Dopo il cyberpunk, quale futuro?
Posted on Agosto 6th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Letture, Psicogrammi | No Comments »
[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 26-02-2006.]
Com’era prevedibile, la mia visione del cyberpunk (qui sotto) ha innescato un vero e proprio dibattito. I punti di convergenza che emergono dalle varie opinioni espresse sono fondamentalmente: la vita notturna, la città sporca, le sensazioni sgranate, la musica di fondo (che sia Lou Reed o Wim Mertens, comunque un sottofondo incalzante di frenetica inquietudine urbana). In questa percezione, perfino il ruolo giocato dalle tecnologie è relegato in secondo piano. Credo che nessuno di noi le abbia dimenticate, solo le abbiamo date talmente per scontate che era inutile nominare altro che non fosse l’invadenza fremente dei neon delle insegne. La musica riversata nelle nostre orecchie da un lettore digitale potrebbe essere interrotta da un momento all’altro dall’interferenza di un cellulare, e nessuno di noi se ne farebbe meraviglia: le (non più) nuove tecnologie sono parte integrante della nostra quotidianità.
Questa constatazione, mi rendo conto ora, ha ispirato il passaggio verso una nuova idea della fantascienza, in cui il nostro genere comincia a riappropriarsi di territori troppo a lungo concessi in gestione ai suoi cugini (l’horror, soprattutto, ma anche, in una certa misura, il noir): un territorio che non è proprio dominio del sovrannaturale, o almeno non ancora, ma che comunque si trova virato verso il polo metafisico nella gamma delle nostre percezioni. Una sorta di red-shift emotivo, se mi permettete il paragone audace.
Ormai non pare più tanto irreale che in un futuro nemmeno troppo lontano computazione quantistica e manipolazione della materia a livello atomico, ingegneria genetica e intelligenze artificiali sovvertiranno le consuetudini quasi dogmatiche su cui si fonda la nostra percezione del mondo. Arthur Shopenhauer sentenziava che “il mondo è la nostra rappresentazione“. Una verità malleabile che, presto, potrebbe diventare di scottante attualità.
Leggendo alcune delle uscite SF più recenti (da L’Anno dei Dominatori di Ian Watson a Creature dell’Inframondo di John Shirley, approdando infine allo splendido Luce dell’universo di M. John Harrison), ho creduto di individuare gli inconfondibili tratti genetici di una tendenza, che in fondo, un po’ presuntuosamente, cercavamo di codificare in questo documento…



Strida di clacson, vociare di passanti, volti anonimi confusi nella folla. E, a echeggiare sopra ogni cosa, il profumo della notte al neon del Sol Levante che si perde nell’impassibilità di un cielo vuoto. Come lo schermo di una TV sintonizzata su un canale morto.

Ieri mattina, 2 agosto 2007 a Bologna: 27 anni dopo la strage infame che interruppe 85 vite e ne segnò per sempe altre centinaia. Minuti di profonda comunione civile che scandiscono il cuore di una città ancora viva.
Nel suo 


Una delle aspirazioni più saldamente radicate nell’animo umano è il desiderio di immortalità, che si estrinseca a diversi livelli dall’istinto biologico della procreazione “pilotato” dal software genetico (e non c’è bisogno che ricordi che in greco antico “timoniere” era kybernetikos), all’ossessione culturale per l’eternità che guida le civiltà occidentali (o più in generale, andando a ritroso, mediterranee), dalle dinastie faraoniche all’odierna civiltà dell’immagine, in una dinamo a ciclo continuo che ha caricato le batterie del sogno attraverso i secoli, attraverso il duro lavoro di uomini di cultura (come Dante e il dolce stil novo, finalizzato a regalare l’eternità alla donna bramata dal poeta, oppure i Romantici che recuperano il potere della poesia come strumento per appagare il loro anelito all’infinito) e di stato. Meno vincolate a questa logica appaiono alcune tradizioni non esclusivamente orientali: gli Etruschi, per dire, non usavano il marmo per le loro costruzioni (non solo funebri) perché la sua durevolezza mal si adattava alla caducità di tutte le cose, e non a caso di tutte le antiche civiltà dell’Europa occidentale gli Etruschi restano la più oscura, quasi avessero cercato di portare nelle loro tombe ogni traccia del loro passaggio. Inutile richiamare poi il concetto del Nirvana, proprio dell’Induismo per cui indica un’assenza di stimoli che mantengano in vita il desiderio, ma ripreso dal Buddhismo che ne fa un fine ideale, la liberazione dal dolore, il naufragio nel non-essere: un’eterna sospensione nell’
Uno dei passi più illuminanti letti su 





