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La sindrome dello spazio perduto e i potenziali antidoti in fase di elaborazione

Posted on Gennaio 30th, 2013 in Futuro, Nova x-Press, Transizioni | 1 Comment »

Nello spirito delle celebrazioni per i 125 anni dalla sua fondazione, il National Geographic sta dedicando quest’anno grande attenzione alle nuove frontiere dell’esplorazione. Negli scenari prospettati, non poteva mancare la frontiera più alta e vasta di tutte: lo spazio.

Per quanto ancora remote, le prospettive di un volo interstellare, di spedizioni alla scoperta di nuovi mondi, non sono più così irrealistiche come solo fino a pochi anni fa avrebbe potuto sembrare. In effetti in molti - anche tra gli appassionati di fantascienza - covano la disillusione dello spazio. Leggendo ciò che scriveva Silvio Sosio la scorsa estate sul numero 66 di Robot, nell’editoriale (come sempre ricco di spunti) che prendeva le mosse dalla scomparsa di Ray Bradbury, mi è venuto di pensare a una sorta di sindrome. Per troppo tempo abbiamo consentito che lo spazio fosse nient’altro che argomento di propaganda politica (ricordate gli scudi spaziali e le guerre stellari dell’era reaganiana?) e dopo gli anni dei proclami e delle vuote promesse dell’era Bush Jr abbiamo lasciato che il sogno della frontiera spaziale venisse soffocato dalle contingenze della quotidianità, con il carico da 11 della crisi esplosa sul finire dello scorso decennio. E ormai abbiamo smarrito quell’automatismo che naturalmente si innescava quando prendevamo in mano un libro di fantascienza e - qualunque fosse il suo contenuto - l’immaginazione correva pavlovianamente agli scenari di colonie spaziali, stazioni orbitali, terraforming e viaggi interplanetari. Memore di Bradbury e della nostalgia del futuro che pervade le sue opere più strettamente sci-fi, potremmo dare a questo disagio il nome di sindrome dello spazio perduto: troppe promesse disilluse hanno alimentato nel tempo questa naturale diffidenza, pronta a evolvere in cinico disinganno.

Per fortuna, gli scienziati e gli ingegneri dell’industria aerospaziale sembrano aver preservato negli anni il fuoco dell’impresa. E così, per quanto si parli ancora di tecnologie di là da venire, di tecniche che - allo stato attuale delle nostre conoscenze - richiederanno qualche centinaio d’anni per portarci al più vicino sistema planetario extra-solare, se non altro se ne parla. La NASA, pur attraversando una fase di appannamento, porta avanti la ricerca nei suoi laboratori: vele solari, fusione nucleare e, nei suoi gruppi di lavoro più avanzati ed esoterici, antimateria e propulsione di Alcubierre. Difficile stimare quanto tempo ci vorrà perché queste linee di sviluppo si traducano in progetti economicamente e/o tecnicamente fattibili, ma esistono iniziative audaci come l’arca generazionale 100 Years Starship, lanciata in un piano congiunto da DARPA e NASA, su cui argomenta Giulio Prisco su KurzweilAI (venendo ripreso e rilanciato nientemeno che da io9). E fa bene Prisco a mettere in evidenza le ricadute di un eventuale programma volto a coniugare - in ottica di abbattimento costi e massimizzazione dell’efficienza - viaggi interstellari e mind uploading.

Perché se da un lato conforta l’interesse che sembra riaccendersi intorno alla Frontiera del Terzo Millennio, dall’altro è vero che molte conquiste del progresso a partire dal rush tecnologico del XX secolo possono essere fatte ricadere nell’ambito delle self-fulfilling prophecy. E se a giustificare un’impresa si aggiunge, oltre alla convinzione nella stessa impresa, anche il beneficio delle potenziali ricadute collaterali, la posta in gioco diventa ancora più ambita. Prisco cita le neuroscienze, la teoria dell’informazione e la speranza di vita, ma svincolandoci dal mind uploading per pensare alla tecnica di volo spaziale possiamo aggiungere alla lista genetica, ecologia, energetica e ingegneria dei sistemi. E allora è evidente che quando parliamo di volo spaziale pensiamo soprattutto a come il futuro potrebbe essere plasmato dalla curva del progresso su cui ci andiamo ormai da tempo arrampicando, su una parete che di anno in anno si fa sempre più ripida. E pensiamo quindi alla complessità degli scenari che ci attendono.

Dopotutto trovo irrealistico pensare che questo pianeta non sia destinato a diventare, prima o poi, troppo piccolo per reggere il peso della subspeciazione dell’umanità e dei suoi artefatti più evoluti. E - naturalmente - dei rispettivi sogni.

Le immagini che corredano il post sono opera di Stephan Martiniere, già artista dell’anno per Robot nel 2009.

Italia, 2012

Posted on Febbraio 5th, 2012 in Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.

Universi fantascientifici a portata di tutti

Posted on Ottobre 16th, 2011 in Accelerazionismo, Fantascienza, Nova x-Press, On air | 3 Comments »

Gli scrittori di fantascienza, soprattutto in un mercato editoriale ristretto come quello italiano che obbliga i titoli di genere a spartirsi la fettina di una torta alquanto magra, si domandano da sempre quale possa essere la strada giusta per raggiungere un pubblico più ampio. Americani e inglesi (penso a Audrey Niffenegger, Chuck Palahniuk, ma anche a Robert Harris con Fatherland e L’indice della paura, quest’ultimo scoperto grazie a una segnalazione di Italo Bonera sulla lista di discussione Yahoo! Fantascienza) da tempo stanno esplorando le strade di quella che nella recensione de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo mi ero spinto a definire come “fantascienza ripotenziata”: una fantascienza in cui l’immaginario di riferimento che impregna ogni opera del genere fosse ridotto all’essenziale, con un gioco di affilatura in grado di esaltare la capacità di taglio e penetrazione degli strumenti di analisi della SF. Sulla scia di quanto fatto dal compianto Michael Crichton, certo, ma senza limitarsi a uno spazio comunque predisposto a operazioni di questo tipo come il techno-thriller.

Si potrà obiettare che America e Regno Unito sono comunque paesi in cui Dune e William Gibson vendono milioni di copie, in cui Iain M. Banks è un intellettuale di riferimento oltre che un autore bestseller, e che ospitano eventi come la mostra Out of this World alla British Library. Tutto vero. Ma dagli stessi paesi arrivano anche serie televisive estremamente popolari e tutt’altro che immediate come Life on Mars, Battlestar Galactica, Caprica oppure Fringe, che in virtù della loro specificità riescono a riscuotere l’apprezzamento del pubblico più vasto. Lo dimostrano l’attesa della quarta stagione trasmessa in America dalla fine di settembre e il commento odierno di Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera noto per la sua severità, che scrive:

Proprio la complessità e la raffinatezza della scrittura sono i veri punti di forza di Fringe: il fascino oscuro di fenomeni paranormali si accompagna sempre alla profondità del racconto delle relazioni e delle psicologie dei personaggi. Le stagioni precedenti erano tutte costruite sull’esplorazione del rapporto tra Walter e Peter, padre e figlio, mentre ora il tema cruciale è quello del doppio e del riconoscimento.

Se proprio si vogliono fare paragoni tra il fantastico (e la SF in particolare) in Italia e altrove - sport in cui qui da noi si sfiora l’eccellenza come in molti altri settori (dal calcio alla politica), aggiungendo una voce peculiare e particolarmente ossessiva al coro più generale dell’eterno lamento nazionale - allora per onestà di analisi non si dovrebbero trascurare presupposti e condizioni al contorno. Da quanti decenni non vengono prodotti un film  o una serie di fantascienza? Quanto interesse riscontriamo da parte dell’industria culturale a investire in un immaginario che non può fare a meno del futuro come colonna portante? Quanto interesse riscontriamo quotidianamente nel superare i confini dell’eterno presente in cui ci siamo lasciati ingabbiare?

Sembrerà strano, ma da qualche tempo non riesco a scindere il discorso sulla fantascienza da quello sullo stato più generale della cultura del Paese, sul suo dissesto politico ed economico, sul suo sfaldamento sociale. Nel dibattito perpetuo che ci tiene impegnati di stagione in stagione, mettere in relazione letteratura e vita/realtà è necessario in questo momento più che mai, anche per scongiurare il rischio di autoghettizzazione (perfetto mix di settarismo e alienazione) a cui i generi di nicchia risultano da sempre esposti. E a cui troppo spesso ci lasciamo consensualmente ridurre.

[Immagine di Olivia Dunham/Anna Torv via Tor.com.]

La classe operaia andrà in paradiso?

Posted on Settembre 6th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | No Comments »

Io non so se la classe operaia ha un suo paradiso ad attenderla. Di sicuro, dopo aver spinto sempre più famiglie sotto la soglia della povertà, si sta facendo di tutto per rendere un inferno la vita in terra dei lavoratori dipendenti, sia nel settore privato che in quello pubblico, per una volta senza distinzioni né favoritismi. Per la situazione che vedo intorno a me ogni giorno, posso considerarmi fortunato: contratto a tempo indeterminato, salario garantito, massima attenzione alla sicurezza sul lavoro. Eppure sento che qualcosa che non va deve esserci, se a 5 anni da una laurea conseguita con il massimo dei voti non posso ancora permettermi di fare lo straccio di un piano a media scadenza, e come me molti altri. Se guardandomi intorno vedo laureati brillanti intrappolati nella routine dei lavori a tempo determinato, delle collaborazioni gratuite, dei corsi di formazione forzati, degli impieghi temporanei sottoqualificati e sottopagati; se vedo amici costretti a ingannare il tempo davanti a un bar; se persone di indubbio valore sono costrette a fare la via crucis delle agenzie interinali, per scoprire che il loro nominativo è utile solo ad allungare la lista dei contatti dell’ufficio, aumentandone la reputazione presso i clienti. Se un governo vara una manovra finanziaria senza capo né coda e la modifica 3 volte nel giro di due settimane, arrivando a includere nel testo tutto e il contrario di tutto fino alle modifiche costituzionali, tutto questo dopo aver ripetuto a oltranza che la crisi era un’invenzione della solita gente che vuol male al Paese.

Ecco, questo è un Paese che secondo me ha bisogno di darsi una regolata. Dopo esserci fatti rubare il futuro sotto il naso, stiamo lasciando che il futuro lo rubino anche alle generazioni che verranno, con uno strascico culturale, politico e sociale da cui sarà difficile riprendersi in tempi brevi. E per troppo tempo penso di essere rimasto alla finestra a guardare, in attesa di veder passare nel fiume il corpo del Nemico. Penso che almeno per me sia giunto il momento di dire basta: sono stanco che altri si accollino il lavoro sporco, nella consapevolezza che la loro lotta è giusta e potrebbe/dovrebbe portare un miglioramento anche della mia condizione e della gente che mi sta intorno.

Siamo tutti sotto ricatto: se non personalmente, lo vediamo nelle facce degli amici, dei parenti. E a questo punto diventa una questione di diritti e di dignità, di coscienza e di valori. La logica del dominio impostaci da un’egemonia culturale e politica scriteriata e dissennata ha prosciugato il bacino dei sogni e delle speranze lasciandoci di fronte all’orizzonte desolato di un futuro zero: ridotto ai minimi termini, e forse nemmeno più quelli. Sarebbe anche ora che ci riprendessimo quello che ci spetta. E se verrà il momento, io voglio essermelo guadagnato con le mie mani. E se invece così non dovesse essere, non sarà certo stato un sacrificio in più ad avermi cambiato la vita.

Non so se lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL sortirà qualche effetto. Ma pur senza riconoscermi in questo sindacato, oggi mi sono sentito in dovere di prendervi parte. Ero un numero, certo. Lo sono sempre stato e lo saremo sempre, tutti. Ma la teoria del caos insegna che a volte bastano gli infinitesimi per produrre esiti di portata catastrofica. Questa volta la catastrofe è proprio ciò che andrebbe evitato. E se forse è troppo sperare che anche qui da noi si giunga a una presa di coscienza sul modello islandese (come legittimamente evocato su HyperHouse), sono decisamente stanco di assistere al vecchio spettacolo del nano che saltella allegramente con i suoi clown e le sue ballerine svestite sull’orlo del baratro. E’ in cartellone da troppo tempo e non è mai riuscito a strapparmi mezza risata.

Cartoline dall’Irpinia

Posted on Agosto 9th, 2011 in Nova x-Press | 6 Comments »

Da domani, quasi in ferie, comunque lontano dalla connessione. Qualche giorno di lavoro, qualche giorno di ozio totale, e poi di nuovo sotto con il romanzo. Che sta procedendo bene, in fase di revisione, grazie ai consigli di due amici abituati a smontare le cose che scrivo. Ma ne parleremo a tempo debito.

Intanto, come anticipato ieri, lo Strano Attrattore continuerà le trasmissioni. L’occasione mi sembrava propizia per riprendere il discorso intrapreso un po’ di tempo fa. Così, da venerdì prossimo, appuntamento ogni venerdì fino alla fine del mese con una nuova puntata del racconto a episodi Stati indotti di narcolessia.

Noi ci rileggiamo a settembre, per finire la storia e aggiornarci sul resto. Qui sotto, una cartolina dall’Irpinia.

Revenant: a volte ritornano

Posted on Agosto 8th, 2011 in Connettivismo, Nova x-Press | 8 Comments »

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antropologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer - Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura.

La trovate integralmente dopo il salto.

Nell’immagine, una rappresentazione di Xipe Totec, divinità azteca preposta
alla rinascita, al passaggio dalla vita alla morte e viceversa,
scelta da Cerrato e Shabi come nume tutelare per il loro progetto.

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In difesa dei diritti dei lettori

Posted on Agosto 7th, 2011 in Agitprop, Nova x-Press | 7 Comments »

In effetti, il carico di lavoro delle ultime settimane mi ha tenuto lontano dal blog, contro i miei iniziali propositi. Così arrivo a parlare della discussa legge Levi sulla “nuova disciplina del prezzo dei libri” con un certo ritardo. Meglio tardi che mai, comunque, specie per una causa così importante, che non a caso ha visto unite le forze del Pd (con Riccardo Levi che vi ha lavorato da primo firmatario) e del Pdl (con Franco Asciutti che l’ha promossa da relatore). Ecco, forse sarebbe il caso che vi segnaste il nome dei senatori e anche quello dei partiti, un piccolo pro-memoria per non dimenticare, perché il provvedimento stabilisce che le librerie (piccole, grandi, on-line) dal prossimo 1° settembre non potranno più varare campagne promozionali “indiscriminate”, ma dovranno sottostare per gli sconti a un tetto massimo del 15% sul prezzo di copertina, per una durata massima di un mese e - rullo di tamburi - con l’esclusione di dicembre (e quindi del periodo degli acquisti natalizi). Per maggiori dettagli, date un’occhiata anche alla pagina dell’Espresso.

Ora, detto in maniera rude e non aperta a compromessi, questa norma mi sembra il solito papocchio all’italiana. Si cerca di salvare le piccole librerie (almeno così ci vogliono far credere), arginando lo strapotere delle grandi catene, cavalcando l’onda montante della resistenza dei vecchi distributori (piccole librerie + catene) contro i negozi on-line (IBS e Amazon in testa). Un’ammucchiata, insomma, che si risolve dopo due anni di iter parlamentare in una difesa di interessi corporativi - come dimostra il plauso pressoché unico dell’Associazione Italiana degli Editori - contro la categoria dei lettori.

In definitiva, non potrò più acquistare libri al 25 o al 30% di sconto su IBS o alla Feltrinelli perché il nostro Parlamento ritiene che questi tagli favorirebbero la concorrenza sleale dei grandi punti di vendita (librerie Feltrinelli, Melbook, Mondadori) a scapito delle piccole librerie, e dei negozi elettronici (Amazon, Ibs) ai danni di tutte le librerie del grande mondo lì fuori. Nel qual caso sarebbe anche la prima legge votata dal Parlamento italiano per danneggiare (o almeno limitare il potere) dei gruppi editoriali riconducibili al Premier e alla sua famiglia. Ma non credo che le cose stiano davvero così e cercherò di spiegarvi perché mi sembra di sentire un’inconfondibile puzza di bruciato dietro a tutta la faccenda.

Il tetto sugli sconti mette di fatto sullo stesso piano i grandi (e forti) con i piccoli (e deboli). Buon per questi ultimi, potrà pensare qualcuno. Peccato però che quando i forti e i deboli si scontrano sullo stesso terreno, a rimetterci le penne con maggiore facilità sono sempre questi ultimi. Non è questo il modo di rimettere in discussione gli equilibri invalsi nel tempo. Se il prezzo mi viene imposto dall’alto (il limite sul tasso di sconto riduce di fatto i margini d’azione sulla “negoziabilità” del prezzo di copertina), cosa dovrebbe farmi propendere verso la mia piccola libreria di quartiere o di paese (ammesso che da qualche parte ne sopravviva ancora una), a scapito di una più grande (Feltrinelli o Amazon, per fare un confronto)? La disponibilità dei titoli: se entro in una libreria, mi aspetto di trovare quello che sto cercando. E se anche una piccola libreria mi mette a disposizione un servizio di ordinazione del titolo a cui sono interessato, rivolgendomi a una grande libreria (o ancora meglio a un bookstore on-line) il più delle volte risparmio tempo e fatica.

Non vorrei che le mie parole venissero fraintese e lette come una difesa delle grandi catene. Adoro le piccole librerie, peccato che negli ultimi vent’anni non mi sia capitato di frequentarle con l’assiduità che mi sarebbe piaciuta. Le ragioni? Provate un po’ a chiedere un libro di fantascienza in una piccola libreria. Le piccole librerie - salvo alcune, ammirevoli eccezioni, purtroppo chiuse di recente - si rivolgono in genere a un circuito di lettori consolidato e, comprensibilmente, cercando di intercettare il loro gusto. Ci sono generi troppo minoritari nella torta del mercato italiano che finiscono in questo modo sacrificati e, se non fosse per grandi catene e librerie on-line (e, naturalmente, edicole!), sarebbero già estinti da un pezzo.

Negli ultimi anni, come accennavo poco sopra, molte sono state le piccole librerie - talvolta storiche - che hanno chiuso i battenti. Ogni volta si è levato il solito coro di saluti rammaricati sulle pagine dei giornali, anche nazionali, ma mai una volta si è intrapresa nelle sedi opportune una seria iniziativa di sostegno ai piccoli venditori. Adesso vogliono farci credere che la legge Levi sia la soluzione al male. Dovremmo però interrogarci sul perché a plaudire siano soprattutto gli editori.

Anche a voler essere magnanimi, ammessa e non concessa la buona fede che ha condotto al testo approvato dal Senato (cosa in cui non credo affatto), si tratta nel migliore dei casi di una misura tardiva, volta a chiudere il recinto dopo la fuga dell’ultima pecorella. Di certo lesiva dei diritti del consumatore, che non potrà più giovarsi di sconti e promozioni come in passato, a esclusivo beneficio degli editori. Se davvero si voleva arginare lo strapotere dei colossi, occorreva muoversi prima e sicuramente con una strategia diversa, volta magari all’istituzione di fasce di prezzo definite per tutelare tutte le fasce d’acquisto. Avendone già parlato in quest’altra occasione, non voglio ripetermi. Ribadisco solo che, all’obiezione che in questo modo si previene la creazione di un monopolista (Amazon? Feltrinelli?), si sarebbe potuto scongiurare lo stesso rischio in maniera forse più efficace, e sicuramente meno penalizzante per i lettori - che di fronte alle librerie grandi e piccole, forti oppure in via d’estinzione, sono quei microbi che consentono al mercato editoriali di sopravvivere - varando politiche di prezzo controllate da un’autorità, ma comunque rivolte alla tutela del consumatore. La qual cosa, di riflesso, corrisponde alla promozione della cultura.

Se IBS ha reagito al voto del Senato lanciando la campagna Fuori Tutto, che ha il triste sapore - spero di sbagliare - di una svendita di fine esercizio, Amazon ha rilanciato con una promozione valida per tutto agosto (la legge entrerà in vigore il 1° settembre, previa approvazione del Presidente della Repubblica) e una raccolta firme per bloccare l’esecutività della norma. Stessa iniziativa adottata dalla rete, dove Chicago Blog ha lanciato una petizione che, se tenete alla libertà e ai diritti del lettore, vi invito a sottoscrivere.

Esperimento sul campo n. 1

Posted on Luglio 22nd, 2011 in Nova x-Press | No Comments »

Prima che questo blog si trasformi in una sorta di lungo addio, con la latitanza di pezzi di approfondimento destinata a protrarsi a causa della ripresa dei lavori sull’ultimo romanzo (su cui magari vi aggiornerò a breve), mi sforzo di riaprire le trasmissioni in modalità - diciamo così - semi-istantanea. E’ un esperimento, come sottolinea il titolo di questo post che fa il verso a La Stella di Ratner, e quindi prendetelo come tale. Se funzionerà, andremo avanti. Altrimenti ci rassegneremo ancora una volta alla necessità di lunghe pause di silenzio, come capitato di recente, e amen.

L’idea è di provare a riprendere il flusso delle comunicazioni con un mix di pillole. Dopotutto, come già accennavo ad aprile in una blog entry tematicamente molto affine a questa, mi manca l’opportunità offerta dal blog di confrontarmi con voi su letture e visioni, per cui cercherò di buttare sul tavolo le mie impressioni sulle opere e i prodotti consumati di recente, e su quelli che andrò fruendo nei prossimi tempi. Parallelamente continuerà la revisione di Corpi spenti, giunta nel vivo: e magari - come dicevo sopra - parleremo anche di questo. Il blog assumerà inevitabilmente una dimensione più minimalista, potendo fortunatamente contare su altri spazi per dar sfogo ai miei flussi di coscienza.

Per cose ancora più immediate, invece, cercherò di tornare - gradualmente - anche su Twitter, dove potete trovarmi presso NovaXpress. Finora era un account quasi segreto, essendo nato senza una direzione precisa. Credo che andrà avanti così finché non mi sarò chiarito le idee io per primo. Approfitto dell’estate proprio per tentare questo esperimento di sinergie e parallelismi, così da arrivare in autunno con le idee più chiare e precise. O almeno l’intenzione è questa. Quindi facciamola finita con le cerimonie: mi rimbocco le maniche e torno al lavoro. Ci tenevo solo a ringraziarvi per esserci stati anche durante gli ultimi mesi, malgrado il dibattito sia calato a livelli di intensità davvero minimi.

Per il futuro… Stay tuned!

Il sogno in rosso di Akira Kurosawa

Posted on Marzo 13th, 2011 in Criptogrammi, Nova x-Press, Transizioni | 2 Comments »

Davanti alle immagini terribili che ci stanno bombardando in queste ore, in diretta dall’altra faccia del globo, siamo rimasti tutti senza parole. La forza (l’impatto, ma anche la persistenza) dei filmati è impressionante e rende inutile qualsiasi commento (estraggo dall’archivio TV di Repubblica.it qualche video: il maremoto che si approssima alla costa, produce vortici spaventosi, invade le campagne della Prefettura di Miyagi e travolge le città costiere, i porti di Kesennuma, Kamaishi, Sendai, le conseguenze del sisma che scatenano incendi nelle raffinerie e nelle città e mettono a dura prova i sistemi di sicurezza di almeno tre diverse centrali nucleari, e l’elenco potrebbe purtroppo continuare ancora a lungo in un campionario di orrori che si arricchisce di ora in ora).

Scene apocalittiche scorrono sotto i nostri sguardi attoniti. Ci limitiamo a contemplare in silenzio la natura nel suo compiersi più tremendo. Dopotutto, la minaccia del mare, e ancor più dell’oceano, è forse codificata a livello genetico nelle nostre paure, come dimostra anche il discorso intorno alla forza archetipica dell’onda (anche in Hokusai) che facevo lo scorso anno sempre da queste parti, più o meno di questi tempi.

Solo oggi pomeriggio, a distanza di tre giorni dall’evento sismico e dalla successiva onda di tsunami, mi sono ricordato di Sogni (Yume), uno degli ultimissimi film del maestro giapponese Akira Kurosawa, fortemente voluto da Spielberg e Lucas (che lo produssero) e sostenuto da altri cineasti americani tra cui Martin Scorsese, che vi partecipò addirittura come attore prestando le sembianze nientemeno che a Vincent Van Gogh. Girato nel 1990, Akira Kurosawa’s Dreams è un film a episodi, otto per l’esattezza. Mi hanno sempre affascinato i due centrali, Il tunnel (un’elegia dai risvolti metafisici) e Corvi (un gioiello surreale e impressionista). Ma in queste ore, mentre il popolo giapponese impartisce ancora una volta la migliore lezione di dignità che la nostra cultura occidentale e in particolare il popolo italiano potrebbero richiedere, mentre i nostri governanti si sfidano a colpi di genio sul terreno dell’imbecillità, è il sesto episodio che acquisisce un’attualità sconcertante.

S’intitola Fuji in rosso, è un racconto tellurico, primordiale e apocalittico (per dirla con Italo Calvino) ed è assolutamente da guardare.

 

La sovrapposizione finzione/realtà: l’immaginario interpreta il mondo

Posted on Gennaio 16th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Non avrete da me ulteriori parole da aggiungere alla marea montante di commenti che da circa 48 ore a questa sta sommergendo la rete italiana. Non avrete parole se non una, che per me è la parola-chiave: indignazione. Se in queste ore anche voi:

a. state partecipando del clima di indignazione per i risultati del referendum di Mirafiori sortiti dal ricatto dell’ennessimo, brillante esponente di quella genia di uomini nuovi di successo che tempo fa, in uno dei tanti raptus, indicavo come Imprenditori Cannibali, e che oggi riscuotono il plauso generale di capi di governo e capitalisti come lui, ormai sempre più scollati dal mondo di cui loro per primi sono responsabili, e con loro i dirigenti di una classe politica prona e connivente;

b. state seguendo, malgrado tutto con incredulità crescente, gli sviluppi dell’inchiesta sull’allegra condotta criminale del Premier, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (e a questo proposito va segnalata d’ufficio la meritoria copertura giornalistica che stanno dedicando alla vicenda Giuseppe D’Avanzo e Piero Colaprico - qualche esempio quiquiqui, qui - scrivendo forse le pagine più significative della cronaca di questo ventennio morbido, ma triste e grottesco, che sembra ormai volgere al termine);

allora non ho davvero altro da aggiungere: condividiamo la stessa indignazione, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, riusciamo a capirci anche senza dover spendere fiumi di inchiostro.

Però il commento di Eugenio Scalfari mi ha ricordato che già quarant’anni fa la coppia più rivoluzionaria del cinema italiano, formata dal grandissimo Elio Petri e dall’incommensurabile Gian Maria Volonté, aveva fotografato lo squallore dei nostri giorni. L’abuso di potere ritratto in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e Premio Oscar per il miglior film straniero) e l’obbedienza della classe lavoratrice estorta con il ricatto ne La classe operaia va in paradiso (1971, Grand Prix al Festival di Cannes) forniscono, attraverso le rispettive declinazioni del paradigma del controllo, due lucidissime interpretazioni delle dinamiche che abbiamo subito passivamente o - peggio - consapevolmente attraverso i decenni, e che ci hanno portato a regredire, sulla soglia della seconda decade del XXI secolo, a diritti degni della servitù della gleba della Russia zarista.

La gente che ha ancora la forza, il coraggio, l’impulso di battere un ciglio di fronte a questo squallido panorama è sempre di meno. Adesso abbiamo la televisione, per parafrasare il produttore del Big Brother in Dead Set, perché protestare? E allora consiglio di visione: stasera, su Rai Movie, non fatevi scappare alle 21.05 proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tanto, a questo punto, quando arriveremo alla resa dei conti di Todo modo (1975, altro capolavoro della premiata ditta Petri-Volonté) sarà comunque troppo tardi. Ma non disperiamo: magari potremo seguire anche quella in TV, sintonizzati dal comodo salotto di casa nostra.

Hasta siempre!