Un gelido inverno
Posted on Febbraio 20th, 2011 in Proiezioni | 3 Comments »
Duro come un pugno, ma bello come una speranza da accarezzare. Uscire dalla sala vedendo mantenute le promesse implicite nel trailer e nelle recensioni che ne hanno accompagnato l’uscita, assicura quell’appagamento che esplode di fronte alla giustizia messa in opera. Come la profonda provincia rurale del Missouri che porta in scena, Un gelido inverno si rivela spietato e ammaliante, straordinario nel dipingere la realtà di degrado e violenza che caratterizza questa ennesima zona marginale del nostro immaginario. Ogni inquadratura, ogni volto, ogni gesto, ogni scorcio di natura immortalati in questo film mi hanno richiamato alla memoria il senso dolente della vita, misto di solitudine e abbandono, ma anche di connaturato istinto di resistenza, che attraversano le pagine di Breece D’J Pancake.
Dal testo di Daniel Woodrell un’opera struggente, già premiata al Sundance e capace di ritagliarsi una meritata visibilità in diversi altri festival in giro per il mondo (Torino, Stoccolma, Berlino). Un successo, quello della pellicola indie di Debra Granik, culminato con le quattro nomination agli Oscar 2011, tutte strappate in categorie che ne valorizzano gli indiscutibili punti di forza: oltre a miglior film, miglior attrice protagonista per la ventenne Jennifer Lawrence (che nel ruolo di Ree Dolly, maltrattata dalla vita e dai suoi compaesani, illumina ogni scena con la sua determinazione e forza di volontà), miglior attore non protagonista per il luciferino John Hawkes (uno di quelli che una volta si chiamavano “caratteristi”, in grado di donare vita e spessore al personaggio di Teardrop, che riscopre i legami di sangue grazie alla tenacia di sua nipote Ree), miglior sceneggiatura non originale all’adattamento di Granik e Anne Rossellini tratto dal romanzo omonimo di Woodrell. E qui aggiungiamo che una nota di merito va anche al lavoro di Michael McDonough sulla fotografia, abilissimo nel rendere il rigore dell’inverno negli esterni, come pure il raccolto calore domestico, e di trasfigurare nella luce che irradia i volti le mille sfumature dell’animo umano.
Un gelido inverno narra due settimane nella vita della diciassettenne Ree Dolly, costretta a occuparsi della sua famiglia dopo la separazione dei genitori e il crollo psicologico della madre. Quando riceve l’annuncio dell’imminente sequestro giudiziario delle proprietà su cui si regge il sostentamento della casa (una fattoria e qualche acro di bosco), Ree si mette sulle tracce del padre, l’unico a poter scongiurare il peggio presentandosi all’udienza per la quale gli averi a lui intestati sono stati usati come termini della cauzione. Ostinata e indomita, Ree inizia la sua odissea privata negli Ozarks, poverissima regione montuosa nel cuore degli USA, e affronta la resistenza opposta alla sua ricerca della verità dalle logiche tribali dei legami di sangue che dettano legge in questa terra di nessuno. La sua storia, ripresa con piglio naturalistico, senza concessioni a facili derive psicologiche (è un film montato senza un solo flashback), rispetta tutti i canoni della narrazione nera e ne spinge agli estremi alcuni aspetti, al punto da sconfinare a più riprese in atmosfere e sensazioni da gotico rurale. E se nessuna redenzione sembra profilarsi per quelli come lei, la forza di volontà espressa nell’impresa di Ree risulta, alla fine dei conti, più efficace della speranza inseguita dai protagonisti de La strada (2009), ribaltando le conclusioni sulle possibilità individuali di riscatto che facevano grande un film tragico e fatalista come The Wrestler (2008), per citare due titoli in cui mi pare di scorgere una innata familiarità con Un gelido inverno (2010).
Regala un senso di soddisfazione vedere un’opera così solida, costruita su meccanismi prettamente di genere (e Woodrell non a caso ha voluto etichettare la sua produzione come country noir, mettendone in risalto le componenti chiave), riscuotere il successo che merita. Malgrado la penosa distribuzione italiana, l’unica sala di tutta Bologna che aveva il titolo in programmazione stasera risultava gremita. E forse la notte degli Academy Awards Winter’s Bone non si porterà a casa statuette, ma di sicuro resterà a testimoniare una tendenza in atto nel cinema americano, che torna a dedicare attenzione ai territori marginali. Del suo spazio geografico, del nostro immaginario e dell’animo umano.


Ieri sera c’era Million Dollar Baby, su RaiTre. La prima volta che lo vidi, fu in un cinema di Grenoble, in versione originale con sottotitoli (francesi). Era il 2005 e da allora ogni volta che me lo sono trovato in TV, non ho saputo resistere, così come mi è sempre accaduto con gli spaghetti western di Sergio Leone. Clint Eastwood, che di Leone è stato allievo e non cerca di nasconderlo, ha imbastito con questo film una tragedia contemporanea e ha saputo raccontarla con il garbo di una fiaba. Una favola nera, anzi nerissima, ma densa di una carica empatica che le consente di brillare al buio come lo schermo di un vecchio tubo catodico appena spento.
logica di sopraffazione che ne determina la condotta in mezzo alla strada. Scrap fa in tempo a sedersi davanti alla televisione per assistere alla finale in cui la ragazza che ha scoperto sta per contendere il titolo alla campionessa del mondo, nota per la sua slealtà. Dal ring della palestra di Frankie saltiamo al ring di Las Vegas per assistere in mondovisione alla parabola dell’astro nascente di Maggie, soprannominata da Frankie Mo Cùishle, in tempo per vederla estinguersi in un lampo lungo la traiettoria di rientro dall’orbita in cui ha sfiorato il coronamento del sogno. Il riscatto di una vita intera si trova lì a un soffio, un attimo prima; e l’attimo dopo si spegne insieme ai sensi a seguito di una delle tante scorrettezze di cui la vita non è avara e da cui nemmeno il ring - che della vita rappresenta, nella tradizione letteraria ormai assurta a
quel conto quando l’errore viene commesso discontandoci dalle nostre convinzioni? Dopo questo, Mo Cùishle Maggie, che finora ha appreso gli insegnamenti di Frankie Dunn con la dedizione di una discepola scrupolosa, non ha più niente da imparare. Ridotta in un letto d’ospedale, il suo corpo - veicolo della forza che la ha portata a un soffio dall’immortalità - è condannato a una violazione dietro l’altra. Dopo la paralisi, arrivano le piaghe da decubito, e infine l’amputazione degli arti in cancrena. E’ una via crucis a cui la protagonista non si rassegna ad assistere da spettatrice, e ormai “capitano della propria anima” - parafrasando il poeta inglese William Ernest Henley citato dal regista nel titolo stesso del suo ultimo, quasi altrettanto meraviglioso, 







