Archive for the ‘Letture’ Category

Tra orrore cosmico e fantastico apocalittico

Posted on Febbraio 5th, 2011 in Letture, ROSTA | No Comments »

L’attesa per I vermi conquistatori sta per terminare: entro qualche settimana il romanzo di Brian Keene approderà nelle librerie italiane e intanto se ne comincia a parlare per la rete. L’attivissimo Fabrizio Vercelli sta curando un giro di interventi a opera di addetti ai lavori e appassionati di genere. Dopo Andrea G. ColomboDanilo Arona, è arrivato il mio turno. Potete leggere il mio sproloquio sulle pagine de La Tela Nera, prima che i vermi giganti di Keene emergano dal sottosuolo per spazzare via dal pianeta le nostre vite miserevoli.

Quando succederà, dubito che il Tg1 darà alla notizia il risalto che merita (anzi, per evitare associazioni accidentali con altre striscianti figure dell’attualità italiana dubito che ne darà proprio la notizia). E devo ammettere che la cosa comunque non mi dispiacerà tanto quanto dover trapassare insieme a quella manica di gerarchi, legulei e lustrascarpe di regime che tiene in pugno il paese. Ma ogni atto di giustizia comporta un piccolo sacrificio. I vermi conquistatori lo sanno e non si curano degli effetti collaterali. Cosa che, se si eccettua la consapevolezza, li accomuna agli esseri umani.

Correte a pregare per le vostre anime. Amen.

Palinsesto

Posted on Gennaio 5th, 2011 in Fantascienza, Letture, ROSTA | No Comments »

La mia recensione all’ultima fatica di Charles Stross approdata in Italia è su Fantascienza.com.

Propositi di un lettore compulsivo per il nuovo anno… e oltre

Posted on Gennaio 2nd, 2011 in Letture | 10 Comments »

Lo facciamo tutti, in fondo. La data simbolica del giro di boa da cui ricominciare è una tentazione troppo forte per resistere. Chi si propone di smettere di fumare, chi di cambiare vita. Anch’io mi sono concentrato su uno dei miei vizi, forse quello più incontrollabile: l’abitudine inveterata ad acquistare libri. E allora ieri - forse preso dal rimorso degli ultimi 8 volumetti appena acquistati per finire in bellezza il 2010, tra cui 4 elegantissimi Solaria che aspettavo da tempo e 3 Urania d’epoca - ho approfittato di un pomeriggio di nullafacenza per fissare il punto sulla mia carriera di lettore, sperando di mettere a tacere quel campanellino che da qualche tempo mi risuona con insistenza in un angolo della testa.

Con il supporto della mia libreria virtuale su Anobii ho messo un po’ di ordine - si fa per dire - nei miei scaffali, sparsi in tre stanze a qualcosa come 700 km di distanza o giù di lì, lungo il dorso della penisola. Un bel rompicapo, insomma, ma la cosa peggiore è stata tirare le somme.

Ad oggi, secondo le statistiche del sito, risulta la seguente situazione:

Totale libri accumulati: 872
Totale libri letti al 31/12/2010: 436
Totale libri non ancora iniziati al 31/12/2010: 400
Totale libri in lettura al 31/12/2010: 10 (*)
Totale libri in consultazione al 31/12/2010: 26 (**)

Due precisazioni:

(*) A dire il vero, quelli in lettura sarebbero un po’ di più, ma 10 sono quelli che riesco a gestire agevolmente in parallelo sul breve periodo, per cui magari me ne ritrovo diversi iniziati che, con un po’ di fatica, dovrei riuscire a riprendere una volta ultimati quelli attualmente in lettura (e di conseguenza il 400 indicato come numero di libri non ancora iniziati viene a ridursi un po’, ma la sostanza cambia di poco nelle quantità in gioco).

(**) Nei libri in consultazione ho infilato i doppioni (conseguenza fisiologica della gestione di due librerie lontane 700 km), le riviste e le antologie iniziate e non ancora finite (nella fattispecie Robot e Millemondi Urania), i testi di divulgazione che ho letto solo limitatamente alle parti che nello specifico risultavano di mio interesse o che al contrario rileggo periodicamente. Lo so, la situazione è complessa e variegata…

Sempre secondo le statistiche di Anobii, mediamente negli ultimi 5 anni (ovvero da quando la mia vita si è assestata su una routine lavorativa piuttosto consolidata) ho letto 45 libri ogni anno, tra romanzi, novelle, antologie, saggi in volume, e-book, riviste catalogate, fumetti in volume (sono esclusi per convenzione e comodità di classificazione Bonelli e bonellidi), raccolte di poesie, per una media che si è assestata intorno alle 10.000 pagine all’anno. A questo ritmo, immaginando di volermi fermare qui con gli acquisti, mi ci vorrebbero quasi 9 anni per smaltire lo scibile accumulato! Ed è qui che il campanellino è scomparso, soppiantato dal ringhio di una sirena di allarme.

Bisogna correre ai ripari. Per farlo c’è bisogno di una strategia. E dunque eccomi qui con i propositi per il nuovo anno, che in realtà dovrei estendere ai prossimi due-tre decenni, come minimo. E che diamine, mi sono detto, nella vita un po’ di prospettiva ci vuole! Allora a conti fatti, immaginando di tenere il ritmo attuale, se volessi smaltire i libri accumulati fin qui dovrei limitarmi ad acquistare non più di 25 libri/anno per i prossimi 20 anni, oppure concedermi 32 libri/anno se volessi procrastinare il punto di pareggio a 30 anni. Questo significherebbe mediamente tagliare 3 libri su 4 rispetto a quanto acquistato negli ultimi anni e, al di là dell’impatto che ciò avrebbe sul fragile mercato editoriale italiano, è un proposito praticamente impossibile da mettere in pratica: con l’abbonamento a Odissea Fantascienza appena rinnovato e considerando il trend dei miei acquisti in edicola (tra Urania e collane collaterali, Giallo Mondadori, Segretissimo), direi che anche solo con gli acquisti “periodici” (in quanto vincolati a tempistica di distribuzione e/o abbonamenti) per il prossimo anno mi ritrovo con una quarantina di volumi già opzionati. Vale a dire almeno 10 in più della soglia che mi consentirebbe un consumo sostenibile.

E’ un bel dilemma. A conti fatti, resta un’unica via d’uscita: aumentare il passo di lettura. E’ un obbligo che a questo punto devo impormi. In questo modo, immaginando di aggiungere al lotto opzionato solo 25 volumi, 2 al mese, tra nuove uscite e recuperi di varia natura (libreria, remainder, usato, regalie), se riuscissi a portare la media di letture a 80 volumi/anno potrei sperare di raggiungere il pareggio intorno alla prima metà del 2040. Vale a dire: fra trent’anni.

Vale a dire: un’altra vita.

Solo che di quella spesa finora, a leggere avrò trascorso sì e no 17 anni. A quel punto, nel 2040, la mia libreria avrà superato quota 3.000 e sarà circa quattro volte più grande delle sue dimensioni attuali (un’altra buona ragione per sperare nella diffusione di massa del libro elettronico).

Questa ovviamente è pura matematica. Se da un lato non potrei riuscire a sostenere quel ritmo di lettura, dall’altro confiderei che la curva degli acquisti subisca comunque una flessione nei prossimi anni. Per accompagnare quantitativamente l’analisi, diciamo che potrebbe toccarmi mantenere il ritmo di acquisto di 65 volumi/anno per i prossimi 5 anni, per poi scendere intorno ai 50 libri/anno. In questo modo, immaginando di riuscire a tenere un passo di 65 libri letti all’anno (+50% sul tasso attuale), il punto di pareggio sarebbe per il 2042. Se da un lato questa soluzione può essere vista come incentrata su una tattica-tampone (mantenere costante il numero dei libri non letti per i prossimi 5 anni, per cominciare poi le pratiche di smaltimento con un guadagno di 15 libri/anno per 27 anni), dall’altro tutto sommato rappresenta anche una buona ragione per conservarmi vivo e in salute fino a quella data. Calendario Maya permettendo.

Chi lo ha detto che i libri non possono allungarti la vita?

Derek Raymond redux

Posted on Novembre 14th, 2010 in Letture, ROSTA | 4 Comments »

Dalla newsletter della casa editrice, ho appreso che Meridiano Zero aggiungerà presto al suo ricco e prestigioso catalogo anche l’autobiografia di Derek Raymond. Bisogna attendere fino a gennaio, ma nel frattempo i libri della Factory offriranno un validissimo modo per impiegare il tempo. Aprile è il più crudele dei mesi e Come vivono i morti (quest’ultimo recensito dal compagno Fazarov su Thriller Magazine) stanno già esercitando il loro giusto influsso sulle pagine del romanzo in stesura (a proposito, approfitto di questo dispaccio per comunicarvi che ho da poco superato la boa di metà percorso).

C’è una tale concentrazione di spunti e un tale mestiere, nei suoi romanzi, che sarebbe davvero un peccato mortale non attingerne a piene mani, per apprenderne la tecnica e poi esercitarla e continuare a esercitarla ancora. D’altro canto, Derek Raymond (1931-1994) era uno scrittore che si era scelto il nome d’arte mettendo insieme i nomi dei suoi migliori amici - Derek e Raymond, appunto, entrambi morti, mentre per l’anagrafe di Sua Maestà restava Robin William Arthur Cook - e che, tra i tanti meriti, vantava anche quello di aver fissato la matrice della letteratura nera. “Senza le notti in bianco, non ci sarebbero i romanzi noir” dichiarò in un’intervista. Due dati significativi per inquadrare il personaggio e la sua poetica.

La fuga narrativa

Posted on Novembre 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

Il saggio di Tom Stafford si apre con un avvertimento (“Ascolta. L’argomento non è dei più facili”), subito seguito da una dichiarazione d’intenti: “Voglio parlare di quanto passa tra l’esperienza e la conoscenza, di quello che accade quando l’una si separa dall’altra”. Per farlo, l’autore (ricercatore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield) prende le mosse da un’indagine sull’obbedienza all’autorità che si rifà direttamente all’esperimento di Stanley Milgram, condotto negli anni Sessanta presso l’università di Yale per comprendere cosa potesse spingere la gente comune a partecipare a fenomeni di straordinaria crudeltà come l’Olocausto (e riproposto di recente da una TV francese in forma di reality show/documentario con La Zone Xtreme). Come gli psichiatri interpellati da Milgram per sondare i loro pareri sul numero di cavie umane che, nel loro ruolo di torturatori nell’ambito dell’esperimento, si sarebbero spinte fino ad impartire lesioni gravi o anche letali alle vittime prescelte in risposta agli ordini impartiti dal conduttore del test, siamo portati a pensare che solo le frange patologiche del genere umano si spingerebbero fino a questo limite estremo. L’esperimento di Milgram dimostra al contrario che la realtà è ben più terribile e atroce e ci rivela che il comportamento non è mai il risultato solo del carattere, ma dipende in maniera determinante dalle circostanze, al punto da arrivare a sovvertire anche i nostri più alti ideali e la fiducia che nutriamo verso il nostro libero arbitrio.

Milgram ci insegna che guardando le cose dal di fuori è facile riconoscere la logica morale del problema. Ma dall’interno, la logica appare più sfumata. Si fa, come dire, decisamente più “arbitraria”, specie se le circostanze possono essere manipolate e predisposte per far apparire decisiva l’autorità, esonerando l’individuo dalla propria indipendenza di giudizio.

Ne La fuga narrativa, Stafford mette in relazione l’esperimento sull’obbedienza alla meccanica del sogno.

Penso che i sogni ci dicano qualcosa sulla natura della mente. Ci mostrano come funziona in assenza dei limiti imposti da una realtà esterna coerente e senza una riflessione ponderata. Benché in sogno le nostre menti siano in grado di generare sensazioni, azioni e personaggi, il mondo creato non è stabile. Le persone scompaiono e riappaiono per ragioni misteriose, l’identità è slegata dall’aspetto, e anche se sappiamo che la persona con cui stiamo parlando è il nostro vecchio preside, quello ha la faccia di nostro zio.
La capacità di costruire di punto in bianco un’intera realtà, per quanto instabile, dimostra che la mente non è solo una macchina sensoria. La sua attività più profonda è tessere storie probabili o solo possibili. È questa la funzione lasciata a briglia sciolta nei sogni.

La sua è una intuizione brillante, che conferisce alla capacità di “risvegliarsi” dal contesto della simulazione la causa della resistenza e dell’opposizione degli individui che, per quanto rari nelle molteplici ripetizioni delle diciotto varianti dell’esperimento ideate da Milgrim (test individuali, di gruppo, con o senza contatto visivo con la vittima, e così via), si rifiutarono di procedere con il loro ruolo di torturatori malgrado gli ordini dello scienziato. Questi individui, sostiene Stafford, furono in grado di destarsi e “di descriversi la situazione come un quesito di logica morale”. A determinare quindi la divergenza di comportamento rispetto alla maggioranza delle altre cavie, fu la capacità di formularsi la domanda indispensabile per aprire gli occhi sulla realtà in cui erano calati.

Avvalorando le sue ipotesi con una pregevole scelta di argomenti, Stafford osserva che ciò che spinse queste persone alla disobbedienza è lo stesso impulso che talvolta ci induce a riconoscere un sogno mentre stiamo sognando (e accidentalmente, al di là del sogno lucido, noto più di un punto di contatto tra le sue riflessioni e il tema di Inception) e, per logica deduzione, a interrogarci sugli sviluppi di un racconto mentre siamo ancora immersi nella lettura: “la capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione”, smettendo i panni del semplice spettatore per indossare quelli del narratore. A questo fattore, questo mistero nascosto nell’animo umano, Stafford dà il nome di fuga narrativa (narrative escape).

Stafford prosegue la sua esposizione riportando i risultati di un ulteriore esperimento, condotto questa volta da Daniel Gilbert, che ci dimostra come alla prima assimilazione tutte le informazioni ricevute vengono catalogate come vere o plausibili dalle nostre facoltà cognitive, e solo in un secondo tempo procediamo al vaglio e alla separazione delle informazioni vere da quelle false (diversamente da quanto si potrebbe supporre, insomma, sull’esistenza di una “quarantena” in cui immagazzinare tutte le informazioni per poi separare quelle vere da quelle false). E, passando per le massime conversazionali di Paul Grice (in particolare: l’interpretazione dei discorsi in relazione al contesto in cui vengono espressi), approda poi alla sentenza pynchoniana: “se riescono a farti fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte”. Questo concetto, applicato alla mia – insignificante, discutibile – esperienza personale, è illuminante.

Il suo saggio racchiude tutta una casistica di esperimenti volti a portare allo scoperto l’importanza della logica e della morale nella risoluzione di problemi di varia complessità, giungendo a suggerire come esse fungano da miccia e da innesco per attivare la mente umana nella descrizione/visualizzazione narrativa dei problemi, offrendo di fatto una rappresentazione del mondo. Nello scarto tra mente-che-esperisce (che può saggiare la realtà o raccontarsela alla propria maniera) e mente-che-riflette (che invece sa riflettere sul processo dell’esperienza), viene a collocarsi per Stafford la natura della realtà, come pure la verità del processo creativo.

Dove termina l’opera dell’autore e inizia quella del fruitore? Questa domanda ce la siamo posta fin dall’inizio dell’esperienza del connettivismo (ricordo di averne fatto cenno addirittura durante la mia prima partecipazione a una Italcon, nel 2006 a Fiuggi, presentando il movimento al fianco di Sandro Battisti e, se non ricordo male, Andrea Jarok), riflettendo sulle dinamiche di fruizione di un’opera creativa (arte, narrativa, fumetto, cinema) in un’epoca in cui le risorse per integrare e valorizzare il lavoro dell’autore sono facilmente a disposizione del fruitore. E se non è importante riproporre adesso le mie riflessioni sull’argomento (che hanno comunque, inevitabilmente, subito qualche evoluzione sotto l’influsso del tempo e dell’esperienza), ritrovare il medesimo interrogativo alla base del ragionamento di Stafford, sviluppato, documentato e articolato come io non avrei saputo fare, è stata un’esperienza decisamente interessante. Anche per confrontare la sua visione con la mia.

Note a margine

Del tutto accidentalmente, questo è stato il primo vero e-book. Esperienza del tutto inedita, resa piacevole dal fatto che a 40k, il primo editore digitale nativo, sanno davvero come farli, i libri elettronici. Senza fronzoli, compatti, completi di note. Unico problema del nuovo supporto: il rischio di finire sul lastrico, vista la facilità dell’acquisto. Spero almeno che la disponibilità immediata dell’oggetto da leggere mi responsabilizzi sul suo consumo, evitandomi di accumulare sugli scaffali virtuali una mole di volumi confrontabile con quella che sta sommergendo il mio monolocale. Parlando di e-book, vi segnalo infine lo speciale uscito ieri con il nuovo numero di Delos, dove intervengono editori e autori per fare un po’ di chiarezza.

Ph0xGen!

Posted on Novembre 6th, 2010 in Fantascienza, Letture | 9 Comments »

Le informazioni disponibili su Italo Bonera e Paolo Frusca non sono molte. Nel numero 50 dei Millemondi di Urania (che ha inondato le edicole del Regno lo scorso febbraio con numeri confortanti per chi, come me, è abituato a temere la distribuzione italiana dopo aver visto il proprio volume in edicola per tre settimane scarse), ci vengono presentati come “due nuovi autori appassionati di fantascienza, storia e narrativa a intreccio”. Dopo aver letto il loro primo romanzo, Ph0xGen!, incluso nel Millemondi con un altro dei finalisti all’edizione 2006 del premio Urania (Ascensore per l’ignoto di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, che conto di leggere presto), posso aggiungere che oltre che appassionati, sono anche degli eccellenti artefici di intrighi narrativi.

Il loro romanzo si prefigge un obiettivo ambizioso: scrivere un’ucronia all’italiana (una spaghetti-ucronia?) tenendo conto del peso non indifferente rivestito dal filone nell’economia del genere. A volte, con esiti di tutto rispetto (penso soprattutto ai biplani di Luca Masali, al Re John di Pierfrancesco Prosperi, ai Passaggi incrociati di Lanfranco Fabriani, ai racconti d’avanguardia di Simone Conti e a diversi altri raccolti da Catalano e Pizzo nelle loro Ambigue utopie - qui la mia recensione per Robot); altre, con risultati più discutibili (la serie di Occidente e lo strascico interminabile di rivisitazioni del ‘900 fascista che il suo successo commerciale produsse sulla carta e sul web intorno alla metà del decennio scorso). Insomma, Bonera e Frusca non partivano dalla posizione più comoda e per questo, nel regalarci un’avventura godibile e carica di spunti di riflessione sulla nostra storia e sul nostro rapporto con essa, hanno a maggior ragione compiuto una piccola, grande impresa.

Ph0xGen! è in larga parte ambientato nell’estate 2003, ma non è il 2003 che tutti noi conosciamo. Nel loro mondo, la Prima guerra mondiale ha avuto un esito molto diverso da quello consegnatoci dalla storia che abbiamo imparato a scuola: non a caso nel prologo del romanzo viene citata come l’Ultima Guerra Europea. Nella linea temporale di Bonera e Frusca le sue sorti hanno arriso all’Austria e, “dal trattato di Versailles in poi, l’aquila bicipite protegge sotto le sue ali la pace, la prosperità e la democrazia d’Europa”. È il Bund, “la Confederazione dei Popoli che, a partire dal 1919, si è allargata fino a comprendere tutta l’Europa centrale ed è diventata così potente da dominare il mondo”.

In questo mondo il tedesco è la lingua della diplomazia internazionale e del mondo informatico, Heinz Kissinger è il principale consigliere del Kaiser, William Jefferson Clinton senatore degli Stati Confederati d’America, l’autore di Ich und Hanna è diventato famoso con il suo vero nome di Königsberg e la mecca del cinema si chiama Hollabrunn. La Manciuria è ancora contesa tra la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone e solo la Russia, dopo il crollo del bolscevismo, somiglia terribilmente alla Russia dei nostri giorni. L’evento cruciale da cui si è innescata la divergenza dalla storia nota è probabilmente dato dal mancato affondamento del piroscafo Lusitania nel maggio del 1915, con la conseguente scelta di Wilson per la neutralità nel conflitto europeo; in cerca di una valvola di sfogo, la Depressione del ’29 è sfociata in una Seconda Guerra di Secessione con conseguente divisione degli USA.

Adesso, dopo oltre ottant’anni di pace, nuvole scure si addensano sopra i cieli di Vienna. Otto d’Asburgo è morto e qualcuno sta tramando per deporre il suo legittimo erede, Carlo II d’Austria, e instaurare un regime che ricorda spietatamente il Reich che quell’universo non ha mai conosciuto. Un ribelle irredentista delle Brigate Tolomei, due agenti della Bundespolizei e il generale dell’NDH a capo di reparti deviati dei servizi segreti del Bund si ritrovano coinvolti in una girandola di eventi, che hanno il loro fulcro nel fantomatico segreto che Carlo I d’Austria, detto il Pio, avrebbe sepolto nella certosa di Gaming per garantire la pace tra i popoli della Terra, e nel Ph0xGen! del titolo, l’unico software (anzi, per dirla con Bonera e Frusca, l’unico Weichware) in grado di scardinare lo scrigno che ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, custodisce quel segreto. Intorno a loro si muove una galleria di personaggi, e oltre ai cammei già citati partecipano all’allestimento, come fantasmi sparuti dei rispettivi progenitori, anche gli eredi di due illustri figure storiche: Franz Conrad von Hötzendorf e Adolf Hitler.

Quello che colpisce del lavoro degli autori è la trama sottile della loro ricostruzione, capace di incasellare nel disegno complessivo i particolari più diversi, riuscendo a combinarli tutti in un’alchimia sorprendente. È da qui che si sprigiona quel senso straniante capace di precipitare il lettore nel mondo parallelo del Bund, inebriandolo con il sentore mitteleuropeo delle sue atmosfere e stimolandolo in continuazione con il gioco dei punti di contatto e di divergenza dal nostro universo (la diffidenza per gli extraconfederali e le matrici del terrorismo, per citare due esempi emblematici). La maturità degli autori si manifesta appieno nell’abilità di smorzare gli eccessi a cui il gusto per le citazioni potrebbe indurre, come pure nella capacità di sintonizzare di volta in volta il registro della narrazione in accordo con i tempi del romanzo (dall’epica alla farsa, dalla spy-story al romanzo storico). I cambiamenti di passo, nei flashback che svelano i retroscena nascosti della storia alternativa ufficiale e nel flashforward che funge da epilogo, sono condotti in maniera magistrale. Alla fine ci si ritrova con un senso di sazietà per il mondo che Bonera e Frusca hanno saputo circoscrivere nelle 270 pagine del loro lavoro, con il bonus di un messaggio ecologista di spiccata attualità.

A lettura ultimata, non si può fare a meno di augurarsi che a questo romanzo d’esordio possano fare seguito presto altre storie scritte da Italo Bonera e da Paolo Frusca. In tandem oppure in fuga solitaria, dentro e fuori dal nostro tempo.

Spoon River: Hare Drummer

Posted on Novembre 2nd, 2010 in Letture | No Comments »

Vanno ancora i ragazzi e le ragazze da Siever,
a bere il sidro, dopo scuola, gli ultimi giorni di settembre?
O a raccogliere nocciole lungo le boscaglie
nel podere di Aaron Hatfield quando incomincia la gelata?
Perché spesso ridendo con ragazzi e ragazze
io giocai nella strada e sulle colline
quando il sole era basso e l’aria fresca,
fermandomi a bastonare il noce
ritto, senza una foglia, contro il tramonto in fiamme.
Ora il sentore del fumo d’autunno
e le ghiande che cadono,
e gli echi per le valli,
mi portano sogni di vita. Li sento aleggiare.
Mi chiedono:
Dove sono quei tuoi compagni ridenti?
Quanti sono con me, quanti
nei vecchi frutteti sulla strada di Siever,
e nei boschi che guardano
l’acqua tranquilla?

Dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915). Traduzione di Fernanda Pivano, tratta dall’edizione Einaudi Super ET 2009.

Ray Bradbury: Il popolo dell’autunno

Posted on Ottobre 31st, 2010 in Letture | 2 Comments »

[Forse davvero non è troppo tardi se si riesce ancora a sentire la carezza di queste notti a cavallo tra i tramonti di cenere e ambra di ottobre e le albe di salvia e ghiaccio di novembre. La pagina che segue, scritta nella sublime prosa elegiaca ed evocativa del più classico Bradbury in stato di grazia, coglie alla perfezione l'essenza di questo periodo dell'anno, tra i pochi che per me facciano la differenza. Buon Halloween e, mi raccomando, abbiate prudenza e tenetevi alla larga dai luna park...]

Mentre correvano lontano, lontano, le canne dell’organetto splendevano di esplosioni di stelle, ma nessuno sedeva alla tastiera. Era il vento che creava la musica, riversando nelle canne aria gelida.
I ragazzi ripresero a correre. Il treno affrontò una curva, facendo risuonare la sua campana funebre sottomarina, arrugginita, coperta di muschio. Poi il fischio della locomotiva lanciò un grande sbuffo di vapore e Will irruppe in quelle perle di ghiaccio.
Molte volte, a tarda notte, Will aveva udito il fischio dei treni scagliare il vapore sui confini del sonno; desolati, soli e lontani, per quanto si avvicinassero. Qualche volta, si svegliava con le lacrime agli occhi, si chiedeva perché, poi tornava a sdraiarsi, ascoltava e pensava: Sì! sono loro a farmi piangere, loro che vanno a oriente e a occidente, i treni così lontani nelle profondità della campagna che annegano nelle maree del sonno sfuggito alle città.
Quei treni e i loro gemiti affannosi si perdevano per sempre tra le stazioni, senza ricordare dove erano stati, senza intuire dove potevano andare, esalavano oltre l’orizzonte il loro ultimo respiro pallido e sparivano. E questo accadeva a tutti i treni, sempre.
Eppure, il fischio di questo treno!
Vi erano raccolti i gemiti di tutta una vita, di altre notti di altri anni passati: l’ululato dei cani che sognavano alla luna, il respiro dei venti freddi come fiumi attraverso i ripari dei portici, in gennaio, che agghiacciavano il sangue, mille sirene antincendio che gemevano o, peggio!, i frammenti del respiro, le proteste di un miliardo di persone morte o morenti, che non volevano morire, i loro ansiti, i loro sospiri dispersi sulla terra!

Da Il popolo dell’autunno (Something Wicked This Way Comes, 1962) di Ray Bradbury. Traduzione di Remo Alessi (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2002). Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Nelle nebbie del tempo: i servizi segreti temporali italiani di Lanfranco Fabriani

Posted on Ottobre 26th, 2010 in Fantascienza, Letture | No Comments »

Mariani è il vicedirettore dell’UCCI, l’Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano, ed è naturale che venga svegliato nel cuore della notte quando il suo superiore, da tutti conosciuto semplicemente come il Vecchio, viene ricoverato d’urgenza per un infarto. Dal suo intervento dipende la sopravvivenza dell’ente, perché proprio con il direttore fuori dai giochi sembrano accumularsi i guai per l’Ufficio, alle prese con una Macchina del Tempo fuori serie misteriosamente apparsa a Genova qualche anno prima della scoperta dell’America, che ha messo in allerta i servizi segreti temporali di mezzo mondo. Mariani deve così affrontare una minaccia imprevista dal passato, destreggiandosi tra beghe di palazzo e manovre politiche, avvalendosi dell’unico ma solerte aiuto della sua assistente, Marina Savoldi.

Il riassunto delle righe che precedono non rende merito alla complessità del romanzo di Lanfranco Fabriani, come probabilmente il pezzo che segue non renderà merito della bravura del suo autore. Il problema è presto detto: ho avuto la fortuna di fare società con lui per il momento in due diverse e separate imprese fantascientifiche, quindi il sospetto che quanto sto per dire sia viziato da vincoli di amicizia può essere fondato. Ma come sanno bene quelli che mi conoscono, evito di parlare del lavoro degli amici in sedi “pubbliche” riservandomi di farlo a casa mia, dove si presume che chi entri sia anche interessato a sapere ciò che ho da dire: quindi non vedo nulla di male a farlo sul mio blog personale. Fine delle avvertenze.

Nelle nebbie del tempo (2005) è il secondo romanzo che Fabriani dedica ai suoi agenti temporali, dopo Lungo i vicoli del tempo (2002). Entrambi i titoli hanno vinto il premio Urania e questo secondo lavoro dedicato a Mariani, in particolare, merita di essere ricordato tra i romanzi più riusciti che hanno conseguito il riconoscimento. L’operazione imbastita da Fabriani si muove nei territori della commistione dei generi ma non è per nulla scontata, amalgamando una trama investigativa inserita in un contesto spionistico con le suggestioni e le potenzialità dei viaggi nel tempo. Impresa rischiosa, ma onorata da un risultato degno delle sue aspirazioni.

Se la trama funziona alla perfezione grazie all’alchimia dei protagonisti e dei loro caratteri, le cui dinamiche relazionali vengono dispiegate con tocco sapiente e accuratissime scelte di tempo, a destare forse la maggiore ammirazione è la profondità dello scenario tracciato dall’autore. Nel mondo di Mariani, la tecnologia dei viaggi nel tempo è tenuta sotto stretto controllo dal governo, o almeno questa è la pretesa che l’autorità cerca di esercitare attraverso la stretta del Comitato Parlamentare di Controllo sull’Attività dei Servizi Segreti, benché poi il Vecchio abbia sempre saputo ritagliarsi margini di autonomia per tessere i suoi disegni machiavellici nella trama degli eventi. Sotto la copertura dell’Ufficio per il Controllo Combustibili Inquinanti, l’Ufficio Cronotemporale esercita le sue attività di controllo e sorveglianza del tempo, prevenendo eventuali ingerenze nel corso degli eventi che si sono consolidati nella storia italiana e, se necessario, sventando attentati da parte di potenze estere particolarmente intraprendenti. Come se questo non bastasse, l’UCCI deve anche gestire le difficili relazioni con i cugini del SISDE e del SISMI, sempre segretamente interessati a impossessarsi del suo controllo per giocare qualche tiro mancino alla democrazia e alla storia della nazione.

È un lavoro duro, giocato sul filo del rasoio e con i nervi a fior di pelle, come se fosse una partita a scacchi. Ma è anche il lavoro perfetto per Mariani, la mente cinica e opportunista, e per Marina Savoldi, efficientissima ed intrepida esecutrice ma anche sua intima rivale. La competizione tra i due, non sempre rispettosa dei limiti della reciproca fiducia per quanto l’intesa finisca comunque per garantire sempre la ricomposizione di ogni frattura, assicura un brio costante per tutta la durata della narrazione. E il sospetto che dietro alle verità mostrate o di volta in volta rivelate si nasconda perennemente una trama segreta, contrassegnata da propositi occulti, mantiene alta la tensione come in ogni romanzo di suspense che si rispetti.

L’importanza strategica dell’UCCI si fonda su un’idea potentissima, che ho voluto definire, non senza una certa cordiale contrarietà da parte dell’autore in persona, “territorializzazione della storia”. Facciamo un passo indietro. Di servizi temporali nella storia della fantascienza se ne sono visti un certo numero: dall’Eternità di Isaac Asimov (1955) alla Pattuglia del Tempo di Poul Anderson (1955-60), fino alla Dr. Zeus Inc. portata in scena da Kage Baker nelle sue fortunate avventure della Compagnia del Tempo (1997-2007). Ma si tratta sempre di entità sovranazionali, quando non proprio sovratemporali, che vegliano sull’umanità dall’alto in virtù di superiori ideali o di – comunque superiori, sfuggenti – interessi. Con Fabriani forse per la prima volta ci troviamo di fronte a una statalizzazione dei cronoservizi: ogni Stato sufficientemente potente da permettersi una Macchina del Tempo si è dotato di un proprio Ufficio Cronotemporale Centrale. E malgrado il London Time Travel Treaty vieti espressamente il trasferimento nel Tempo di armamenti e attrezzature proibite, c’è sempre chi pensa che le regole siano scritte per essere violate: la nuova guerra fredda assume così connotati inediti. Le postazioni da difendere non sono punti strategici nello scacchiere geopolitico del pianeta, ma i nodi cruciali della storia, e ogni nazione sorveglia sui propri. Come può essere, per esempio, l’infanzia di Cristoforo Colombo, strettamente vigilata da una sezione dedicata dell’UCCI (Genova 1450), come pure da agenti americani intenzionati a non lasciare che la minima distrazione dei colleghi italiani comporti qualche spiacevole conseguenza per la storia USA.

Non sono più i confini di stato a dover essere piantonati, ma gli eventi salienti che hanno consentito a ciascun paese di trovarsi ad occupare la posizione che oggi occupano nel Tempo Reale. Perché, naturalmente, le ingerenze da parte di potenze rivali o semplici cani sciolti non mancano mai, come accade anche questa volta a Mariani e alla Savoldi costretti a vedersela addirittura con Berija, il potentissimo capo dell’NKVD, ovvero il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, e quindi della polizia segreta dell’epoca di Stalin, prima di cadere in disgrazia e finire fucilato.

Nelle nebbie del tempo, le sorprese non mancano. Inizialmente dosati con cura, col procedere della lettura i colpi di scena deflagrano in una sequenza mirabile di fuochi pirotecnici. Un’infilata che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina e alimenta la trepidazione di leggere presto una nuova storia di ampio respiro dedicata all’Ufficio e ai suoi intrepidi, disincantati, ambiziosissimi agenti segreti.

Wolverine Noir

Posted on Ottobre 24th, 2010 in Graffiti, Letture | No Comments »

Quarta miniserie ambientata nell’universo alternativo della Marvel Noir, in cui i supereroi della Casa delle Idee vivono avventure retrodatate agli anni ‘30 rivisitando gli stereotipi della crime fiction, Wolverine Noir si diverte a calare l’intrattabile James Logan nel Bowery del 1937, dove lo ritroviamo nei panni di un detective alle prese con un caso in cui niente è come sembra. Il tutto nella più classica tradizione del genere ma purtroppo il gioco dell’omaggio ai modelli dell’hard-boiled funziona fino a un certo punto.

Supportata dalle stupefacenti tavole di C.P. Smith, straordinarie nel ricreare con effetti fotorealistici l’atmosfera dei film noir che hanno ormai colonizzato il nostro immaginario, la trama ideata da Stuart Moore non trova tuttavia la marcia giusta e si barcamena tra il passato e il presente del protagonista senza una vera rotta. Le rivelazioni sui trascorsi di Logan avrebbero funzionato probabilmente meglio se non si fosse cercato di far tornare i conti a tutti i costi con il filone narrativo principale, ovvero il caso per cui viene ingaggiato dalla sensuale Mariko Yashida. La soluzione adottata rende invece sbrigativi alcuni passaggi e, considerato lo spazio limitato (104 pagine), non consente di mettere adeguatamente a fuoco i caratteri e i ruoli dei personaggi, sacrificando il respiro della storia. Peccato, perché invece nei dialoghi Moore dimostra un certo lavoro filologico che va al di là della pedissequa imitazione dei modelli.

Con un occhio di riguardo alla Scuola dei Duri e in particolare a Dashiell Hammett (il rapporto tra Logan e il suo socio ricorda molto da vicino quello tra Sam Spade e Miles Archer ne Il falcone maltese), gli stereotipi del genere ci sono tutti: investigatori, femme fatale, sensi di colpa, violenza, tradimenti, vendette e tentativi di espiazione. Ma purtroppo gli ingredienti non si amalgamano alla perfezione. Ne risulta pertanto un’opera solo parzialmente riuscita, che mi sento di consigliare solo ai cultori del personaggio.