Archive for the ‘Psicogrammi’ Category

11-9-2011: il sogno esploso?

Posted on Settembre 17th, 2011 in Agitprop, Connettivismo, Psicogrammi | 1 Comment »

Per noi che lo abbiamo vissuto sulla soglia dell’età adulta e per quelli più giovani di noi, l’11 settembre ha finito col rappresentare quello che per i nostri nonni poteva essere l’8 settembre, inserendosi nel calendario delle date che dovrebbero accomunarci come fondamento culturale, scandendo l’anno con i rintocchi di eventi più o meno traumatici, comunque sempre di rottura e discontinuità con il passato. Una data-chiave, insomma: uno di quei giorni dopo cui niente può continuare a essere come prima. Ovviamente, nel caso di ricorrenze di questa portata in modo particolare, è facile scadere nella retorica spiccia. Le reti TV imbastiscono l’ennesima replica dello spettacolo visto e rivisto un numero imprecisato di volte, i giornali gareggiano per coinvolgere i lettori nella corsa a ricordare dove fossimo quel giorno del 2001, cosa stessimo facendo, cosa abbiamo provato.

Io ricordo alla perfezione dove mi trovavo quando fui raggiunto dalle prime avvisaglie della tragedia e dove finii dopo, in cerca di informazioni su ciò che stava accadendo. Ricordo i colori di Roma, quel giorno, e ricordo il calore di un pomeriggio di fine estate appiccicato addosso.

Ma non credo che questo sia così importante. Non come quello che è seguito. Read the rest of this entry »

Camouflage: strategie mimetiche per le nuove esche della Rete

Posted on Luglio 2nd, 2009 in Connettivismo, Kipple, Psicogrammi | No Comments »

[Approfitto del richiamo fatto nell'ultimo post per riproporre - e, con l'occasione, aggiornare - questo vecchio articolo apparso sullo Strano Attrattore 1.0, in data 07-03-2008.]

L’interazione elettronica riscrive le regole dei rapporti sociali. Offre nuove opportunità ed evolve verso nuovi equilibri. La Rete è un laboratorio sociale in cui rivivono, trasfigurate e opportunamente declinate, le attitudini umane di base. Così può prestarsi, di volta in volta, a un’applicazione sempre diversa: può diventare laboratorio culturale, centro di aggregazione, foro, piazza del mercato, bar, sezione politica, galleria. Lo spazio delle nostre città viene mappato sulla Rete. Ma il medium informatico si presta con una facilità senza precedenti anche all’assunzione di forme di comportamento che nel mondo reale (= tempo-lento) richiederebbero una costanza e un’applicazione “patologiche”, oppure una forte determinazione.

Se fin dagli albori della Rete capita di imbattersi nei troll che infestano forum, gruppi di discussione e ogni altra comunità come spiritelli maligni del luogo, la fucina di talenti non ha smesso un solo istante di sfornare nuove categorie. Erano utenti di Usenet i primi a clonarsi per generare attraverso una pletora di sockpuppet o doppelgänger l’illusione di un fronte molto più vasto di quello effettivamente riscontrato a sostegno delle proprie posizioni, oppure per creare eserciti di nemici-fantocci pronti all’uso (straw men, “uomini di paglia”) per essere sbaragliati. A conti fatti, per quanto fastidiosi possano essere, i troll risultano tra le più innocue manifestazioni del fenomeno, specie quando risultano identificabili fin dalla loro prima apparizione (anche se le contromisure da adottare per affrontarli sono ancora argomento di dibattito e talvolta possano riuscire inefficaci nel prevenire una flame war). Più infide sono invece queste loro evoluzioni incrementali, i ventriloqui, che traspongono nel contesto della Rete comportamenti di natura schizofrenica che potrebbero risultare radicati anche nella loro vita reale. Ma ancora più subdole sono le recenti figure emerse dalle onde del web, dirette emanazioni dell’archetipo del fake: l’utente che falsifica ad arte la propria identità. Eccone una breve panoramica.

- Gender-bait: categoria illustrata da William Gibson nel suo Pattern Recognition. Parkaboy è l’utente del FETISH:FOOTAGE:FORUM con cui la protagonista Cayce Pollard instaura un canale privilegiato, che presto si sviluppa in un nodo di complicità. Ma la sua figura dietro lo schermo resta ambigua fino all’incontro tra i due. E, per un certo intervallo di tempo, anche dopo. I gender-bait sono quegli utenti che, in modi e con sfumature diverse, tendono ad assumere atteggiamenti e/o identità non rispondenti al proprio sesso e alla sua espressione nel mondo reale: agevolati dall’ambivalenza del nickname e dal distacco garantito dal mezzo, i gender-bait maschi simulano identità e comportamenti femminili per fare leva sul retaggio psicologico e le più istintive reazioni ormonali degli utenti maschi e, viceversa, le gender-bait femmine si fingono uomini nell’ambito di una strategia di compensazione, per mostrare i muscoli che nella vita di tutti i giorni non possono esibire, per imporre il proprio dominio sul territorio virtuale con la prepotenza e l’aggressività che solo in un maschio dominante potrebbero essere “tollerate”. C’è anche chi assume identità non rispondenti al proprio sesso per spirito di provocazione o per vocazione anticonformista.

- Faith-bait (o belief-bait): categoria che racchiude quanti professano una fede (religiosa, ideologica, politica) in cui nella realtà non si riconoscono. I faith-bait possono essere mossi dalle più svariate motivazioni: oltre al banale desiderio di accettazione, il loro comportamento può rispondere a una forte esigenza di identificazione e appartenenza. La suggestione di sentirsi parte di qualcosa è spesso più forte della razionalità. Ma talvolta capita che qualcuno finga di professare una certa convinzione semplicemente per accedere a un punto di osservazione privilegiato su un certo fenomeno o una certa comunità, virtuale o non. I faith-bait, come pure i gender-bait ma più facilmente di questi ultimi, possono essere degli embedded e la loro definizione può quindi sfumare attraverso la gamma del giudizio dall’accezione negativa (tipica di una personalità complessata, dissociata, etc.) a quella positiva (tipica invece di una tendenza all’indagine e all’esplorazione).

- Age-bait: categoria che comprende quanti fingono un’età diversa dalla loro età anagrafica. I più vecchi si spacciano per giovani imberbi nel tentativo di aggirare i filtri critici degli altri utenti, accattivandosene le simpatie, pronti ad approfittare dell’abbassamento della soglia analitica o della sospensione dell’incredulità al fine di inassarne il consenso e/o il sostegno e/o l’ammirazione. I più giovani si fingono più vecchi per ostentare l’autorevolezza che può derivare da un’esperienza e da conoscenze di cui difettano, ma che potrebbero risultare implicite o almeno attendibili in virtù di un ingannevole diritto di anzianità. In entrambi i casi, sia che si aspiri all’innocenza sia che si pretendano stima e prestigio, si tratta di un atteggiamento assunto al fine di colmare le proprie lacune culturali, emotive e/o relazionali. Per questo, pur partendo dalle premesse alterate delle precedenti due, in definitiva è la categoria meno costruttiva delle tre e con i gender-bait tende a rivelarsi la più opportunista.

L’oceano virtuale è pieno di plancton, ma anche di pesci più o meno grossi, più o meno disposti ad abboccare. E in qualità di pesce, nessuno di noi può aspirare alla visione completa della situazione, ignorando tutto ciò che si muove e agita sulla superficie. Diffidate quindi delle simulazioni: la prossima esca potrebbe essere per voi.

La legge di Riepl e l’estinzione dei vecchi media

Posted on Novembre 20th, 2008 in Connettivismo, Nova x-Press, Psicogrammi | 2 Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 05-04-2008]

La legge di Riepl è una di quelle chicche che resterebbero confinate nel campo specifico del loro settore di appartenenza se la letteratura non contribuisse al loro sdoganamento. Il caso in questione è di interesse ancora maggiore considerato che la letteratura che più di tutte ha contribuito alla sua diffusione (benché sotto mentite spoglie, quasi in incognito) è la fantascienza. La relativa voce di Wikipedia contiene quattro righe di notizie che sono la condensazione della voce tedesca da cui è stata ricavata. L’ultimo aggiornamento risale al primo aprile del 2007, ma non lasciatevi trarre in inganno dalla data.

Stiamo parlando di un’ipotesi avvalorata dalla fattualità empirica, parente stretta della più blasonata legge di Moore che da qualche anno corre sulla bocca di tutti. Quasi un secolo di strenua resistenza sul campo le è valso la promozione al rango di “legge”, ma ciò non implica che la sua validità si manterrà inalterata nel corso del tempo. Quello che possiamo dire è che fino ad oggi la sua efficacia generale non ha subito contraccolpi dall’incedere del progresso, resistendo fin dal 1913 quando a formularla fu il curatore del principale quotidiano del tempo di Norimberga, Wolfgang Riepl.

In un saggio sugli antichi mezzi di informazione (“Das Nachrichtenwesen des Altertums mit besonderer Rücksicht auf die Römer”) Riepl stabilì che i nuovi sviluppi risultati dal progresso non rimpiazzano mai del tutto i modelli esistenti, ma piuttosto determinano una deriva di questi ultimi verso nuove modalità di impiego e nuove nicchie di utilizzo. L’ipotesi di Riepl gode di una certa popolarità nel dibattito della comunità scientifica nei paesi mitteleuropei. In Occidente, l’opera di divulgazione più importante deve molto a due autori di fantascienza come Bruce Sterling (ispiratore del Dead Media Project, che prima di perdere slancio nel 2001 arrivò ad archiviare circa 600 articoli dedicati alle tecnologie estinte o spacciate) e William Gibson.

Nel suo racconto Academy Leader (1991, apparso su Cyberspace: First Steps a cura di Michael Benedikt, MIT Press, e da noi incluso nella raccolta Parco giochi con pena di morte, ed. Mondadori), Gibson riprende alcune note buttate giù in un pezzo del 1989 a metà tra narrativa e saggio (Rocket Radio, scritto per “Rolling Stone” e incluso in Italia nella raccolta citata). Ne riporto un brano:

Una volta perfezionate, le tecnologie di comunicazione raramente si estinguono del tutto; piuttosto, si riducono per occupare nicchie specifiche nella infostruttura globale. Si è suggerito di utilizzare radio a cristalli come mezzi per trasmettere i momenti ottimali per la semina a isolate tribù agricole. Il mimeografo, uno dei molti recenti dinosauri degli uffici urbani, brilla ancora con inalterato potenziale da samizdat megli angoli sperduti del secolo, risposta tardovittoriana all’impaginazione elettronica. Banche di innumerevoli villaggi del Terzo mondo conteggiano a manovella i loro totali su nere calcolatrici Burroughs, sbobinando metri di cifre azzurro chiaro su lunghe spirali di carta curiosamente allegre, mentre l’Unione Sovietica, non ancora entusiasta per i nuovi divertimenti tecnologici usa e getta, è divenuta l’ultima risorsa affidabile per le valvole elettroniche. Il formato a otto piste dei nastri sopravvive nei caffè ambulanti del Profondo Sud, come supporto per la musica country e per la pornografia viva-voce.

La Strada escogita i propri usi per le cose - usi che i fabbricanti non hanno mai immaginato. Il microregistratore, inizialmente concepito per dettature a braccio di qualche dirigente, si trasforma nel medium rivoluzionario del “magnetizdat”, permettendo la diffusione nascosta di discorsi politici banditi in Polonia e in Cina. Il cercapersone e il cellulare divengono strumenti economici sul mercato sempre più competitivo delle droghe illegali. Altri manufatti tecnologici diventano inaspettatamente mezzi di comunicazione… L’aerosol dà origine alla matrice dei graffiti urbani. I rockettari sovietici pressano in casa dischi flessibili usando vecchie radiografie del torace…

Dalla fantascienza alle tecnologie sorpassate, dalla calcolatrice Burroughs di nuovo alla fantascienza. E così il cortocirtuito si chiude, in un lampo di folgorazione capace di illuminare, nel domani, il nostro presente.


[In apertura un dagherrotipo di Daguerre. Nell'articolo: macchina calcolatrice di Burroughs. In chiusura: foto di IguanaJo, "Caged".]

Il meme del dubbio

Posted on Novembre 18th, 2008 in Connettivismo, False Memorie, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 15-06-2007. Versione rivista e ampliata.]

A quanto pare ci eravamo sbagliati. Io per primo, lo ammetto. La mia colpa è in un racconto che prima o poi dovrebbe uscire da qualche parte: si intitola Codice morto e parla proprio di questo, di quella vasta porzione del nostro DNA apparentemente spenta, inattiva, morta appunto, ma che adesso scopriamo essere più viva di quanto sospettavamo. Niente codice in letargo, quindi, ma istruzioni in apparenza inutili tanto alla sintesi proteica quanto alla replicazione genetica (e alla trasmissione dei caratteri) eseguite non si sa ancora bene per fare cosa. Ma comunque attive.

E’ una cosa che un po’ mi inquieta e che si combina con il discorso sulle ambiguità linguistiche che andavo esaminando qualche tempo fa, e che oggi ha richiamato ChiCaBanDiTa. L’inglese è perfetto da questo punto di vista. Cela - nemmeno troppo bene - molteplicità di significato sorprendenti, oltre a essere una lingua decisamente più compatta rispetto alle nostre consuetudini neoromanze.

Le due riflessioni, quella relativa alla nuova frontiera genetica aperta dal programma EncODE e quella sull’ambiguità linguistica, si sono fuse insieme in una sovrapposizione quantica di stati neurali. Nel 1976 Richard Dawkins coniava la parola “meme” nel suo controverso libro Il gene egoista: in analogia al concetto di gene della biologia genetica, Dawkins definiva il meme come “un’unità di informazione in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - come un libro - a un’altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è un’unità auto-propagantesi di evoluzione culturale” (fonte: Wikipedia).

Un meme è qualcosa che s’incista tra i ricordi e ne guida l’evoluzione per garantirsi la sopravvivenza. E non è una cosa statica, ma evolve per effetto di un fenomeno noto come deriva memetica. Un virus, come aveva intuito quel genio di William Burroughs, con un suo meccanismo di autopreservazione che s’innesca di fronte alla perdita di inerzia, mutando di vettore in vettore. Come se questo non bastasse, i memi tradiscono anche una intrinseca tendenza aggregativa, raggruppandosi in una sorta di cluster memetici con il potere di richiamare, per effetto del loro campo memetico, memi analoghi: così, per esempio, il meme Singolarità include i memi progresso, accelerazionetecnologia (tra i primi esempi che mi vengono in mente). A questo proposito, non posso non segnalarvi lo spettacolare Lessico Memetico di Principia Cybernetica

Ormai qualche mesetto fa spendevo un po’ di tempo riflettendo sulla parola “believe“. Credere, un concetto correlato alla fede, buona e giusta che sia, oppure malriposta. Questa parola, come a volte capita, mi si era innestata nelle routine psichiche. Ogni quattro parole pensate, saltava fuori questa: believe. Be-lieve.
Be-lieve.

E’ curioso come l’unità lie sia finita in believe. Trasformata, certo, visto che il suono della pronuncia è completamente diverso nei due casi. Possiamo pensare allora che il meme della bugia si sia evoluto a tal punto da garantirsi la sopravvivenza nel cuore stesso della fede? Una strategia spiccia di sopravvivenza applicata alla linguistica. Un punto debole in grado di minare castelli di certezze indistruttibili. Una lancia di Longino piantata nel cuore del profeta.

Dubitate. Sempre. Fine delle comunicazioni.

[L'immagine qui in alto è tratta da Neon Genesis Evangelion.]

In memoriam: Sacco e Vanzetti

Posted on Agosto 22nd, 2008 in Agitprop, False Memorie, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 22-08-2007.]
Come ricordava Carmilla nei giorni scorsi, domani 23 agosto saranno 80 anni dall’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due “anarchici bastardi” come ebbe a definirli il giudice Webster Thayer prima di condannarli a morte per un duplice omicidio che non avevano commesso, come avrebbe riconosciuto ufficialmente il governatore del Massachusetts Michael Dukakis nel 1977 (”Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti“). All’epoca inutile fu la campagna pro Nick and Bart lanciata da importanti intellettuali d’oltreoceano, con l’appoggio della comunità italiana d’America.

Queste furono le ultime parole rivolte da Vanzetti al giudice Thayer: ”Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano [...]

E come italiani e radicali, come anarchici bastardi e simboli delle peggiori ingiustizie perpetrate dal sistema, voglio ricordare questi due eroi del Novecento. Rileggendo le commoventi parole che ebbe per loro un grande come Kurt Vonnegut:

[...]Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l’ex portiere notturno all’Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.
Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand’ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni - pensavo - a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?

(Un pezzo da galera, 1979)

La letteratura del XXI Secolo

Posted on Agosto 20th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 31-01-2008.]

Nella chiacchierata radiofonica con Giampietro Stocco, a suo tempo, espressi un’intuizione che mi va convincendo sempre più, mano a mano che il tempo passa e i tentativi di scrittura proseguono e si moltiplicano. Visti i tempi che ci troviamo a correre, tra lenti a contatto che ci permetteranno di navigare in una sovrapposizione di realtà e virtualità e computer quantistici pronti a sbarcare nella nostra quotidianità, si può ancora credere di avvicinarsi alla scrittura senza essere passati attraverso il filtro della fantascienza? La domanda è retorica. Non esiste un altro genere in grado di preparare all’indagine dei mutamenti che la nostra società sta attraversando.

Una bella conferma arriva dal programma di Rai 3 Megalopolis, di cui ho già parlato e che ieri sera è giunto alla terza puntata, dedicata al Cairo. Ebbene, la prossima puntata sarà dedicata a Shenzhen, città emblematica del boom cinese, sorta alle porte di Hong Kong laddove un tempo sorgeva un villaggio di pescatori e ben presto mutata in un mostro tentacolare in grado di surclassare la scomoda vicina. E proprio a Shenzhen, ormai quattro anni fa, ambientavo il mio racconto Io vivo per Su Li-Zhen (poi incluso nell’antologia Revenant). Ne riporto qui di seguito un breve stralcio:

Shenzhen: megalopoli sopravvissuta al Collasso, oppure nata con esso. Quando è parso evidente che per la Terra noi inquilini della superficie fossimo solo una specie come un’altra di parassiti, una legione perfino pericolosa per il suo equilibrio, il clima ha subito un tracollo. La stagione dei tifoni ha prodotto un numero incalcolabile di vittime, danni incommensurabili e milioni di sfollati. Sciami di profughi si sono riversati nelle città dalle campagne, rendendo necessarie misure di intervento diretto da parte delle autorità.

Prima delle inondazioni, Shenzhen era solo la vetrina cinese sorta alle spalle di Hong Kong: una città franca, aperta ai flussi del mercato, soggetta ai venti della corruzione. Dopo, ecco il risultato: sei milioni di abitanti nei confini urbani, altri otto accampati nelle zone di accoglienza appena fuori città, in attesa di regolarizzare la loro posizione e guadagnare il diritto alla residenza.

Una densità demografica di oltre venticinquemila abitanti per chilometro quadrato. Non basterebbe tutta la mia vita a passare in rassegna uno per uno ogni essere umano di questa città ricombinante. La nanoingegneria plasma senza sosta i palazzi mutando il volto dell’agglomerato urbano dal tramonto all’alba, nel volgere di una notte. Un flusso migratorio costante compensa con manodopera fresca le perdite consumate sulla catena di montaggio, caduti sull’altare del lavoro grazie alla fin troppo generosa legislatura in materia di sicurezza degli impianti. Nuove tecniche di manipolazione permettono di mascherare molti dei principali parametri di riconoscimento. Una marea di forze contrarie si oppone alla mia caccia.

Quello era uno dei primi racconti in cui provavo a fondere insieme le istanze di generi diversi. Non lo facevo in maniera cosciente, chiaramente. Troppo entusiasta, troppo sprovveduto. Ma le mie orecchie sentivano una musica di fondo che sarebbe stata perfetta per l’atmosfera di un vecchio noir. E i miei occhi scavavano nel futuro. Con avidità. Capita di prendere le decisioni giuste, quando si lotta per sopravvivere.

Fantascienza: un tentativo di definizione

Posted on Agosto 18th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 29-07-2007.]

Sulla scorta di quanto detto e riportato nei giorni scorsi, mi avventuro nella mia definizione. Se avrete l’impressione che questa rimastichi le altre - ben più illustri - definizioni, la vostra impressione sarà corretta. Nulla si inventa e nulla si distrugge, come vedremo tra poco… Ma si tratta, come sempre, di un’ipotesi. E nulla è definitivo.

La fantascienza è la letteratura del mutamento, del possibile e del superamento. Mostra come, cambiando alcuni parametri della nostra realtà (società, storia, tecnologia), potrebbe diventare o avrebbe potuto essere il nostro mondo. E siccome il mutamento è al centro di ogni storia della letteratura che valga la pena leggere, il fatto che il mutamento sia la premessa per una storia di fantascienza rende automaticamente il genere una meta-letteratura, che si interroga sul mondo, sull’uomo e sul loro destino. La fantascienza è l’ultima frontiera dell’avanguardia culturale, artistica e civile. Un passo letterario verso l’escatologia.

Se qualcuno si sta chiedendo il perché della copertina di Babel-17… be’, parafrasando Mick Jagger potrei dire che “se cercate un altro nome per la fantascienza, potete chiamarla Samuel R. Delany“: ne incarna la quintessenza (avventura, speculazione, indagine sociale, sperimentazione, nostalgia del futuro e traslazione storica, tutto), quindi, avendo superato la prova dei dati preliminari, la mia ipotesi non può che essere smentita da una futura controprova. A voi il divertimento di scovarla…

E il connettivismo? Nei giorni scorsi, nella Lista di Fantascienza di Yahoo! Gruppi, azzardavo che:

Il connettivismo è un tentativo di coniugare l’indagine sociale con la speculazione scientifica, l’estrapolazione tecnologica e l’alternativa storica, realizzando una ideale fusione tra tradizione umanistica e attualità scientifica.

Ma, in fondo, c’è anche una definizione un po’ più larga, venuta fuori ad Anghiari:

Il connettivismo è la fantascienza degli scrittori nati nel tempo di internet.

Fantascienza: preludio a un tentativo di definizione

Posted on Agosto 13th, 2008 in Fantascienza, Psicogrammi | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 28-07-2007.]

Nei giorni scorsi Amedeo Balbi ha postato sul suo blog un intervento sulla presunta morte della fantascienza (che riprendeva un post di Luca De Biase). Visto che si parlava di fantascienza proprio lo scorso week-end, l’occasione mi offre la possibilità di dire la mia e di postare, sull’esempio di Amedeo, una splendida copertina, che nel caso in questione è quella del numero 42 di ROBOT, dopo aver letto il quale ho maturato il serio proposito di diventare - davvero - uno scrittore di fantascienza (e a cui sono quindi comprensibilmente affezionato).

Riporto qui sotto il mio commento al post di Keplero, riservandomi di ampliare poi il discorso.

Squillo di trombe e rullo di tamburi, perché questa è la prima volta che esprimo il mio punto di vista sull’argomento science-fiction da quando sono diventato uno scrittore di science-fiction (va bene, non ci credo neanche io, ma per fortuna o per sfortuna - sua - c’è qualcuno che se ne è convinto e piano piano la psico-guerra sta penetrando la resistenza di default del mio firewall neurale). Quindi…
Non ha alcun senso sostenere che la fantascienza debba prevedere il futuro, come si saranno resi conto tutti quelli che abbiano letto in vita loro almeno una dozzina di (buoni) libri di fantascienza. La previsione (intesa come estrapolazione) tocca alla scienza, non alla fantascienza. La fantascienza deve immaginare panorami, scrutare nel buio, speculare sul futuro. Il che la porta a essere molto simile alla scienza, assumendo la sua stessa tendenza alla precognizione, ma preservando una propria peculiarità. Il metodo scientifico si basa sui dati. La fantascienza deve immaginare i dati. E non può spararli lì, deve essere estremamente attendibile nell’immaginare i dati di domani per spingere lo sguardo fino al giorno successivo. E’ la sua essenza, che così la porta a mescolarsi con l’immaginario. Perché quando ci piglia (e con Clarke, Dick, Pohl, Gibson, finora ci ha preso, e presumo ci prenderà presto anche con Vinge, Morgan, Stross, Egan, MacLeod, etc.) la fantascienza fa sentire il proprio impatto sul mondo. Mutandolo a propria immagine e somiglianza…
E sì: è l’impatto sociologico della tecnologia che ci interessa. E’ da quello che dipende il futuro. Oggi come oggi, non vale la pena pensare ad altro…

Per essere più precisi, quello che De Biase contestava alla fantascienza era di essersi fatta sopravanzare dai tempi. Nella sua analisi, fulminante ma non del tutto precisa, non tiene infatti in conto un elemento cruciale: un tempo l’evoluzione della tecnologia e il progredire della conoscenza scientifica seguivano andamenti pressoché lineari. Fino alla fine degli anni ‘70, il ritorno del progresso non aveva ancora portato a quell’impennata che oggi contraddistingue il suo tasso di avanzamento. L’effetto è semplice: se un tempo era possibile spingere lo sguardo venti anni nel futuro per interpretare i prossimi dieci, oggi uno scrittore di fantascienza che voglia creare scenari tecnologicamente (e, di riflesso, scientificamente) attendibili deve avere il coraggio di scrutare nei prossimi secoli per capire dove possiamo andare a finire da qui a un decennio. E’ il paradosso di questi tempi moderni, che ci obbligano a sfidare la profondità della prospettiva vincendo le vertigini.

Il rischio è logico e facilmente intuibile: proprio perché bisogna spararle grosse, le probabilità di dire castronerie risultano amplificate. L’ambizione, tuttavia, a volte ripaga. E quando ci riesce, il futuro somiglia sorprendentemente alla sua visione.

Fantascienza e transrealismo

Posted on Agosto 11th, 2008 in Fantascienza, Psicogrammi | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 03-11-2006.]

Da qualche tempo sulla Lista si va discutendo della crisi della fantascienza, se si tratti di crisi di idee o di crisi d’identità. Negli ultimi giorni è emersa la possibilità, nemmeno troppo infondata, che a giocare a svantaggio della nostra Signora sia stata la denominazione italiana, che come fa giustamente notare Vittorio Catani è ingannevole, oltre che essere un ossimoro.

Di fronte a qualche goliardico tentativo di rinominare il genere, ho allora goliardicamente proposto di chiamarla “transrealismo”, à la Rucker. Quando Antonio Fazio (a proposito, potete leggere sull’ultimo Robot un suo eccellente intervento sulla presunta autoreferenzialità della fantascienza) ha osservato che il transrealismo è un’attitudine della fantascienza che la spinge a sconfinare talvolta nel fantastico (senza che nessuna delle due aree finisca però mai per prevalere sull’altra), e come concetto poco si adatta alla tassonomia, il suo post mi ha spinto a una riflessione, che riporto qui per condividerla con chi non partecipa alle discussioni del gruppo:

Posta in questi termini, la distinzione tra fantascienza e fantastico mi porta piuttosto a definire quest’ultimo come una sorta di “surrealismo” ovvero di “realismo magico”, non solo nell’accezione invalsa nel senso comune della scuola sudamericana.
Per come la vedo io, la prerogativa della fantascienza è proprio quella di operare una trasfigurazione del reale attraverso l’anticipazione (scientifica, tecnologica, ma anche umanistica, sociologica, antropologica) del futuro. Il fantastico si limita a prendere un dato reale di natura emotiva per operare un analogo processo di trasfigurazione, che però non ha alcuna pretesa di prospettiva storica.

Cosa di cui mi vado sempre più convincendo.

PS: Ora che ci penso, vedo la fantascienza come una macchina del tempo, il fantastico come un treno a differenza di fase.
Fortuna che è già venerdì ;-)

Ancora intorno al cyberpunk

Posted on Agosto 8th, 2008 in Fantascienza, Psicogrammi, ROSTA | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 14-11-2006.]

Lo speciale sul cyberpunk di Fantascienza.pod ha originato un lungo e acceso dibattito su cosa sia cyberpunk e cosa sia davvero significativo all’interno della corrente. Se volete ripercorrere tutta la discussione, la trovate sul Ten Forward: si va avanti ormai da giorni, ma è bello trovare altri appassionati competenti in materia e curiosi con cui confrontarsi. Una delle questioni cruciali emerse dalla disputa è, per esempio, se Greg Egan possa essere considerato o meno cyberpunk, il che mi ha servito su un piatto d’argento l’occasione per dilungarmi un po’ sulla mia visione delle cose…

Dal mio intervento del 10 novembre 2006, ore 13:50:

Personalmente credo che al di là dei meriti estetici e delle peculiarità stilistiche di cui si è parlato nel podcast e in questo thread (l’affinità con lo sperimentalismo letterario di Burroughs, a cui possiamo aggiungere la libertà di registro di Pynchon), il cyberpunk abbia portato un rinnovamento nell’uso di modelli letterari abusati. Mi spiego meglio: la tecnologia è sembre stata al centro della fantascienza, fin dalla sua nascita sulle riviste pulp degli anni Venti (e se vogliamo lo era pure nel precursore storico, il Frankenstein di Mary Shelley). Però era una tecnologia da laboratorio, una tecnologia funzionale alle esigenze del protagonista della storia, una cosa pulita, insomma, anche quando serviva da bersaglio per un monito. Con il cyberpunk, invece, la tecnologia diventa un affare da strada, perché è sulla gente della strada che ricade dopo essere uscita dalle stanze asettiche della scienza, persone comuni che cercano di servirsene come possono e spesso devono soccombere all’uso che ne viene fatto da qualcuno più forte (che il burattinaio sia una multinazionale, un governo o una IA - “strumento senziente di se stesso”… mi sento molto Ghezzi - poco importa). Con il cyberpunk la tecnologia entra nei corpi e nel sangue, laddove il massimo della fantascienza pre-cyberpunk (escludendo appunto pochissimi nomi: Delany, soprattutto, e in una certa misura Ballard e Bester) ammetteva un condizionamento esterno, ma mai una vera e propria integrazione/fusione. E infatti l’icona del cyberpunk è il cyborg (organismo integrato con impianti tecnologici, funzionalità organiche estese da protesi cibernetiche) che si muove in un paesaggio elettronico mutante. La tecnologia diventa così strumento di oppressione e di ribellione, riacquista la sua neutralità rispetto alla fantascienza classica dove veniva considerata sempre come un bene (soprattutto le origini) oppure come un male (il filone distopico fiorito di seguito), ma il suo controllo assurge a un ruolo di primo piano, perché attraverso il controllo della tecnologia passa il controllo del mondo (il famoso know how nelle mani delle corporation, trafugato dagli hacker…).

Ricordo che un po’ di tempo fa se ne parlava anche da queste parti. E intanto torna anche John Shirley con il suo capolavoro: dopo la fugace apparizione in Urania, approderà presto nelle librerie Eclipse, selezionato come classico nella nuova collana di fantascienza della Hobby&Work. Se non è una notizia questa…

Lunga vita alla Nuova Carne!