Archive for the ‘Postumanesimo’ Category

The Archiver

Posted on Luglio 23rd, 2011 in Graffiti, Postumanesimo, Proiezioni | No Comments »

Scovato grazie a Nimiel, questo corto francese realizzato da Thomas Obrecht, Guillaume Berthoumieu e Marc Menneglier merita davvero di essere visto. Sarà che ho terminato da poco la raccolta di Iain M. Banks Lo stato dell’arte e questa clip mi ha riportato alle atmosfere del racconto “Discendente” (testo tanto malinconico, quanto risulta crudo questo corto nel twist finale). Ma The Archiver mi sembra anche molto intonato con il mood del post precedente. Buona visione.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

The Archiver from Artfx on Vimeo.

Odissea 2011: Umano 2.0

Posted on Giugno 25th, 2011 in Connettivismo, On air, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π² | 8 Comments »

Questo pomeriggio alle 17 (e domani in replica alle 20.30) Radio 24 trasmetterà una puntata di Odissea 2011 dedicata all’Umano 2.0. Il conduttore Maurizio Melis mi ha intervistato ed è stata l’occasione per parlare di postumano, nanotecnologie, genetica e Sezione π². Da una prospettiva connettivista. Buon ascolto!

Trilobiti e fantascienza

Posted on Novembre 18th, 2010 in Fantascienza, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

A un appassionato di trilobiti e fantascienza non può sfuggire la notizia apparsa oggi sul Corriere della Fantascienza grazie al sempre attento Alberto Priora. Un gruppo di paleontologi ha dedicato la scoperta di una nuova specie fossile al pluripremiato scrittore britannico Stephen Baxter. La proposta di classificare questi fossili sotto la denominazione di Mezzaluna Xeelee è un omaggio proprio a uno dei suoi più vasti e ambiziosi affreschi letterari: una civiltà del futuro in cui gli umani devono confrontarsi con altre civiltà spaziali, tra cui una specie supergalattica dai poteri semidivini.

Il fossile di Baxter mi riporta indietro al mio tentativo di rappresentare una civilta interstellare postumana dal punto di vista di una comunità planetaria meno evoluta sulla scala di Kardashev. Una novella in cui altri fossili viventi, i celacanti, giocano un ruolo allegorico e metaforico di primo piano. Mi fa piacere ritrovare queste assonanze nella notizia riportata da Alberto e la cosa mi spinge a riprendere in considerazione quanto prima l’opportunità di sottoporre quel racconto in stand-by da diversi mesi a qualche editore.

Autarchia tecnologica

Posted on Luglio 25th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 8 Comments »

Charles Stross ha sviluppato sul suo blog una riflessione molto interessante intorno al seguente quesito:

qual è il numero minimo di persone necessarie a mantenere il livello attuale della nostra civiltà tecnologica?

La questione è tutt’altro che irrilevante, specie di fronte ai periodici proclami politici di chi anela un ritorno alla semplicità di un tempo (come mette in evidenza l’autore stesso), ed è inoltre passibile di ulteriori applicazioni, come per esempio a una domanda che non dovrebbe suonare bizzarra a uno scrittore di fantascienza che abbia voluto cimentarsi almeno una volta con uno scenario di civilizzazione interplanetaria:

qual è il numero minimo di persone necessarie per sostenere un processo di colonizzazione spaziale?

La risposta di Stross è che un pianeta può aspirare a conservare un livello tecnologico pari a quello della civiltà che lo ha colonizzato solo con una popolazione confrontabile con una nazione terrestre di taglia medio-alta (la Germania oppure il Giappone, per intenderci). Ogni altra soluzione sarebbe difficilmente in grado di autosostenersi, a meno di un continuo apporto dall’esterno. Il che mi riporta a uno scenario sviluppato qualche mese fa, ma mi ricorda anche che ho un racconto off-world noir da rivedere in tempi stretti.

Kardashev e il celacanto

Posted on Aprile 24th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 2 Comments »

Esco oggi da una settimana di editing e revisione su un progetto collettivo e, come accade spesso quando si fanno scontrare immaginari e ispirazioni, prospettive e visioni, prima di tornare a immergermi a capofitto nel romanzo provo l’urgenza di assecondare altre storie. Nella fattispecie, c’è una profondità postumanista che richiama ancora una volta la mia attenzione.

Mi sporgo a guardare brevemente oltre l’orlo del tempo, in quel baratro in cui sprofonda e ribolle la tenebra informe e favolosa - per dirla con un pensiero a Delany - delle possibilità future e passate. Mi perdo così in visioni di rutilanti e terribili civiltà interstellari, mentre nei miei schemi neurali faccio andare a ciclo continuo la danza ipnotica delle pinne di un celacanto sul fondo dell’oceano. E un sogno di persistenza e di trasformazioni prende forma da parole appena sussurrate.

The Singularity: An Appraisal

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, Micro, Postumanesimo, Transizioni | 3 Comments »

Il video di oggi arriva dall’ultima Boskone, la convention della NESFA tenutasi a Boston dal 12 al 14 febbraio scorsi. Purtroppo l’audio non è eccelso, ma credo che valga comunque la pena fare uno sforzo. Nel panel moderato dall’ospite d’onore di questa edizione Alastair Reynolds, gli scrittori Vernor Vinge, Karl Schroeder e Charles Stross si sono confrontati sul tema della Singolarità Tecnologica. Ogni tanto se ne torna a parlare… Buona visione!

The Singularity: An Appraisal from Michael Johnson on Vimeo. Via Charlie’s Diary.

“Qualcosa di irriconoscibile”

Posted on Gennaio 12th, 2010 in Futuro, Micro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quando ha discusso con John dell´ipotesi di ricavare un film dal suo romanzo, lui le ha chiesto maggiori dettagli su che cosa fosse stato a provocare il disastro?
«Molti me lo chiedono. Io non ho un´opinione al riguardo. Al Santa Fe Institute ci sono scienziati di tutte le discipline, e alcuni geologi mi hanno detto che a loro sembrava un meteorite. Ma avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, l´attività vulcanica o una guerra nucleare. Non è veramente importante. La questione essenziale ora è: che cosa fai? L´ultima volta che la caldera di Yellowstone ha sbuffato tutto il continente nordamericano è finito sotto trenta centimetri di cenere. Quelli che vanno a fare le immersioni nel lago di Yellowstone dicono che sul fondo c´è una protuberanza che adesso è alta quasi trenta metri, e sembra quasi che pulsi. Se chiedi a persone diverse ti danno risposte diverse, ma potrebbe succedere fra tre o quattromila anni o potrebbe succedere giovedì prossimo. Nessuno lo sa».

Che tipo di cose la inquietano?
«Se pensi ad alcune delle cose di cui parlano scienziati intelligenti e riflessivi ti rendi conto che fra cento anni la razza umana sarà diventata qualcosa di irriconoscibile. Potremmo essere in parte delle macchine, avere dei computer impiantati. Impiantare nel cervello un chip che contenga tutte le informazioni di tutte le biblioteche del mondo è già ora qualcosa che non è possibile solo a livello teorico. Come dicono le persone che discutono di queste cose, si tratta solo di capire come fare i collegamenti. Ecco una questione su cui ragionare».

[Da Wall Street Journal/Repubblica, via Lipperatura]

Un dono dalla Cultura

Posted on Ottobre 30th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Proiezioni | 1 Comment »

Apprendo dall’edizione odierna del Corriere della Fantascienza che la Cultura di Iain M. Banks, probabilmente il più vasto e ambizioso affresco sul futuro dell’umanità concepito dai tempi di Dune, sarebbe oggetto dei preparativi per un possibile sbarco sul grande schermo. Il sito ufficiale dell’autore scozzese conferma il rumour senza sbilanciarsi. La notizia nella notizia è che, a essere stato scelto per la trasposizione, non è uno dei romanzi di successo del ciclo, bensì un racconto: A Gift from the Culture.

La Cultura - tanto per autocitarmi - è “una società interplanetaria diffusasi in tutta la galassia, in cui convivono «pacificamente» i discendenti di sette-otto diverse specie umanoidi”. La Cultura, in esplicito contrasto con la Prima Direttiva trekker, non si sottrae alle proprie responsabilità galattiche e sovente, per fini che sembrerebbero ambigui solo a una civiltà a bassa tecnologia e ignara dei benefici di un sistema anarchico ed agalmico quale è la nostra, non si sottrae al compito di mentoring (tutela e addestramento) di civiltà meno progredite. Attività che si traduce in pratica in un traghettamento verso livelli tecnologicamente e socialmente sempre più avanzati.

Industrial Gothic, by Daniel Kvasznicza [via Fantasy Art Design]

Un dono dalla Cultura è stato anche il mio primo contatto con Banks e uno dei miei primissimi avvistamenti del cyberpunk (sebbene di un tipo piuttosto anomalo, fortemente connesso con la space opera). Merito della mastodontica antologia curata da Piergiorgio Nicolazzini per le Grandi Opere Nord verso la metà degli anni ‘90. Una storia di coscienza e terrorismo, molto cruda, di cui potete leggere l’incipit sulle pagine di Railibro, nella traduzione di Anna F. Dal Dan.

Resto convinto, da eretico quale nel mio piccolo mi ritengo, che l’espressione migliore della sua tecnica Banks la raggiunga nei piccoli quadri, in cui riverbera come in un cristallo la profondità della sua prospettiva. Ed è questo il caso del racconto in questione, in cui - come per altro accade quasi sempre nelle opere della serie - la Cultura viene mostrata dall’esterno, sullo sfondo di un pianeta marginale in cui qualcuno sta tramando nell’ombra per assestare un duro colpo all’immagine di pacifici mentori che ne avvolge gli emissari. E per compiere il piano di morte si rivolge a un esponente della Cultura in esilio.

Le premesse per uno sviluppo capace di reggere le canoniche due ore di pellicola, direi che ci sono tutte.

District 9

Posted on Ottobre 7th, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, Proiezioni | 3 Comments »

Attesissimo titolo di questa stagione cinematografica, District 9 ha cominciato a far parlare di sè prima ancora di approdare nelle sale e continua a essere tuttora al centro di commenti (qui il dossier di Fantascienza.com) i cui toni, il più delle volte, oscillano tra l’entusiasmo e l’acclamazione. Anche per questo dopo la visione ho preferito lasciar passare qualche giorno prima di riportare le mie impressioni. La pellicola di Neill Blomkamp (classe 1979), basata su un suo corto del 2005, è stata protagonista di una campagna di marketing virale che per intensità mi ha ricordato solo The Blair Witch Project, naturalmente con i mezzi aggiornati ai giorni del web 2.0. Provate a dare un’occhiata a questi video virali della MNU, la Multi-National United incaricata, nel film, di gestire l’emergenza aliena, “garantendo la sicurezza agli umani tenendo segregati i non-umani” (e i colleghi del vento prestino attenzione al primo filmato per cogliere una delle linee di innovazione perseguite dalla Compagnia).

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Viral Video: District 9 - MNU Announcements

La MNU è una sorta di riflesso distorto dell’ONU, come succedeva spesso nelle pagine di Philip K. Dick e di K.W. Jeter, costantemente insidiate da deviazioni totalitarie e nazisteggianti del governo unico mondiale (a volte GoFed - Governo Federale, altre USEA - Stati Uniti di Europa e America, altre ancora semplicemente UN - Nazioni Unite), che qui rivive come uno strano ibrido tra agenzia governativa e megacorporazione. Dopo lo sbarco del tutto inatteso di un’astronave aliena, finita chissà perché a parcheggiarsi nel cielo di Johannesburg, la MNU si aggiudica l’appalto per gestire la situazione. La nave è infatti un bastimento in cui sono ammassati qualcosa come un milione di creature aliene, denutrite, in condizioni igieniche disastrose e del tutto disorientate. Le ipotesi degli specialisti col tempo propenderanno verso la teoria di un naufragio, con l’elite aliena che probabilmente è riuscita a mettersi in salvo e riparare in qualche posto più ospitale della Terra. A quelli rimasti indietro, i fuchi dell’alveare, non resta che accettare la dubbia ospitalità degli autoctoni, che si rivela fin da subito tutt’altro che disinteressata. La tecnologia che ha portato queste creature fin qui, dopotutto, promette di essere il Graal per l’industria aerospaziale e le forniture militari, quindi è facile capire che non siano delle semplici ragioni umanitarie a spingere la MNU. Peccato per loro che le armi non-umane funzionino su un meccanismo di riconoscimento del DNA, che di fatto le rende inutilizzabili dagli umani.

Gli alieni vengono confinati in una baraccopoli alle porte di Johannesburg. Nasce così il Distretto 9: ai non-umani non è concesso uscire dai suoi confini, agli umani è sconsigliato addentrarvisi. Gli alieni rivelano un’inconsueta passione per gomma da pneumatici e cibo per gatti, ma presto sviluppano piccole deviazioni nei costumi e nella dieta che li spingono a non disdegnare la carne umana. D’altro canto gli umani non si dimostrano poi tanto migliori: la mafia nigeriana ha fiutato l’affare al pari della MNU ed è penetrata nel Distretto per organizzare una rete di prostituzione a beneficio degli ospiti interstellari, lo spaccio di carne in scatola e la mattanza di carcasse per i palati più fini e i portafogli più capienti. La contropartita verte intorno alle armi e ai rituali di magia nera, che esigono il loro prezzo di fronte alla superstizione che gli organi vitali dei non-umani rechino virtù terapeutiche.

In questo scenario estremamente volubile, in seguito dell’esplosione demografica del Distretto e ai continui problemi di ordine pubblico e sicurezza sollevati dai suoi occupanti, la MNU e il governo decidono di trasportare i non-umani in un un nuovo centro di accoglienza 200 km a nord della città. Mentre è intento a eseguire le pratiche per lo sfratto, l’inetto burocrate Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley, destinato al ruolo di Murdock nell’imminente adattamento cinematografico della serie anni ‘80 A-Team) resta contagiato dal fluido destinato ad alimentare i propulsori della scialuppa di comando della nave e si ritrova alle prese con un corpo in mutazione: non più umano, non ancora alieno. A metà del guado, dovrà imparare a sopravvivere e a fare la cosa giusta.

Cominciamo col dire che District 9 è un film importante. Siamo di fronte a una rilettura del contatto alieno, che ingenuamente fin da La Guerra dei Mondi di Byron Haskin (1953) e L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956) si presta a letture più o meno faziose sull’attualità. In questo senso, è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo. E in Italia, con un’opinione pubblica sempre più strumentalizzata sulla questione delle carrette del mare e dei gommoni della speranza, l’argomento assume una valenza amplificata.

Quello che non mi fa strepitare dall’entusiasmo come tanti altri spettatori, appassionati e non, è invece lo sviluppo dello spunto. Sappiamo tutti che un’idea forte richiede un trattamento adeguato, intelligentemente bilanciato tra l’importanza delle cose che ha da dire e la necessità di riuscire a comunicare il messaggio. In questo caso, però, mi sembra che la produzione abbia voluto concedere uno spazio eccessivo alla semplificazione. Il contagio che innesca la metamorfosi di Van De Merwe è risolto in maniera un po’ troppo sbrigativa. Anche se il tenore si risolleva con il graduale scivolamento del protagonista verso una condizione aliena, la definizione di un’alleanza d’occasione con un non-umano scienziato (fuco illuminato) e dei suoi termini (una nuova quest) fanno scivolare la pellicola dalle cupe sfumature di una fantascienza sociologica d’altri tempi verso i toni più soffusi di un fantasy senza troppe pretese. Il fatto che arrivino esoscheletri ed armi aliene a rilanciare ritmo e storia con una lunga ma travolgente sequenza di action game degna di uno sparatutto la dice lunga. Impossibile non parteggiare per il burocrate infuriato quando scatena la forza di fuoco della sua bioarmatura non-umana contro le milizie paramilitari al soldo dell’MNU, all’urlo di battaglia di “Umani di merda!”. Ma le premesse, sulla carta, lasciavano presagire comunque qualcosa di più di una sperimentale commistione tra estetica da videogame e linguaggio pseudo-documentaristico.

Va comunque dato atto alla regia di non averci voluto consegnare un finale prevedibile. Anzi, nel finale la figura del protagonista raggiunge il pieno completamento della sua metamorfosi e il processo di acquisizione di coscienza si chiude alla perfezione, mentre i toni da fantastici si fanno perfino lirici. Forse si sente la mancanza di un pizzico di coraggio in più, perché la soluzione non si limiti solo al non-più-umano Van De Merwe ma coinvolga la comunità aliena e la società umana nel loro complesso. Ma tutto sommato, forse, per una volta possiamo accontentarci e sorvolare sui difetti oggettivi e le divergenze di gusto, grazie a un film che non ha paura di parlarci degli abomini dell’odio, del senso dell’integrazione, della complessità del futuro. Lasciando abbastanza carne a cuocere per un secondo capitolo.

Cronache dal Gorgo

Posted on Settembre 10th, 2009 in Connettivismo, Postumanesimo | 6 Comments »

Questo articolo su Cygnus X-1 mi ha riportato alle atmosfere di Orizzonte degli eventi. Prima di leggere Reynolds, cercavo un nome evocativo per una stazione spaziale, sospesa al di fuori dal tempo, lontana da Dio e dagli uomini. Resurgam era perfetto e così me ne sono appropriato. Questo che segue è un brano di quel racconto. Sempre per Continuum mi ritrovo all’opera - da un bel po’ di mesi ormai, in effetti - su un possibile seguito della storia di Jerry Lone e della sua allegra banda di recuperanti. Se Roberto riterrà che ne è valsa la pena, avrete modo di leggerne gli sviluppi su quelle pagine.

Il brano che segue viene proprio da questo nuovo racconto. Titolo provvisorio: Orbita limite.

Il modello olografico del sistema era tutto ciò che restava del sogno che avevano concepito insieme. L’armonia della danza cosmica, l’equilibrio delle forze che Jerry Lone aveva saputo instillare nel codice, la quiete trascendente che emanava dal walzer planetario: tutti elementi che adesso, nell’abbandono del cuballoggio, stonavano con le prospettive fantastiche che Ayesha si era prodigata a costruire per il loro futuro comune.
Gli angeli del sogno commutarono ancora una volta la sua coscienza indietro, nel mondo degli atomi e degli uomini.
– Devo chiederle di seguirci – disse la voce della donna. Una sfumatura gelida segnava le sue parole, ma non poteva mascherare lo strato di ansia che si era sedimentato sotto la superficie, ormai prossimo a degenerare in frustrazione.
Ayesha s’interfacciò di nuovo con il modello, per un’ultima scorribanda siderale. Si abbandonò al richiamo delle linee di campo, scivolò lungo il declivio del pozzo gravitazionale, oltre la Cintura. Poi virò su un’immaginaria traiettoria radente, una panoramica a volo-clipper sul disco di accrescimento di Niger RX-2047.
A quella distanza, il calore del plasma avrebbe aggredito i sistemi di un’ipotetica freccia, mandandola in
cut-off. Ma nella simulazione la freccia era lei: pilota, navigatrice e Algebra. E in quel momento avrebbe voluto annientarsi, ma i dieci milioni di gradi del Gorgo si dissolsero nell’interazione con il tempo-lento.
Gli intrusi che avevano fatto irruzione nel cuballoggio avevano neutralizzato i suoi protocolli di sicurezza e asservito gli angeli del sogno che aveva in circolo. Ayesha sentì dei passi alle sue spalle.
Non oppose resistenza.