Codice morto

Posted on Marzo 23rd, 2013 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

Kipple Officina Libraria annuncia sul suo blog l’uscita di Codice morto, il mio nuovo e-book. Un racconto sì nuovo, ma la cui genesi in effetti mi ha accompagnato praticamente attraverso tutti gli ultimi anni. Se non ricordo male, infatti, la prima stesura risale al 2006. Quella che approda negli store on-line in questi giorni è in realtà una versione del tutto rinnovata, ampiamente riveduta, che condivide con quel testo solo lo spunto di partenza e poco più. Il racconto si è infatti sviluppato, articolato, stratificato, grazie ai consigli di diversi amici e professionisti del settore, e agli stimoli che si andavano accumulando nel frattempo.

Mi riprometto di parlarvene presto più diffusamente. Intanto, mi piace pensare che l’attesa sia servita a far maturare i frutti. E forse questo è un po’ un periodo di raccolta, visto che dopo l’audiobook di Orfani della connessione (che a quanto pare sta andando molto bene, avendo raccolto consensi unanimi nei feedback dei clienti dell’iTunes Store: en passant, devo ringraziare tutto lo staff di LA Case, per avermi permesso di finire nella stessa vetrina con i titoli di - tra gli altri - Iain Banks e David Mitchell, cliccare qui per credere), sono in arrivo altre novità, dal fronte elettronico ma anche da quello cartaceo.

Tornando a Codice morto, al di là degli omaggi espliciti palesati nel testo, mi preme ringraziare ancora una volta Alan D. Altieri: forte e determinante è stata la sua influenza su questo racconto, che si è amalgamata con le suggestioni di diversi altri maestri, Michael Marshall Smith in primis. Grazie a Marco Moschini, paziente e meticoloso autore della fantastica copertina che potete ammirare qua sopra in anteprima. E grazie a tutto lo staff di Kipple per aver deciso di puntare su questo lavoro. E adesso, naturalmente, grazie a tutti quelli tra voi che decideranno di investire il loro tempo nella sua lettura.

La guida galattica per non-connettivisti /3 - I connettivisti e le rotte del futuro

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

Quale sarà il futuro dei connettivisti e più in generale quello della fantascienza? Riprendendo il motto che ha accompagnato la Next-Fest, esplicito omaggio all’insostituibile Vittorio Curtoni, dove stiamo volando?

Nessuno può dirlo, però possiamo provare a tracciare delle rotte. E tra le rotte in corso di esplorazione ce n’è almeno una nuova, che sta andando progressivamente ad aggiungersi alle due ormai consolidate, storiche. La prima era l’attitudine alla commistione tra i generi, e il futuro ci vedrà sempre più attivi sui terreni di confine della fantascienza, nel tentativo di spingere il movimento a fare i conti con gli angoli più remoti e bizzarri del fantastico, ma non solo. La seconda era la propensione a declinare la nostra prospettiva artistica secondo un paradigma multimediale: narrativa, poesia, arti grafiche, cortometraggi, un numero crescente di approcci alla televisione e al cinema. A queste strade se ne va ora ad accostare una terza. Lukha B. Kremo, insieme a Marco Milani uno dei grandi assenti alla con (e a entrambi va il nostro abbraccio), ha coniato per questa un’etichetta che trovo di notevole impatto: nextstream. È il tentativo di operare un “ripotenziamento” della fantascienza e del fantastico, dall’esterno: agendo sul campo del mainstream, sulle orme di numerosi autori che ci hanno preceduti, da Thomas Pynchon e i postmoderni a Haruki Murakami, passando per Kurt Vonnegut, J.G. Ballard, Jorge Luis Borges, Italo Calvino e l’elenco sarebbe davvero troppo lungo per citarli tutti. Lavorare un po’ per sottrazione, come dicevo a proposito delle divergenze/affinità tra cinema e letteratura di fantascienza, invece che per accumulo. Alleggerirsi, insomma, per correre più veloci, e arrivare più lontani. Ed espandere la frontiera, inglobando nuovi settori nello spazio d’influenza che ci è familiare.

Esempi di mainstream fantascientifico se ne trovano in abbondanza soprattutto al di fuori della letteratura, d’altro canto. Si pensi al cinema di fantascienza, nel suo complesso, dove la fantascienza ha preservato nel corso del tempo la propria vocazione popolare – laddove nella letteratura si faceva sempre più specialistica. Oppure, in una certa misura, anche alla televisione, alla capacità di far presa sull’immaginario dello spettatore non specializzato che ha arriso al successo di serie come Star Trek (e in questa sede penso oltre alla serie classica e a The Next Generation, in particolare a Deep Space Nine), a Babylon 5, a Battlestar Galactica; e, da questa parte dell’oceano, alla ben più che longeva, ormai pressoché mitologica, Doctor Who, a Torchwood e a un altro capolavoro della BBC, Life on Mars. Ma penso anche al fumetto: dalla scuola sudamericana di Hector Oesterheld, Alberto Breccia e Juan Giménez (non solo lo splendido Eternauta, ma anche Perramus e gioielli di inusitata potenza espressiva, come i racconti di Quarto potere), agli Humanoïdes Associés della bande dessinée, Philippe Druillet, Moebius, Enki Bilal, fino ad Alan Moore, Warren Ellis, e al nuovo fumetto supereroistico e new weird americano (alcuni nomi su tutti: Jeph Loeb, J. Micheal Straczynski e Mike Mignola). Tutti validissimi modelli per sperimentare nuove espressioni per la scrittura di genere e proseguire, a mio parere, sulla falsariga di quanto svolge da sempre Sergio “Alan D.” Altieri, ospite d’onore in telepresenza alla Next-Fest.

Non dovremmo nemmeno dimenticare l’importanza della letteratura young adult, di quelli che un tempo erano chiamati juveniles, come occasione di reclutamento di nuove leve dall’unico bacino che può andare a incrementare le file dei lettori: il vivaio delle giovani e soprattutto giovanissime generazioni, ci ricordava Proietti, meriterebbe una maggiore considerazione. E gli autori possono aiutare l’editoria a maturare la sensibilità giusta.

Dell’editoria elettronica hanno parlato Sandro Battisti (il suo Olonomico è uscito prima in e-book che in cartaceo) e Dario Tonani (stessa esperienza, con il caso editoriale del 2011 Mondo9), supportati dai rispettivi editor Luigi Milani e Salvatore Proietti, Giovanni Agnoloni con il suo Sentieri di notte in uscita per entrambi i mercati, quello tradizionale e quello elettronico, e infine Francesco Verso nel suo particolareggiato panel sull’evoluzione del settore dell’e-book. La nuova stagione del libro elettronico in cui stiamo entrando sembra davvero promettente, sicuramente troppo stuzzicante per lasciarsela scappare. Ci si sta schiudendo davanti un intero nuovo universo di possibilità, in cui potremo ridefinire i confini stessi di quella che chiamiamo narrativa oppure, più ambiziosamente, letteratura. Non credo che i libri di carta diventeranno una rarità, ma sono convinto che il libro elettronico plasmerà una nuova consapevolezza nei lettori e modificherà la nostra stessa percezione della parola scritta, specialmente per quanto riguarda l’esperienza della lettura.

È da qui che possiamo partire. Nessuno ci costringe. Ma è un’opportunità. Sta a noi giocarcela. Insieme a chi vorrà reggere il gioco.

Per aspera ad astra.

(3 - fine)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura
La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

Connect/Dis-connect

Posted on Marzo 19th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | No Comments »

Anche l’ultimo post su HyperNext, ispirato dagli articoli di Alan D. Altieri su Carmilla, può essere inquadrato nel più generale discorso degli ultimi giorni sulle strategie di risposta ai guasti arrecati alla nostra cultura come alla nostra coscienza civile dal “ventennio laido” da cui ci stiamo impegnando a uscire, a fatica e sperando sempre che non sia troppo tardi.

Cose lette in giro per la rete

Posted on Ottobre 13th, 2011 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Il ritorno alla SF di Ridley Scott sta generando un’attesa a dir poco spasmodica. L’ultimo tassello di una lunga trama di illazioni, anticipazioni e piccole rivelazioni intorno a Prometheus è l’intervista a Noomi Rapace riportata da Fantascienza.com. La data da segnare è l’8 giugno 2012, ma la prossima estate il kolossal che promette di ridisegnare l’immaginario di genere e non solo (il paragone con Avatar per il 3D e Inception per la complessità che se ne riesce a presagire e la parentela con entrambi per l’ambizione che traspare dalle dichiarazioni del regista è scontato) avrà almeno un rivale alla sua altezza: proprio Christopher Nolan con il suo The Dark Knight Rises, capitolo conclusivo della sua visionaria trilogia dedicata all’uomo-pipistrello (un paio di link da Fantasy Magazine, giusto per stimolare un po’ le papille gustative).

Dal cinema alla letteratura. L’evento fantascientifico della prossima stagione sarà a quanto pare la scanzonata scorribanda nel dopo-Singolarità di Cory Doctorow e Charles Stross, per cui vi rimando all’esaustivo articolo di Maurizio Del Santo pubblicato oggi su Fantascienza.com. Negli ultimi giorni due belle interviste a firma di Lucius Etruscus sono uscite su Thriller Magazine: Cristiana Astori parla di Tutto quel nero, un bel noir per cinefili attualmente in libreria, di cui conto di riparlare a breve; il grande Sergio “Alan D.” Altieri rilascia una lunga e completa intervista su Underworlds, la sua quarta antologia per TEA, e non solo.

Per finire in bellezza, Francesco Cortonesi (ricordate NOF 4? be’, il Corto è da poco sbarcato in libreria con la sua ultima fatica letteraria, Gotham Polaroid) è ospite delle pagine dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, a cui ha rilasciato un’intervista molto interessante. Al di là del solito titolo d’impatto, l’articolo suggerisce molte riflessioni, che in qualche misura vanno a riallacciarsi al filo dei pensieri dei giorni scorsi. Francesco è tutt’altro che uno «scrittore fallito», ma al contrario una delle menti più eclettiche e innovative tra quante hanno dato il loro apporto al connettivismo, e la sua voce è tra le più personali del fantastico italiano. Voglio concludere condividendo un suo dubbio:

“Mi spaventa che non riusciamo più a soffermarci sulle cose. Il mondo progredirà ugualmente, ma nel frattempo quanti concetti ci sfuggiranno dalle mani e da un cervello disabituato a riflettere?”

Iper-Urania

Posted on Novembre 4th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 10 Comments »

La notizia è ufficiale. Da qualche giorno Dario Geraci è il nuovo blogmaster di Urania.

Rispetto a quando è nato il blog di Urania, diverse cose sono cambiate. La fantascienza italiana non ha più il suo duplice centro di gravità permanente, avendo perso il suo padre storico e, dopo nemmeno un anno, quello che è stato a tutti gli effetti il più grande aggregatore dell’ambiente e promotore del genere in Italia, per tutti quelli che lo hanno conosciuto un amico appassionato, disponibile, competente e instancabile che ha fatto molto - come volevasi dimostrare - anche per il blog di Urania nelle sue prime fasi di vita.

Su un piano più personale ho visto aumentare costantemente la mole degli impegni e delle attività, lavorative e non. Come dice Lippi nel suo comunicato, nel frattempo ho trovato pure il modo, nel mio piccolo, di cacciarmi in un percorso politico (con una lista che i miei compagni di avventura hanno accettato di intitolare al Futuro ben prima che qualcun altro si appropriasse del termine, e che è attualmente maggioranza nel consiglio del mio comune). Gestire con la dovuta attenzione tutte queste cose cominciava a diventare un’impresa e la mia ultima intenzione è penalizzare i progetti in cui sono coinvolto solo per il gusto di presenziare a tutti i costi. Le rinunce non sono mai facili, ma a volte diventano necessarie.

Non voglio aggiungere altro a quanto già detto in calce al post di Giuseppe. Voglio però ribadire che, in questi mesi trascorsi dietro le quinte del blog ufficiale della più antica collana di fantascienza del mondo occidentale, ho avuto modo di tastare con mano le difficoltà e le qualità di chi è chiamato a condurla, che poi sono le stesse persone che fanno in modo che mese dopo mese venga alimentato il sacro fuoco della passione per la SF. Oltre alla gratitudine verso Sergio Altieri e Giuseppe Lippi per avermi voluto al loro fianco in questa avventura, ci tengo quindi a testimoniare quanto la mia stima nei loro confronti si sia accresciuta in questi anni. Da loro ho imparato molto, in una misura che va molto, molto al di là delle frasi di circostanza.

La loro dedizione ha dimensioni eroiche. E sono certo che Dario saprà dedicare al blog una cura e un’attenzione della stessa portata. Lunga vita a Urania! Yo ho ho! E lunga vita alla fantascienza in Italia…

Fighter: il dominio della lotta secondo Craig Davidson

Posted on Ottobre 23rd, 2010 in Letture | 2 Comments »

Da una parte un ragazzo che si ribella alla vacuità del mondo borghese in cui è cresciuto. Dall’altra uno che cerca un’alternativa ai progetti di fama e successo che il padre ha costruito per lui. In mezzo: un ring. È la boxe il perno narrativo di Fighter (2007), romanzo di Craig Davidson seguito alla raccolta di racconti Ossa e ruggine (2005) e a un horror ambientato nelle lande settentrionali del Canada, The Preserve (2006, pubblicato sotto lo pseudonimo di Patrick Lestewka, su cui Brian Keene ha scritto parole entusiastiche). Un romanzo crudo, violento, notturno, sporco, che mantiene intatta fino all’ultima riga la commistione di luce e di ombre, la profonda compenetrazione di speranze di redenzione e condanna alla dannazione. Con un prologo che, guarda caso, rappresenta in realtà l’epilogo della vicenda, che possiamo leggere come un unico lungo flashback alla scoperta dei retroscena che hanno portato uno dei due protagonisti lì dove si trova ADESSO, in un ring clandestino da qualche parte nel Sud-Est Asiatico.

L’attacco è magistrale:

Dicono che un uomo riesca a cambiare la propria personalità – l’essenza che sta alla base dei chi o di che cosa lui sia – del cinque per cento. Cinque per cento: il cambiamento massimo che ognuno di noi è in grado di realizzare.
In un primo momento può sembrare trascurabile. Cinque per cento, che sarà mai? Una limatura d’unghia. Ma considerate la vastità della psiche umana, e quel numero acquisisce un peso reale. Milioni di metri quadrati, miliardi di anni luce. Considerate quanto un cambiamento del cinque per cento possa alterare una persona. Immaginate tessere del domino allineate in lunghe file dritte, con un mondo di possibilità a portata di mano.
Cinque per cento: tutto cambia. Cinque per cento: una persona tutta nuova.
Visto in questi termini, il cinque per cento significa davvero qualcosa.
Visto in questi termini, il cinque per cento è colossale.

Fighter si presenta fin dalle prime battute come un romanzo di formazione, ma un romanzo nerissimo, destinato a seguire la parabola della crescita e della distruzione dei suoi giovanissimi protagonisti. Davidson sceglie una riuscita alternanza di punti di vista per dispiegare gli eventi, imbastendo un parallelo tra due mondi separati da un fiume e dal salto del Niagara: da una parte del confine, la placida serenità alto-borghese (se non proprio aristocratica) di Niagara Falls, Canada, in cui viene su, annoiato e apatico, Paul Harris; dall’altra l’entropia terminale di Niagara Falls, New York, acropoli americana nella sua fase di ultimo declino, nel cui fango e nella cui polvere si allena Robert Tully, promessa della boxe locale e speranza di fama e riscatto per suo padre, panettiere con ambizioni da manager, e per suo zio, uno sparring partner che si presta ai combattimenti clandestini per rifarsi dalle perdite al tavolo da gioco, sua mania e suo vizio.

Stremato dalla sua esistenza abulica, Paul Harris si infila nel tunnel di un trattamento steroideo, raccontato da Davidson con un’efficacia orrorifica e visionaria che evidenzia un’ottima conoscenza dei meccanismi della narrazione di genere, oltre che del mondo descritto (si racconta che l’autore si sottopose a un ciclo steroideo di 16 settimane per scrivere il libro). Preoccupato per l’ossessione del padre e per la china imboccata dallo zio, su spinta della sua unica amica Kate Paulson, Robert Tully matura invece un crescente disincanto sulle prospettive di successo che il padre ha voluto incuccargli fin da piccolo, a suon di allenamenti e match.

L’incontro/scontro tra i due si traduce nell’incontro/scontro tra due mondi e tra due epoche, dipinto senza scadere nell’agiografia né nell’apologia della violenza grazie anche alla forte tensione morale che regge tutta la narrazione.

Ci sono tre segnali per riconoscere un vero combattente. Non sono quelli che uno potrebbe pensare: niente a che vedere con quanto sia grosso il tizio, o con le dimensioni dei suoi pugni. I tre indizi sono:

1. Una gran calma, che rasenta il torpore, negli occhi.
2. L’insistenza a volerti stringere la mano senza sforzarsi di stritolartela.
3. Quando chiede scusa per quello che succederà dopo.

Se vi ritrovate fuori da un bar e il tizio che dovete affrontare vi stringe la mano e domanda perdono prima di alzare la guardia, il mio consiglio spassionato è di scappare.

Quello che non si può negare al romanzo di Davidson è un ostinato disincanto, che nasce dalla propensione al fatalismo che si può tastare con mano in ogni singola pagina di Fighter. Anche per questo più che a Fight Club e a Chuck Palahniuk, a cui il libro è stato accostato, mi sentirei di affiancarlo a un misconosciuto titolo della filmografia di Shinya Tsukamoto: Tokyo Fist (1995), sanguinario triangolo amoroso in una Tokyo crepuscolare e surreale come quasi sempre avviene con il cineasta giapponese, che trasfigura il pugilato in una ridefinizione dei ruoli nella società, celebrando al contempo un’elegia di corpi riscritti, feriti, massacrati.

Ottima riproposizione di un titolo pubblicato nel 2007 dalle Edizioni BD (traduzione di Marco Schiavone) all’interno di una collana popolare di genere come i Gialli Mondadori, che conferma la lungimiranza della linea editoriale conferita dalla conduzione Altieri alla più longeva delle collane italiane da edicola. Se lo scorso giugno vi foste distratti e lasciati scappare Fighter, ve ne consiglio caldamente il recupero dal mercato dei remainders, dove la prima edizione del libro viene venduta a poco più di 5 euro in una pregiata rilegatura rigida. Sperando di vedere un giorno tradotto in italiano anche The Preserve.

Ancora nel Vortice

Posted on Ottobre 5th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

L’ora di Malin Kurylenko è finalmente arrivata. Me ne ha appena dato notizia l’editore, annunciandomi che da domani pomeriggio sarà su Bookrepublic e nel frattempo si trova già in approvazione per Amazon. L’uscita dell’e-book è stata anche l’occasione per iscrivermi a Goodreads.com (la pagina d’autore è stata predisposta da Giuseppe Granieri, che ringrazio), che rischia di diventare una droga peggiore di Anobii… Considerando il work in progress sul sito di 40k Books, ne approfitto per aggiornare anche il link alla pagina ufficiale della novelette.

Da quelle parti mi sto ancora acclimatando, ma qui mi piacerebbe spendere due parole su Codice Arrowhead, che nasce con un altro titolo per la rivista di cultura connettivista Next, e che adesso si accinge a vivere una seconda vita in formato elettronico. O meglio, avendone già parlato a suo tempo, tornarci sopra per una presentazione mirata a questa uscita.

Codice Arrowhead è la storia di una caccia. Come nella più classica delle cacce, ben presto si perdono le coordinate che ci permettono di distinguere il cacciatore dalla preda. E come ancor più spesso accade nelle cose che scrivo, l’ambientazione reclama l’attenzione del lettore. Questa volta - per la prima volta nella mia fiction - siamo in Medio Oriente, in un’immaginaria città della West Bank, la Cisgiordania occupata da Israele, che qui è anche il luogo di un’anomalia psicogeografica, un vortice temporale che porta epoche diverse a sovrapporsi sul cuore della Città Vecchia di Yass-Waddah. E’ un ritorno nella Zona, ma in circostanze più dinamiche (con un’interessante, per me, deriva spionistica) di quanto non avvenisse nel racconto omonimo incluso in Revenant. Quaggiù la sopravvivenza diventa davvero questione di un millimetro o, a seconda dei punti di vista, di una frazione di secondo. Eppure qualcuno sembrerebbe avervi insediato la propria base operativa. Qualcuno che forse è qualcosa di diverso da quello che tutti credono, compresa Malin Kurylenko. E che con lei potrebbe stringere un patto…

Questo è l’incipit:

L’attività della contraerei intesseva una fitta ragnatela fluorescente nel cielo di Yass-Waddah, Z.I. Le microluci danzavano sul campo virtuale delle retine di Malin, scandendo l’astrazione di una musica visiva. Una barriera intangibile tagliava fuori dal suo sensorium il tuono delle esplosioni, relegato in uno spazio esterno che sembrava distante anni luce da lei.

Sulle strade si depositava la polvere del tempo, strappata ai muri e ai tetti da decenni di fiera e insensata battaglia, quando un avviso acustico reclamò la sua attenzione.

Il rilevatore di movimento aveva individuato qualcosa alla sua destra. Ne trasmise la localizzazione al display tattico e l’immagine a infrarossi di un gatto si sovrappose al suo campo visivo. Il felino alzò la testa dai rifiuti in cui stava rovistando e scrutò l’intrusa con occhi scintillanti e vibrisse in allerta, cacciando un miagolio di sfida.

– Hai ragione, gatto. Scusa se ho interrotto la tua cena – disse la ragazza, consapevole della registrazione operata dalla tuta cibernetica. – Tolgo subito il disturbo.

L’imprevisto l’aveva lasciata senza fiato. Approfittò dei secondi necessari a recuperare il biocontrollo per valutare la propria posizione nel reticolo topografico della Città Vecchia. Non era lontana dal cuore del Vortice. Dopo tre ore di ricognizione non aveva ancora scorto tracce del comandante Hawksmore, né degli enfants terribles.

Codice Arrowhead è un racconto sulla guerra, quando la guerra diventa una condizione mentale. Ed è un racconto sul cambiamento e sulle diverse velocità che le persone dimostrano nell’adattarsi al passo dei tempi. Deve molto a diversi grandi scrittori, di genere (Alan D. Altieri, Richard K. Morgan, Greg Egan) e non (William S. Burroughs, Jorge Luis Borges), senza la cui lezione non sarebbe mai stato scritto. Spero che possa restituirvi almeno in parte l’angoscia che mi ha riservato la sua stesura.

Appuntamenti milanesi

Posted on Maggio 11th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, Graffiti, ROSTA | 3 Comments »

Milano sempre più capitale della fantascienza italiana? Dopo l’annuncio della prossima Italcon, vi segnalo due appuntamenti a brevissimo termine, che riguardano da vicino il titolare e due amici dello Strano Attrattore.

Si parte con l’arte fantastica di Franco Brambilla, che venerdì prossimo 14 maggio inaugura una nuova mostra presso la Libreria Mursia di via Galvani, 24. A partire dalle 18.30, con la partecipazione di Giuseppe Lippi, Dario Tonani e Paolo Aresi, Franco presenterà al pubblico le illustrazioni originarie che in questi anni hanno impreziosito le copertine di Urania, Urania Collezione e altri lavori dedicati alla fantascienza. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 20 maggio. Qui sotto potete ammirare la locandina dell’evento.

Lunedì prossimo, 17 maggio, Dario Tonani ed io parteciperemo invece a un ciclo di tavole rotonde organizzate dal prof. Andrea Rossetti, docente di Informatica Giuridica alla Statale di Milano, in collaborazione con Alessio Lazzati, curatore tra le altre cose del blog di Segretissimo. Il seminario s’intitola “Gli scrittori e la Rete nell’era del sapere digitalizzato” e Dario ed io saremo lì lunedì prossimo, a partire dalle 16.30, per parlare dell’esperienza della fantascienza come filtro per osservare il cambiamento. Il ciclo è cominciato lunedì 10 con Franco Forte. Martedì 18 sarà il turno di der Wolf Sergio “Alan D.” Altieri, mentre il 24 maggio chiuderà in bellezza la coppia esplosiva Stefano Di Marino & Andrea Carlo Cappi.

Gli incontri si terranno presso la sede universitaria di via Festa del Perdono e sono assolutamente aperti al pubblico. Se ci fosse in zona qualche curioso, sa dove trovarci.

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

La maledizione dei Dain

Posted on Aprile 2nd, 2010 in Letture | 5 Comments »

«[...] Supponiamo però che il passato non sia morto, e che quest’uomo sia costretto a tenersi in forma per affrontarlo nel caso in cui quel passato risorga nel presente. Bene, in simili circostanze sarebbe più saggio anestetizzare subito la mente, lasciando che il corpo rimanga forte e pronto.»

«E quel passato?»

Fitzstephan scosse il capo. «Se non so qual è - e non lo so - non è colpa mia» disse. «Prima che tu finisca le tue indagini, saprai quanto sia difficile ottenere informazioni da quella famiglia.»

«Ci hai provato anche tu?»

«Certo. Sono un romanziere. Il mio lavoro ha a che fare con le anime, e con quello che succede dentro di esse. L’anima di Leggett mi attrae, mi sono sempre sentito trattato ingiustamente per il suo rifiuto di rivelarsi a me. Sai, dubito che Leggett sia il suo vero nome. Lui è francese. Una volta mi disse di essere di Atlanta, ma rimane francese nell’atteggiamento, nella struttura mentale, in tutto tranne che nell’ammettere di esserlo.»

«Cosa mi dici del resto della famiglia?» chiesi. «Gabrielle è una matta, o sbaglio?»

«Me lo chiedo anch’io.» Fitzstephan mi lanciò un’occhiata incuriosita. «Lo dici così, tanto per dire, o lo pensi sul serio?»

«Non lo so. E’ una persona strana, sempre a disagio. E poi ha orecchie da animale, quasi non ha fronte e ha occhi che passano dal verde al marrone per tornare al verde senza mai restare dello stesso colore. Ficcando il naso, quanto delle sue faccende sei riuscito a far saltare fuori?»

«E tu - che proprio ficcando il naso ti guadagni da vivere - stai forse irridendo la mia curiosità nei confronti delle persone e i miei tentativi di soddisfarla?»

«Tu e io siamo diversi» dissi. «Lo scopo della mia curiosità è mettere le persone in galera, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»

«Non c’è nessuna differenza» ribatté. «Lo scopo della mia è mettere le persone nei libri, ed è per questo che vengo pagato, anche se non quanto dovrei.»

«Certo, ma a che serve?»

«Lo sa Dio. A che serve metterli in galera?»

«Allenta gli ingorghi stradali» dissi. «Se metti in galera abbastanza gente, le città non avrebbero problemi di traffico. Cosa sai di Gabrielle?»

Da La maledizione dei Dain (The Dain Curse, 1929) di Dashiell Hammett. Traduzione di Sergio Altieri.