Archive for the ‘Postumanesimo’ Category

Revelation Space approda su Urania

Posted on Agosto 31st, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, ROSTA | 1 Comment »

Solitamente non segnalo qui le uscite di Urania, partendo dal presupposto che chi segue questo blog & è un appassionato di fantascienza, un salto periodico sul blog di Urania finisce sempre per farlo, se non per le discussioni almeno per tenersi aggiornato sulle uscite. Il titolo di settembre merita un’eccezione, perché è una lettura che potrebbe invogliare a muovere un passo verso il genere anche ai lettori/non lettori più scettici, e perché è un’uscita che non esito a definire importante per tutti gli appassionati di science fiction.

Il libro, tradotto da Riccardo Valla (e già questa è una garanzia), esce con una copertina del nostro Franco Brambilla ed è la prima parte di Revelation Space, romanzone troppo corposo per poter essere condensato in un unico “Urania”. Quindi occorrerà pazientare un paio di mesi per leggere la seconda e ultima parte.

New space opera con pesanti influssi postumani. Una visione cosmica che non esula da una vigorosa base scientifica. L’autore è Alastair Reynolds e di questo suo universo letterario abbiamo già parlato qualche mese fa, in merito all’eccellente novella Diamond Dogs. Ci torneremo senz’altro in futuro.

La sindrome lunare

Posted on Luglio 19th, 2009 in Accelerazionismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 5 Comments »

In questi giorni di sindrome lunare, per dirla con il grande Vic, gli italiani stanno tornando a puntare i loro nasi al cielo. Almeno questa è l’impressione che se ne ricava dalla lettura delle pagine (elettroniche e non) della stampa, che se non altro fungono da specchio attendibile degli umori del Paese. E gli speciali dedicati all’anniversario dello sbarco lunare dell’Apollo 11 dal Corriere on-line e da Repubblica.it meritano un’occhiata da parte dell’appassionato e del curioso.

Fa un certo effetto rileggere ora le parole di Moravia scritte all’epoca, intrise di scetticismo anti-scientifico e anti-tecnologico. Ma oggi possiamo dire che la sua ostilità al sogno dell’esplorazione spaziale nasceva da una reazione conservativa di fronte alla prospettiva di cambiamento e rivoluzione che si poneva - per la primissima volta in maniera concreta - davanti all’uomo, sulla frontiera spaziale. Nel corso della sua visita al Goddard Space Center, Alberto Moravia obiettava a George Mueller, direttore NASA per i voli spaziali con equipaggio umano:

“Certo lei si rende conto delle sconcertanti e in certo modo terrificanti implicazioni d’una simile affermazione. Basterà pensare ad alcune differenze tra il viaggio di Colombo e quello degli astronauti. Il primo solca un oceano azzurro, sotto un cielo luminoso, approda ad isole verdeggianti popolate di uomini innocenti e primitivi. Gli astronauti, appena fuori dell’atmosfera, piombano invece nel buio, approdano in un mondo morto, senza aria e senza vita, sbarcano con enorme difficoltà, si aggirano dentro un orizzonte che non oltrepassa due chilometri, su un suolo di pomice, tra picchi desolati.

La sua affermazione che il viaggio degli astronauti somiglia a quello di Colombo implica, a ben guardare, che l’umanità pian piano abbandoni la Terra, culla della vita, e si disperda nello spazio, in mondi inimmaginabili e con mezzi inimmaginabili e insomma cessi di esistere nei modi che sinora l’hanno caratterizzata. Tutto questo, almeno fino a quando non ci saremo fatti una mentalità interplanetaria, me lo concederà, è abbastanza sinistro”.

Moravia, non il più grande amico che la fantascienza italiana abbia avuto (per approfondire rimando alla testimonianza di Vittorio Catani sull’episodio di Montepulciano), intuiva la portata rivoluzionaria di quel sogno, le conseguenze che avrebbe comportato la realizzazione di un progetto tanto complesso e avveniristico come portare un uomo a mezzo milione di chilometri dalla Terra. E non a caso parlava di post-storia: qualcosa sarebbe finito, con quello sbarco. Qualcosa di nuovo e di diverso avrebbe avuto inizio. Il fatto che all’epoca non se ne riuscissero a cogliere ancora le implicazioni (le modalità in cui l’uomo avrebbe fatto proprio lo spazio erano molto più nebulose di quanto non lo siano ancora oggi) era la causa di quel percepire sinistro da parte dell’intellettuale nelle sue vesti da cronista.

Le catastrofiche profezie di Moravia non si sono ancora compiute. Con la distensione e la crisi petrolifera gli obiettivi dell’America e del mondo si volsero nel corso degli anni ‘70 verso altri scenari e il sogno dello spazio finì in ibernazione, per essere tirato fuori al momento opportuno e venire sbandierato a fini di mera propaganda politica, tanto nell’era Reagan (declinato in termini paramilitari nell’iniziativa di difesa strategica del famigerato Scudo spaziale) quanto nell’era Bush Jr. (l’obiettivo Marte spacciato a più riprese come piano strategico per il ritorno degli USA nello spazio).

Oggi siamo pressoché sicuri che la conquista dello spazio non potrà prescindere da una radicale riprogrammazione dell’uomo, dalla prospettiva di ridefinirne i parametri biologici secondo protocolli che ne faranno a tutti gli effetti un postumano. Ma a ben guardare, prima di spiccare il salto verso altri pianeti in stile Uomo Più e molto prima di guardare alle stelle più vicine, è ancora sulla Luna che dovremo tenere puntati i nostri obiettivi.

La Stampa.it ha pubblicato l’altro giorno questo intervento di Les Johnson, fisico della NASA che non nasconde il suo debole per la fantascienza. Segnalo il suo intervento con estremo piacere, in quanto va a ricollegarsi al discorso che facevamo da queste parti solo una settimana fa sul futuro dell’energia. Gli scenari che ci prospetta Johnson sono visionari: impianti di produzione sulla Luna o nell’orbita alta terrestre, sistemi di trasmissione a microonde, reattori a fusione nucleare alimentati con l’elio-3 estratto dalla crosta lunare. Vedere simili tecnologie prospettate da uno scienziato impegnato sul campo, divulgate per di più da uno dei quotidiani meno scientificamente ferrati della nostra stampa nazionale, è un po’ sorprendente. E non è difficile ricondurre questo discorso all’evoluzione della civiltà umana sulla scala di Kardashev, per riprendere un altro antico argomento discusso anche su questo blog.

Insomma, a 40 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, pensare alla Luna significa ancora una volta interrogarci sul destino della nostra specie e sulle potenzialità della nostra civiltà. Nessuna frattura è inevitabile per rilanciare la scalata alle stelle: il mutamento, se ci sarà, dovrà avvenire conservando lo spirito umanistico di ciò che siamo, non rinnegando quanto di meglio è stato fatto, sogni inclusi. Arriveremo così nel futuro sulle nostre gambe di uomini, anche se nel frattempo ci saremo muniti di protesi o stampelle postumane. Dove ci condurrà il prossimo sogno, sarà la storia (senza post-) a dirlo.

[Le immagini della conquista lunare arrivano dalla galleria della NASA.]

Iron Man: Extremis

Posted on Giugno 5th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Graffiti, Postumanesimo, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Mi piace parlare delle cose che contano. Mi piace parlare delle vere scoperte scientifiche. Non di aspirapolvere assassini e telefoni satellitari che nessuno comprerà mai. Perché parlare sempre in termini di merce? Perché pensare che il futuro sia solo un’opportunità per vendere? Non mi piace.

Tony Stark

La verità essenziale — e cioè che oral’america è governata da un conglomerato post-politico di multinazionali — è dura da digerire. E’ più facile pensare che la strada per la libertà richieda di starsene in piedi su una gamba sola per un’ora. Siamo di fronte al futuro, ma non riusciamo a vederlo.

Sal Kennedy

Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, trovate in tutte le edicole raccolta in un solo volume Extremis, la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità.

In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti, sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Warren Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana.

“Sono giunto a considerare l’LSD un’abrasione psichiatrica” sostiene a un certo punto Sal Kennedy, guru e futurologo a cui Stark finirà per rivolgersi ancora in futuro. “Attinge alla tua memoria con un criterio casuale. Il DMT e i funghi sono più vivaci e interessanti. Il DMT mi interessa perché ti porta al di là di quello che è la tua memoria. Sai che il sessanta percento delle persone hanno le stesse allucinazioni con il DMT? Terence McKenna li chiamava elfi frattali. Piccoli artefatti tecnologici saltellanti che si esprimono con un codice elementare che, qualunque sia la loro lingua, tutti possono capire. Lui pensava di aver raggiunto l’Aldilà. Io credo sia il sistema operativo del corpo umano.
Il cervello è progettato per assorbire e processare il DMT, lo sapevi? Credo che siamo fatti per assumerlo. Che siamo fatti per vedere i nostri stessi sistemi operativi. Forse dobbiamo modificarli. Forse dobbiamo cambiare i nostri stessi corpi.
Le droghe sono tecnologie, Tony. Nei luoghi in cui è sorta la civiltà, c’erano funghi psichedelici. E’ dimostrato che quei funghi aumentano la percezione visiva. Questo rendeva gli uomini di allora cacciatori migliori.
L’armatura di Iron Man che hai costruito, Tony… ha sensori, zoom e così via? [...] Stessa cosa. [..] Non vi siete allontanati molto dal branco, no?”

E questo è solo un assaggio di quello che può fare Ellis, che con le sue storie proprio come Sal Kennedy cerca ripetutamente di “inculcarci una visione del futuro”, senza risparmiarci i richiami all’attualità. Extremis era già stata pubblicata nel 2006 da Panini Comics e in quell’occasione Ivan Lusetti gli dedicò una recensione su Fantascienza.com. Adesso i ritardatari potranno recuperarlo in “Supereroi. Le Grandi Saghe”, la collezione riproposta da Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

L’algoritmo contaminato di Dario Tonani

Posted on Marzo 6th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 5 Comments »

Dario Tonani non ha bisogno di presentazioni. A mio giudizio, è la voce più originale emersa dalla narrativa di genere negli ultimi anni, senza limitare l’ambito alla fantascienza. Un romanzo hard-boiled incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati muti è il biglietto da visita della SF italiana del XXI secolo. Paradossale, assurdo, postmoderno, si fondono nelle pagine di Tonani producendo quell’effetto straniante che è il miglior regalo per il lettore in cerca di emozioni forti.

Per chi si è lasciato contaminare dalle visioni del suo straordinario Infect@ giunge finalmente il momento di spiccare un nuovo balzo avanti nel tempo. Non ci sono più i +toon, ma è pur sempre il ritorno a un futuro di macerie e minacce, non tutte di facile definizione. Nel volume L’algoritmo bianco attualmente in edicola trovate due novelle legate tra loro dalla comune ambientazione: il romanzo breve che dà il titolo al libro e una sorta di antefatto, Picta muore!. Virus metalinguistici, collasso ambientale ed estrapolazioni transumaniste sono gli ingredienti della nuova fatica di Tonani, che avrà ripercussioni anche indietro nel tempo, sul seguito di Infect@ in uscita probabilmente per il 2010.

Tonani, che nel frattempo ha aperto anche un suo sito web all’indirizzo www.dariotonani.it, ne ha parlato con Giuseppe Lippi sul blog di Urania. Per i lettori dello Strano Attrattore, invece, riportiamo questo suo intervento in esclusiva. Si intitola La ballata delle consonanti-pallottole e porta allo scoperto l’eco burroughsiana (il linguaggio è un virus ed è capace di uccidere) che ne ha ispirato il lavoro.

Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano. A quel punto, saremo (saranno?) macchine di carne o, a seconda della prospettiva dalla quale si guarda, wetware.
L’algoritmo bianco ruota attorno a questa idea: virus metalinguistici, linguaggi comuni per far dialogare in forma vocale silicio e carbonio, inteso il primo come componente principale dei semiconduttori e il secondo come base della chimica organica.
Pensate a un killer che debba portare a termine la propria commessa: nessun’arma seppure miniaturizata, ma solo il proprio eloquio, una formula verbale, un mantra, una filastrocca… Sarebbe in grado di superare senza alcun problema qualsiasi perquisizione, by-passare sistemi di sicurezza sofisticatissimi, beffare bodyguard armati fino ai denti: certo, non si può escludere che qualche tipo di gingillo elettronico possa individuare i pezzi di un ipotetico strumento d’offesa, ma anche il più potente dei software-segugio vedrebbe appunto solo “p-e-z-z-i” (o se volete, “i-p-z-z-e”). Come una pistola disassemblata in migliaia di parti, viti, molle, sezioni di canna…
Soltanto al momento di uccidere, di premere il grilletto verbale, il killer sarebbe chiamato a ricomporre in frazioni di secondo il puzzle letale. Fantastico! La parola come arma e proiettile nello stesso istante, il tutto e la parte. Quale il frutto e quale il nocciolo? Non sono così anche i sortilegi di maghi e stregoni, sciamani e fattucchiere: parole fatte per maledire, ferire, uccidere? Pronunciate in tutto il loro variopinto corredo di suggestione.
E se qualcuno avesse diffuso un veleno verbale davvero fetente? Circolerebbe come il denaro: impossibile fermarlo. A costo di ritirarlo dal sistema.
Tempi duri per i maledetti…
Ne L’algoritmo bianco, a dire il vero, un antidoto c’è: buona lettura a tutti!

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

Storia di transiti, amori e dirigibili

Posted on Febbraio 1st, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Transizioni | 1 Comment »

About McIntyre’s Superluminal:

Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora: oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi.

È un grosso merito della collana Nuova Galassia e del suo curatore Salvatore Proietti (anche traduttore del testo in questione) averlo finalmente presentato ai lettori italiani, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita. Se da un lato è importante la sua valenza storica, con i prodromi del cyberpunk già codificati nelle invenzioni che costellano queste pagine (innesti protesici, ingegnerizzazione genetica, il richiamo agli ultraleggeri che si addensano nelle pagine di quella rivoluzionaria stagione di scrittura, presagi di un paesaggio ad altissima penetrazione informatica e — addirittura — messaggi spazzatura a saturare la banda dei comunicatori personali dei protagonisti e filtri anti-spam per contrastarne l’invasività), dall’altro Superluminal stupisce per la lucidità critica con cui analizza tematiche come l’evoluzione, la scoperta di nuovi confini per una ridefinizione del concetto di appartenenza, che trascendono la fantascienza e che negli ultimi anni abbiamo ritrovato con una incidenza crescente nelle opere del cosiddetto filone postumanista.

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Alastair Reynolds: Diamond Dogs

Posted on Gennaio 19th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 1 Comment »

[Avvertenza: il pezzo che segue non è una recensione, ma una raccolta di note e appunti di lettura, e pertanto la concentrazione di spoiler è piuttosto alta. Chi non avesse ancora letto l'opera in questione e non volesse rovinarsi il piacere della scoperta, è messo in guardia.]

La Guglia di Sangue (Diamond Dogs, 2001) è un piccolo gioiello. In questo romanzo breve il talento di Alastair Reynolds si rivela ai lettori italiani ancor meglio che nel primo titolo tradotto in Italia, il racconto “Glaciale” apparso nel 2005 nel Millemondi Urania Scorciatoie nello Spaziotempo (traduzione dell’Year’s Best SF 7 di David Hartwell, 2002). Il merito va riconosciuto alla Perseo Libri di Ugo Malaguti, ora rinata sotto il marchio Elara Libri, per avercelo proposto nel bel numero 73 di Nova Sf*, uscito a inizio 2007.

Richard Swift, il protagonista, viene ingaggiato dal suo vecchio amico Roland Childe per una missione su un pianeta esterno, dove una precedente spedizione ha rinvenuto un misterioso manufatto alieno: una torre che è anche un meccanismo, un oggetto in qualche misura senziente, che sfida i suoi ospiti proponendo enigmi matematici. La Guglia che dà il titolo all’edizione italiana è la versione aliena del Cubo conosciuto nell’omonimo cult movie del 1997 diretto da Vincenzo Natali. Il legame che unisce Richard e Childe è viscerale, fondato sul senso della sfida e della competizione che li spinge a confrontarsi su campi di battaglia sempre più ostici. La guglia sembrerebbe prestarsi per la sfida finale. Richard non può rinunciare e s’imbarca in un’impresa che nasce fin da subito sotto i presagi peggiori. Le sfide che pone la Guglia non sono infatti senza prezzo: superarle significa accedere al livello successivo, verso la sommità della sua architettura; ma fallire implica un pegno, pagato con il dolore della propria carne. A farne le spese sono tutti i membri della spedizione: dopo le prime mutilazioni, è la volta delle prime morti. E il conto delle vittime della Guglia non fa che aumentare lungo le sue stanze terribili, attraverso le pagine di questa storia memorabile. Su un piano metaforico, è come se la struttura si cibasse dell’umanità dei suoi ospiti, alienando sempre più le loro coscienze. Ma quanti sono stati davvero i precedenti tentativi di esplorazione della struttura? E perché Childe ha assemblato una squadra che oltre che alle facoltà degli specialisti in giochi può affidarsi anche alle perversioni di uno scienziato pazzo?

La Guglia di Sangue non è “solo un’altra canzone futuristica, solitaria e un po’ kitsch”, come cantava David Bowie nella canzone che dà il titolo alla sua stesura originaria. È un compendio dell’universo di Reynolds, noto sulla scia del suo romanzo d’esordio come lo Spazio della Rivelazione (Revelation Space, 2000, è uno dei titoli annunciati da Giuseppe Lippi per la nuova stagione di “Urania”, precisamente per settembre). Apprendiamo in queste pagine del triste destino di Yellowstone, il tempio della civiltà umana nel sistema di Epsilon Eridani, e della sua capitale Chasm City, devastati dalla piaga di un virus nanotech. E conosciamo alcune delle fazioni umane che animano la scena del futuro secondo Reynolds (che in questo tradisce un grosso debito di riconoscenza verso l’universo della Matrice Spezzata di Bruce Sterling).

Ottimamente delineati i personaggi: Childe fonde caratteristiche faustiane in una personalità machiavellica; il dottor Trintignant, che ormai ha rimpiazzato pezzo dopo pezzo quasi ogni componente organica del suo corpo, conduce fino alle estreme conseguenze la sua perversa ossessione per il proprio lavoro, al punto di suicidarsi pur di preservarlo intatto; Celestina, la ex-moglie di Richard, ha acquisito facoltà matematiche transumane insieme a schemi di percezione aliena, nel corso di una spedizione sperimentale che la aveva condotta lontano dal marito; e per finire Richard, che all’inizio della storia non riconosce Celestina (per aver proceduto alla rimozione sistematica del ricordo di lei) e alla fine non riconosce invece se stesso, trasformato in una creatura meccanica, mossa solo dall’istinto della sfida. Un cane di diamante, come richiamato nel titolo, a cui – dopo essere stato tagliato fuori dall’umanità (postumanità) di Chasm City – non resta che tornare alla caccia intellettuale e al contempo irrazionale, nel confronto eterno con Childe.

The Diamond Dogs are poachers
and they hide behind trees
Hunt you to the ground they will,
mannequins with kill appeal
David BowieDiamond Dogs (1974)

La persistenza dei celacanti

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | No Comments »

La creatura che vedete qui sopra è un celacanto (Latimeria chalumnae), esponente della più antica linea evolutiva di pesci che si conosca. I reperti fossili conosciuti permettono di datarne la comparsa intorno a 410 milioni di anni, nel Medio Davoniano, e a lungo è stata considerata una specie estinta fin dal Cretaceo (circa 80 milioni di anni fa), finché nel 1938 non ne venne pescato un esemplare al largo dalle coste del Sudafrica. E negli anni seguenti altri avvistamenti hanno permesso di tracciarne la presenza in Madagascar, Kenya, Tanzania e Mozambico. Una seconda specie dello stesso genere (L. menadoensis) è stata rintracciata invece in Indonesia nel 1999.

Creature piuttosto schive, i celacanti arrivano a 80 kg di peso e anche 2 metri di lunghezza, e possono vivere fino a 60 anni (per informazioni ulteriori vi rimando alla relativa pagina di Wikipedia). Queste creature sono affascinanti per diversi aspetti legati al loro status di fossili viventi, ma la loro caratteristica principale è proprio quella di avere conservato molte caratteristiche dei loro antenati di centinaia di milioni di anni fa. La qual cosa ne fa - quasi - dei campioni di persistenza. Mentre altri pesci e invertebrati si evolvevano drasticamente, trilobiti e ammoniti si estinguevano, e specie più adatte soppiantavano le altre nella naturale evoluzione degli ecosistemi, i celacanti sono riusciti a preservarsi con piccole modifiche che li rendono al contempo diversi dalle numerose specie dello stesso genere che popolavano gli oceani nel Davoniano, ma pur sempre unici nel panorama tassonomico odierno (per esempio il giunto intercraniale che ne separa la parte inferiore del cranio da quella superiore). Non è un caso che abbiano ispirato a Robert Reed un racconto omonimo dalle forti sfumature postumaniste.

Mi piace parlarne perché il celacanto è stato richiamato in un articolo di Repubblica.it mentre nei giorni scorsi qui si parlava di evoluzione. Non esattamente una coincidenza, ma mentre a scuola il celacanto ci veniva mostrato quale bizzarria evolutiva nei bozzetti dei naturalisti, solo adesso - spinto dalla curiosità ravvivata - sono riuscito in effetti a recuperarne on-line delle foto dal vivo.

Da quando il loro genere è comparso, il Sole ha appena completato la sua seconda rivoluzione (periodo stimato: 200 milioni di anni) attorno al nucleo galattico. L’uomo arriverà a vederne concluso il primo? E’ una di quelle domande che schiudono una prospettiva vertiginosa sull’abisso del tempo. Se l’uomo come genere è infatti comparso circa 2,5 milioni di anni fa, la specie homo sapiens ha appena 130.000 anni e nel corso della sua breve esistenza sembrerebbe avere già dovuto affrontare gravi momenti di crisi (secondo la Teoria della Catastrofe di Toba, circa 70.000 anni fa un’eruzione decimò la popolazione umana sulla Terra a un gruppo di poche migliaia di individui, selezionandone rigidamente il pool genico).

Nel suo articolo sulle recenti scoperte che hanno riguardato le dimensioni e la velocità di rotazione della Via Lattea, apparso ieri sul Corriere.it, Giovanni Caprara prospetta che prima della catastrofe che porterà alla fusione della nostra galassia con Andromeda (nella foto, ripresa nell’infrarosso dal telescopio Spitzer della NASA) l’uomo avrà probabilmente trovato la sua via per le stelle, adattandosi alla vita spaziale. Quello che non dice è che per riuscirci l’uomo dovrà probabilmente rinunciare - se non altro temporaneamente - a molte delle caratteristiche biologiche che oggi lo contraddistinguono come tale.

L’origine della civiltà viene fatta convenzionalmente (da cui l’etimologia del termine) risalire alla fondazione provata della prima città (e la consultazione di una lista degli insediamenti urbani più antichi può rivelarsi estremamente interessante). Proviamo a immaginare brevemente cosa è successo dal 6000 a.C. ad oggi: esplorazioni, scoperte, teoremi, teorie, architettura, arte, letteratura. L’invenzione della stampa, l’avvento dell’elettronica e dell’aviazione, lo sbarco sulla Luna, internet (e adesso, forse, anche la wiTricity). E proviamo a proiettare tutto questo sulla scala logaritmica dei prossimi 8000 anni. Non avremo coperto che un anno ogni 25.000 di esistenza dei celacanti.

Personalmente mi trovo in accordo sulla definizione di civiltà basata sull’uso consapevole della tecnica e sulla sua trasmissione generazione dopo generazione (concetto da cui è poi derivato lo studio di Kardashev sugli stadi di civilizzazione). Possiamo allora sostenere che l’uso della tecnologia, e pertanto la civilizzazione, acceleri l’evoluzione delle specie? Per il momento, abbiamo un’unica cavia e troppo poco tempo per trarre delle osservazioni significative. Ma la questione è intrigante. E la contrapposizione con i celacanti carica di suggestioni. Magari, materiale per qualche futuro lavoro.

Rassegna stampa di fine anno

Posted on Dicembre 29th, 2008 in Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quest’ultimo scorcio di 2008 concentra un po’ di uscite che mi riguardano in prima persona. Quindi squillino le trombe o, meglio ancora, fiato al corno del Tristero (muto da troppo tempo)!

Su Fantascienza.com è apparso un mio articolo sui nanotubi di carbonio, che parte con un excursus storico e si conclude con una intervista a due ricercatori italiani (Laura Ballerini e Michele Gregorio), co-autori di uno studio sull’integrazione tra i nanotubi e i tessuti neurali che ha goduto nei giorni scorsi di ampio risalto sulla stampa specializzata e non (ne accennavo anche sullo Strano Attrattore). Potete leggere tutto su: Ponti nanotech per i circuiti neurali del futuro.

Da domenica è poi on-line il nuovo numero di Continuum, con una monografia dedicata ai viaggi nel tempo a cura di Roberto Furlani. In questo speciale viene finalmente pubblicato un racconto scritto a quattro mani da Simone Conti e dal sottoscritto, a cavallo tra il 2005 e il 2006. Varie vicissitudini ci hanno spinto a rimandarne la pubblicazione (inizialmente, si prevedeva di includere il racconto in Supernova Express, ma limiti di spazio ci costrinsero a desistere dal proposito). Ad oggi, pur non essendo i viaggi nel tempo un argomento che ritengo particolarmente congeniale alle mie preferenze di scrivano (da lettore invece mi sono sempre divertito un sacco a leggerne), ricordo Festung Europa come una delle più belle esperienze di collaborazione sperimentate finora. L’Abate ed io ci abbiamo riversato dentro un bel po’ di ossessioni, rileggendo in pratica la Svastica sul Sole di Philip Dick attraverso il filtro ottico potentemente lisergico messo a punto nei laboratori della Pynchon Inc. Be’, Simone poi è andato addirittura avanti, proseguendo il discorso nei suoi racconti e addirittura in un romanzo breve (finalista al Premio Odissea). Roba dell’altro mondo. E forse di un’altra epoca.

Buona lettura!