L’ora di Anarres

Posted on Marzo 13th, 2012 in Fantascienza, ROSTA | 2 Comments »

Come avrete letto sull’edizione odierna del Corriere della Fantascienza, al network di siti ospitati da Fantascienza.com si aggiunge da oggi Anarres, rivista di studi sulla science fiction diretta da Salvatore Proietti con la collaborazione di Alessandro Fambrini e Vittorio Catani.

Così ci viene presentata nell’editoriale di questo primo numero:

Anarres vuol essere una rivista che si occupa dei generi non mimetici, a partire dall’ambito letterario e ampliando lo spettro di interesse a tutti gli altri media. Riconoscendo e studiando l’esistenza e le distintività specifiche della fantascienza e dei vari sottogeneri del soprannaturale (fantasy, horror, sword & sorcery, realismo magico, ecc.), di ogni provenienza linguistica o nazionale. Dando priorità alla fantascienza scritta, innanzitutto perché a partire da quell’ambito di letteratura popolare si è sviluppato il maggior volume di riflessione critica sui generi non mimetici, ma senza limitarsi a essa. E intendendo rivolgere l’attenzione a elaborazioni teoriche e metodologiche che, in questo come in altri campi, hanno raggiunto una diffusione e una sofisticazione che è giusto promuovere e riconoscere, fermo restando un orientamento verso la (ri)scoperta dei testi.
Cercando di far da punto di contatto fra la critica “accademica” e la critica degli insider, si darà spazio a ricerche svolte anche al di fuori dell’università. Con lo scopo di parlare anche a un pubblico non italiano, l’intenzione sarà quella di pubblicare in futuro anche contributi in inglese, e l’ambizione ideale quella della rivista bi— o multilingue, in cui il sito web potrà fungere da risorsa di riferimento e informazione per le attività critiche e didattiche riguardanti la fantascienza.
Aggiungiamo che Anarres vuol essere una rivista che assicuri uno spazio costante al fantastico italiano, non per sciovinismo ma per portare un contributo allo studio di una modalità della scrittura meritevole, anche nella storia del discorso culturale italiano, di più approfondita esplorazione.

Di primissima qualità la lista dei collaboratori, con firme di risalto internazionale come Darko Suvin. In questo primo numero, segnalo inoltre un saggio di Fredric Jameson, tra i massimi critici al mondo, esperto di letteratura postmoderna, sulla Trilogia Marziana di Kim Stanley Robinson: Se troverò una sola città giusta, salverò l’uomo.

Le premesse perché Anarres si trasformi in un punto di riferimento ci sono tutte. Ai curatori e ai collaboratori rivolgo un ringraziamento per gli sforzi che hanno affrontato e che sosterranno e i miei auguri di buon lavoro! Per aspera ad astra…

Ancora su Dick

Posted on Marzo 12th, 2012 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Per venire incontro a un invito del direttorissimo di Delos SF Carmine Treanni, ho ripreso il ciclo di articoli già ripubblicati su HyperNext (a partire da questo, trovate gli altri come pingback tra i commenti), li ho fusi di nuovo tra loro e ampiamente rimaneggiati, ho inserito e provato a sviluppare le riflessioni che già avevo accennato su questo blog. Potete leggere il risultato sul numero 142 di Delos, in linea da ieri, che nel ricco sommario include anche uno speciale su Mack Reynolds, autore che merita una riscoperta.

Nello stesso numero, ho approfittato dell’occasione per riprendere un vecchio racconto, proveniente dallo stesso serbatoio della monografia dickiana, l’iterazione 04 di NeXT, e ritoccarlo adeguatamente. Philip K. Dick è vivo ed è sulla Terra è un pastiche che vuol essere un omaggio personale, e niente più. Parafrasa fin dal titolo un progetto di Dick per una sceneggiatura mai realizzata e cala l’autore in uno degli universi decadenti scaturiti dalla sua immaginazione, alle prese con personaggi poco noti della sua bibliografia. Visto che c’ero, ho riformulato uno dei quesiti della lista Voight-Kampff con il trolley problem. La tentazione era forte e l’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Sul filo sottile della nostalgia: appunti a margine di due serie sci-fi

Posted on Marzo 5th, 2012 in Criptogrammi, On air | No Comments »

L’altra sera è cominciata su Rai4 la prima stagione di Ashes to Ashes, per la prima volta in chiaro. Avendo visto più volte Life on Mars, di cui questa rappresenta uno spin-off e con cui condivide i due terzi del team creativo e la maggior parte dei comprimari, la visione delle prime due puntate ha fatto emergere dagli strati inferiori della mia coscienza una concatenazione di riflessioni che rimandavo da un po’, e che conto presto di riprendere in maniera più organica. L’innesco è stato offerto dalla contrapposizione tra il 1973 e il 1981, gli anni in cui le due serie sono ambientate. Ma facciamo un passo indietro.

Life on Mars è la storia di un agente di polizia, l’ispettore capo Sam Tyler (John Simm) della Polizia di Manchester, che viene accidentalmente investito nel 2006 e si risveglia nella Manchester della sua infanzia, ascoltando la musica diffusa da un’autoradio. La canzone è appunto Life on Mars di David Bowie (composta nel 1971) e assicura gran parte dell’effetto emotivo della scena. Il resto è merito della scrittura di Matthew Graham (co-creatore della serie con Tony Jordan e Ashley Pharoah e sceneggiatore della prima puntata), della regia di Bharat Nalluri e di John Simm, sempre credibile nella parte del poliziotto spaesato, alle prese con i metodi all’antica dei nuovi colleghi e con il sospetto sempre più solido di una spregiudicatezza che spesso sconfina nell’illecito. La serie nasce quindi come serial di fantascienza, ma fin dalla prima puntata diventa un poliziesco: superato il viaggio nel tempo, che resta per molti versi inspiegato, per le 16 puntate delle due stagioni che la compongono, Sam Tyler dovrà vedersela con Gene Hunt (Philip Glenister) per sbrogliare casi d’ogni tipo, che talora s’intrecciano con il suo passato personale (e con il difficile presente della sua famiglia nel 1973).

La serie giunse al capolinea dopo due stagioni con un finale che lasciava tutti i nodi in sospeso, per dar seguito alla volontà proprio di Simm di abbanondarla per dedicarsi ad altri progetti, ma visti gli ottimi risultati e gli aspetti della realtà parallela - o solo artificiale, forse simulata, magari metafisica - e del suo rapporto con il mondo reale (o presunto tale) ancora da approfondire, la BBC commissionò agli autori un seguito. E Graham e Pharoah se ne uscirono con questa serie che solo in superficie è una versione al femminile di Life on Mars, in cui la protagonista Alex Drake (Keeley Hawes) rimane ferita durante uno scontro a fuoco nel 2008 e quando riprende i sensi si ritrova nel 1981. Scopriamo subito che è lei la psicologa della polizia che ha seguito il caso di Sam Tyler (durante le scene finali di Life on Mars il suo personaggio non entrava mai in campo), di cui conserva memoria. L’esperienza con Tyler le fornisce subito gli elementi per districarsi nella realtà-trappola in cui è finita. Le tre stagioni di Ashes to Ashes seguono gli sviluppi del suo personaggio e dei comprimari ereditati da Life on Mars, in particolare Gene Hunt, trasferito da Manchester a Londra con buona parte della sua squadra. La serie, a differenza del predecessore, si dipana su un arco temporale di circa due anni, dal 1981 al 1983, attraversando i primi anni di thatcherismo, dal matrimonio reale di Carlo e Diana alla guerra delle Falkland.

L’influsso esercitato dalle due serie nella cultura britannica è stato profondo, in virtù della popolarità acquisita dai personaggi e dall’approccio in definitiva politicamente scorretto del co-protagonista Gene Hunt e di gran parte della sua banda. Basti pensare che ha fatto molto discutere il coinvolgimento involontario dello stesso Hunt nell’ultima campagna politica, con i Labours e i Tories che se ne sono serviti per sferrarsi colpi bassi a ripetizione, fino all’invito da parte della Kudos Productions a interrompere lo sfruttamento indebito della sua immagine.

La prima cosa che colpisce, guardando Ashes to Ashes, è data dai segni di decadimento che contraddistinguono gli scenari urbani. Anche se Manchester rappresentava un’ambientazione decisamente più interessante, Londra è tutt’altro che un posto noioso per un serial. L’East End è presentato come un ammasso di condomini in sfacelo e fabbriche in rovina e al centro del secondo episodio troviamo già una manovra di speculazione edilizia ai danni dei ceti proletari. In effetti siamo su una linea di logica continuazione di quanto già visto nella Manchester di Life on Mars, dove la questione lavorativa veniva affrontata dal punto di vista delle agitazioni sindacali contro la riforma delle Trade Unions perseguita dal premierato di Edward Heath. La seconda è la maggiore cattiveria di alcune soluzioni legate al subconscio del protagonista: nel caso di Tyler le proiezioni dell’inconscio s’incarnavano spesso nella visione di una bambina bionda vestita di rosso (la cosiddetta Test Card Girl, che in quegli anni accompagnava il monoscopio della BBC - e se condividiamo la stessa curiosità e volete un confronto l’equivalente della Rai, definito Philips PM5544, moderate il volume degli altoparlanti per il vostro bene… eccovelo); nel caso dell’ispettore Drake, assumono invece la forma del clown personificato direttamente da David Bowie nel suo videoclip di Ashes to Ashes. E le sue apparizioni, inutile dirlo, risultano qualche ordine di grandezza più terrificanti delle pur inquietanti manifestazioni della bambina del monoscopio BBC.

La terza constatazione è certamente l’efficacia della formula: c’è poco da fare, questa combinazione di fantascienza e police procedural funziona, e funziona alla grande. Non so cosa potrebbe venire fuori dall’annunciata versione italiana (intitolata provvisoriamente 29 settembre, di cui tuttavia da due anni si sono perse le tracce), ma il gusto di contrapporre il presente al passato può essere per lo spettatore generalista fonte di piaceri che in genere sono riservati agli appassionati di fantascienza in senso stretto. Purtroppo il caso britannico che ha decretato il successo del franchise non fa fede, considerando la maggiore predisposizione del pubblico d’oltremanica agli stilemi della science fiction. Ma se lo shock da futuro è da sempre pane per i nostri denti di appassionati, una versione addomesticata come appunto questa forma di shock temporale “da passato” potrebbe riuscire di più facile assimilazione per un pubblico più eterogeneo e meno “preparato”, qual è appunto quello italiano. E gli anni di piombo offrono spunti di sicuro interesse per essere storicamente indagati o anche solo drammaticamente accennati (dopotutto, io stesso ho ceduto alla tentazione, con un racconto intitolato - guarda caso - Cenere alla cenere).

Arriviamo così a quello che voleva essere il succo del mio post. Life on Mars lasciava ampio spazio alle interpretazioni, ma a meno di cadute di stile questo Ashes to Ashes potrebbe servire a gettare anche nuova luce sui punti lasciati in sospeso dal prototipo, risolvendo quegli aspetti che avevano alimentato le discussioni più accese. La principale accusa mossa a Life on Mars era infatti quella di essere una serie “nostalgica”, incapace di guardare avanti, e la scelta di Sam Tyler di rifugiarsi volontariamente nel passato veniva letta da molti, alla fine, come una dimostrazione di questo approccio. Un’interpretazione legittima, che però condividevo solo in parte. Sono rimasto tuttavia incapace di razionalizzare la mia posizione e di argomentarla, rendendomi conto che nasceva da nient’altro che una qualche astrusa risonanza empatica. Almeno fino ad ora. Cominciando a guardare Ashes to Ashes, infatti, un po’ di cose hanno cominciato a schiarirsi e mi sembra che le tessere del mosaico si stiano incastrando al posto giusto.

Le due serie, infatti, non mettono in scena la stessa rappresentazione del passato. Se vogliamo, anzi, propongono una prospettiva in evoluzione, una dialettica tra epoche storiche diverse: avvertiamo, cioè, lo scorrere della storia, per dirla con toni altisonanti. In Life on Mars sentivamo che qualcosa poteva ancora essere fatto per modificare il corso degli eventi, rivoluzionando di fatto il nostro presente. Fin dalle prime battute questa possibilità sembra invece essere definitivamente esclusa in Ashes to Ashes. Sarà stato per il thatcherismo in UK, per l’edonismo reaganiano in USA o per l’orgia democristosocialista d’ispirazione craxiana in Italia, ma con gli anni ‘80 cominciano a delinearsi le prime certezze sul futuro: le cose andranno sempre peggio, c’è poco da scherzare. Come abbiamo avuto modo di sperimentare, la discesa è proseguita per tutti i ‘90 e ha raggiunto il culmine con la prima decade del nuovo secolo. Gli USA hanno intravisto una luce in fondo al tunnel, ma qui nella Vecchia Europa è ancora notte fonda.

Altro che nostalgia consolatoria, insomma: mi sembra piuttosto di essere dalle parti dell’autocritica più matura, condotta attraverso un semplice meccanismo narrativo quale può essere il confronto tra i nostri giorni e quelli di due epoche-chiave nel nostro passato. E anche se poi la tensione drammatica prenderà tutta un’altra direzione, com’è plausibile che accada e come accadrà, per sbrogliare la matassa di una trama che si sviluppa attraverso cinque stagioni (volendo considerare le due serie come la prosecuzione l’una dell’altra), il fatto di averci messo di fronte a questa contrapposizione resta, con tutte le riflessioni che può avere stimolato.

Non ci vorrà probabilmente una terza serie per sciogliere le ultime riserve possibili, anche se sono quasi certo che riuscirei comunque a godermi un ipotetico Thursday’s Child ambientato negli anni di transizione dal XX al XXI secolo. Ma poi subentra razionalmente la convinzione che se potremo aspettare qualche anno per questo, probabilmente sarà perché avremo trovato nel frattempo un modo per restare a galla, piuttosto che per venire davvero fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati negli ultimi decenni, e questo mi rallegra decisamente meno.

Let’s talk about… communication

Posted on Febbraio 27th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 1 Comment »

Forse i più assidui tra i lettori dello Strano Attrattore ricorderanno che un po’ di tempo fa avevo sperimentato un breve ciclo di articoli incentrati su letture tematiche, dedicato ai racconti di SF: avevamo cominciato con il sesso, proseguito con… il sesso, e poi avevamo parlato di inner space. Non sarebbe male riprendere prima o poi il tentativo e svilupparlo, magari verso altre direzioni inaspettate. Nell’attesa provo a recuperare il formato di quei post per parlarvi di una strana convergenza emersa da due letture di quest’ultimo periodo.

Quello della comunicazione è uno dei temi caldi della fantascienza. Dopotutto far interagire tra loro civiltà diverse o addirittura specie aliene pone dei problemi che costituiscono l’impalcatura ideale per lo sviluppo drammatico di storie e racconti. E in effetti sarebbe lungo e difficile ripercorrere il filone senza dimenticanze rilevanti, per cui mi limito a citare solo le prime letture che mi vengono in mente: I linguaggi di Pao di Jack Vance (1957), Una rosa per l’Ecclesiaste di Roger Zelazny (1963), Babel 17 di Samuel R. Delany (1966) e Il linguaggio segreto di Ruth Nestvold (2003), tutte opere in cui il linguaggio esercita qualche forma di controllo. Freschissima aggiunta al novero dei romanzi sull’argomento è da considerarsi Embassytown di China Miéville (2011), che sta già facendo molto parlare di sé. Un sottofilone della fantascienza dedicata al primo contatto si occupa nello specifico del problema legato a individuare una base comune per poter instaurare una forma di dialogo: dalla comunicazione “lenta” de Gli ascoltatori di James E. Gunn (1972) a quella tecno-metafisica di Contact di Carl Sagan (1985), diventato anche un film di successo con Jodie Foster, dal molto simile a quest’ultimo I transumani di Robert J. Sawyer (1998) a I protomorfi di Joe Haldeman (2004). L’approccio predominante è di natura matematica, anche se non mancano originali varianti basate sulla manipolazione biochimica da parte degli extraterrestri, come accade sia in Mai più umani di Nancy Kress (2003) che nella spettacolare miniserie I figli della Terra di Torchwood (2009), trasmessa in chiaro solo qualche settimana fa da Rai4.

Questa panoramica vuole servire solo a dare uno spaccato della varietà di opere che si sono confrontate con il tema. In questa sede mi interessa invece mettere a confronto due lavori molto diversi tra loro, per estrazione e per intenzioni. Mi è capitato di leggere un paio di mesi fa il romanzo In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Qualcuno forse ricorderà il film tutt’altro che memorabile che ne ricavò Robert Redford venti anni fa, pallida ombra del capolavoro che lo ispirò. In mezzo scorre il fiume è un breve romanzo composto da Maclean come atto riconciliatorio con il proprio passato: ambientato nel Montana di inizio ‘900 e nella smisurata vastità dei suoi panorami, popolati di solitudine e silenzi interrotti solo dal fluire dell’acqua sulle rocce e dal soffio del vento tra gli alberi e sui campi, la storia si dipana come un fiume di ricordi (emblematico il passaggio che ha ispirato il titolo dell’opera: “Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa“), occupato quasi per intero dalla memoria dell’estate del 1937. La prosa di Maclean è densissima, stratificata, cesellata fino all’ultima parola. Trasmette un senso di equilibrio che emerge forse anche dalla prospettiva temporale e, sebbene l’impianto del libro sia piuttosto tradizionale, riesce a concedersi con assoluta naturalezza delle digressioni paleontologiche che forse non hanno lasciato del tutto indifferente il Terence Malick di The Tree of Life, così come pure delle parentesi umoristiche dalla carica folgorante (particolarmente riusciti sono due siparietti che vedono protagonista e vittima il cognato del narratore, il primo in una bettola chiamata Black Jack e ricavata in un vagone ferroviario, il secondo in compagnia di una puttana chiamata da tutti Vecchia Pellaccia per una disavventura che li coglie alla sprovvista nel corso di una battuta di pesca).

Il libro è il mantenimento di una promessa fatta al padre, un rito laico dalla duplice valenza catartica e mitopoietica, come scopriremo arrivati all’ultima pagina (la traduzione, qui e nel seguito, è di Marisa Caramella):

Allora lui mi chiese: «Quando avrai finito di raccontare tutte le storie vere che conosci, però, perché non ne inventi una, e anche i personaggi?
«Solo allora capirai cos’è successo e perché.
«Sono proprio le persone con cui viviamo, che amiamo e che dovremmo conoscere meglio, a eluderci.»

All’epoca Norman, che rievoca i fatti in prima persona, è da poco rientrato in Montana dopo gli studi a Chicago, alle prese con le prime incombenze della vita matrimoniale, e ritrova il fratello minore, al quale è legato da un vincolo difficile da rendere a parole: complicità, rispetto reciproco, stima, amore. Non lo esprimono a parole loro, che si accontentano di vivere questo rapporto fatto di lunghi silenzi, non lo faremo nemmeno noi. La storia si svolge tra Wolf Creek, dove Norman vive con la moglie, Helena, capitale dello stato, dove Paul esercita la professione di giornalista, e Missoula, la città (per quanto possa parlarsi di città in Montana, e nel Montana ancora semi-pionieristico di inizio secolo in particolare) in cui sono nati e cresciuti e in cui vivono ancora i loro genitori. I momenti chiave del loro rapporto sono scanditi dalle battute di pesca che organizzano insieme, essendo stati istruiti dal padre nell’arte della pesca a mosca, di cui Paul è diventato un’autorità universalmente riconosciuta. Le discese al Big Blackfoot River diventano l’occasione per il narratore di riannodare i fili del passato, con l’autoritaria ma benevola figura del padre, un pastore presbiteriano in pensione, e con l’ombra luminosa ma controversa di Paul, refrattario alle convenzioni ma anche facile preda dei vizi dell’alcol e del gioco d’azzardo.

Paul e Norman sono come due microcosmi gemelli ma distanti e la pesca a mosca è il canale attraverso cui riescono a rivelarsi ed entrare davvero in contatto, perché sul fiume sono loro due soli e tutto il resto del mondo può essere escluso dal loro rapporto, insieme al rumore che quotidianamente riversa su di loro, soffocando il silenzio di cui hanno entrambi bisogno per svelarsi nella rispettiva essenza. Sempre dalle pagine finali estraggo questi due passaggi che si illuminano a vicenda:

Ci fermammo e guardammo giù per l’argine. Io chiesi a mio padre: «Ricordi quando abbiamo raccolto tutti quei sassi rossi e verdi là sotto, per fare un fuoco da campo? Alcuni erano di fango pietrificato, rossi, pieni di increspature».
«Portavano ancora i segni della pioggia» disse lui. La sua immaginazione si scatenava sempre, all’idea di quell’antica pioggia che colpiva il fango prima che si trasformasse in pietra, e fantasticava di starci sotto.
«Quasi un miliardo di anni fa» dissi io, che sapevo cosa stava pensando.
Lui tacque per un po’. Aveva rinunciato a credere che Dio avesse creato tutto l’esistente, compreso il Blackfoot River, nello spazio di sei giorni, ma non credeva nemmeno che l’impresa della creazione l’avesse messo a così dura prova da costringerlo a impiegare tutto quel tempo per portarla a termine.
«Quasi mezzo miliardo di anni fa» disse poi, nel tentativo di contribuire alla riconciliazione tra scienza e religione.

Per inciso, le riflessioni sul tempo nel romanzo di Maclean mi hanno richiamato alla memoria l’operazione analoga compiuta in quegli stessi anni da Breece D’J Pancake nei suoi straordinari racconti. E poi:

«Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
«Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
«No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa [...]»

La comunicazione (o la difficoltà di instaurarne una) e l’acqua. Strano connubio, si penserà. Non però se si è appassionati di fantascienza e di SETI. La banda di frequenze in cui si concentra la ricerca di segnali di natura extraterrestre è infatti chiamata in gergo water hole, ovvero “polla d’acqua”. Intorno ai 1420 GHz, frequenza compresa tra quella di emissione dell’idrogeno e quella del gruppo ossidrilico (le due molecole dalla cui reazione si origina l’acqua, da cui il nome), si riscontra il minor rumore di fondo della galassia: la scelta dei radioastronomi che scandagliano il cielo alla ricerca di possibili segnali di origine aliena è quindi motivata. La “polla d’acqua” ha in realtà anche un altro significato, rappresentando il punto nella banda di frequenze possibili in cui potrebbero incontrarsi le civiltà interstellari per comunicare tra loro, proprio come branchi di specie diverse a un fiume nella savana. Un racconto che ne parla con cognizione di causa è Il muro di idrogeno (The Hydrogen Wall, 2003) di Gregory Benford, che oltre a essere un apprezzato esponente della cosiddetta hard sci-fi è anche un astrofisico presso l’Università della California di Irvine.

Il racconto in questione, pubblicato in Italia nell’antologia Venti Galassie (Millemondi, estate 2007), descrive gli sforzi di una futura civiltà postumana di decodificare, all’alba del Quarto Millennio, le trasmissioni ricevute da una varietà di civiltà aliene. Queste trasmissioni hanno rivelato di racchiudere delle menti digitali codificate al loro interno (Compositi, Molteplicità, Architetture, etc.) e la missione della Biblioteca è la decodifica di questi costrutti, noti come Artificiali. Ruth Angle sbarca sulla Luna con il proposito di occuparsi del più enigmatico e inafferrabile dei cyber-alieni, l’Architettura del Sagittario, “un esempio del più alto ordine di Informazione senziente“. Quello che non può sapere, al momento di imbarcarsi in un’impresa in cui si sono cimentati senza risultati predecessori ben più illustri e quotati di lei, è che la missione è destinata a cambiarla, mettendola di fronte alla vera sostanza dei suoi desideri e obbligandola in ultima istanza a fare i conti con la propria natura umana. Facendolo, scoprirà che la stessa Architettura del Sagittario, a cui l’umanità si rivolge per scongiurare un cataclisma cosmico che rischia di sterilizzare il sistema solare, devastando tutte le colonie umane, nasconde una natura inizialmente insospettabile.

Metafisica e scienza si fondono nello splendido racconto di Benford con un’efficacia che lascia ammirati, in un tentativo che probabilmente avrebbe saputo soddisfare le aspirazioni più alte del reverendo Maclean, rivelando una matrice essenzialmente connettivista, come talvolta capita alla fantascienza migliore.

In mezzo scorre il fiume

Posted on Febbraio 26th, 2012 in Letture | 1 Comment »

Ormai tutte le persone che ho amato senza capirle quand’ero giovane sono morte, ma posso ancora ricreare la loro presenza.

Naturalmente, ormai sono troppo vecchio per essere un gran pescatore, e naturalmente di solito vado a pesca nel grande fiume da solo, anche se certi amici pensano che non dovrei. Come molti pescatori a mosca del Montana occidentale, dove le giornate estive hanno una lunghezza quasi artica, spesso comincio a pescare solo col fresco della sera. Allora, nella mezza luce artica del canyon, tutta l’esistenza si riduce a un essere con la mi anima e i miei ricordi e ai suoni del Big Blackfoot River e al ritmo in quattro tempi e alla speranza di vedere un pesce.

Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa. Il fiume è stato creato dalla grande alluvione del mondo e scorre sopra rocce che sono le fondamenta del tempo. Su alcune di queste rocce sono impresse gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce ci sono le parole, e alcune delle parole appartengono alle rocce.

Sono ossessionato dalle acque.

Da In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Traduzione di Marisa Caramella.

Il mondo che Dick creò

Posted on Febbraio 17th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 1 Comment »

Ormai Philip K. Dick è diventato praticamente un’istituzione. L’editore attuale dell’opera di Dick non perde occasione per rivendicarne la “trascendenza” rispetto ai confini del genere di appartenenza, illustri filosofi si occupano del suo pensiero e non passano inosservati sul Corriere della Sera, fioriscono i distinguo tra la letteratura alta e la massa indistinta della fantascienza, Hollywood continua ad attingere in maniera più o meno diretta ai suoi lavori e la ricaduta sul genere è ai minimi storici.

Di fronte al moltiplicarsi delle sfaccettature di un mondo sempre più dickiano, da appassionato del genere scopritore di Dick in tempi meno sospetti, penso che gli appassionati di SF come me dovrebbero rivendicare, ora più che mai, prima che si scateni il probabilissimo bailamme per le commemorazioni del trentesimo anniversario della sua scomparsa all’approssimarsi del 2 marzo prossimo, due condizioni fondamentali:

1. l’appartenenza di Dick al genere: al di là di tutti i difetti che si possono imputare alla sua tecnica, la grandezza della sua visione e la toccante sincerità delle sue preoccupazioni non avrebbero trovato un’espressione altrettanto efficace all’esterno del solco scavato dall’immaginario del genere: al fiume immenso che ha scavato l’antica valle, le opere di Dick hanno sicuramente tributato un contributo importantissimo, incrementandone la portata fino a rompere gli argini e a determinarne la conseguente irruzione nel nostro panorama culturale contemporanaeo tout-court;

2. la giusta collocazione di Dick all’interno della storia del genere; sostenere il suo primato equivale a commettere un torto a tutti gli altri scrittori che hanno saputo coniugare maturità tematica e padronanza stilistica, esprimendosi ai suoi stessi livelli se non anche meglio, e non sono affatto pochi: da Alfred Bester a Samuel R. Delany, da Fritz Leiber a Ursula K. Le Guin, da J.G. Ballard a William Gibson, Dick non rappresenta affatto l’eccezione nell’economia storica della fantascienza.

Negli ultimi tempi, lo stream del blog HyperNext ha fortemente risentito delle intuizioni di Dick, proprio per la loro persistenza e attualità nell’ambito del pensiero e delle inquietudini contemporanee. Due post per tutti: Il dilemma etico del male minore e Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Da oggi, per tre venerdì di seguito, riproporremo a puntate un mio articolo apparso in una versione precedente su Next 4. Si comincia da qui.

Visualizzazioni remote di una tavola da surf spaziale

Posted on Febbraio 10th, 2012 in Criptogrammi, Graffiti | 2 Comments »

C’è una scena, in Dark Star, spericolata pellicola d’esordio di John Carpenter che traspone nello spazio le ossessioni per l’armageddon atomica del Dottor Stranamore e rappresenta una delle rare performance d’attore del grande e compianto Dan O’Bannon (sceneggiatore versatile e mente eclettica nascosta dietro una pietra miliare del perturbante come Alien, un valido blockbuster del calibro di Atto di forza, uno straordinario B-movie come Screamers - Urla dallo spazio, nonché della bande dessinée The Long Tomorrow, annoverata da Ridley Scott tra le fonti di ispirazione per l’estetica noir di Blade Runner), in cui un superstite di un cataclisma spaziale cavalca un detrito dell’astronave come una tavola da surf, concedendosi un ultimo brivido prima della fine certa, abbandonato a se stesso nella solitudine della notte siderale.

La fascinazione per la disciplina della tavola e la magia delle onde non è un mistero per chi frequenta queste pagine, che al surf hanno dedicato in passato ampio spazio. D’altro canto, la fantascienza è il nostro pane quotidiano, e se siete capitati qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Surf e fantascienza: uno strano connubio? Non più di tanto, a giudicare dalle reiterate risonanze tra i due immaginari, dal Silver Surfer ai surfisti del cyberspazio (che arrivano ad omaggiare l’araldo di Galactus in un bellissimo racconto di Rudy Rucker e Marc Laidlaw, Condotto di probabilità), passando appunto per l’opera prima di Carpenter che tuttavia, contrariamente a quanto avevo sempre pensato, non rappresenta il primo flirt tra SF e surf. Un insospettabile precursore, stando a quanto suggerisce Tommaso Pincio, sarebbe stato proprio un altro capolavoro di Stanley Kubrick, a cui abbiamo dedicato in passato ripetuti interventi: 2001 - Odissea nello Spazio.

L’imprevista connessione passa attraverso l’artista John McCracken, che frequentava le spiagge californiane durante i suoi anni al college. Espressione dell’arte minimalista, la sua opera irrompe iconicamente nel panorama del Novecento nel 1966, con due anni di anticipo sul monolito spaziale: una tavola monocromatica, lunga e sottile, di perfetta foggia rettangolare, che sfonda la barriera delle due dimensioni e invade lo spazio psichico dell’osservatore. Visionario e intriso di cultura new age, McCracken colse la carica metafisica di quella geometria essenziale nello stesso periodo in cui Kubrick e Clarke cedevano alla medesima seduzione, trasformando il tetraedro del racconto originario del maestro britannico (La sentinella, 1953) in un parallelepipedo enigmatico e indecifrabile. Se ci fu vero contatto tra le visioni dell’artista e la sontuosa epopea kubrickiana, forse non lo si saprà mai con certezza.

Ci restano le risonanze che attraversano le installazioni di McCracken, evocando nello spettatore di 2001 associazioni tanto immediate e spontanee quanto nitide, e il sospetto di un episodio di retrocausalità di fronte alle annotazioni di quelle che McCracken soleva definire “viaggi psichici” o “visualizzazioni remote”, con passaggi folgoranti come questo, datato 24/3/97:

Mi trovo in un altro sistema solare della nostra galassia e vedo un complesso di stazioni spaziali che circondano un pianeta. Ho una sensazione di familiarità, una bella percezione. C’è tanta gente qui che conosco, un viavai, molta agitazione relativa a qualcosa.

Le strade al neon che portano a Neuromante

Posted on Febbraio 8th, 2012 in Futuro, Transizioni | No Comments »

La prima volta che ho collegato un modem analogico alla rete telefonica e al vecchio cassone che usavo come PC, nell’adrenalina del cinguettio elettronico dell’apparecchio che cercava di agganciare una linea, non potei fare a meno di immaginarmi il cyberspazio descritto da William Gibson. Ricorderete forse le immagini evocate da questo passaggio seminale di Neuromante:

Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, insegnando ai bambini concetti matematici [...] Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di qualsiasi computer e inviata al “sistema uomo”. Impensabile complessità. Linee di luce distribuite nel non-spazio della mente, ammassi stellari e costellazioni di dati. Come luci di città che si allontanano.

L’idea che dietro la sagoma di plastica grigia del modem e oltre il confine segnato dal doppino si nascondesse un’universo di luci al neon era una valida astrazione delle architetture di dati che mi aspettavano nella rete, e rendevano decisamente più interessante l’esperienza di una connessione a 56k, che implicava qualche minuto per il caricamento di una pagina e - tipicamente - un’altrettanto prosaica resa grafica della stessa.

Molti passi in avanti sono stati compiuti da allora. Ma restano ampi margini di miglioramento, specie se ci si prefigge come punto di arrivo la realtà virtuale interattiva, comprensiva di tutte le architetture di dati del genere umano, che è la matrice presentata da Gibson. Tra i punti deboli che ancora resistono, l’organizzazione dei contenuti resta uno dei principali problemi (se non il principale in assoluto) con cui deve confrontarsi chiunque voglia cimentarsi con la realizzazione di un sito web. Il web design non è una banalità e spesso impone dei compromessi. Se in genere il webmaster può imparare a convivere piuttosto bene con questi compromessi, purché rispondano alla propria idea del sito web, per l’utente il discorso è un po’ più delicato: siti con ottimi contenuti ma mal strutturati possono scoraggiare l’utente dall’esplorazione/fruizione degli stessi, vanificandone di fatto la bontà, a meno che non si abbia a che fare con utenti dalla forte vocazione all’avventura e alla scoperta, o semplicemente muniti di una pazienza divina. D’altro canto, siti estremamente complessi potrebbero non valorizzare il complesso dei contenuti per via delle inevitabili asimmetrie di esposizione e visibilità degli stessi, occultando di fatto agli utenti risorse di utilità potenzialmente elevata.

In questi anni il web si è evoluto. Ha attraversato il tumulto del 2.0, della condivisione dei contenuti, della loro moltiplicazione multimediale: blog, Wikipedia, YouTube, Second Life, MMORPG, social network. Si affaccia gradualmente verso i nuovi scenari del web semantico, del geoweb, dell’augmented reality. E in attesa esalta il lato più sociale: dopo i tempi di Usenet, dei gruppi e dei forum di discussione, il web sociale ha esordito mappando in rete le relazioni personali esterne alla rete, e molto presto si è trasformato in qualcosa di più: uno strumento per sviluppare collaborazioni, consentire nuovi contatti e amicizie, condividere con loro risorse di comune interesse, attingendo alla rete (link a siti, blog, piattaforme di condivisione) oppure alla vita esterna (foto, note, video dall’altra parte dello specchio). Quello che forse finora è mancato in questo senso, è stato uno sviluppo delle potenzialità implicite nel social web: la possibilità di propiziare a monte l’incontro tra individui accomunati da passioni e interessi.

Riepilogando, due delle cose che ancora mancano alla rete sono:

a. un metodo per svincolare i contenuti dalla progettazione del sito;
b. uno strumento d’ingegneria sociale che superi i limiti dell’attuale sistema di social networking.

A questo scopo nasce Volunia, il motore di ricerca messo a punto dallo specialista Massimo Marchiori (già ricercatore al MIT, collaboratore di Tim Berners-Lee, ideatore dell’algoritmo alla base del PageRank implementato da Larry Page e Sergey Brin per Google) nel segno del motto Seek & Meet. I motori di ricerca stanno consolidando in questi anni il loro ruolo di veri e propri “motori del web”, crocevia della rete. Non solo per via del successo di Google, presto seguito da Bing e altri strumenti via via meno popolari e potenti. Ma soprattutto perché è ormai improponibile anche solo pensare di esplorare il web senza uno strumento di ricerca. Le directory possono funzionare ancora per il deep web, ma nel mare magnum di superficie l’utilità del search engine è irrinunciabile. E così anche i motori di ricerca si moltiplicano, diversificandosi per target e funzionalità. Dopo Wolfram Alpha, il primo motore di conoscenza computazionale del web, Volunia si propone come un assistente di navigazione web con funzioni di mappatura dei siti web, estrazione delle risorse multimediali e costruzione di occasioni sociali.

La presentazione del prodotto, tenutasi lunedì 6 febbraio e trasmessa in diretta streaming dall’Università di Padova, è ancora accessibile in differita dal sito dell’ateneo (qui una versione concentrata e più fruibile). Le reazioni della rete, dopo la spasmodica attesa che ha salutato l’evento, si sono rivelate nel complesso abbastanza tiepide, se non proprio deluse e scettiche. Rispetto alle stesse, mi ritrovo scettico a mia volta, consapevole dell’effetto amplificante delle opinioni negative che in genere seduce i commentatori, sul web in modo particolare. E gli italiani sfiorano sempre vette d’eccellenza quando c’è da esercitare l’ars destruens, che si sia competenti in materia o meno (anzi, secondo l’implacabile logica della legge di Benford, l’accanimento cresce a dismisura quanto più si è ignoranti in materia).

Tra gli articoli che potete trovare in rete, ne segnalo uno positivo (dal Corriere.it), uno assolutorio (da Repubblica.it) e uno severo ma documentatissimo (da Punto Informatico). A cui aggiungo quest’altro critico da Wired che ho scoperto solo dopo la chiusura del post. Ovviamente, si può dire ciò che si vuole sulla presentazione come pure sulla strategia di comunicazione (a parte la scelta dell’italiano e malgrado gli intoppi tecnici, a me non è sembrata affatto sottotono, sarà che sono stato forgiato nella fucina di aule universitarie mediamente molto, molto più noiose, in anni in cui l’uso dei lucidi era ancora un’abitudine dura da estirpare dal corpo docente). La prova del fuoco si avrà quando Volunia sarà messa a disposizione degli utenti, che potranno testarne da sé le caratteristiche.

Per il momento, già solo l’idea di avere sempre a disposizione una riproduzione della struttura dei siti indicizzati mi sembra un’ottima cosa. Mi richiama l’ebbrezza di quei primi giorni di navigazione in una banda aghiforme, a cavallo di un modem cinguettante e scricchiolante. Le possibili evoluzioni dell’interfaccia web, a partire da quel volo d’uccello richiamato da Marchiori più volte nel corso della sua presentazione, mi ricorda troppo l’immagine primordiale del cyberspazio evocata da Neuromante, tradotta in estetica di uso popolare da film (Tron Legacy e Matrix, ma prima ancora Johnny Mnemonic, Il Tagliaerba, Hackers e il primo Tron) e videoclip. E pazienza per i neon, elemento imprescindibile dell’atmosfera cyberpunk: magari si accenderanno tremuli appena sul cyberspazio di Volunia calerà la notte. Anche per questo basterà aspettare.

Italia, 2012

Posted on Febbraio 5th, 2012 in Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.

HyperNext

Posted on Gennaio 29th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

Oggi nasce ufficialmente HyperNext, un nuovo blog connettivista. Informazioni, riflessioni, discussioni sull’immaginario a 360°, con un occhio di riguardo per le intersezioni con la scienza, la società, la tecnologia e la politica. HyperNext è un blog collettivo e a farlo ci saranno insieme al sottoscritto Sandro Battisti, Francesca Fuochi, Fernando Fazzari e Umberto Pace. Per le presentazioni di rito, rimando al primo post. E intanto eccovi il teaser preparato da Oedipa Drake:

HyperNext from Oedipa Drake on Vimeo.