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Libri: shortlist 2009

Posted on Gennaio 31st, 2010 in Letture, Nova x-Press | 7 Comments »

Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.

La scomparsa di Salinger

Posted on Gennaio 30th, 2010 in Nova x-Press | 1 Comment »

Il primo a cui ho pensato, di fronte al clamore suscitato dalla scomparsa di J.D. Salinger sulla stampa italiana, è stato Thomas Pynchon, da qualcuno un tempo sospettato di essere nient’altro che un nom de plume dell’autore di The Catcher in the Rye. Due autoreclusi, due giganti che avevano scelto l’invisibilità. Un po’ come Cormac McCarthy, che però è tornato a farsi intervistare di recente accordando anche la pubblicazione di una sua foto attuale. Invece Salinger, come Pynchon, ha rispettato rigorosamente la sua scelta di sottrarsi alle luci della ribalta: nessun sito web ufficiale, nessuna apparizione pubblica, nessuna intervista o fotografia da decenni a questa parte. Un’ombra nell’era dell’informazione e della visibilità a tutti i costi (e a buon mercato). Una resistenza eroica alla mondanità e alla superficialità.

A differenza di Pynchon, però, Salinger aveva anche smesso di pubblicare. Il suo ultimo racconto edito risale al 1965. Dopo quella data, il silenzio. Ma non il ritiro, a quanto pare, visto che nel tempo si sono susseguite le voci su una cassaforte colma di dattiloscritti. Per l’esattezza: 15. Quindici libri scritti, rivisti, corretti, ultimati e nascosti lontano dagli occhi del mondo. Leggende metropolitane, forse, che non potevano non tornare di scena al momento della sua dipartita, come la misoginia e il sadismo denunciati dalla figlia Margaret dieci anni fa nella sua autobiografia. Sul perché avesse rinunciato all’editoria, si è interrogato Alessandro Piperno in maniera forse definitiva sulle pagine del Corriere.

Che sia stata incapacità di gestione del successo o scelta deliberata, nessuno potrà mai dirlo. Sarebbe tuttavia innegabile il senso eroico della sua decisione, qualora dovesse essere confermata la continuità della sua attività di scrittore in questi anni di silenzio. E lo dico da lettore piuttosto indifferente alle vicissitudini del Giovane Holden, che non è mai riuscito a coinvolgermi più di tanto (con l’unica eccezione della scena onirica da cui viene ripreso il bel titolo originario: The Catcher in the Rye). Forse per la mia incapacità - a ventitré anni, alle prese con i classici problemi dell’universitario squattrinato - di trovare una sintonia con le vicende del protagonista, adolescente inquieto, figlio della borghesia newyorchese che insegue un sogno di libertà nel conforto delle comodità che gli restano assicurate. Un libro che anche per questo continua a essere apprezzato ancora oggi dai giovani di tutto il mondo, come una bella favola. E come una favola, sempre più innocuo.

Cinema: shortlist 2009

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Nova x-Press, Proiezioni | 1 Comment »

Dopo i fumetti, a cui vi rimando anche per il disclaimer, arriviamo ai film del 2009. Che cosa mi hanno riservato le visioni dello scorso anno? Risposta semplice: un gran numero di belle sorprese. Andiamo a riepilogarle insieme.

The Wrestler, di Darren Aronofsky. Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008. Un film crepuscolare sulla lenta, inesorabile caduta di una star del wrestling, che è al contempo una fotografia spietata delle dinamiche del successo e un affresco iperrealistico dell’underground in cui si possono facilmente rivedere tutti i fandom del mondo. Lo sfondo è quello della profonda provincia americana: dal New Jersey alla Rust Belt, scenari di periferie degradate, suburbi abbandonati allo squallore, città sonnolente che preferiscono condividere il sogno collettivo di uno showbiz tanto illusorio quanto effimero, piuttosto che scuotersi dal loro lento declino. Mickey Rourke ci regala una memorabile interpretazione del caduto in cerca di un ultimo riscatto - agli occhi di se stesso, della figlia che lo ha ripudiato, della spogliarellista segretamente innamorata di lui e del mondo intero - sotto i cerotti e le cicatrici di Randy “The Ram” Robinson. Dirige con mano sicura il newyorkese Aronofsky (due tappe fantascientifiche nel suo curriculum: Pi - Il teorema del delirio nel 1998 e The Fountain nel 2006): meno visionario e allucinato delle prove precedenti, ma altrettanto implacabile nell’intrecciare emarginazione e alienazione nella sua tela di quanto si era dimostrato capace in Requiem for a dream (2000). [Per la recensione completa vi rimando al relativo post di marzo.]

Watchmen è stata l’autentica rivelazione dell’anno. Il calcolo delle probabilità e la precedente prova di Zack Snyder con un fumetto non lasciavano presagire niente di buono. Invece, vuoi per l’abile trasposizione in script della complessa trama di Alan Moore da parte di David Hayter e Alex Tse (si dice che otto diverse versioni del copione si siano succedute negli anni), vuoi per l’alchimia perfetta degli attori (basta il ricordo di Malin Akerman nel costume succinto di Spettro di Seta a far perdere un battito al mio cuore, oppure la performance di Jackie Earle Haley sotto la maschera di Rorschach per convincermi dell’impossibile), la visione di Watchmen mi ha lasciato tra lo stupefatto e l’entusiasta. Ne ho parlato brevemente ma a più riprese sullo Strano Attrattore (qui, qui e qui) e mi sono invece dilungato su Urania Blog. Scrivevo: “Siamo ormai così abituati a vedere i capolavori della narrativa e gli eroi del fumetto demoliti dal cinema, che la constatazione che si possa ancora riuscire a portare sul grande schermo una grande opera narrativa o artistica conservandone lo spirito si accompagna a uno stupore attonito. Questo amplifica l’impatto del senso del meraviglioso che impregna le scene di Watchmen ambientate tra i deserti marziani e, allo stesso modo, anche quel perturbante che invece ci coglie vedendo il Dr. Manhattan in azione nella giungla del Sud-Est asiatico, intento ad affiancare la Cavalleria dell’Aria dell’US Air Force nella sua opera di sterminio della resistenza vietcong e a fare del Vietnam la guerra-lampo che era stata auspicata dall’arroganza degli strateghi di Washington. È un po’ come se Hayter avesse fatto propria la massima di Rorschach: “Nessun compromesso. Mai”. E si fosse poi impegnato nell’impresa della trasposizione con la certezza che avrebbe potuto essere solo un fiasco tremendo, oppure un successo clamoroso”. Se dovessi candidare un film a film del 2009, probabilmente questo sarebbe la mia prima scelta.

Star Trek. Laddove nessun uomo era mai riuscito a tornare prima, ecco J.J. Abrams in azione per rifondare l’immaginario trekker e tracciare un punto zero come rampa di lancio per future rotte interstellari. Alex Kurtzman e Roberto Orci fanno un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete. Un buon punto di ri-partenza per il futuro del franchise. [Qui la mia recensione al film.]

Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans. Finto remake del discusso capolavoro di Abel Ferrara del 1992, girato da Werner Herzog. In realtà il cattivo tenente interpretato da Nicolas Cage (mai così convincente negli ultimi tempi) ha davvero poco da spartire con l’originale di Harvey Keitel, se si esclude un debole per la cocaina e per i soldi facili che lo porta a mettersi sempre più nei guai. Per il resto, le loro storie seguono parabole nettamente divergenti: il cattivo tenente Keitel, assalito da una crisi mistica dopo lo scabroso episodio di una violenza ai danni di una suora, viene da questa convinto della necessità del perdono e riesce infine a resistere alla propria disperata sete di vendetta (riflesso di una vita immorale, dominata da un abbandono animalesco al vizio), per abbracciare l’insegnamento della donna e cercare un’impossibile redenzione, suggellata dagli spari che mettono fine al film; il cattivo tenente Cage/McDonagh, al contrario, ha molti più elementi di contatto con L’infernale Quinlan di Orson Welles, corrotto, prepotente, disposto a tutto per incastrare i colpevoli di una strage compiuta nell’ambito di un regolamento di conti tra spacciatori, ma la sua sorte capovolge i destini tanto del prototipo newyorchese quanto del capitano Quinlan, in un’insperata quanto delirante redenzione finale sottolineata dallo stato di pace trasognata di un acquario. La scelta di Herzog di trasporre l’ultima chiamata del suo cattivo tenente a New Orleans, ancora segnata dal passaggio di Katrina, contribuisce a regalare alla pellicola un ulteriore elemento di interesse nell’atmosfera umida e avvolgente del Sud. Un paio di parentesi visionarie spezzano il ritmo lento della trama poliziesca e iniettano una dose di delirio lisergico che sembra voler quasi sostituire un panteismo molto pagano, con tracce di misticismo voodoo, alla morale cristiana che pervadeva il Bad Lieutenant di Ferrara. Sussulti di personalità che rendono quest’opera degna di considerazione quanto l’originale. [Il compagno Fazarov non è del tutto d'accordo con me: la sua recensione è su Drowned Word.]

District 9. Ovvero, il ritorno in auge della fantascienza sociologica, lanciata da una campagna di viral marketing e rinvigorita da un’intensa cura adrenalinica a base di action game. L’atteso film di Neill Blomkamp prodotto da Peter Jackson non delude, per quanto il regista sudafricano debba calcare la mano sulle soluzioni tecniche per soccorrere una trama un po’ esile. Scrivevo nella mia recensione: “è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo”. Il ribaltamento operato dal regista è sui fatti del District Six di Cape Town, che nel 1966 fu dichiarata area riservata ai “soli bianchi” dal governo sudafricano. Il film di Blomkamp è un’allegoria che non teme di confrontarsi con l’orrore, lo squallore e la perfidia umana, e che nel finale riserva allo spettatore un’inattesa piega verso le suggestione della fiaba. Paradigmatico, si spera che serva a far riflettere soprattutto i più giovani.

Inglourious Basterds. Il capolavoro di Quentin Tarantino? Forse il film che rende esplicita la funzionalità propedeutica del doppio volume di Kill Bill nella cinematografia dell’autore americano. E se una pellicola riesce a ridimensionare ai miei occhi le imprese di Black Mamba, allora se non è un capolavoro di sicuro è qualcosa che gli si avvicina parecchio. Dalla mia recensione del 12 ottobre scorso: “Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione. Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un vero e proprio generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia”.

L’uomo che fissa le capre. L’esilarante debutto alla regia di Grant Heslov confeziona una denuncia impietosa dell’irrazionalità della guerra e delle istituzioni militari più potenti del mondo. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Questo film è la storia dell’Esercito Nuova Terra rivissuta attraverso i racconti dei suoi protagonisti e il manuale del suo fondatore. Se la mettessi su questo piano, probabilmente vi sembrerebbe azzardato, ma basta una semplice ricognizione in rete per capire di quanti siano gli spunti documentati intessuti nella trama dirompente e allucinata de L’uomo che fiss le capre. La pellicola trae ispirazione dal libro The Men Who Stare at Goats (2004) del giornalista gallese Jon Ronson (recentemente ristampato da Einaudi), il cui titolo si rifà a uno degli episodi riportati anche nel film, che documentano l’interesse dell’US Army per l’impiego bellico di poteri paranormali. L’Esercito Nuova Terra è in realtà il First Earth Battalion proposto nel suo manuale dal tenente colonnello Jim Channon, un reduce del Vietnam che al rientro in America, illuminato nel corso di un incidente di guerra dall’apparizione di un angelo che gli avrebbe rivelato che “la gentilezza è la [vera, NdR] forza“, si dedicò dagli anni ‘70 all’esplorazione delle pratiche New Age e al loro potenziale utilizzo nel warfare. E Jim Channon è ovviamente il Bill Django trasfigurato da Jeff Bridges sul grande schermo. Ma diversi altri aneddoti sulle stramberie dell’Esercito più forte del mondo rivivono nel film di Grant Heslov, dalle più assurde (le capre ammazzate con l’imposizione del pensiero attraverso lo sguardo; il Dim Mak, ovvero il tautologico colpo mortale la cui caratteristica è quella di avere effetto solo dopo un tempo che nessuno può conoscere, finché non giunge improvvisa la morte) alle più verosimili, rese tristemente popolari anche dalle notizie degli ultimi tempi (la tortura psicologica condotta sui prigionieri di guerra attraverso sistematiche combinazioni di lampi di luce e musiche ossessive)”. L’immaginario fantascientifico al servizio di una critica feroce contro il militarismo, secondo l’insegnamento di Kurt Vonnegut.

Fumetti: shortlist 2009

Posted on Gennaio 11th, 2010 in Graffiti, Nova x-Press | 10 Comments »

Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.

AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.

Ciò detto, si parte…

Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.

Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.

DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.

Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.

Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.

L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.

E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.

Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Disgelo

Posted on Novembre 17th, 2009 in Fantascienza, Nova x-Press | 2 Comments »

Magari è un po’ presto per parlare di disgelo su questo blog, che negli ultimi tempi sta risentendo più che mai dell’accumulo di attività del sottoscritto, ma è una parola che mi è subito venuta in mente scorrendo i commenti suscitati dall’inchiesta di Robot (nata su istigazione di Silvio Sosio) sulla presunta morte della fantascienza. Onestamente, benché ancora pochi, fanno piacere feedback così positivi da parte di lettori che, in alcuni casi, mi sembra di capire che siano anche molto giovani.

Da tempo credo che alla fantascienza, e in particolare la fantascienza italiana, gioverebbe un ricambio generazionale. Non negli addetti ai lavori, scrittori ed editori, intendiamoci, ma nell’audience dei lettori, ormai livellata verso fasce d’età sempre più alte. E’ un dato di fatto palese per chi come me frequenta da anni gruppi di discussione e forum: raramente le nuove iscrizioni coincidono anche con un abbassamento dell’età media, più spesso si tratta magari di lettori esperti che si avvicinano al nuovo (?) mezzo della Rete. Resto convinto che non basti ampliare il bacino di utenza per garantire un futuro al genere. Ci vogliono energie nuove, in grado di sostenere nuove idee. Ci vorrebbe una generazione intera di appassionati come quella che negli anni ‘70 animò prima “Galassia”, alimentò le fucine editoriali della Nord e diede vita a Robot.

Purtroppo, troppo spesso oggi capita invece di assistere alla deriva dei più giovani lontano dalla lettura, magari incantati dalle sirene di forme di intrattenimento più immediate e interattive. Bisognerebbe avviare una riflessione comune su che cosa, oggi, nel 2009, potrebbe richiamare questi giovani verso i territori di un immaginario e il piacere di una pratica (la fantascienza, la lettura) che di qui a qualche anno potremmo ascrivere al registro delle specie protette. Inutile parlare di bestseller, quando tradizionalmente i successi del genere sono stati degli slow seller (e voglio riportare dal n. 46 di Robot le testuali parole di Salvatore Proietti: “[un libro] che vende lentamente ma regolarmente per un periodo prolungato, il cui risultato non si valuta subito. La SF è letteratura da backlist o da midlist, da catalogo, da ristampe continue ma senza altissime tirature; un po’ come i classici…”). E proprio per questo l’inseguimento e l’attesa di un successo veloce rischierebbero di rivelarsi vani comunque di fronte alla triste realtà di un fuoco di paglia.

Bisognerebbe riscoprire piuttosto la vocazione popolare del genere, e con questo mi riferisco al suo potere di penetrazione nell’immaginario dell’uomo contemporaneo, non alla sua “standardizzazione”. Il nostro immaginario è stato diffusamente colonizzato dalla fantascienza e dal suo linguaggio, solo che quasi nessuno sembra rendersene conto. Né la gente lontana dal genere, che subisce passivamente queste dinamiche; né le fasce conservatrici, ultraortodosse potremmo definirle con una sfumatura politica, degli appassionati restii a separarsi dalle loro convinzioni dogmatiche su cosa sia e soprattutto su cosa debba essere la fantascienza (troppo spesso qualcosa che resta lontano anni luce dal modo in cui la fantascienza, dall’inner space al cyberspazio, ha saputo trasformare la nostra comprensione della società).

E qui torniamo al discorso che facevo sopra, sull’opportunità di richiamare l’attenzione dei lettori più giovani, con il proposito di portare nuova linfa al servizio del genere e della sua evoluzione futura. E’ utopistico sperarlo? Forse è così. Ma è alla luce di questa convinzione che ritengo che un progetto come Google Books, con la sua carica sovvertitrice dello status acquisito, possa rappresentare una valida speranza proprio come primo passo in questa direzione. Ovviamente, non basta solo la tecnologia. “La potenza è nulla senza controllo”, recitava un famoso spot di qualche tempo fa. L’evoluzione del vettore attraverso una varietà di canali e di sbocchi, insomma, deve essere accompagnata da uno sviluppo analogo delle tematiche. La sensibilità, invece, basta che resti al passo con i tempi. Non è poi chiedere tanto, o sbaglio?

Idrogeno e idiozia

Posted on Novembre 8th, 2009 in Nova x-Press, Transizioni | 11 Comments »

In effetti avrei potuto intitolare il post “Bosoni e…”, ma preferisco concentrare la volgarità nel corpo del testo. Vedete, come qualcuno di voi già saprà, poche cose mi fanno incazzare di più di sentire gente senza le specifiche competenze parlare a vanvera di qualcosa, fregiandosi della leggerezza dei grandi esperti. Quando poi la gente proviene da un’estrazione umanistica e la cosa su cui pretende di sentenziare è invece un argomento scientifico, l’indignazione raggiunge la stratosfera, dove per fortuna ci pensa Harlan Ellison - parafrasando il buon vecchio sommo Albert Einstein - a ricordarmi che, dopotutto, l’idrogeno deve spartirsi il dominio dell’universo con l’idiozia degli uomini. E un po’ mi aiuta a sbollire l’insofferenza.

La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane, titola oggi l’articolo del Corriere scritto da Severgnini. E dentro ci troviamo un distillato purissimo, per quanto - voglio concedere all’autore il beneficio della buona fede - del tutto inconsapevole, del pregiudizio che in Italia avvolge ogni materia scientifica. Si parla del più grande e importante esperimento concepito dagli scienziati per darci qualche elemento sull’origine e la natura dell’universo, svelando l’esistenza o meno del famigerato bosone di Higgs, e il noto giornalista non trova di meglio da fare che sminuire la portata dell’esperimento richiamandosi a una notizia che sta facendo il giro del mondo in queste ore, malgrado manchi ancora una pronuncia ufficiale da parte del CERN.

Quindi, giù con il divertimento a buon mercato, rifacendosi per altro a un articoletto inglese che cita come sua fonte il Brisbane Times, testata sicuramente rispettabilissima, ma non accreditata - a quanto mi risulta - tra le pubblicazioni di rilevanza scientifica internazionale. Il che mi ricorda un po’ gli show di alcuni comici nostrani, tutti incentrati sulla comicità del banale, al limite della stupidità. Per esempio, nessuno studente all’ultimo anno di liceo scientifico (italiano, pre-riforma Gelmini, se non altro) si sognerebbe di attingere senza il minimo scrupolo critico a una voce di Wikipedia per riprodurre fedelmente la seguente descrizione di LHC: “una macchina studiata per accelera­re protoni e ioni pesanti fino al 99,9999991% della velocità del­la luce, e scoprire l’origine del­l’universo”. Perché uno studente con nozioni elementari di chimica sa che cos’è un protone e cosa è uno ione pesante e, benché sia vero che LHC sia nato per produrre collisioni tanto tra fasci di protoni quanto di ioni pesanti, l’energia richiesta per accelerare gli uni non è comparabile con quella necessaria per accelerare gli altri, con la conseguenza che la stessa energia di picco dell’acceleratore del CERN non può produrre la medesima accelerazione nei due casi. E non ci vuole una laurea per questo, in quanto fatte due proporzioni tutti sanno benissimo che la spinta necessaria per portare da 0 a 100 km/h un camion o un’utilitaria non è la stessa.

Il diavolo si nasconde nei dettagli, dice Severgnini. E non possiamo che dargli ragione. Non c’è nessuna differenza tra l’informazione spacciata per scientifica in questo modo e le trasmissioni sensazionalistiche e disinformative di un Giacobbo qualsiasi, pagato con il canone dei contribuenti. Ma dopotutto devo ringraziare articoli come questo per fornirmi un inesauribile bacino di dimostrazioni empiriche alla mia teoria sullo stato della cultura e la salute dell’Italia in questo scorcio di XXI secolo. Che, for the dummies, è così riassumibile:

L’Italia non è mai guarita dalla sua sindrome delle Due Culture.

Malgrado tutti i finti progressismi, le aperture di facciata, le celebrazioni di convenienza. E questo porta con se due conseguenze. La prima, particolare, è che non dobbiamo meravigliarci per il pregiudizio imperante verso la fantascienza. La seconda, generale, è che non dobbiamo meravigliarci per lo stato in cui versa il Paese.

Infine, per chi volesse capire davvero cosa si nasconde dietro l’ipotesi di retrocausalità - che, caro Severgnini, no, non è stata lanciata da Dennis Overbye sul NYT, e basterebbe aver letto l’articolo per saperlo - consiglio di partire da questo ottimo post di Amedeo Balbi. La faccenda è molto più affascinante, nel suo essere comunque paradossale e borderline, della favola dell’uccellino e della briciola di pane.

Una chiamata all’azione per le sfide del XXI secolo

Posted on Ottobre 10th, 2009 in Agitprop, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Il mondo intero si sta domandano cosa abbia fatto Barack Obama, da meno di un anno alla guida degli Stati Uniti d’America, per meritarsi il Premio Nobel per la Pace 2009. Dai repubblicani che già si erano distinti per patriottismo all’annuncio dell’assegnazione dei Giochi Olimpici a Rio, e che ancora una volta si sono mostrati pronti a sollevare la questione facendone una materia politica, subito seguiti - strana la vita, eh? - dai talebani afghani, fino ai commentatori italiani - come se non avessero altro su cui mettere alla prova la loro arguzia, in questi giorni di sublime sfoggio del bispensiero da parte del Premier e della sua scassatissima maggioranza - non c’è stato nessuno dei soliti noti che si sia sottratto all’esercizio del dubbio.

L’assegnazione della commissione di Oslo è stata senz’altro la notizia del giorno, come dimostra la sua persistenza tra i titoli di testa delle edizioni on-line dei principali quotidiani internazionali. Interpretazioni si sono succedute per tutta la giornata, schiudendo un ventaglio che va dall’attestazione di fiducia all’incoraggiamento, con toni che parimenti spaziano dall’ostilità allo scetticismo. Sarà, ma la cosa che mi ha più sorpreso, dopo l’annuncio, è stato scoprire come il mio entusiasmo non si rispecchiasse nella comune reazione della gente, e degli organi che naturalmente contribuiscono a formarla, l’opinione della gente. E’ un po’ come se avessi trovato all’opera un intero stuolo di persuasori occulti intenti a inoculare freddezza e diffidenza nella testa delle persone.

Credo che questo atteggiamento sia sbagliato, benché legittimo. E sono convinto che c’entri poco la percezione diretta dell’evento, sicuramente meno di quanto c’entrino le dinamiche della psicologia di massa che sono sempre chiamate in causa di fronte a notizie di portata simile. Il perché cercherò di spiegarlo in breve.

L’attribuzione del Premio Nobel 2009 per la Pace è stata accusata di essere partigiana e viziata da un implicito valore politico. Tralasciando tutte le considerazioni del caso sul valore intrinseco del premio - ne parlavamo pochi giorni fa riferendoci alla Letteratura - forse al mondo non esiste riconoscimento più politico del Nobel per la Pace. Come ricordava ieri mattina il presidente del comitato Thorbjoern Jagland, “il premio va assegnato a chi ha fatto il massimo per la pace nell’anno precedente” e la scelta di Obama è stata fatta all’unanimità. Il Times può anche sentirsi preso in giro, e di sicuro ha le sue ragioni per credere che la scelta rischia solo di creare imbarazzo alla Casa Bianca. Dopotutto, Barack Obama ha espresso umilmente le sue riserve, tenendo un discorso alla stampa che merita un suo posto nella galleria comunicativa del Presidente:

Non sono sicuro di meritare di essere in compagnia con persone che hanno saputo produrre tali cambiamenti, donne e uomini che hanno ispirato me e il mondo con la lora coraggiosa ricerca della pace. Ma so che il premio riflette il tipo di mondo che quelle donne e uomini e tutti gli americani vogliono costruire, che dà vita alla promessa dei nostri documenti fondativi. E so anche che nella sua storia il Nobel per la pace non è stato assegnato solo per onorare risultati specifici. E’ stato usato anche per enfatizzare una serie di cause. Per questo accetto questo premio come una chiamata all’azione, un incitamento alle nazioni di fronte alle sfide comuni del XXI secolo. Un premio non per i risultati ma per gli ideali.

Qualcuno ha rimproverato al Presidente il mancato ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Ma mentre si pianifica un maggiore impegno sul fronte dell’Afghanistan (giustamente, a mio modo di vedere, essendo la minaccia talebana una miccia tra le principali dell’ordigno a orologeria del terrorismo internazionale), Obama si sta impegnando anche in una difficoltosa exit strategy dall’Iraq (che, non dimentichiamolo, con le sue risorse naturali è stato il bersaglio sbagliato nella lotta dell’Occidente al terrorismo islamico). E Obama è il Presidente a cui sono bastati 2 giorni per chiudere quell’insulto ai diritti civili che era la prigione di Guantanamo.

E’ stata premiata una visione del mondo e della storia, che una volta tanto guarda al futuro e lo fa con i toni del dialogo e dell’integrazione, il che è già di per sé una bella rivoluzione di paradigma. Cosa chiedere di meglio? Forse che nel mondo si sveglino all’improvviso 10, 100, 1.000 uomini come Barack Obama e comincino a ragionare insieme sul disarmo nucleare, le strategie di contrasto al cambiamento climatico, la rivoluzione energetica orientata verso le fonti rinnovabili e uno sviluppo sostenibile. Non è un caso che nel suo intervento Obama sia tornato a riferirsi al New Beginning.

Dopo l’audacia della speranza, un Nuovo Inizio.

E’ ciò a cui ci troviamo già di fronte, forse senza rendercene conto. Specie se in meno di un anno Barack Obama è riuscito a convincere il mondo intero che fosse perfettamente naturale riallacciare il dialogo con l’universo islamico, instaurare un confronto con l’Iran dopo che il suo predecessore ci aveva portati in pochi anni a 5 minuti dalla mezzanotte sull’Orologio dell’Apocalisse, e richiamare l’America ai suoi impegni davanti al protocollo di Kyoto. Tanto scontato, tutto ciò, da non meritare il Premio Nobel per la Pace.

TotoNobel 2009

Posted on Settembre 23rd, 2009 in Micro, Nova x-Press | 1 Comment »

Si approssima l’8 ottobre e per la Rete imperversa il TotoNobel: Roth, Vidal, Oates, Atwood, Vargas Llosa, a chi toccherà quest’anno? Come ogni anno da un pezzo a questa parte, torna a farsi il nome di Bob Dylan, utile a richiamare l’attenzione delle falene dell’informazione. E per fortuna ancora non sono spuntati né il nome di Pynchon, né quello di DeLillo, perché quest’anno mi rendo conto di un radicale cambio di atteggiamento da parte mia nei confronti del massimo riconoscimento al mondo per la Letteratura. Saranno state le beghe provinciali che hanno tenuto banco in questa litigiosissima marca d’Europa, oppure lo strascico di polemiche che ha sempre accompagnato ogni assegnazione a cui mi sia ritrovato a prendere parte, ma ormai sento di avere raggiunto la mia soglia di tolleranza anche nell’ambito dei “presunti” riconoscimenti di merito.

Non è che del Nobel di quest’anno non me ne freghi niente, capiamoci. E’ che preferirei non vederlo assegnato a titani come DeLillo o Pynchon. Magari è per continuare a crogiolarmi nell’idea dell’ingiustizia di ogni concorso letterario e di questo più degli altri, con la sua pretesa di misurare il valore di un autore in termini relativi, mettendolo a confronto con i suoi colleghi e facendo rientrare nell’algoritmo anche fattori extraletterari come sofisticati giochi di equilibrismo geopolitico. O forse è solo perché coltivare un piacere è più appagante, quando il suo valore è riconosciuto da pochi. Di certo, però, sarei curioso di assistere alla reazione di Pynchon e di scoprire chi potrebbe mandare a tenere il discorso di ringraziamento, dopo il comico Irwin Corey… Quello sì che varrebbe il sacrificio di un piacere segreto!

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!