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Sul filo sottile della nostalgia: appunti a margine di due serie sci-fi

Posted on Marzo 5th, 2012 in Criptogrammi, On air | No Comments »

L’altra sera è cominciata su Rai4 la prima stagione di Ashes to Ashes, per la prima volta in chiaro. Avendo visto più volte Life on Mars, di cui questa rappresenta uno spin-off e con cui condivide i due terzi del team creativo e la maggior parte dei comprimari, la visione delle prime due puntate ha fatto emergere dagli strati inferiori della mia coscienza una concatenazione di riflessioni che rimandavo da un po’, e che conto presto di riprendere in maniera più organica. L’innesco è stato offerto dalla contrapposizione tra il 1973 e il 1981, gli anni in cui le due serie sono ambientate. Ma facciamo un passo indietro.

Life on Mars è la storia di un agente di polizia, l’ispettore capo Sam Tyler (John Simm) della Polizia di Manchester, che viene accidentalmente investito nel 2006 e si risveglia nella Manchester della sua infanzia, ascoltando la musica diffusa da un’autoradio. La canzone è appunto Life on Mars di David Bowie (composta nel 1971) e assicura gran parte dell’effetto emotivo della scena. Il resto è merito della scrittura di Matthew Graham (co-creatore della serie con Tony Jordan e Ashley Pharoah e sceneggiatore della prima puntata), della regia di Bharat Nalluri e di John Simm, sempre credibile nella parte del poliziotto spaesato, alle prese con i metodi all’antica dei nuovi colleghi e con il sospetto sempre più solido di una spregiudicatezza che spesso sconfina nell’illecito. La serie nasce quindi come serial di fantascienza, ma fin dalla prima puntata diventa un poliziesco: superato il viaggio nel tempo, che resta per molti versi inspiegato, per le 16 puntate delle due stagioni che la compongono, Sam Tyler dovrà vedersela con Gene Hunt (Philip Glenister) per sbrogliare casi d’ogni tipo, che talora s’intrecciano con il suo passato personale (e con il difficile presente della sua famiglia nel 1973).

La serie giunse al capolinea dopo due stagioni con un finale che lasciava tutti i nodi in sospeso, per dar seguito alla volontà proprio di Simm di abbanondarla per dedicarsi ad altri progetti, ma visti gli ottimi risultati e gli aspetti della realtà parallela - o solo artificiale, forse simulata, magari metafisica - e del suo rapporto con il mondo reale (o presunto tale) ancora da approfondire, la BBC commissionò agli autori un seguito. E Graham e Pharoah se ne uscirono con questa serie che solo in superficie è una versione al femminile di Life on Mars, in cui la protagonista Alex Drake (Keeley Hawes) rimane ferita durante uno scontro a fuoco nel 2008 e quando riprende i sensi si ritrova nel 1981. Scopriamo subito che è lei la psicologa della polizia che ha seguito il caso di Sam Tyler (durante le scene finali di Life on Mars il suo personaggio non entrava mai in campo), di cui conserva memoria. L’esperienza con Tyler le fornisce subito gli elementi per districarsi nella realtà-trappola in cui è finita. Le tre stagioni di Ashes to Ashes seguono gli sviluppi del suo personaggio e dei comprimari ereditati da Life on Mars, in particolare Gene Hunt, trasferito da Manchester a Londra con buona parte della sua squadra. La serie, a differenza del predecessore, si dipana su un arco temporale di circa due anni, dal 1981 al 1983, attraversando i primi anni di thatcherismo, dal matrimonio reale di Carlo e Diana alla guerra delle Falkland.

L’influsso esercitato dalle due serie nella cultura britannica è stato profondo, in virtù della popolarità acquisita dai personaggi e dall’approccio in definitiva politicamente scorretto del co-protagonista Gene Hunt e di gran parte della sua banda. Basti pensare che ha fatto molto discutere il coinvolgimento involontario dello stesso Hunt nell’ultima campagna politica, con i Labours e i Tories che se ne sono serviti per sferrarsi colpi bassi a ripetizione, fino all’invito da parte della Kudos Productions a interrompere lo sfruttamento indebito della sua immagine.

La prima cosa che colpisce, guardando Ashes to Ashes, è data dai segni di decadimento che contraddistinguono gli scenari urbani. Anche se Manchester rappresentava un’ambientazione decisamente più interessante, Londra è tutt’altro che un posto noioso per un serial. L’East End è presentato come un ammasso di condomini in sfacelo e fabbriche in rovina e al centro del secondo episodio troviamo già una manovra di speculazione edilizia ai danni dei ceti proletari. In effetti siamo su una linea di logica continuazione di quanto già visto nella Manchester di Life on Mars, dove la questione lavorativa veniva affrontata dal punto di vista delle agitazioni sindacali contro la riforma delle Trade Unions perseguita dal premierato di Edward Heath. La seconda è la maggiore cattiveria di alcune soluzioni legate al subconscio del protagonista: nel caso di Tyler le proiezioni dell’inconscio s’incarnavano spesso nella visione di una bambina bionda vestita di rosso (la cosiddetta Test Card Girl, che in quegli anni accompagnava il monoscopio della BBC - e se condividiamo la stessa curiosità e volete un confronto l’equivalente della Rai, definito Philips PM5544, moderate il volume degli altoparlanti per il vostro bene… eccovelo); nel caso dell’ispettore Drake, assumono invece la forma del clown personificato direttamente da David Bowie nel suo videoclip di Ashes to Ashes. E le sue apparizioni, inutile dirlo, risultano qualche ordine di grandezza più terrificanti delle pur inquietanti manifestazioni della bambina del monoscopio BBC.

La terza constatazione è certamente l’efficacia della formula: c’è poco da fare, questa combinazione di fantascienza e police procedural funziona, e funziona alla grande. Non so cosa potrebbe venire fuori dall’annunciata versione italiana (intitolata provvisoriamente 29 settembre, di cui tuttavia da due anni si sono perse le tracce), ma il gusto di contrapporre il presente al passato può essere per lo spettatore generalista fonte di piaceri che in genere sono riservati agli appassionati di fantascienza in senso stretto. Purtroppo il caso britannico che ha decretato il successo del franchise non fa fede, considerando la maggiore predisposizione del pubblico d’oltremanica agli stilemi della science fiction. Ma se lo shock da futuro è da sempre pane per i nostri denti di appassionati, una versione addomesticata come appunto questa forma di shock temporale “da passato” potrebbe riuscire di più facile assimilazione per un pubblico più eterogeneo e meno “preparato”, qual è appunto quello italiano. E gli anni di piombo offrono spunti di sicuro interesse per essere storicamente indagati o anche solo drammaticamente accennati (dopotutto, io stesso ho ceduto alla tentazione, con un racconto intitolato - guarda caso - Cenere alla cenere).

Arriviamo così a quello che voleva essere il succo del mio post. Life on Mars lasciava ampio spazio alle interpretazioni, ma a meno di cadute di stile questo Ashes to Ashes potrebbe servire a gettare anche nuova luce sui punti lasciati in sospeso dal prototipo, risolvendo quegli aspetti che avevano alimentato le discussioni più accese. La principale accusa mossa a Life on Mars era infatti quella di essere una serie “nostalgica”, incapace di guardare avanti, e la scelta di Sam Tyler di rifugiarsi volontariamente nel passato veniva letta da molti, alla fine, come una dimostrazione di questo approccio. Un’interpretazione legittima, che però condividevo solo in parte. Sono rimasto tuttavia incapace di razionalizzare la mia posizione e di argomentarla, rendendomi conto che nasceva da nient’altro che una qualche astrusa risonanza empatica. Almeno fino ad ora. Cominciando a guardare Ashes to Ashes, infatti, un po’ di cose hanno cominciato a schiarirsi e mi sembra che le tessere del mosaico si stiano incastrando al posto giusto.

Le due serie, infatti, non mettono in scena la stessa rappresentazione del passato. Se vogliamo, anzi, propongono una prospettiva in evoluzione, una dialettica tra epoche storiche diverse: avvertiamo, cioè, lo scorrere della storia, per dirla con toni altisonanti. In Life on Mars sentivamo che qualcosa poteva ancora essere fatto per modificare il corso degli eventi, rivoluzionando di fatto il nostro presente. Fin dalle prime battute questa possibilità sembra invece essere definitivamente esclusa in Ashes to Ashes. Sarà stato per il thatcherismo in UK, per l’edonismo reaganiano in USA o per l’orgia democristosocialista d’ispirazione craxiana in Italia, ma con gli anni ‘80 cominciano a delinearsi le prime certezze sul futuro: le cose andranno sempre peggio, c’è poco da scherzare. Come abbiamo avuto modo di sperimentare, la discesa è proseguita per tutti i ‘90 e ha raggiunto il culmine con la prima decade del nuovo secolo. Gli USA hanno intravisto una luce in fondo al tunnel, ma qui nella Vecchia Europa è ancora notte fonda.

Altro che nostalgia consolatoria, insomma: mi sembra piuttosto di essere dalle parti dell’autocritica più matura, condotta attraverso un semplice meccanismo narrativo quale può essere il confronto tra i nostri giorni e quelli di due epoche-chiave nel nostro passato. E anche se poi la tensione drammatica prenderà tutta un’altra direzione, com’è plausibile che accada e come accadrà, per sbrogliare la matassa di una trama che si sviluppa attraverso cinque stagioni (volendo considerare le due serie come la prosecuzione l’una dell’altra), il fatto di averci messo di fronte a questa contrapposizione resta, con tutte le riflessioni che può avere stimolato.

Non ci vorrà probabilmente una terza serie per sciogliere le ultime riserve possibili, anche se sono quasi certo che riuscirei comunque a godermi un ipotetico Thursday’s Child ambientato negli anni di transizione dal XX al XXI secolo. Ma poi subentra razionalmente la convinzione che se potremo aspettare qualche anno per questo, probabilmente sarà perché avremo trovato nel frattempo un modo per restare a galla, piuttosto che per venire davvero fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati negli ultimi decenni, e questo mi rallegra decisamente meno.

Universi fantascientifici a portata di tutti

Posted on Ottobre 16th, 2011 in Accelerazionismo, Fantascienza, Nova x-Press, On air | 3 Comments »

Gli scrittori di fantascienza, soprattutto in un mercato editoriale ristretto come quello italiano che obbliga i titoli di genere a spartirsi la fettina di una torta alquanto magra, si domandano da sempre quale possa essere la strada giusta per raggiungere un pubblico più ampio. Americani e inglesi (penso a Audrey Niffenegger, Chuck Palahniuk, ma anche a Robert Harris con Fatherland e L’indice della paura, quest’ultimo scoperto grazie a una segnalazione di Italo Bonera sulla lista di discussione Yahoo! Fantascienza) da tempo stanno esplorando le strade di quella che nella recensione de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo mi ero spinto a definire come “fantascienza ripotenziata”: una fantascienza in cui l’immaginario di riferimento che impregna ogni opera del genere fosse ridotto all’essenziale, con un gioco di affilatura in grado di esaltare la capacità di taglio e penetrazione degli strumenti di analisi della SF. Sulla scia di quanto fatto dal compianto Michael Crichton, certo, ma senza limitarsi a uno spazio comunque predisposto a operazioni di questo tipo come il techno-thriller.

Si potrà obiettare che America e Regno Unito sono comunque paesi in cui Dune e William Gibson vendono milioni di copie, in cui Iain M. Banks è un intellettuale di riferimento oltre che un autore bestseller, e che ospitano eventi come la mostra Out of this World alla British Library. Tutto vero. Ma dagli stessi paesi arrivano anche serie televisive estremamente popolari e tutt’altro che immediate come Life on Mars, Battlestar Galactica, Caprica oppure Fringe, che in virtù della loro specificità riescono a riscuotere l’apprezzamento del pubblico più vasto. Lo dimostrano l’attesa della quarta stagione trasmessa in America dalla fine di settembre e il commento odierno di Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera noto per la sua severità, che scrive:

Proprio la complessità e la raffinatezza della scrittura sono i veri punti di forza di Fringe: il fascino oscuro di fenomeni paranormali si accompagna sempre alla profondità del racconto delle relazioni e delle psicologie dei personaggi. Le stagioni precedenti erano tutte costruite sull’esplorazione del rapporto tra Walter e Peter, padre e figlio, mentre ora il tema cruciale è quello del doppio e del riconoscimento.

Se proprio si vogliono fare paragoni tra il fantastico (e la SF in particolare) in Italia e altrove - sport in cui qui da noi si sfiora l’eccellenza come in molti altri settori (dal calcio alla politica), aggiungendo una voce peculiare e particolarmente ossessiva al coro più generale dell’eterno lamento nazionale - allora per onestà di analisi non si dovrebbero trascurare presupposti e condizioni al contorno. Da quanti decenni non vengono prodotti un film  o una serie di fantascienza? Quanto interesse riscontriamo da parte dell’industria culturale a investire in un immaginario che non può fare a meno del futuro come colonna portante? Quanto interesse riscontriamo quotidianamente nel superare i confini dell’eterno presente in cui ci siamo lasciati ingabbiare?

Sembrerà strano, ma da qualche tempo non riesco a scindere il discorso sulla fantascienza da quello sullo stato più generale della cultura del Paese, sul suo dissesto politico ed economico, sul suo sfaldamento sociale. Nel dibattito perpetuo che ci tiene impegnati di stagione in stagione, mettere in relazione letteratura e vita/realtà è necessario in questo momento più che mai, anche per scongiurare il rischio di autoghettizzazione (perfetto mix di settarismo e alienazione) a cui i generi di nicchia risultano da sempre esposti. E a cui troppo spesso ci lasciamo consensualmente ridurre.

[Immagine di Olivia Dunham/Anna Torv via Tor.com.]

Odissea 2011: Umano 2.0

Posted on Giugno 25th, 2011 in Connettivismo, On air, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π² | 8 Comments »

Questo pomeriggio alle 17 (e domani in replica alle 20.30) Radio 24 trasmetterà una puntata di Odissea 2011 dedicata all’Umano 2.0. Il conduttore Maurizio Melis mi ha intervistato ed è stata l’occasione per parlare di postumano, nanotecnologie, genetica e Sezione π². Da una prospettiva connettivista. Buon ascolto!

Dead Set

Posted on Gennaio 9th, 2011 in On air | 3 Comments »

Dead Set è una miniserie inglese del 2008, composta di 5 episodi della durata di 35 minuti (con l’eccezione del pilot, di 65 minuti), che ci racconta come sarebbe il mondo invaso dagli zombie. Okay, vedo molti di voi storcere il naso. Ma in un periodo di sovrapproduzione che sembra voler spingere il filone dei morti viventi verso la saturazione delle possibili varianti, più per sfruttarne la popolarità che per concrete finalità drammatiche (con le debite eccezioni), Dead Set ha il sapore di una bistecca di manzo argentina dopo una dieta di hamburger da fast-food.

Rispetto ai prodotti del settore, il lavoro di Charlie Brooker si distingue per alcune peculiarità: la ricercatezza del punto di vista e il ribaltamento dei luoghi comuni. Seguiamo così la cannibalizzazione del Regno dal punto di vista “privilegiato” dei reclusi del Grande Fratello britannico e della fauna umana che si muove dentro e intorno alla casa, con tanto di produttori cinici e spietati, stagisti sfruttati, prime donne capricciose e compagnia danzante al seguito. E se già qui abbiamo un primo ribaltamento, con i reclusi del GF che si ritrovano a essere gli ultimi testimoni del disastro, salvati loro malgrado dalla loro stessa segregazione (almeno fin quando non decideranno di fare di testa loro), un secondo capovolgimento delle certezze lo abbiamo di fronte ai morti viventi di Dead Set: insaziabili quanto i loro progenitori romeriani, sono decisamente più veloci e forti perfino dei vivi non ancora morti di cui intendono cibarsi. Incapaci di interagire con il mondo esterno se non per meri scopi alimentari, questi zombie non serbano ricordi della vita precedente, non sanno usare una maniglia o un pulsante, e possono essere uccisi solo con un colpo alla testa o per annegamento.

Nelle circa 3 ore del metraggio complessivo della miniserie abbiamo modo di conoscere più da vicino i loro punti di forza e vedere emergere il vero lato umano dei protagonisti del Grande Fratello: e le eccezioni, che pure esistono, non bastano per spingerci a partecipare empaticamente alle rispettive sorti. Una buona dose di divertimento consiste proprio nell’attesa di scoprire quanto stupidi sapranno davvero dimostrarsi i personaggi del reality show, andando deliberatamente a cacciarsi nelle situazioni più disperate e ingestibili. La regia di Yann Demange, senza lesinare porzioni abbondanti di splatter e truculenze varie, ricrea con mano sapiente le atmosfere da day after di 28 giorni dopo, altro piccolo classico del filone firmato nel 2002 da Danny Boyle. Se nell’universo idrogeno e idiozia sono gli elementi più diffusi, nella Londra di inizio XXI secolo (non molto diversamente da quanto accade negli altri paesi civilizzati), l’idrogeno sembrerebbe sostituito dalla carne fresca, ma sull’idiozia possiamo continuare a nutrire solide certezze.

Consigliatomi da quella vecchia volpe di Vittorio Curtoni, mio personale guru e pusher di prodotti psicotropi su supporto cinetelevisivo, Dead Set propone anche degli interessanti spunti di riflessione. In prima battuta, malgrado la produzione faccia capo alla famigerata Endemol attraverso la sua controllata Zeppotron, la miniserie non lesina critiche al sistema televisivo, al meccanismo dell’esaltazione dei comportamenti sociali (aggressività) e delle difficoltà umane (la carenza di comunicazione) al servizio dell’audience, all’uso più generale dello spettacolo e dell’intrattenimento come anestetico per le coscienze. In seconda battuta, last but not least come dicono i bene informati, Dead Set dimostra ancora una volta come, tra le varie figure archetipiche che dominano il panorama del settore, quella del morto vivente resti ancora, dopotutto, lo strumento più immediato e forse efficace per imbastire un discorso di rilevanza sociale. Che agli albori degli anni ‘10 si cominci a parlare con rinnovato slancio di horror sociologico? Staremo a vedere.

Trasmesso la notte scorsa da MTV in un’unica tornata, vi consiglio di non lasciarvi scappare eventuali repliche. Battuta da ricordare, pronunciata dal produttore del reality di fronte a un’ondata di scontri di strada che stanno degenerando in guerriglia in quasi ogni parte del Paese, rischiando di far saltare il grande show serale: Ma che cos’avranno da protestare? Avrei capito negli anni ‘80, ma adesso hanno la televisione!

Appunto. Orwell ringrazia per essere riuscito a restare anche altro, nonostante l’ansia da nomination.

Million Dollar Baby

Posted on Dicembre 3rd, 2010 in On air, Proiezioni | No Comments »

Ieri sera c’era Million Dollar Baby, su RaiTre. La prima volta che lo vidi, fu in un cinema di Grenoble, in versione originale con sottotitoli (francesi). Era il 2005 e da allora ogni volta che me lo sono trovato in TV, non ho saputo resistere, così come mi è sempre accaduto con gli spaghetti western di Sergio Leone. Clint Eastwood, che di Leone è stato allievo e non cerca di nasconderlo, ha imbastito con questo film una tragedia contemporanea e ha saputo raccontarla con il garbo di una fiaba. Una favola nera, anzi nerissima, ma densa di una carica empatica che le consente di brillare al buio come lo schermo di un vecchio tubo catodico appena spento.

Sembrerà banale, ma questo è davvero uno di quei film che regala un livello di lettura a ogni nuova visione. Ieri sera, per esempio, non ho potuto fare a meno di vederlo con gli occhi curiosi di chi vuole mettere a nudo gli ingranaggi di una storia. Spiegare cosa non va in un racconto non è in genere così difficile. Più complesso è giustificare criticamente il senso di soddisfazione che ci regala un’opera che funziona in ogni sua minima parte. Estraendo le singole scene dal corpo del film, Million Dollar Baby non perde potenza o efficacia, ma la forza della storia che racconta riesce a riverberare in ogni dettaglio con la medesima efficacia miracolosa di una rosa olografica ridotta in frammenti, per riprendere la stupenda immagine di uno dei più malinconici racconti di William Gibson.

Prendiamo per esempio la scena dell’incidente sul ring: viene subito dopo che Scrap (Morgan Freeman, titanico) – ex-pugile che ormai vive e sopravvive nella modestissima palestra di Frankie Dunn (Eastwood medesimo) e che ha convinto quest’ultimo, sulle prime molto scettico, ad allenare Maggie Fitzgerald (Hilary Swank, granitica nella volontà e nel fisico), cameriera con il sogno della boxe, portandola alla finale del titolo dei pesi Welter — ha impartito una lezione di vita al classico guappo di quartiere, smorzandogli a suon di ganci, diretti e montanti la voglia di imporre sul ring la stessa logica di sopraffazione che ne determina la condotta in mezzo alla strada. Scrap fa in tempo a sedersi davanti alla televisione per assistere alla finale in cui la ragazza che ha scoperto sta per contendere il titolo alla campionessa del mondo, nota per la sua slealtà. Dal ring della palestra di Frankie saltiamo al ring di Las Vegas per assistere in mondovisione alla parabola dell’astro nascente di Maggie, soprannominata da Frankie Mo Cùishle, in tempo per vederla estinguersi in un lampo lungo la traiettoria di rientro dall’orbita in cui ha sfiorato il coronamento del sogno. Il riscatto di una vita intera si trova lì a un soffio, un attimo prima; e l’attimo dopo si spegne insieme ai sensi a seguito di una delle tante scorrettezze di cui la vita non è avara e da cui nemmeno il ring - che della vita rappresenta, nella tradizione letteraria ormai assurta a paradigma narrativo, la metafora - è immune.

Eastwood è spietato. Con questa contrapposizione ci regala, nel cuore della pellicola, l’essenza della vita. A volte i nostri errori ci insegnano qualcosa di cui far bagaglio, altre volte le lezioni che siamo costretti a subire sono definitive e non potranno tornarci utili, mai più. E la rottura dell’equilibrio non è per nulla manichea, nelle mani di un regista come lui: l’incidente di cui l’eroina resta vittima succede pochi fotogrammi dopo che il suo stesso allenatore l’ha convinta, per la prima volta, a violare le regole, a omologarsi ai principi non scritti di un gioco di sopraffazione. E’ crudele, ma anche tracce di questi ingredienti si trovano nel succo della vita: a volte paghiamo un conto salato per i nostri errori, in accordo una logica del contrappasso che sembra tagliata apposta per noi, ma quanto ci risulta amaro quel conto quando l’errore viene commesso discontandoci dalle nostre convinzioni? Dopo questo, Mo Cùishle Maggie, che finora ha appreso gli insegnamenti di Frankie Dunn con la dedizione di una discepola scrupolosa, non ha più niente da imparare. Ridotta in un letto d’ospedale, il suo corpo - veicolo della forza che la ha portata a un soffio dall’immortalità - è condannato a una violazione dietro l’altra. Dopo la paralisi, arrivano le piaghe da decubito, e infine l’amputazione degli arti in cancrena. E’ una via crucis a cui la protagonista non si rassegna ad assistere da spettatrice, e ormai “capitano della propria anima” - parafrasando il poeta inglese William Ernest Henley citato dal regista nel titolo stesso del suo ultimo, quasi altrettanto meraviglioso, Invictus - rivendica il dominio sul proprio destino. Chiamando lo stesso Dunn, già perseguitato da un senso di perdizione e di colpa, a una scelta morale altrettanto definitiva dell’ultimo match di Mo Cùishle.

Bastano poche righe, se non vi fosse ancora capitato di guardare questo capolavoro, per dare un senso della sua complessità. La bravura di Eastwood riesce tuttavia a non farla gravare sullo spettatore, intrecciandone i molteplici fili in un percorso lineare (come spesso accade nella sua cinematografia) che costruisce una progressione drammatica infallibile. La sua compostezza estetica si concede eccezioni solo nelle battute dei personaggi, che costruiscono uno spazio narrativo parallelo, in cui riverberano di continuo i rispettivi caratteri, sganciandoli efficacemente dalla trappola degli stereotipi e regalando nuove dimensioni di libertà al tempo del racconto. E quante dimensioni attribuireste voi alla figura di un allenatore di pugilato che nel tempo libero si diletta con le poesie di Yeats e che non salta una sola messa domenicale da ormai svariati decenni?

Con Clint Eastwood e con questo capolavoro in cui il cinema tocca una delle vette più alte della sua storia, la riflessione sull’eutanasia e il diritto alla scelta si smarca dalla tribuna politica e dal dibattito televisivo e viene restituita alla sfera più nobile del pensiero. Filosofia. Arte. Come dovrebbe essere. Sulla soglia degli ottant’anni, Eastwood ha ancora un bel po’ di cose da insegnarci. Continuiamo a studiare i suoi saggi di cinema per farne tesoro.

La notte dei morlock

Posted on Ottobre 19th, 2010 in Agitprop, On air, Stigmatikos Logos | No Comments »

Lo segnalava ieri il compagno Fazarov: i Wu Ming hanno aperto su Giap un laboratorio di riflessione critica sulla scorta di un loro articolo apparso sabato scorso sull’Unità. Oggetto: l’instant fiction e le caratteristiche di una storia avvelenata. Proposito assolutamente interessante, investendo il ruolo della narrazione in quest’epoca in cui tutto viaggia o sembra viaggiare sulle onde della comunicazione immediata, istantanea appunto. Ne riporto un brano che trovo significativo:

Molti, allora, storcono il naso, si fanno prendere dall’inquietudine: ma come? – domandano – prima le telecamere schierate, a modificare narrativamente lo svolgersi degli eventi, poi le notizie, raccontate al mondo secondo i dettami dello storytelling, e infine la mitopoiesi istantanea, versata sulla realtà prima ancora di farla decantare: non rischiamo l’indigestione di storie, la scomparsa dei fatti? Difficile rispondere, ma intanto le neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello interpreta la realtà attraverso schemi narrativi, e in fondo l’unico modo che abbiamo per far parlare i fatti è quello di raccontarli e connetterli in un’unica trama. Le storie sono un nutrimento indispensabile per la nostra specie, sembra impossibile farne indigestione. Certo tra istant fiction, infotainement e gialli da prima serata, le buone storie sono sempre più assediate da quintali di monnezza narrativa. L’unica soluzione è munirsi di guanti, naso fino e competenze per distinguere i rifiuti tossici dal cibo commestibile. In altre parole: diventare tutti cantastorie, artigiani dello storytelling, bricoleur dell’immaginario.

Il problema è che se tutti riuscissimo a incarnare quel ruolo partecipativo nel processo dell’informazione (chiamiamola così, perché a quel punto sarebbe davvero tale) o, per dirla con un termine che nel settore delle reti di distribuzione dell’energia sta assumendo una certa efficacia e rilevanza (almeno fuori dall’Italia), prosumer - ovvero produttori & consumatori, attori in scena e non solo spettatori passivi - il problema nemmeno si porrebbe. Ma viviamo in una società che da questo punto di vista non manca di dare prova della sua estrema immaturità. Mancano gli strumenti, alla maggioranza degli utenti, per poter ambire a un ruolo simile, ma la cosa più grave è che l’illusione di partecipazione conferita dall’immediatezza di certi strumenti (le chatline e i gruppi di discussione prima, quindi i forum, adesso Facebook) stimola in molti la convinzione di possedere un’autonomia e un’indipendenza di giudizio che purtroppo latita in maniera preoccupante. Alla necessità di formarsi un’opinione, si è sostituito l’obbligo di esprimerne una: quale che essa sia. Non è importante davvero la sostanza, conta solo la presenza. [E il trolling impera di conseguenza: ovunque si capiti, basta aspettare a sufficienza per vederlo manifestarsi, quando non proprio prendere il sopravvento.]

Ad aggravare questa sensazione, sembra sul serio che l’uso più comune di Facebook sia diventato ruminare la poltiglia vomitata dai vecchi mezzi di informazione, TV in primis. In questo, sono convinto che nella sua espressione più massiccia e - per usare una parola significativamente adottata dai Wu Ming nel loro pezzo - totalitaria, Facebook resti sostanzialmente uno spreco, un’occasione perduta, l’ennesima nei tempi che corrono.

In una società in cui la maggioranza continua a sorbire passivamente la marmellata psichica cucinata da un’elite, la rete sembrerebbe aver fallito completamente nel proprio scopo. Ma siamo davvero senza speranza? Sempre la vicenda dei minatori cileni potrebbe fornirci materia utile su cui riflettere. Nella mia occasionale attenzione prestata alla vicenda, ho tifato fino alla fine perché i prigionieri del sottosuolo, una volta tornati in superficie, dessero libero sfogo alla rabbia trattenuta nei loro corpi provati dal supplizio e in un impeto di epica rivalsa investissero le strutture e i simboli di quel potere che nel sottosuolo li aveva relegati per due mesi, come morlock finalmente liberi dalle loro catene. E al loro fianco i familiari accampati nelle tendopoli allestite intorno al sito, provati da un’attesa estenuante e disumana mentre la loro vita si trasformava in una fiction di successo mondiale grazie all’onnipresenza di telecamere, cronisti e operatori. Incrociavo le dita perché lo spettacolo del dolore vivesse la redenzione di un rito catartico in mondovisione, un gesto - anche solo una dichiarazione - che invece dei cori da stadio e dell’accoglienza da star desse voce alla frustrazione subita e sfogo emblematico alle ingiustizie patite, trasformandole nell’espressione dei diritti calpestati di miliardi di altre persone che per la gran parte, in quelle ore, se ne stavano sedute placidamente dall’altra parte degli schermi. Confidavo in un sussulto che desse una scarica anche alle coscienze narcotizzate dallo spettacolo artificioso e dalla cronaca disinnescata che aveva avuto i minatori cileni per oggetto. E invece ho appreso alla fine del tristissimo show che i valorosi superstiti si erano già accordati prima della risalita per la costituzione di un fondo comune, in cui far confluire il denaro raccolto dall’effimera parentesi di popolarità mediatica che li attende, per poi procedere alla sua equa spartizione tra tutti i “protagonisti”.

Per la nuova classe operaia il paradiso assume dunque la forma di un banale imprenditorialismo televisivo. Anche questo è un segno dei tempi? Forse è così. E forse la vicenda dei minatori cileni trasfigura in maniera impietosa la parabola della rete. Forse il futuro che ci attende, se una nuova coscienza civile, culturale e sociale tardasse a maturare, potrebbe essere proprio quello di veder mutare il popolo della rete in morlock elettronici sepolti sotto valanghe di bit di sterile pseudo-informazione. Analfabeti e imbarbariti come la specie devoluta rappresentata dal precursore H.G. Wells, ma a differenza di quelli del tutto ignavi, appagati e soddisfatti dal nettare dis-informativo del vile cabaret che ci viene spacciato come la festosa realtà che ci aspetta là fuori o, a seconda dei casi, per il paradiso che ci attende al di là. In superficie.

Alieni a Roma

Posted on Luglio 19th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, On air, ROSTA | No Comments »

Oggi è il giorno fatidico: stasera si compirà a Roma, davanti agli obiettivi delle telecamere di Rai News, il Primo Contatto a cui un manipolo di autori italiani di fantascienza ha lavorato negli ultimi mesi, sotto il coordinamento di Francesco Gatti ed Emanuele Ladovaz e con il coinvolgimento di Pino Quartullo. L’evento ha fatto registrare il sold out dei posti disponibili presso la Centrale Montemartini di Via Ostiense 106, ma potrete comodamente seguirlo in TV a partire dalle 21.30 sul canale 506 di Sky, sulle frequenze di Rai News, oppure in streaming

Non so ancora se il mio racconto Ultimi giorni sia stato adattato, per il momento si hanno certezze solo sul coinvolgimento del funzionario Sillax nato dalla fervida e oscura immaginazione di Sandro Battisti (a giudicare dal videospot promozionale che circola su Rai News in questi giorni). Prima o poi, comunque, un modo per pubblicare il racconto nella sua versione originale lo troveremo di certo. In ogni caso, con i nomi e gli immaginari coinvolti, la curiosità per la trasmissione troverà senz’altro le sue ragioni di soddisfazione. Dopotutto, per ricordare qualcosa di simile tentato dalla TV italiana, bisogna tornare ai Racconti di fantascienza di Alessandro Blasetti (1979). Ma questa volta la squadra in campo è tutta italiana…

2010: l’anno del contatto

Posted on Luglio 15th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, On air, ROSTA | 1 Comment »

Lo avrete scoperto grazie a Fantascienza.com, se non ne eravate già al corrente: lunedì prossimo, a partire dalle 21.00, Francesco Gatti porterà in scena e in onda sulle frequenze di Rai News lo sbarco degli alieni nella Capitale, con testimonianze fornite da una squadra di autori di fantascienza a voi tutti molto noti. La pagina Facebook dell’evento è qui. In diretta dalla Centrale Montemartini (Via Ostiense, 106), qualcosa di nuovo e singolare nel palinsesto delle nostre TV.

Lost in conception

Posted on Giugno 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, On air | 1 Comment »

Nessuna novità, nel senso che arrivo buon ultimo a impantanarmi nella querelle sul finale di Lost, che ormai va avanti da una settimana. Avendo visionato solo la prima serie e scampoli della terza (forse anche della quarta, chi se lo ricorda più?), sono il meno indicato a pronunciarmi sulla faccenda (tranne, forse, a quanto pare, ehm… gli autori stessi). Quindi me ne tengo bene alla larga e mi limito a segnalarvi sul nuovo numero di Delos le sagge parole di quel grande saggio che è Vittorio Curtoni: se anche l’unico risultato della serie fosse stato quello di spingere il supremo Vic a stendere questa manciata di cartelle di critica spietata e sferzante, con una chiusura che suona come un dissacrante apologo del caro vecchio A. E. van Vogt e delle sue storie sconclusionate e «stupefacenti» (nel senso letterale del termine), sarò comunque grato ai suoi sceneggiatori.

Forse anche questo è un esempio del provvidenzialismo a cui, come nota con comprensibile fastidio il sommo Sosio nel suo editoriale (intitolato, appunto, Deus ex machina), si sta votando da qualche tempo a questa parte la televisione anglo-americana. Man mano che la complessità delle storie cresce, spesso anche solo per effetto di quel puro dopping narrativo che è l’affastellamento dei materiali digressivi, si impone la semplificazione dello scioglimento. Uno scacco matto alla creatività, insomma, con buona pace per ogni presunta deontologia professionale.

Sempre sull’ultimo Delos, segnalo anche l’ottimo racconto di Simone Conti Dampferchroniken, a suo tempo già apparso a puntate su Next. Una perla ucronica in salsa steampunk, che mette il corrispondente di guerra Robert E. Howard alle prese con l’invasione dell’America.

In lettura: ormai quasi ultimata l’antologia Ambigue utopie, notevole raccolta di “racconti di fantaresistenza” (stando alla definizione dei curatori Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano) con alcune punte di eccellenza. Ne riparleremo presto su Robot e magari anche su questo blog.

Film visti di recente: L’uomo che verrà (recensito dal compagno Fazarov), un film spietato sulla guerra vista dalla gente comune; Miami Vice (snobbato a suo tempo… e ben mi sta!), un nuovo capolavoro noir dalla mano impeccabile di Michael Mann; The Road, un film piaciuto solo a me in una comitiva di 8 persone (se non altro, di questo passo si ripagheranno le spese…).

Fringe - Episodio Pilota

Posted on Marzo 10th, 2010 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Fringe come fringe science (la scienza di confine che raccoglie sotto la propria accezione tutte quelle teorie oggetto di controversia e per questo relegate al di fuori della scienza ufficiale) si qualifica fin dal titolo come un progetto borderline. Un po’ X-Files, un po’ Alias, mantiene la sua promessa di muoversi nei territori indefiniti del crepuscolo (per citare un’altra serie di culto di qualche decade fa), puntando sulle suggestioni delle teorie non convenzionali che fioriscono ai margini delle correnti di pensiero consolidate e riconosciute dal mondo accademico. In anni di terrore come questi trascorsi e di cui ancora ci tiriamo dietro gli strascichi, un buon dosaggio di questi elementi con il ponderato apporto di qualche teoria cospirativa di ampio respiro (Dick docet) può servire a confezionare una miscela dal potenziale esplosivo molto, molto alto. E la formula che J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno scelto per questo loro progetto congiunto (2008), dalla gestazione parallela al rilancio cinematografico del marchio di Star Trek, almeno a giudicare dall’episodio pilota “Il laboratorio del dottor Bishop” funziona alla grande.

In maniera molto succinta, la trama vede l’agente dell’FBI Olivia Dunham (interpretata dall’attrice australiana Anna Torv, classe 1979) alle prese con un caso anomalo di terrorismo nei cieli, che ben presto la coinvolge sul piano privato. Il volo 627 da Amburgo atterra all’aeroporto di Boston con un carico di morte: praticamente tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio a bordo sono cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Il caso viene affidato a un gruppo interforze coordinato dal Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS) e a cui viene assegnata l’agente Dunham. Nel corso delle indagini, il suo partner (sul lavoro e nella vita) rimane gravemente ferito e l’unico modo di salvargli la vita si rivela fin da subito il coinvolgimento di un biologo di Harvard. Il problema è che da diciassette anni lo scienziato (John Noble) vive segregato in manicomio a seguito degli esiti discutibili di certi esperimenti molto contestati dai suoi colleghi. Con l’aiuto del figlio (Joshua Jackson) divenuto nel frattempo un genio della truffa, Olivia riesce a tirare il dottor Walter Bishop fuori dal suo ricovero forzato e si avventura sotto la sua discutibile guida sulla lama affilata di un’indagine sempre più pericolosa, in bilico tra le macchinazioni della Massive Dynamic, una multinazionale legata a doppio filo con il passato di Bishop, e le insidie di una scienza sempre più lontana dalle nostre certezze acquisite.

Il plot si dispiega con efficacia e non senza sussulti spettacolari nei 90 minuti circa dell’episodio pilota, forte del budget di 10 milioni di dollari investito dalla Bad Robot di Abrams con il sostegno della Warner Bros Television. I colpi di scena non mancano e si segnala per un’atmosfera tenuta abilmente sospesa nell’attesa di qualche imminente cattiva sorpresa. E le cattive sorprese, in effetti, non mancano affatto. La Massive Dynamic è una multinazionale che richiama tanto la Cyberdyne Systems di Terminator quanto la famigerata Dharma del franchise feticcio di Abrams, Lost: della prima condivide il coinvolgimento sulla frontiera dell’avanguardia tecnologica (e la Singolarità Tecnologica viene richiamata in maniera esplicita da una dirigente-cyborg in una delle scene clou dell’episodio), della seconda l’implicazione in un piano segreto la cui portata sfugge alle singole persone come pure ai governi (The Pattern, che nell’adattamento italiano diventa “lo Schema”). Fatti singolari, all’apparenza inspiegabili, si accumulano così lungo il percorso, tenendo vivo l’interesse e la curiosità dello spettatore come accadeva nelle primissime, eccellenti stagioni di X-Files.

La scena sicuramente dal maggiore impatto visivo ed emotivo risulta quella della proiezione delle coscienze di Olivia Dunham e del suo collega in coma in uno spazio onirico condiviso: l’uso di droghe neurotrope come l’LSD per il raggiungimento dello scopo testimonia inoltre di un coraggio produttivo nient’affatto scontato per un serial televisivo destinato al grande pubblico come questo. E nel prosieguo della prima stagione sono previste vette ancora più audaci nella rottura dei tabù, man mano che lo Schema andrà dispiegandosi. Il tutto assistito dalle consuete strategie virali di Abrams che già hanno fatto la fortuna di Lost e di Cloverfield, e con una punta di azzardo estetico aggiuntivo nella concezione di didascalie tridimensionali dal forte sapore di augmented reality. La Fox ha mandato in onda finora le prime 2 stagioni di Fringe, rispettivamente di 21 episodi da 50′ e 22 episodi da 43′. Lo scorso 6 marzo è stato annunciato il rinnovo per una terza stagione, che dovrebbe svolgersi in altri 22 episodi.