Archive for the ‘Proiezioni’ Category

L’uomo d’acciaio

Posted on Giugno 23rd, 2013 in Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Diversamente da Bill non sono mai stato un fan dell’eroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, forse il supereroe per eccellenza. Il problema con i supereroi è riuscire a innescare quell’affinità empatica che consente di superare la difficile barriera della sospensione dell’incredulità. Che poi è il problema tipico di ogni storia, ma nel caso dei supereroi eleva - oltre alle responsabilità che derivano dai poteri - anche la barriera da scavalcare. Nel mio caso hanno sempre avuto gioco facile altri personaggi, che a torto o a ragione sono andato giudicando come provvisti di maggiori sfumature, e pertanto di più promettenti risorse narrative da esplorare: Capitan America (soprattutto nel suo rapporto post-11 settembre con Nick Fury e il resto della comunità supereroistica targata Marvel), Wolverine e gli X-Men, Silver Surfer (più che i Fantastici 4), e in casa DC ovviamente Batman (forse ancora di più attraverso gli occhi degli sbirri di Gotham Central). Ma soprattutto il mio interessamento  per il genere deve molto (se non proprio tutto) alla prospettiva introdotta da Alan Moore con quel capolavoro postmoderno che è Watchmen. E dopo aver apprezzato tanto la trasposizione cinematografica di Zack Snyder (ne parlammo diffusamente su Urania Blog e su queste stesse pagine) quanto la reinterpretazione in chiave ultra-dark del Cavaliere Oscuro fornita da Christopher Nolan, ho deciso di dare una possibilità anche a Man of Steel, che si avvale della stessa compagine produttiva responsabile del successo planetario delle Dark Knight chronicles.

E, contrariamente all’opinione più diffusa che mi è capitato di leggere in giro in questi giorni, il film mi ha lasciato un senso di soddisfazione che confesso di non essermi per nulla aspettato a scatola chiusa. Ma procediamo con ordine.

Superman è con Lanterna Verde il più fantascientifico dei personaggi di punta della DC: incarna nelle sue origini quel senso del meraviglioso tipico delle avventure spaziali della Golden Age, un fattore che in prima battuta me lo ha reso da sempre poco credibile. In altre parole Superman mi sembrava molto poco congeniale a ispirare storie capaci di far riflettere sul nostro tempo. Un po’ un paradosso, a ben guardare. Per certi versi è l’equivalente di Iron Man, ma mentre quest’ultimo si presenta come la quintessenza del capitalismo tecnologico, Superman resta ancorato a un immaginario in qualche modo datato. Il parallelo tra le due figure regge anche se andiamo ad analizzare il processo di svecchiamento del canone operato dalle scritture fumettistiche e cinematografiche che li hanno coinvolti in questi ultimi anni. Così come Iron Man vede sottolineata la propria natura di cyborg fin dal lavoro svolto da Warren Ellis sulla miniserie Extremis, ben prima del boom cinematografico propiziato dal talento istrionico di Robert Downey Jr, l’Uomo d’Acciaio affronta in questa pellicola un’autentica opera di rivalutazione delle sue origini kryptoniane: senza spoilerare, basti dire che l’estetica dark e un provvidenziale upgrade tecnologico rendono Krypton e la sua società un mondo credibilmente alieno.

Man of Steel ripercorre la genesi del personaggio, dal salvataggio del neonato Kal-El grazie al sacrificio paterno (Jor-El è qui personificato, in carne e pixel, da Russell Crowe), fino alla sua rivelazione all’America e al resto del mondo. Snyder opta per una narrazione felicemente destrutturata per quasi metà della pellicola, alternando i diversi tempi della vita di Clark Kent (Henry Cavill), dall’infanzia a Smallville, Kansas (nel cuore rurale d’America) alla scoperta della Fortezza della Solitudine tra i ghiacci artici. Dopo il prologo concitato (e visivamente a volte confusionario) su Krypton, diversi momenti riusciti (l’unica scena che le viene riservata, per esempio, è giostrata con grande bravura da Diane Lane; il continuo confronto del giovane Clark con il padre adottivo interpretato da Kevin Costner costruisce bene la psicologia del futuro Superman; il confronto dell’uomo venuto da Krypton con la natura della Terra ci regala diverse scene d’impatto), intercalati da qualche scivolone al limite della comicità involontaria (a esser generosi l’Uomo d’Acciaio e i suoi primi maldestri tentativi di prendere confidenza con i poteri stridono un po’ con la voce che pontifica fuori campo), ci conducono alla svolta della pellicola: l’arrivo nell’orbita terrestre di una nave kryptoniana capitanata dal generale ribelle Zod (Michael Shannon), a capo degli ultimi superstiti della sua specie, accidentalmente scampati in un carcere spaziale al cataclisma che ha portato alla distruzione del pianeta natale. Kal-El è arrivato sulla Terra con l’ultimo reperto in grado di rigenerare il suo popolo e Zod è intenzionato a entrarne in possesso, per ripopolare una Terra riplasmata a immagine e somiglianza di Krypton.

Qui nel frattempo la sceneggiatura lascia sgocciolare un altro po’ di acqua, sia per quanto riguarda la funzione originaria della Fortezza della Solitudine, sia per la gestione dei personaggi: tanto la proiezione della coscienza di Jor-El quanto il ruolo della reporter Lois Lane (Amy Adams) nei piani degli invasori sembrano pensati esclusivamente per assolvere alla funzione di deus-ex-machina al servizio del protagonista. Ma se David S. Goyer si conferma non impeccabile nell’amministrare lo script, Snyder cerca di metterci una toppa come meglio può: spingendo il pedale dell’acceleratore fino in fondo. Gli scontri dell’uomo d’acciaio con i kryptoniani ribelli raggiungono apici parossistici e tengono incollati alla poltrona. Una menzione di merito tra i cattivi va ad Antje Traue, nei panni - ahem… nella tuta bionica, che in qualche modo richiama l’estetica dei Necromonger di Chronicles of Riddick - di Faora, luogotenente e braccio destro di Zod. E un altro punto a favore del film è senz’altro l’arma finale (che poi nemmeno sarebbe un’arma, ma assolve benissimo allo scopo) nelle mani dei conquistatori. Snyder tira fuori dal cappello una scena onirica di impatto notevole a suggellare il primo incontro tra Zod e l’Uomo d’Acciaio e un’invenzione autoreferenziale ma efficace la prima volta che nel film viene fatto il nome di Superman. Il resto è ordinaria amministrazione.

Ma tra macchine terraformanti, intelligenze artificiali e nanotecnologie, L’uomo d’acciaio compie a tutti gli effetti un aggiornamento tencologico del mito, regalandoci un personaggio che, malgrado le aspirazioni a un’umanità ordinaria, è soprattutto un alieno mutante, con tutte le complicazioni che la condizione comporta. E carica la storia di una valenza etica ben rappresentata nel dilemma di Superman davanti alla scelta tra il legame con Krypton e la vita degli innocenti minacciati da Zod, l’ultimo della sua stirpe. Lasciandoci comunque con degli interrogativi in sospeso:

1. Come mai la kryptonite - ormai proverbiale nemesi dell’uomo d’acciaio - viene sfruttata in maniera solo marginale?

2. Dopo lo sdoganamento di Cloverfield, quando si stancherà Hollywood di trasformare la Grande Mela (che si chiami New York, Gotham City o Metropolis il succo non cambia) in un campo di battaglia? L’anno scorso ci avevano provato - abbastanza insensatamente - The Avengers, quest’anno la DC Entertainment ha voluto pareggiare a tutti i costi i conti con i Marvel Studios.

3. Era proprio necessaria la ventata di patriottismo finale?

Se anche Man of Steel dovesse rimanere senza un seguito (per altro già annunciato dalla Warner Bros dalle pagine del Wall Street Journal, forse addirittura già per il 2014), si tratta di quesiti con cui riusciremo a convivere.

Chiusura sui contributi tecnici. I veterani Amir Mokri e David Brenner, nei rispettivi comparti (fotografia e montaggio), rendono alla pellicola i loro migliori servigi. Promossi i costumi del premio Oscar James Acheson in coppia con Michael Wilkinson. Sospensione di giudizio per il compositore tedesco Hans Zimmer, che pur asservendo la musica alle scene sembra non riuscire a trarre dallo spartito una personalità all’altezza delle aspettative sul personaggio e così non riesce a replicare i fasti di altre sue prove di ben altro spessore (pensiamo a Il GladiatoreIl Cavaliere OscuroInception). La prova alla sceneggiatura non lascia invece nutrire gli auspici migliori per la Warner, che aveva già siglato con Goyer un accordo per tre titoli. Il contratto, oltre alla presente pellicola, dovrebbe includere anche l’attesissimo sbarco al cinema della Justice League (ovvero la risposta DC agli Avengers). Buona fortuna!

Looper

Posted on Febbraio 7th, 2013 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

La mia recensione: sulle pagine di Boiling Point.

Cloud Atlas

Posted on Gennaio 26th, 2013 in Connettivismo, Fantascienza, Proiezioni | 1 Comment »

Tornando su Cloud Atlas (la mia recensione è apparsa l’altro giorno su Fantascienza.com), forse vale la pena aggiungere due righe a quanto dicevo in quella sede. Si tratta di riflessioni personali che esulano dall’effettivo valore della pellicola e che non aggiungono davvero nulla alla sua lettura critica, per cui le relego sullo Strano Attrattore.

Il film è arrivato in Italia con la tagline “Tutto è connesso” (che per alcuni siti specializzati è diventato addirittura parte integrante del titolo) e dunque l’associazione di idee viene piuttosto naturale: possiamo considerare il film alla stregua di un’opera connettivista?

La risposta, anche qui, come per il giudizio sugli effettivi meriti della pellicola, ha un doppio risvolto. Di primo acchito, Cloud Atlas è un’opera che potremmo di certo ricondurre alla sensibilità che permea il movimento e addirittura sembra racchiudere al suo interno posizioni eterogenee e anche molto diverse che hanno trovato voce tra i connettivisti: l’idea della connessione spirituale tra le anime dei diversi protagonisti operanti in epoche anche molto distanti tra loro, una certa - appena accennata - liaison tra la sfera empatica e i territori matematici della teoria del caos, la scorribanda attraverso lo spazio-tempo e - stilisticamente - l’attitudine a una varietà di registri che ben si attaglia alla contaminazione tra i generi (nel cui ambito, in ultima istanza, Cloud Atlas rappresenta un valido esempio di coesistenza).

Si ha la sensazione che i Wachowski & Tom Tykwer abbiano voluto tentare un’opera totale. E se sul piano della resa commerciale si può senz’altro sostenere la buona riuscita della loro operazione (su IMDB il film si attesta su una media di 7,9 quando il conteggio dei voti si avvicina ormai agli 80.000, per quanto il film non abbia ancora raggiunto i risultati di un blockbuster, ma mancano ancora i risultati di Regno Unito, Australia, Francia e Giappone, dove verrà distribuito nelle prossime settimane), sul piano della complessità del messaggio permane una certa resistenza a considerare l’opera come effettivamente riconducibile a ciò che cerchiamo di fare con il connettivismo.

La scelta degli autori di puntare tutto su una quintessenza vecchia come il mondo, che mi ha fatto accostare il loro lavoro al Quinto Elemento di Luc Besson, di certo risulta una semplificazione eccessiva, quasi forzata, che purtroppo non gioca un favore alla ricchezza dei contenuti fin lì offerti da Cloud Atlas. E questo riesce a disinnescare la portata di un film che, nel suo racconto totale, poteva ambire a proporre una formula di “fantascienza ripotenziata” alternativa a quella di cui parlavo tempo fa a proposito - per esempio - de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Certo, Audrey Niffenegger giocava su un piano diverso e la letteratura è confrontabile solo in parte con il cinema (come dimostra l’esito ben più modesto - per quanto comunque valido - del suo adattamento), ma in definitiva il paragone mi serve per motivare meglio la mia impressione: e cioè che, in ultima analisi, Cloud Atlas forzi un capovolgimento, volendo esaltare il candore e l’ingenuità (l’amore è la giustificazione di tutto) al di sotto di una fisicità potenzialmente straordinaria (la natura intrinseca della dimensione umana, la propagazione degli effetti delle nostre scelte, etc.), laddove The Time Traveler’s Wife riusciva con molti meno mezzi e con molta più naturalezza a valorizzare al meglio fattezze piuttosto comuni (la classica storia d’amore) attraverso un’attitudine innovativa (il punto di vista fantascientifico).

Tuttavia sono molti gli aspetti da salvare nell’operazione del trio WW&T, in un’ottica di valorizzazione complessiva del cinema di genere, e questo rende ragione del mio giudizio complessivamente positivo su Cloud Atlas.

Argo

Posted on Novembre 27th, 2012 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

«Argo who?»
«Argo fuck yourself!»

Courtesy of Alan Arkin & Tony Mendez.

Skyfall

Posted on Novembre 26th, 2012 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

E alla fine - come anticipato - recensione fu. Su Fantascienza.com.

Argo: A Cosmic Conflagration

Posted on Novembre 17th, 2012 in Proiezioni | 1 Comment »

La storia di come il progetto abortito per una grandiosa epica cinematografica di fantascienza salvò la vita a sei funzionari dell’ambasciata statunitense a Teheran, durante la crisi degli ostaggi in Iran che si protrasse per 444 giorni dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981, è al centro dell’ultimo film di Ben Affleck, prodotto da George Clooney e Grant Heslov (lo stesso team produttivo artefice di Good Luck, and Good Night), con un cast di caratteristi eccezionali, da Alan Arkin (che recita nel ruolo di un immaginario produttore off-Hollywood, l’unico tra i personaggi principali a non essere modellato su una persona realmente esistita) a Bryan Cranston, passando per John Goodman. Il film è Argo, nelle sale dall’8 novembre scorso, e prende il titolo dall’operazione della CIA ideata e condotta sul campo da Tony Mendez, specialista in esfiltrazioni, insignito dal Presidente Jimmy Carter proprio per questa missione dell’Intelligence Star. Lo script originale di Chris Terrio prende le mosse da un articolo di Joshuah Bearman del 2007, pubblicato da Wired: How the CIA Usede a Fake Sci-Fi Flick to Rescue Americans From Tehran.

La storia dietro il film che avrebbe dovuto cavalcare l’onda di Star Wars, portando sul grande schermo le visioni spettacolari (e in forte odore di postumanesimo) di Roger Zelazny, autore nel 1968 del romanzo premio Hugo Lord of Light (qui da noi Signore della Luce), è invece raccontata da DJ Pangburn su Boing Boing in un articolo che vi consiglio di leggere. Il progetto dell’adattamento cinematografico del capolavoro di Zelazny, fortemente voluto dallo sceneggiatore Barry Ira Geller, coinvolse pesi massimi del calibro di John Chambers (specialista del trucco vincitore dell’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie, a cui Goodman presta i suoi chili e la sua bravura in Argo), Ray Bradbury (che non ha bisogno di presentazioni), Paolo Soleri (l’architetto teorizzatore del concetto di arcologia, invalso nell’immaginario di SF a partire dagli anni ‘80) e Buckminster Fuller (altro grande ispiratore del nostro immaginario fantascientifico, ideatore tra le altre cose dei primi progetti di cupole geodetiche). La visione di Geller era grandiosa: dopo aver acquistato i diritti del libro, avrebbe voluto farne un film da 50 milioni di dollari e convertire poi i set in un grandioso parco a tema alle porte di Denver, nella città di Aurora balzata la scorsa estate tristemente agli onori delle cronache per altro: Science Fiction Land (sulla cui storia è in realizzazione anche un documentario a firma di Judd Ehrlich). Per il suo progetto, Geller coinvolse anche Jack Kirby, che realizzò gli sketch che potete ammirare qui (purtroppo, immagino per questioni legate ai diritti, quelli che si vedono nel film sono stati ricreati ad hoc, e conservano poco dell’impatto originario delle tavole del maestro), prima che il tutto naufragasse tra sospetti di frode e corruzione.

Come scrive Pangburn (che si è occupato a più riprese della vicenda) su Boing Boing, riprendendo la testimonianza di Ehrlich:

“Barry was this kid from the Bronx, who from a very young age was obsessed with comic books and science fiction, and would just read everything,” said Ehrlich. “Zelazny’s Lord of Light was a huge book that came out in 1967. And Barry wanted to adapt it. I think it spoke to him on a number of levels. A big part of the book is putting technology back into the hands of the people, and taking it out of the hands of the few. And through technology we could attain power.”

Anyone who has read Lord of Light will note that it is, at heart, a story of shifting identities—the identities of people who constantly assume new avatars. As Ehrlich sees it, it’s no surprise that it would appeal to Geller.

“There’s also a story of reinvention in Lord of Light. People change bodies,” says Ehrlich. “Barry has constantly reinvented himself. He’s worn a lot of different masks through his life. This comes out in a much more literal sense when the CIA and Mendez—literal masters of disguise—get involved in the Argo ploy.”

A resuscitare il film ci pensò dunque la CIA, che sotto copertura e per soli 10.000 dollari si assicurò i diritti ed entrò nel business di Hollywood, spacciando agli iraniani l’oppio di un’epica sci-fi che valse la liberazione dei sei funzionari intrappolati a Teheran.

Geller, insieme al resto del mondo, avrebbe saputo dell’uso che era stato fatto del suo copione solo nel 1997, dopo che Clinton declassificò l’operazione Argo, e si venne a sapere tutta la verità dietro la missione segreta più fantascientifica nella storia dei servizi.

Notizia dei giorni scorsi è che Ehrlich è riuscito a raccogliere attraverso Kickstarter i fondi necessari per finanziare il suo documentario. Sull’accuratezza del film di Affleck, vi rimando a questo documentatissimo articolo di David Haglund. Per saperne di più, vi consiglio infine questa intervista a Tony Mendez in persona, su YouTube.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

Ultime dalle colonie extra-mondo

Posted on Novembre 5th, 2011 in Graffiti, Proiezioni | 3 Comments »

8 mesi fa destò scalpore la notizia della cessione dei diritti cinematografici di Blade Runner, rilevati dalla Alcon Entertainment, compagnia intenzionata a rinnovare radicalmente il franchise. Adesso qualcosa comincia a muoversi. Intervistato da Speakeasy (web magazine del Wall Street Journal dedicata a media, intrattenimento e arti), Ridley Scott ha lasciato trapelare qualche dettaglio sul film che sta mettendo in cantiere. Che potrà essere, a suo dire, un sequel, sebbene non vedrà la partecipazione di Harrison Ford. Il volto ormai iconico del cacciatore di replicanti non tornerà a vestire il trench di Deckard, come d’altro canto era già nell’aria. Il 74enne regista britannico reduce dalla post-produzione di Prometheus ha poi dichiarato di essere ormai prossimo, dopo un’accurata ricerca preliminare, a trovare lo sceneggiatore adatto per il film (via io9).

Intanto, godiamoci questo time-lapse di Tokyo firmato da Samuel Cockedey: s’intitola Android Dreams e fotografa il panorama della metropoli giapponese come se fosse un incrocio tra la Los Angeles del 2019 e l’altrettanto avveniristica New Port City di Ghost in the Shell. E il colore del cielo è fin troppo riconoscibile a chiunque abbia masticato silicio e Neuromante. Quale che siano le fonti d’ispirazione, giudicate voi stessi visionando la clip direttamente su Vimeo. Essendo accompagnata dalle note di Vangelis, anche quella ricade nelle restrizioni riconducibili al regime di embargo imposto dall’Anonima Esattori. Quindi, per non lasciare sguarnito questo post, mi limito a riprodurre qualcuno dei fotogrammi più suggestivi scattati da Cockedey.

This Must Be the Place

Posted on Ottobre 30th, 2011 in Proiezioni | No Comments »

“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo: Farò così, a quella in cui diremo: E’ andata così.”

Cheyenne

Si è detto che al Festival di Cannes 2008 Sean Penn rimase folgorato da Il Divo, film che Sorrentino presentava in concorso, a tal punto da mettere in cantiere con il regista napoletano un progetto comune. Quell’anno Il Divo riportò dalla Croisette il Premio della Giuria. Tre anni dopo, arriva nelle sale il frutto della collaborazione tra Sorrentino e Penn: un’opera per molti versi alienante, un oggetto cinematografico non identificato che s’inserisce nel solco del precedente lavoro e al contempo se ne distacca. Forte di un budget stimato di 25 milioni di euro e alle prese con un cast straniero (tre Premi Oscar tra Sean Penn e Frances McDormand), alla sua prima produzione internazionale Sorrentino sembra voler prendere le misure al cinema americano. Non che debba stupire: se Il Divo segna una vetta difficilmente eguagliabile nel cinema italiano contemporaneo, è naturale che il suo autore cerchi per la propria creatività una sfida e uno sbocco altrove, arrivando ad ambire a opere di più facile esportazione.

This Must Be the Place è a tutti gli effetti un’opera di transizione, così non stupisce nemmeno che abbia spaccato la critica. Ma al di là degli elogi che come di consueto sono piovuti su Sorrentino, anche i riscontri meno entusiastici intravedono nella pellicola dei momenti da antologia: sono per lo più parentesi nel flusso della narrazione (l’incontro fortuito con un top manager texano che affida al protagonista il proprio pick-up di lusso perché lo riconsegni alla moglie, il passaggio dato a un anziano indiano in pieno deserto, l’incidente al motore del fuoristrada che prende improvvisamente fuoco e lo scambio di battute con un camionista capitato lì per caso, il flashback che riporta il protagonista al discorso del proprietario del veicolo sul valore della fiducia nel mondo moderno), ma aprono spiragli sul mondo autoriale di Sorrentino, che si nutre di una comicità capace di fotografare il caos e l’imprevedibilità del mondo che ci circonda.

Ciò detto, il film si regge per intero sulle spalle del suo protagonista. Sean Penn è Cheyenne, una ex rockstar in pensione, che vive quasi in esilio nella periferia dublinese, trascinando la propria esistenza come un bizzarro trolley (quasi una valigetta di Charlot), con l’unica compagnia di una moglie che gli fa da balia, una giovane goth che ha in stesura una tesi sulla sua carriera e un consulente finanziario prigioniero di una vita inconsistente e astratta come i flussi di denaro che è abituato a maneggiare quotidianamente. La prima parte del film vive di tempi estremamente dilatati e si limita a cucire insieme episodi che poco o nulla hanno a che fare con quella che diventerà la sua direttrice narrativa. E’ come se autore e attore volessero delineare con la massima precisione possibile il carattere di Cheyenne, una star plasmata sull’estetica di Robert Smith dei Cure e che nel nome della sua ex band “Cheyenne and the Fellows” echeggia altri storici complessi della new wave post-punk, Siouxsie and the Banshees e Echo and the Bunnymen su tutti, e per farlo si fossero posti un unico vincolo: tenere la telecamera ancorata al presente, evitando categoricamente i flashback sul passato e usando le parole con economia. Dalla sua interazione con le vite perdute nei suburbi irlandesi all’ombra dell’avveniristico disegno di acciaio e vetro dell’Aviva Stadium, apprendiamo così pochi elementi chiave, comunque utili per inquadrare il personaggio: che malgrado la presa di distanze dalla filosofia dark che aveva contribuito a promuovere in gioventù è ancora incapace di rinunciare al look di quegli anni, che vive come un freak sopravvissuto al suo tempo ma inseguito dal rimorso per le vite spezzate da un’adesione esasperata o solo da una cattiva interpretazione del testo delle sue vecchie canzoni, che cammina al contempo sull’orlo di una depressione incipiente.

Il punto di discontinuità è segnato dalla notizia che il padre con cui ha interrotto i rapporti da oltre trent’anni è gravemente malato. Cheyenne non riesce a decidersi per tempo (anche per via della sua paura di volare) e arriva a New York troppo tardi. Da suo cugino apprende tuttavia che il genitore ha speso gli ultimi anni della sua vita dando la caccia all’aguzzino nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia in un campo di concentramento tedesco. Cheyenne trova quindi uno scopo nella prosecuzione e nel compimento della missione paterna. Solo in parte assistito dal cacciatore di criminali nazisti Mordecai Midler (intrepretato da Judd Hirsch e plasmato sul personaggio storico di Simon Wiesenthal), intraprende così un viaggio nell’America profonda, da New York al Michigan al New Mexico, fino alle montagne dello Utah, incontrando lungo il cammino una galleria di figure che ritraggono le facce veritiere della provincia sperduta: austere maestre in pensione, ragazze madri, orfani di guerra, inventori in ritiro. Ognuno di questi volti, nella propria lontananza da uno stereotipo hollywoodiano, sembra trasmettere un senso di autenticità unico, segnando nel bene e nel male una tappa lungo il percorso di vendetta, scoperta e ritrovamento intrapreso da Cheyenne.

La colonna sonora riveste un ruolo determinante, grazie alla cura di David Byrne, che ispira il titolo (da una traccia di Speaking in Tongues dei Talking Heads) e a cui il regista ritaglia un cammeo in cui è chiamato a vestire i panni di se stesso. La fotografia e la cinepresa immortalano la vastità del paesaggio americano con un occhio come sempre debitore di Sergio Leone e una luce che indugia tra David Lynch e i fratelli Coen.

Come già fatto con Le conseguenze dell’amore, Sorrentino si diverte a innestare stilemi da noir nella suastoria, che questa volta definisce come “un romanzo di formazione”. E se la questione irrisolta dell’Olocausto sembra fare un po’ il verso ai Bastardi Senza Gloria di Tarantino (stemperando la tragedia della Shoah in un piccolissimo episodio esplicativo della banalità del male), al termine della caccia la cosa più lampante che resta del film è la maturazione di Cheyenne, manifestata dal suo superamento della paura di volare e dalla sua rinuncia alla gabbia estetica del passato. E’ un uomo rinnovato, il Cheyenne che viene giù lungo la strada nell’epilogo, senza più il suo trolley inseparabile. Non tutto è risolto, le ferite del passato non sono ancora tutte cicatrizzate. Ma sembra pronto a prendere il volo per una nuova vita, a bordo dello stadio-astronave che sovrasta Lansdowne Road.

L’alba del pianeta delle scimmie

Posted on Ottobre 11th, 2011 in Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

Finalmente una bella sorpresa al cinema! Dopo l’era dei sequel infiniti e dei remake, sembrerebbe che Hollywood sia entrata in una nuova stagione, con i reboot di franchise storiche. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di Star Trek offre adesso una seconda giovinezza all’opera di Pierre Boulle che ha segnato un’intera generazione di appassionati. E finché il reboot viene interpretato con intelligenza, come hanno saputo mostrare sontuosamente - per esempio - Christopher Nolan con il suo Cavaliere Oscuro e Paul Haggis con l’Agente 007 e come appunto riesce a fare onestamente L’alba del pianeta delle scimmie, va riconosciuto il merito alle case di produzione di volersi addentrare in territori magari non del tutto ignoti agli spettatori, ma mostrando il coraggio necessario per esplorarli percorrendo piste ancora sconosciute. E se all’orizzonte si prospettano quelli che sono stati presentati come i nuovi inizi di pietre miliari del nostro immaginario come Alien (con Prometheus, l’autentico evento della prossima stagione) e Blade Runner, allora, tutto sommato, sembra esserci speranza.

Non fraintendetemi. L’originalità resta un valore da premiare, ma in un periodo in cui le produzioni ad alto budget rappresentano prima di tutto un rischio, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, ma con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).

L’alba del pianeta delle scimmie è un altro valido esempio di quanto bene si possa fare con un interessante universo di partenza e una dose appropriata di buone idee. La storia di quello che succederà è ben nota a tutti: al termine di una missione spaziale compromessa da un’avaria, Charlton Heston e i suoi colleghi astronauti precipitano su un pianeta devastato, dominato da una civiltà di primati sorprendentemente evoluti che ha soggiogato gli umani (Il Pianeta delle Scimmie, 1968). L’origine di quella civiltà è raccontata in questa pellicola, con le dovute varianti rispetto alla storia originaria (l’evoluzione delle scimmie è segnata da un farmaco sperimentale messo a punto come cura per l’Alzheimer e non più da un effetto collaterale dell’olocausto nucleare che ha ridotto l’umanità sull’orlo dell’estinzione) e i rimandi altrettanto obbligati (a un certo punto si assiste al lancio di una navetta spaziale, più avanti nel film si intravede una prima pagina con il titolo “Lost in Space” che allude all’incidente spaziale da cui prende le mosse lo storico Pianeta delle Scimmie di Franklin James Shaffner, abile mix di cautionary tale e fantascienza avventurosa). La regia si concentra sullo scimpanzé che aprirà una nuova strada al futuro dei primati, rivalendosi verso l’umanità nel suo complesso, che nel migliore dei casi tratta le scimmie con indulgente superiorità e nel peggiore le sfrutta barbaramente nei laboratori o le sevizia per puro e becero ludibrio. Considerata la varietà di angherie che i primati sono costretti a subire da parte di uomini rozzi, ignoranti e primitivi (a prescindere dalle firme sui completi e dal dosaggio dell’acqua di colonia), non richiede troppo sforzo alla pellicola conquistare l’empatia dello spettatore, che si ritrova a parteggiare per Cesare e i suoi cugini contro l’in-civiltà umana, sfruttatrice e corrotta in quasi tutte le sue espressioni.

Una regia funzionale alla storia riesce dove il genio di Tim Burton aveva fallito: l’insistenza sul particolare degli occhi (la cui lucentezza è sintomatica della crescita cognitiva delle scimmie), il motivo della finestra sul mondo che perseguita Cesare (tanto nella sua prima fase, segregato in un ambiente domestico, nella pace ovattata di una famiglia borghese; quanto nella seconda, rinchiuso in una cella striminzita e sporca, vessato dal custode del ricovero per primati), la sua conquista di una forma possibile di integrazione, nella consapevolezza che è l’unione a fare la forza. L’alba del pianeta delle scimmie è un crescendo costruito con cura, in cui ogni progresso narrativo scaturisce logicamente dai suoi presupposti. E a differenza del diretto rivale al botteghino che è il Super 8 di J.J. Abrams, tanto atteso quanto deludente, non fa del citazionismo la sua intrinseca ragion d’essere, pur omaggiando la nutrita tradizione fantascientifica che ha ordito l’iconografia del primate (dalla tribù primitiva di 2001: Odissea nello Spazio alla propagazione del contagio mutuata dallo scioglimento de L’esercito delle 12 scimmie, passando per Project X e King Kong), ma presta la necessaria attenzione ai momenti-chiave del climax, tra cui la rivincita di Cesare sulle scimmie, il suo rifiuto delle regole degli uomini e la rivalsa finale sull’umanità.

Non sorprende l’efficacia del risultato finale, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gli sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver hanno all’attivo un titolo come Relic, tutt’altro che memorabile. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e hanno deciso di unire le forze per saldare il conto in questo film. Avvalendosi del contributo del direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi sempre al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e con Andy Serkis, che già aveva esaltato la propria abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, e qui presta le movenze al capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di David Oyelowo).

Ma a uscire maggiormente rafforzata è la visione di una dinamica evolutiva che, in un panorama culturale sempre più minacciato da manie oscurantiste e dogmi religiosi, riesce a caricare di un secondo livello di lettura lo slogan che ha accompagnato il lancio del film nelle sale: L’evoluzione diverrà rivoluzione.

Con le immagini genuinamente apocalittiche di San Francisco messa a ferro e fuoco dalla guerriglia delle scimmie ancora impressa sulle retine, la domanda che mi perseguita a 48 ore dalla visione resta ossessiva: possibile che uno scimpanzé possa arrivare a concepire una ribellione così credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (lo dimostrano i 418 milioni di dollari fin qui incassati, a fronte di un budget di 93 milioni), e noi umani continuiamo ad accettare passivamente le regole delle banche, lo strapotere delle multinazionali, l’arroganza dei nostri governanti e tutte le altre prove quotidiane della stupidità dei nostri simili? Ma questa ne chiama a sua volta un’altra, in un beffardo gioco di echi: chi sarebbe disposto oggi a lasciarsi sedurre da un messaggio ambientalista tanto radicale e tranciante? E così l’augurio è che L’alba del pianeta delle scimmie lo vedano soprattutto i bambini, a frotte. Forse il vero segreto del successo di Cesare risiede proprio nella scelta del nemico: non degli esseri umani, ma dei simulacri, dei replicanti, dei burattini - automi privi di coscienza e ripuliti di ogni barlume di umanità. Data la nostra pochezza, non si può non gioire dell’esito della sua rivoluzione: pur nella sua apocalittica brutalità, spazzare via una società moribonda è una prospettiva di gran lunga migliore per il pianeta e il genere umano rispetto al ristagno culturale e umano nelle cui sabbie mobili stiamo sprofondando ogni giorno di più. Riscrivere le regole, insomma, per ripartire. Possibilmente in pace con i nostri cugini primati e in equilibrio con la natura.