Nella Zona Morta

Posted on Settembre 12th, 2012 in ROSTA | 4 Comments »

Filippo Radogna, giornalista lucano e grande appassionato di fantastico, mi ha intervistato per le pagine web de La Zona Morta, portale fondato e diretto da Davide Longoni. Desidero ringraziarli entrambi: Davide per l’ospitalità, Filippo per l’attenta e scrupolosa disamina del mio lavoro, che mi ha consentito di dilungarmi su temi che solitamente restano esclusi dalle interviste canoniche. E non sarà l’ultima, perché a breve uscirà una seconda chiacchierata su temi più prettamente legati al fantastico e al connettivismo, di cui vi renderò conto per tempo.

Intanto, mi sembra che, sebbene a scoppio ritardato, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak stia riscuotendo un certo interesse. E inoltre cominciamo a parlare del nuovo romanzo. Ma con Filippo ci siamo dilungati anche sulla situazione italiana in ambito fantastico e non solo, con un occhio di riguardo per le interazioni tra scienza, cultura umanista e tecnologia, spaziando da Vittorio Curtoni a Leonardo Sinisgalli, passando per Carlo Levi e Rocco Scotellaro. E il viaggio è proseguito oltre le frontiere planetarie e fisiche, con Neil Armstrong e Oscar Pistorius. Se siete curiosi, non vi resta che saltare alla prossima schermata.

Italia, 2012

Posted on Febbraio 5th, 2012 in Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.

A case of coscience

Posted on Giugno 10th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | No Comments »

Domenica e lunedì: perché non fare come se fossimo tutti su Pandora?

Referendum 2011

Posted on Giugno 9th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Scommetto che una parte di voi si aspettava da me questo post, anche se con il ritmo di aggiornamento dello Strano Attrattore che è invalso negli ultimi tempi nessuno si sarebbe sorpreso se avessi lasciato correre l’occasione. E invece, alla luce del becero spettacolo che ci hanno offerto gli organi d’informazione nazionali (TV in primis, altra cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno), per me questa sortita sui referendum è diventata fondamentale. Le campane filogovernative dei sostenitori del NO, vale a dire degli oppositori ai quesiti referendari, hanno suonato ancora una volta a lutto: il corpo da piangere, ovviamente, era quello della democrazia.

Non ricordo che mai prima si era toccato come in questi ultimi anni un simile disprezzo per l’intelligenza e i diritti dei cittadini italiani. Ma d’altro canto, come insegnò l’esperienza dei referendum sull’impiego delle staminali nella ricerca e sulla procreazione assistita, questo è un Paese che ha già dimostrato di saper dare il peggio di sé in occasione simili. Non credo sia un caso. Dopotutto, il referendum è la vera arma che la Costituzione ha messo nelle mani dei cittadini per delegittimare i loro rappresentanti politici: se le elezioni politiche ci consentono di scegliere un candidato, il referendum ci consente di farne bellamente a meno, mettendoci in condizione di pronunciarci direttamente su un tema specifico e, nel caso dei referendum abrogativi (come questi per cui saremo chiamati alle urne domenica prossima 12 giugno e lunedì 13), di esprimere implicitamente un giudizio sull’operato del legislatore, confermando o rimuovendo dall’ordinamento le disposizioni stabilite dai nostri rappresentanti stipendiati. Consistendo in uno strumento di democrazia diretta, il referendum costituisce il momento più nobile, importante e gratificante nella vita politica del cittadino. Read the rest of this entry »

Il sogno in rosso di Akira Kurosawa

Posted on Marzo 13th, 2011 in Criptogrammi, Nova x-Press, Transizioni | 2 Comments »

Davanti alle immagini terribili che ci stanno bombardando in queste ore, in diretta dall’altra faccia del globo, siamo rimasti tutti senza parole. La forza (l’impatto, ma anche la persistenza) dei filmati è impressionante e rende inutile qualsiasi commento (estraggo dall’archivio TV di Repubblica.it qualche video: il maremoto che si approssima alla costa, produce vortici spaventosi, invade le campagne della Prefettura di Miyagi e travolge le città costiere, i porti di Kesennuma, Kamaishi, Sendai, le conseguenze del sisma che scatenano incendi nelle raffinerie e nelle città e mettono a dura prova i sistemi di sicurezza di almeno tre diverse centrali nucleari, e l’elenco potrebbe purtroppo continuare ancora a lungo in un campionario di orrori che si arricchisce di ora in ora).

Scene apocalittiche scorrono sotto i nostri sguardi attoniti. Ci limitiamo a contemplare in silenzio la natura nel suo compiersi più tremendo. Dopotutto, la minaccia del mare, e ancor più dell’oceano, è forse codificata a livello genetico nelle nostre paure, come dimostra anche il discorso intorno alla forza archetipica dell’onda (anche in Hokusai) che facevo lo scorso anno sempre da queste parti, più o meno di questi tempi.

Solo oggi pomeriggio, a distanza di tre giorni dall’evento sismico e dalla successiva onda di tsunami, mi sono ricordato di Sogni (Yume), uno degli ultimissimi film del maestro giapponese Akira Kurosawa, fortemente voluto da Spielberg e Lucas (che lo produssero) e sostenuto da altri cineasti americani tra cui Martin Scorsese, che vi partecipò addirittura come attore prestando le sembianze nientemeno che a Vincent Van Gogh. Girato nel 1990, Akira Kurosawa’s Dreams è un film a episodi, otto per l’esattezza. Mi hanno sempre affascinato i due centrali, Il tunnel (un’elegia dai risvolti metafisici) e Corvi (un gioiello surreale e impressionista). Ma in queste ore, mentre il popolo giapponese impartisce ancora una volta la migliore lezione di dignità che la nostra cultura occidentale e in particolare il popolo italiano potrebbero richiedere, mentre i nostri governanti si sfidano a colpi di genio sul terreno dell’imbecillità, è il sesto episodio che acquisisce un’attualità sconcertante.

S’intitola Fuji in rosso, è un racconto tellurico, primordiale e apocalittico (per dirla con Italo Calvino) ed è assolutamente da guardare.

 

Il rebus delle rinnovabili & l’ombra del nucleare

Posted on Febbraio 9th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Per una volta lascio che il lavoro scivoli nel bacino d’attrazione del blog: in questo post parlerò di fonti rinnovabili, nucleare e manovre più o meno occulte per orientare l’umore dell’opinione pubblica. L’occasione la offrono i recenti articoli apparsi sulla stampa nazionale, con un’operazione che lascia intuire la sua natura lobbistica. Quello che difetta alla campagna, tuttavia, è un necessario requisito di trasparenza, e dispiace vedere che a incapparvi sia stata anche una testata come Repubblica, che invece va solo elogiata per le inchieste che porta avanti. Ma evidentemente anche Repubblica ha un editore e degli azionisti da foraggiare, per cui eccoci alle prese con quella che ancora una volta si mostra come un’iniziativa di propaganda grigia. E lo Strano Attrattore, ormai lo sapete, aderisce alla campagna autopromossa a favore dello smacchiatore di propaganda. Come antidoto alla disinformazione, ecco quindi la vostra razione quotidiana di controinformazione.

Gli articoli sotto osservazione sono questi:

La Consulta: per l’impianto serve il parere delle Regioni (2 febbraio 2011)
Rinnovabili, c’è il rischio stangata: “5,7 miliardi nella bolletta degli italiani” (7 febbraio 2011)
Confindustria: “L’efficienza vale 800mila posti di lavoro” (8 febbraio 2011)

Leggete gli articoli o accontentatevi di questa sintesi. All’annuncio della stangata assestata al piano nucleare del Governo dalla Corte Costituzionale, che ha giudicato illeggittimo l’articolo che escludeva le Regioni dal coinvolgimento in sede antecedente alla Conferenza unica per l’autorizzazione degli impianti (una sorta di deroga a quanto già accade oggi, cucita su misura per il nucleare), è seguita dapprima una stoccata dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (che dà conferma di un atteggiamento generalmente contrario non solo alla promozione, ma anche solo alla tutela del settore delle energie rinnovabili, in cui l’AEEG da qualche tempo a questa parte si sta fieramente distinguendo), con un proclama allarmista di stampo pseudo-terroristico (della serie: “attenzione, consumatori, vi stanno derubando con la scusa dell’ambiente!”), giusto per continuare ad alimentare lo stato di psicopatologia di massa che regna nell’Italia degli anni Dieci; e a stretto giro è arrivato anche l’affondo di Confindustria, che assesta un colpo al cerchio e uno alla botte e attacca sia il Governo per le sue politiche schizofreniche in materia, facendo ancora una volta la voce grossa con una creatura ormai visibilmente allo sbaraglio, sia gli operatori delle rinnovabili, rilanciando l’attualità del tema del momento: il nucleare.

Esonerato il Governo per manifesta incapacità di intendere e di volere, sul banco degli imputati troviamo quindi solo le care, vecchie, vituperate energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico (protagonista di un boom in larga misura inatteso, e sicuramente mal gestito dagli organi di controllo del settore), biomasse, idroelettrico. L’accusa: pomperebbero i costi delle bollette dell’energia elettrica degli italiani attraverso la componente A3 degli oneri di sistema, che tiene conto degli incentivi CIP6 istituiti nel 1992 per sostenere lo sviluppo delle rinnovabili in Italia. Peccato però che, con il tipico magheggio all’italiana, il CIP6 sia finito a incentivare sia le fonti rinnovabili vere e proprie e che le cosiddette assimilate e che il legislatore abbia avuto l’arguzia e lungimiranza di infilare in questa innocua aggiunta tanto i termovalorizzatori, ovvero gli impianti di incenerimento della frazione non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani (in pratica, i rifiuti indifferenziati sono stati considerati assimilati in quanto prodotti da un processo derivato da fonti rinnovabili, in aperta violazione delle direttive europee), che l’energia prodotta dalla combustione degli scarti di raffineria. In pratica, con la componente A3 delle nostre bollette (pari al 6-7% del costo totale) noi italiani non paghiamo solo per lo sviluppo del settore delle rinnovabili, ma anche per la sua penalizzazione nell’ambito di un sistema che è andato a privilegiare, negli anni, la costruzione di centrali che con il vento, il sole, l’acqua e le biomasse non avevano niente a che vedere. Ma la colpa, secondo l’Autorità e il gruppo di pressione in elefantiaco movimento in queste ultime settimane (ricordate il forum nucleare e la sua pubblicità pagata dagli italiani, sì?), sarebbe delle rinnovabili. (Tra l’altro, per dovere di cronaca, mi sembra che da 7-8 anni non venga più costruito un solo impianto eolico in ambito CIP6, semplicemente perché il mercato dei certificati verdi introdotto all’inizio dello scorso decennio si è rivelato più remunerativo sul lungo periodo. Di conseguenza gli incentivi CIP6, della durata di 8 anni, a cui vanno ad aggiungersi ulteriori 7 anni di tariffa agevolata, sono tutti scaduti o prossimi alla scadenza).

L’obiettivo malcelato è quello di rilanciare l’immagine del nucleare come opportunità. Ma chi ne trarrebbe davvero vantaggio? Di certo non il consumatore (l’utente finale, lo chiamano, anche in questo caso), che nella bolletta si vedrebbe semplicemente sostituire una voce con un’altra, smettendo di incentivare le rinnovabili e cominciando a incentivare il nucleare. Di certo non il sistema, che conta già sufficiente capacità di generazione installata (101 GW nel 2009) per fronteggiare il carico massimo previsto da Terna in uno scenario di sviluppo (72 GW). I dati sono presi da Wikipedia. Il sospetto si orienta quindi verso quei soggetti che magari sono arrivati tardi sulla torta delle rinnovabili e contano di ripetere l’exploit in un settore ancora più remunerativo (intorno agli impianti nucleari, è facile immaginarlo, si svilupperebbe tutto un circo di società di consulenza e organi di controllo per garantire agli onesti cittadini la più assoluta incolumità…), oppure sui colossi nazionali dell’energia che partecipando a un piano strategico per il Paese consoliderebbero il loro ruolo di operatori sul mercato interno (tagliando fuori le piccole e medie imprese che invece hanno saputo più agilmente cavalcare l’onda delle rinnovabili). Una sorta di vendetta di Golia contro Davide, insomma.

Bastano ancora una volta un paio minuti di navigazione su Wikipedia per identificare gli attori in scena e farsi un’idea un po’ più precisa della commedia delle parti in atto. A partire dall’Authority e dai suoi vertici: nell’ipertrofico accumulo di poltrone che contraddistingue il tentacolare connubio tra politica e impresa italiana, sia il presidente che il commissario dell’AEEG attualmente in carica risultano essere o essere stati infatti consiglieri della Sogin. La Sogin (per l’esattezza: Società per la Gestione degli Impianti Nucleari) è una S.p.A. costituita nel 1999 e controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per seguire le fasi di decommissioning (ovvero controllo, smantellamento degli impianti, decontaminazione e gestione scorie) delle centrali nucleari italiane spente in esecuzione del referendum del 1987. E a proposito di costi per i cittadini: provate a indovinare chi finanzia questa azienda istituita per il benessere degli italiani post-nucleare?

Potete trovare un indizio nelle vostre bollette. La componente che fa al caso nostro si chiama questa volta A2, riguarda gli oneri di sistema per lo smantellamento delle centrali nucleari, e nel 2009 pesava per 500 milioni di euro. Sempre in bolletta potrà capitarvi di inciampare in un’altra sigla esoterica: MCT. Si tratta delle misure di compensazione territoriale, che vanno a costituire la cassa con cui i governi di domani cercheranno di evitare eventuali future sollevazioni popolari, lubrificando i conti del comune che verrà estratto a sorte dalla Lotteria dell’Eternità per ospitare il sito nazionale di stoccaggio delle scorie nucleari (scongiurando dunque una nuova Scanzano Jonico). Altri 500 milioni di euro stimati ogni anno, versati dagli “utilizzatori finali” italiani. Ma attenzione al delirio di onnipotenza che potrebbe ispirarvi questa prestigiosa etichetta: in questo caso, il passato e il futuro sono non solo degli oneri che pesano sui nostri bilanci familiari, ma anche ipoteche sulle teste dei nostri figli. Qualcuno cercava di ricordarcelo neanche troppo tempo fa.

Viva l’Italia!

Propaganda grigia 1: bispensiero nucleare

Posted on Dicembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple, Transizioni | 2 Comments »

Non riesco a stabilire se su questo spot abbia esercitato un’influenza maggiore Robocop oppure Starship Troopers.

Mi sembra comunque abbastanza chiaro che Verhoeven ha saputo anticipare la nostra attualità con una lungimiranza orwelliana.

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

L’isola fantasma sull’orlo del mondo

Posted on Maggio 2nd, 2010 in Kipple, Proiezioni | 1 Comment »

Gunkan-jima (letterlamente “isola corazzata”) è stata a lungo il posto più densamente popolato della Terra ed è singolare che nessuno di noi ne abbia mai sentito parlare. Situata a 15 km dalla costa di Nagasaki, Hashima (questo il suo nome ufficiale) cominciò a essere sfruttata a partire dal 1887 per i suoi giacimenti carboniferi. Acquistata dalla Mitsubishi nel 1890, fu trasformata in una autentica isola-alveare: ospitò il primo edificio in cemento armato del Giappone (ai primi del ‘900) e presto fu cementificata in larga parte, arrivando a ospitare in edifici di 9 piani fino a 5.000 persone nel periodo del suo picco demografico. 5.000 persone, su uno sperone di roccia di 400 metri per 140. Una densità di 835 persone per ettaro (laddove oggi ne vivono 430 a Kowloon e Manila, 292 a Delhi e 250 in certi quartieri di Napoli). E intorno nient’altro che acqua, con onde spesso minacciose a interrompere ogni collegamento con la costa del Giappone.

Questa è una storia che richiama da vicino quella di Oil Stones, la città sovietica costruita nel Mar Caspio.  Vi furono edificati dormitori, ristoranti, scuole, ospedali e luoghi di culto, con l’intento di mitigare la permanenza degli operai e delle loro famiglie. Possiamo affermare che l’isola è uno dei simboli rimossi dell’industrializzazione del Sol Levante. Fonti sud-coreane denunciano che 500 cittadini coreani deportati dalle loro case furono costretti a vivere e lavorare qui, durante la Seconda guerra mondiale. Negli anni ‘60, man mano che il petrolio sostituiva il carbone nell’industria giapponese, la miniera di Gunkan-jima cominciò a perdere la sua importanza strategica. Nel 1974 la Mitsubishi annunciò la sua chiusura e Hashima si trasformò presto in un’isola fantasma. Venti anni di silenzio e abbandono, prima che il cinema la riscoprisse (con Battle Royale II: Requiem) e nel 2009 venisse riaperta al pubblico. Oggi un comitato la candida all’UNESCO come Patrimonio dell’umanità.

Quello che segue è un documento unico che testimonia il ritorno sull’isola di uno dei suoi abitanti, a distanza di più di trent’anni dalla partenza. Ringraziate Franco Brambilla, è stato lui a scovare il video nei meandri della rete e segnalarmelo. Per ulteriori informazioni, vi rimando alla pagina di Wikipedia.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Hashima (Gunkanjima), Japan 2002 part 1