecnico di Losanna, uno degli artefici della scoperta. ”Il primo è l’interfacciamento stabile delle apparecchiature elettromeccaniche con il tessuto nervoso; il secondo è la comprensione di come stimolare il tessuto nervoso; e infine il terzo è la comprensione di quali segnali nervosi registrare affinché l’apparecchiatura decida in modo automatico e appropriato lo stimolo. La nuova tecnologia di interfaccia al nanotubo di carbonio, unita con le più recenti simulazioni delle interfacce cervello-macchina può essere la chiave per lo sviluppo di tutti i tipi di neuroprotesi, per la vista, l’udito, il gusto, il movimento, l’eliminazione degli attacchi epilettici, il bypass spinale e anche per la riparazione e perfino il miglioramento delle funzioni cerebrali.”

Let’s talk about sex: quattro integrazioni

Posted on Ottobre 1st, 2008 in Fantascienza, Letture | 3 Comments »

Mi sono reso conto di avere lasciato fuori dall’articolo sul sesso nella fantascienza almeno quattro autori che potevano vantare tutti i diritti di essere tirati in ballo. Si tratta di quattro vecchie conoscenze cyberpunk e post-cyberpunk. In effetti, il movimento degli anni ‘80 sembrava poco rappresentato dai titoli passati in rassegna. Ma anche gli autori che si sono nutriti della sua sensibilità hanno prodotto validissime visioni nel campo, magari un po’ cupe e ossessive, ma comunque dignitose di essere ricordate.

Partiamo con un romanzo breve recentissimo, La moglie del Djinn di Ian McDonald (Djinn’s Wife, disponibile anche on-line sul sito della Asimov’s SF), premio Hugo 2007, pubblicato in Italia sul numero 53 di Robot. Una storia d’amore dalla Singolarità, che trasfigura su uno sfondo vivido e accattivante conflitti culturali purtroppo sempre attuali, denunciando l’ottusità dei governanti che non esitano a trasformarsi in terroristi e regalandoci un’immagine dal fortissimo impatto emotivo, nell’accostamento delle IA (aeai, come vengono chiamate da McDonald) della nuova era alle divinità della tradizione hindu, schierate in assetto di guerra nel cielo di Delhi. L’India di McDonald è frammentata, diremmo balcanizzata, e le avvisaglie di una Guerra dell’Acqua minacciano di incrinare i rapporti tra lo stato di Bharat (ciò che resta dell’antica Unione Indiana) e Awadh, che si affaccia sulle rive settentrionali del sacro fiume Gange. Nel corso delle trattative per scongiurare il conflitto, una aeai del corpo diplomatico di Bharat inviato a Delhi, A.J. Rao, si innamora della leggendaria danzatrice Esha Rathore. Quello che potrebbe risolversi nel più astratto degli amori platonici, nel mondo di McDonald si trasforma in una passione sfrenata in cui anche la carne riceve l’opportuno ristoro. Perché i dispositivi di augmented reality indossati dai suoi abitanti consentono di amplificare lo spettro degli stimoli ambientali, e questo spettro nelle “mani” di un’aeai può produrre esiti sorprendenti. Se poi consideriamo che l’aeai in questione non si accontenta di dispensare l’estasi cibernetica alla sua compagna ma azzarda anche qualche ardita manipolazione sulla scala delle nanotecnologie, ecco che il suo intento di procurarsi una discendenza appare un po’ meno folle di quanto poteva sembrare in un primo momento.

Il tema dell’amore tra costrutti artificiali ed esseri umani non è inedito. I primi fuochi dei nuovi amori del XXI secolo avevano già brillato in Aidoru (in originale Idoru), romanzo del 1996 firmato da William Gibson, in cui il leader di una rock-band annuncia al mondo le sue nozze con Rei Toei, l’aidoru del titolo. Ne ho parlato nel doppio articolo monografico dedicato al grande autore americano, dove scrivevo:

Aidoru” è l’adattamento nipponico del termine inglese ”idol” e Rei Toei, in effetti, è una popstar programmata per far leva sul desiderio di immedesimazione di teenager e otaku: “un costrutto di simulazione, un insieme di componenti software, la creazione di progettisti informatici” che hanno distillato le acquisizioni della fisica e della matematica per sintetizzare la formula del successo assicurato. Malgrado — o proprio in virtù di — questo, Rei Toei è anche una “architettura di desideri” che esercita con forza irresistibile il fascino della seduzione. L’immagine olografica venerata da milioni di fan sparsi in tutto il mondo non è che la proiezione di una struttura di dati, così nell’amore dichiarato per lei da Rez si può finire per leggere una parabola postmoderna sulla dicotomia illusione/realtà, possibilità/impossibilità, incentrata sulla frustrazione in cui si consuma il desiderio di possesso della rockstar.

Il più paranoico dei racconti di Gibson, New Rose Hotel (1981, incluso nella raccolta La notte che bruciammo Chrome e fonte di ispirazione per un notevole film di Abel Ferrara, memorabile anche per una delle rare interpretazioni decorose di Asia Argento), è incentrato sull’ossessione di uno specialista in defezioni aziendali per la prostituta che dovrebbe fungere da esca nel suo prossimo piano. Si tratta di sesso all’antica: tra uomo e donna, laddove la donna riesce a far valere tutti i propri punti di vantaggio. Facile intuire che qualcosa finisce per andare storto, ma nelle mani di Gibson la regressione psichica del protagonista si trasforma in un piccolo gioiello crepuscolare, una ballata per un cowboy postmoderno dal destino segnato.

Ma di poco raccomandabili prostitute, le opere di Gibson sono zeppe. Dal racconto che dà il nome alla raccolta, fino a Neuromante (Neuromancer, 1984) in cui Molly Millions rivela a Case i suoi trascorsi da meat puppet (letteralmente: “bambola di carne”) tossicomane, un tempo intrappolata nel giro degli snuff movie.

Ancora di bambole si parla in Fairyland dell’inglese Paul J. McAuley (1995). Le Bambole sono qui dei surrogati sintetici, costrette a ingegnose forme moderne di schiavismo, ma presto al centro di una cospirazione per sovvertire l’ordine mondiale.

Altri simulacri destinati al mercato degli appetiti sessuali sono le ginoidi al centro dell’acclamata trilogia dei Morti di Richard Calder. Dei titoli che la compongono, Dead Girls (1992), Dead Boys (1994) e Dead Things (1996), solo il primo è approdato in Italia, pubblicato dalla Nord con il titolo di Virus Ginoide nel 1996. Il ciclo si dipana a partire dal 2071, dopo che un contagio virale trasmesso per via sessuale ha infettato strati sempre più vasti della popolazione maschile e gli effetti si sono ripercossi sulla loro prole femminile. Le ragazze nate da genitori infetti, all’ingresso nella pubertà, sperimentano la metamorfosi in bambole ginoidi, chiamate Lilim. Mercificazione della natura femminile, espropriazione dell’identità sessuale e conflitto tra finzione e autenticità sono i temi portanti dell’opera di Calder, tra i più apprezzati autori della marea post-cyberpunk. Citando Piergiorgio Nicolazzini nell’introduzione allo straordinario Mosquito (racconto del 1994 e tassello cruciale della trilogia, incluso nella Grande Opera Nord dedicata al Cyberpunk), “lateralmente rispetto all’ambita terra di mezzo che è il cyberspazio gibsoniano, il nanospazio di Calder sembra situarsi sul confine incerto tra robotica quantistica e cosmologia ginoide, per meglio rappresentare la sua visione antitetica del mondo postmoderno nel quale viviamo”.

Orfani della connessione

Posted on Luglio 8th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Sempre tra le news odierne di Fantascienza.com, segnalo l’annuncio della messa in linea del numero 107 di Delos Science Fiction, la prima rivista telematica di fantascienza in Italia che per l’occasione ha approntato uno speciale estivo dedicato alla narrativa. Carmine Treanni, autore di una introduzione profondissima e lucida sui tempi postmoderni che stanno vivendo la fantascienza e l’immaginario da essa alimentato, ha chiesto a otto autori di provare a immaginare un possibile futuro per l’Italia. Insieme a mostri sacri del calibro di Vittorio Catani, Donato Altomare (fresco protagonista di una doppietta al Premio Urania), Silvio Sosio e Virginio Marafante, e a fianco di altre giovani e valenti leve come l’amico Alberto Priora, Roberto Paura e Leonardo Pappalardo, sono stato invitato a offrire il mio contributo, cosa che ho fatto con estremo piacere.

L’idea di ambientare un racconto in un territorio che mi era familiare mi ronzava dalla testa da un po’ di tempo. Per la genesi vi rimando a quanto scrivevo il 25 marzo scorso sullo Strano Attrattore 1.0, dove anticipavo anche l’incipit di Orfani della connessione, che adesso potete leggere in versione integrata e definitiva su Delos. L’illustrazione che correda il racconto, che potete ammirare anche qua sopra, è opera di Giorgio Raffaelli, a cui va nuovamente il mio più sincero ringraziamento.

I luoghi del racconto sono quelli della mia infanzia: le propaggini delle colline materane affacciate sulla valle del Cavone, tra l’Appennino e la costa jonica. Si tratta del secondo racconto che ambiento in quella zona. Il primo, Terre Morte, era apparso sul Numero Zero di NeXT, quando tutto questo era ancora un sogno prototipale. E adesso quei tempi mi sembrano sepolti sotto strati geologici disseminati di progetti: alcuni in rovina, altri ben conservati, altri ancora che forse verranno un giorno riesumati e rimessi in sesto. Per cominciare, un terzo racconto con lo stesso sfondo ma a tema ucronico potrebbe seguire fra non molto. Ma è ancora tutto da vedere.

Per il momento, accontentatevi di questo: Orfani della connessione si situa in un futuro non ben precisato, che potrebbe cadere tra 10 anni come tra 50. Si confronta con il tema dell’augmented reality, ovvero l’espansione informativa della realtà percepita attraverso l’uso di dispositivi a radiofrequenza, display retinici virtuali e altre diavolerie in grado di consegnarci una rete pervasiva e (quasi) ubiqua. Ne parlava anche Anisotropie, qualche giorno fa, e il racconto va a riallacciarsi al discorso che teneva banco anche da queste parti sul futuro della Rete.

Se la scrittura risente dell’ultimo Gibson e non ho problemi ad ammetterlo, le atmosfere del racconto sono invece fortemente debitrici della lezione di Breece D’J Pancake, che con queste cose non ha niente a che vedere. O forse sì. Lascio che siate voi a deciderlo. Buona lettura!