Archive for the ‘Letture’ Category

Olonomico: le connessioni empatiche di Sandro Battisti

Posted on Novembre 12th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, ROSTA | 6 Comments »

Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse e False Percezioni) è uscito da pochi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione, inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a una visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani, pubblicata su HyperNext in concomitanza con questo mio intervento. Sperando di far cosa gradita a tutti voi e soprattutto di invogliarvi alla lettura del testo, che merita davvero la vostra attenzione, pubblico qui il mio contributo, dal titolo:

Le connessioni empatiche di Sandro Battisti con i mondi perduti e gli infiniti mondi possibili futuri

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Nostalgia dello spazio

Posted on Ottobre 16th, 2012 in Fantascienza, Graffiti, Letture, Micro | 3 Comments »

Mentre lo space shuttle Endeavour attraversa l’America nel suo viaggio d’onore, che terminerà domani al California Science Center (ringrazio Maurizio Manzieri per aver condiviso su FB la bella foto qui sopra, scattata in un sobborgo di Los Angeles, dove la navetta è approdata lo scorso 21 settembre), e dai limiti della stratosfera Felix Baumgartner riaccende l’interesse collettivo per un’avventura a cui non avremmo mai dovuto rinunciare, sul nuovo numero di Delos SF (il 148), come sempre a cura di Carmine Treanni, Ivan Lusetti ci parla dell’attesissimo Orbiter, in cui Warren Ellis - tra i massimi sceneggiatori al mondo in forza al racconto per immagini - si confronta alla sua maniera con il tema dello spazio e del rapporto dell’uomo con un sogno che affonda le sue radici nel nostro più lontano passato, e Salvatore Proietti ci porta ad approfondire la figura di Alastair Reynolds e della sua opera, di cui arriva in Italia per i tipi di Delos Books Troika (romanzo breve del 2011), ribattezzato L’ultimo cosmonauta, che riecheggia le suggestioni di capolavori del genere spaziale combinato ai grandi enigmi, da Incontro con Rama (Rendezvous with Rama, 1973) di Arthur C. Clarke a Titano di John Varley (Titan, 1979), fino a L’altro universo (Excession, 1996) di Iain M. Banks. Restate sintonizzati. Ci toccherà riparlarne.

Breece D’J Pancake: Cacciatori di volpi

Posted on Aprile 8th, 2012 in Letture | No Comments »

[Consueto appuntamento annuale per ricordare Breece D'J Pancake, lo scrittore del West Virginia morto la notte tra il 7 e l'8 aprile 1979, dopo averci lasciato una manciata di racconti straordinari. Quest'anno voglio proporvi un racconto in cui si respira un clima da noir di provincia, pur non essendo una storia strettamente di genere. Per alcuni versi, i misteri di Parkins rievocano l'atmosfera sospesa e sinistra, persino ostile, a cui David Lynch e Mark Frost avrebbero dato forma sul finire del decennio successivo in Twin Peaks. Cacciatori di volpi è una storia che si nutre di segreti e crudeltà e mette in scena, tra i boschi congelati nelle ombre dell'autunno, una lotta per la sopravvivenza, che rivive solo trasfigurata nella battuta di caccia a cui si riferisce il titolo.]

Quando il camion di Bill arrivò in cima all’ultima salita prima di Parkins, il sole aveva già cominciato a rimbalzare dai pendii a ovest, e dalle colline orientali un’ombra grigia si proiettava sulla città. Da quella salita, Bo riusciva a vedere chi era in piedi e chi no dalle posizioni dei quadrati gialli di luce sulle facciate delle case. Lucy era nella cucina della sua pensione, i suoi inquilini nei bagni. Le due sorelle Duncan, che non facevano niente, si alzavano presto per continuare a farlo. Spettegolavano sui vicini, per lo più su Lucy. Lei le ignorava. Bo pensava che le piaceva che si parlasse di lei.
Brownie Ross stava aprendo il suo negozietto vicino alla ferrovia; accendeva le luci, tirava su le saracinesche, buttava carbone nella stufa. Bo si chiese perché Brownie apriva così presto, e anche Enoch. Brownie non aveva mai venduto niente di più grosso di un sacchetto di chiodi prima di mezzogiorno e, se ti si rompeva la macchina, dovevi andare a Parkins per trovare un telefono.
Bill lavorava per le ferrovie, come capostazione, e Lucy teneva a pensione i pochi uomini che ci volevano per mandare avanti la miniera che era stata riaperta, così entrambi dovevano essere in piedi alle sei. Enoch apriva presto perché lo faceva Brownie e Brownie era soltanto un vecchio. Le mattine cambiavano molto poco a Parkins.
«Lasciami davanti alla pensione, Bill. Voglio una tazza di caffè.»
«Non sono cazzi miei» scattò Bill mentre il camion si fermava vicino all’orso giallo sorridente della Brakes-and-Alignment. Fuori dal camion, Bo si girò per ringraziare l’autista, ma gli fu tirato dietro un «e non sono neanche tuoi». Il camion partì con un balzo e Bo lasciò che la portiera si chiudesse da sola per la scossa. Camminò verso la portafinestra del garage e ci lanciò dentro un’occhiata: la luce gialla della notte era ancora accesa, il banco del negozio cosparso di arnesi e pezzi della notte precedente. La Dodge verde se ne era andata.
«Devo averla messa a posto bene» pensò. «L’hanno portata via.»
Né Enoch né il carro attrezzi erano in vista. Il presagio nell’attacco di Bill aveva colpito nel segno: Enoch ne aveva combinata ancora una delle sue, ma solo gli uomini dovevano saperlo. “Neanche gli angeli in cielo sanno l’ora della sua venuta”. Bo rise mentre entrava nell’opprimente odore di argilla rossa, grasso e benzina. Rimise in ordine il banco, si lavò le mani, si guardò alle spalle e si diresse da Lucy.
La pensione era orribile. Si drizzava minacciosa su due piani nel vuoto della vallata, anonima e greve come le grosse rocce che Bo aveva visto nei film western alla TV. Tra le mura echeggiavano rumori: il suono delle tubature malfunzionanti e dei litigi dei pensionanti. Sul retro, una tettoia era stata convertita in sala ristorante.
Dentro, Bo riscoprì gli aromi della colazione. Dieci minatori stavano mangiando; Lucy stava preparando loro il pranzo in scatole di latta con il coperchio arcuato. Bo andò baldanzoso al juke-box, selezionò F-6 in gesto di sfida ricordandosi di Bill e si avvicinò al bancone con noncuranza. Ma nessuno lo aveva osservato come lui pensava. La voce da basso di Ike Turner marcava il ritmo; quella di Tina ci sussurrava dentro.
Lucy chiese con freddezza se voleva del caffè. Non rispose, ma ne prese comunque. I minatori se ne andavano e scendevano i capisquadra. A differenza dei loro uomini, che parlottavano di segreti sulle condizioni del lavoro e della sicurezza, i capisquadra mangiavano da soli e in silenzio.
Bo li osservava in disparte. Si chiese perché non riusciva a identificarsi con gli uomini tollerando la loro musica, le loro partite a carte e la loro caccia alle volpi, ma sapeva che una leggera crosta di indifferenza limitava la sua socievolezza.
Quando i capisquadra se ne andarono, Lucy tornò a riempire la tazza di Bo. A forza di intingersi i capelli, le erano diventati rossi come una paglietta di metallo arrugginita della Brillo. Era appena truccata con un filo di ombretto verde e la sua pelle aveva la grana e il colore dei funghi velenosi. A ogni mano portava un anello di fidanzamento con un diamante. Scommetto che è arrivato il momento di buttarli via, pensò Bo.
«Come ti va Bo?» Era sincera e la cosa gli piaceva.
«Non mi è chiaro, Lucy. Mi annoio, credo.»
«Prova con una canzone diversa, domani.»
«Domani è domenica. E poi, non è la mia canzone che mi annoia.»
«Quanti anni hai detto di avere?»
«Sedici, l’ultima volta che li ho contati.»
«Ci hai messo sedici anni prima di annoiarti?»
«Ci è voluto tutto questo tempo perché facesse effetto.»
Lucy rise. Bo osservava il suo viso che si contorceva, domandandosi se rideva con lui o di lui. Decise che era per questo che gli altri uomini dicevano che era una troia, e sorrise.

Da Cacciatori di volpi (Fox Hunters) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Vilseskogen (”Fall Morning in West Virginia”) e di Dougtone (”West Virginia State Route 3”).

Let’s talk about… communication

Posted on Febbraio 27th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 1 Comment »

Forse i più assidui tra i lettori dello Strano Attrattore ricorderanno che un po’ di tempo fa avevo sperimentato un breve ciclo di articoli incentrati su letture tematiche, dedicato ai racconti di SF: avevamo cominciato con il sesso, proseguito con… il sesso, e poi avevamo parlato di inner space. Non sarebbe male riprendere prima o poi il tentativo e svilupparlo, magari verso altre direzioni inaspettate. Nell’attesa provo a recuperare il formato di quei post per parlarvi di una strana convergenza emersa da due letture di quest’ultimo periodo.

Quello della comunicazione è uno dei temi caldi della fantascienza. Dopotutto far interagire tra loro civiltà diverse o addirittura specie aliene pone dei problemi che costituiscono l’impalcatura ideale per lo sviluppo drammatico di storie e racconti. E in effetti sarebbe lungo e difficile ripercorrere il filone senza dimenticanze rilevanti, per cui mi limito a citare solo le prime letture che mi vengono in mente: I linguaggi di Pao di Jack Vance (1957), Una rosa per l’Ecclesiaste di Roger Zelazny (1963), Babel 17 di Samuel R. Delany (1966) e Il linguaggio segreto di Ruth Nestvold (2003), tutte opere in cui il linguaggio esercita qualche forma di controllo. Freschissima aggiunta al novero dei romanzi sull’argomento è da considerarsi Embassytown di China Miéville (2011), che sta già facendo molto parlare di sé. Un sottofilone della fantascienza dedicata al primo contatto si occupa nello specifico del problema legato a individuare una base comune per poter instaurare una forma di dialogo: dalla comunicazione “lenta” de Gli ascoltatori di James E. Gunn (1972) a quella tecno-metafisica di Contact di Carl Sagan (1985), diventato anche un film di successo con Jodie Foster, dal molto simile a quest’ultimo I transumani di Robert J. Sawyer (1998) a I protomorfi di Joe Haldeman (2004). L’approccio predominante è di natura matematica, anche se non mancano originali varianti basate sulla manipolazione biochimica da parte degli extraterrestri, come accade sia in Mai più umani di Nancy Kress (2003) che nella spettacolare miniserie I figli della Terra di Torchwood (2009), trasmessa in chiaro solo qualche settimana fa da Rai4.

Questa panoramica vuole servire solo a dare uno spaccato della varietà di opere che si sono confrontate con il tema. In questa sede mi interessa invece mettere a confronto due lavori molto diversi tra loro, per estrazione e per intenzioni. Mi è capitato di leggere un paio di mesi fa il romanzo In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Qualcuno forse ricorderà il film tutt’altro che memorabile che ne ricavò Robert Redford venti anni fa, pallida ombra del capolavoro che lo ispirò. In mezzo scorre il fiume è un breve romanzo composto da Maclean come atto riconciliatorio con il proprio passato: ambientato nel Montana di inizio ‘900 e nella smisurata vastità dei suoi panorami, popolati di solitudine e silenzi interrotti solo dal fluire dell’acqua sulle rocce e dal soffio del vento tra gli alberi e sui campi, la storia si dipana come un fiume di ricordi (emblematico il passaggio che ha ispirato il titolo dell’opera: “Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa“), occupato quasi per intero dalla memoria dell’estate del 1937. La prosa di Maclean è densissima, stratificata, cesellata fino all’ultima parola. Trasmette un senso di equilibrio che emerge forse anche dalla prospettiva temporale e, sebbene l’impianto del libro sia piuttosto tradizionale, riesce a concedersi con assoluta naturalezza delle digressioni paleontologiche che forse non hanno lasciato del tutto indifferente il Terence Malick di The Tree of Life, così come pure delle parentesi umoristiche dalla carica folgorante (particolarmente riusciti sono due siparietti che vedono protagonista e vittima il cognato del narratore, il primo in una bettola chiamata Black Jack e ricavata in un vagone ferroviario, il secondo in compagnia di una puttana chiamata da tutti Vecchia Pellaccia per una disavventura che li coglie alla sprovvista nel corso di una battuta di pesca).

Il libro è il mantenimento di una promessa fatta al padre, un rito laico dalla duplice valenza catartica e mitopoietica, come scopriremo arrivati all’ultima pagina (la traduzione, qui e nel seguito, è di Marisa Caramella):

Allora lui mi chiese: «Quando avrai finito di raccontare tutte le storie vere che conosci, però, perché non ne inventi una, e anche i personaggi?
«Solo allora capirai cos’è successo e perché.
«Sono proprio le persone con cui viviamo, che amiamo e che dovremmo conoscere meglio, a eluderci.»

All’epoca Norman, che rievoca i fatti in prima persona, è da poco rientrato in Montana dopo gli studi a Chicago, alle prese con le prime incombenze della vita matrimoniale, e ritrova il fratello minore, al quale è legato da un vincolo difficile da rendere a parole: complicità, rispetto reciproco, stima, amore. Non lo esprimono a parole loro, che si accontentano di vivere questo rapporto fatto di lunghi silenzi, non lo faremo nemmeno noi. La storia si svolge tra Wolf Creek, dove Norman vive con la moglie, Helena, capitale dello stato, dove Paul esercita la professione di giornalista, e Missoula, la città (per quanto possa parlarsi di città in Montana, e nel Montana ancora semi-pionieristico di inizio secolo in particolare) in cui sono nati e cresciuti e in cui vivono ancora i loro genitori. I momenti chiave del loro rapporto sono scanditi dalle battute di pesca che organizzano insieme, essendo stati istruiti dal padre nell’arte della pesca a mosca, di cui Paul è diventato un’autorità universalmente riconosciuta. Le discese al Big Blackfoot River diventano l’occasione per il narratore di riannodare i fili del passato, con l’autoritaria ma benevola figura del padre, un pastore presbiteriano in pensione, e con l’ombra luminosa ma controversa di Paul, refrattario alle convenzioni ma anche facile preda dei vizi dell’alcol e del gioco d’azzardo.

Paul e Norman sono come due microcosmi gemelli ma distanti e la pesca a mosca è il canale attraverso cui riescono a rivelarsi ed entrare davvero in contatto, perché sul fiume sono loro due soli e tutto il resto del mondo può essere escluso dal loro rapporto, insieme al rumore che quotidianamente riversa su di loro, soffocando il silenzio di cui hanno entrambi bisogno per svelarsi nella rispettiva essenza. Sempre dalle pagine finali estraggo questi due passaggi che si illuminano a vicenda:

Ci fermammo e guardammo giù per l’argine. Io chiesi a mio padre: «Ricordi quando abbiamo raccolto tutti quei sassi rossi e verdi là sotto, per fare un fuoco da campo? Alcuni erano di fango pietrificato, rossi, pieni di increspature».
«Portavano ancora i segni della pioggia» disse lui. La sua immaginazione si scatenava sempre, all’idea di quell’antica pioggia che colpiva il fango prima che si trasformasse in pietra, e fantasticava di starci sotto.
«Quasi un miliardo di anni fa» dissi io, che sapevo cosa stava pensando.
Lui tacque per un po’. Aveva rinunciato a credere che Dio avesse creato tutto l’esistente, compreso il Blackfoot River, nello spazio di sei giorni, ma non credeva nemmeno che l’impresa della creazione l’avesse messo a così dura prova da costringerlo a impiegare tutto quel tempo per portarla a termine.
«Quasi mezzo miliardo di anni fa» disse poi, nel tentativo di contribuire alla riconciliazione tra scienza e religione.

Per inciso, le riflessioni sul tempo nel romanzo di Maclean mi hanno richiamato alla memoria l’operazione analoga compiuta in quegli stessi anni da Breece D’J Pancake nei suoi straordinari racconti. E poi:

«Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
«Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
«No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa [...]»

La comunicazione (o la difficoltà di instaurarne una) e l’acqua. Strano connubio, si penserà. Non però se si è appassionati di fantascienza e di SETI. La banda di frequenze in cui si concentra la ricerca di segnali di natura extraterrestre è infatti chiamata in gergo water hole, ovvero “polla d’acqua”. Intorno ai 1420 GHz, frequenza compresa tra quella di emissione dell’idrogeno e quella del gruppo ossidrilico (le due molecole dalla cui reazione si origina l’acqua, da cui il nome), si riscontra il minor rumore di fondo della galassia: la scelta dei radioastronomi che scandagliano il cielo alla ricerca di possibili segnali di origine aliena è quindi motivata. La “polla d’acqua” ha in realtà anche un altro significato, rappresentando il punto nella banda di frequenze possibili in cui potrebbero incontrarsi le civiltà interstellari per comunicare tra loro, proprio come branchi di specie diverse a un fiume nella savana. Un racconto che ne parla con cognizione di causa è Il muro di idrogeno (The Hydrogen Wall, 2003) di Gregory Benford, che oltre a essere un apprezzato esponente della cosiddetta hard sci-fi è anche un astrofisico presso l’Università della California di Irvine.

Il racconto in questione, pubblicato in Italia nell’antologia Venti Galassie (Millemondi, estate 2007), descrive gli sforzi di una futura civiltà postumana di decodificare, all’alba del Quarto Millennio, le trasmissioni ricevute da una varietà di civiltà aliene. Queste trasmissioni hanno rivelato di racchiudere delle menti digitali codificate al loro interno (Compositi, Molteplicità, Architetture, etc.) e la missione della Biblioteca è la decodifica di questi costrutti, noti come Artificiali. Ruth Angle sbarca sulla Luna con il proposito di occuparsi del più enigmatico e inafferrabile dei cyber-alieni, l’Architettura del Sagittario, “un esempio del più alto ordine di Informazione senziente“. Quello che non può sapere, al momento di imbarcarsi in un’impresa in cui si sono cimentati senza risultati predecessori ben più illustri e quotati di lei, è che la missione è destinata a cambiarla, mettendola di fronte alla vera sostanza dei suoi desideri e obbligandola in ultima istanza a fare i conti con la propria natura umana. Facendolo, scoprirà che la stessa Architettura del Sagittario, a cui l’umanità si rivolge per scongiurare un cataclisma cosmico che rischia di sterilizzare il sistema solare, devastando tutte le colonie umane, nasconde una natura inizialmente insospettabile.

Metafisica e scienza si fondono nello splendido racconto di Benford con un’efficacia che lascia ammirati, in un tentativo che probabilmente avrebbe saputo soddisfare le aspirazioni più alte del reverendo Maclean, rivelando una matrice essenzialmente connettivista, come talvolta capita alla fantascienza migliore.

In mezzo scorre il fiume

Posted on Febbraio 26th, 2012 in Letture | 1 Comment »

Ormai tutte le persone che ho amato senza capirle quand’ero giovane sono morte, ma posso ancora ricreare la loro presenza.

Naturalmente, ormai sono troppo vecchio per essere un gran pescatore, e naturalmente di solito vado a pesca nel grande fiume da solo, anche se certi amici pensano che non dovrei. Come molti pescatori a mosca del Montana occidentale, dove le giornate estive hanno una lunghezza quasi artica, spesso comincio a pescare solo col fresco della sera. Allora, nella mezza luce artica del canyon, tutta l’esistenza si riduce a un essere con la mi anima e i miei ricordi e ai suoni del Big Blackfoot River e al ritmo in quattro tempi e alla speranza di vedere un pesce.

Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa. Il fiume è stato creato dalla grande alluvione del mondo e scorre sopra rocce che sono le fondamenta del tempo. Su alcune di queste rocce sono impresse gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce ci sono le parole, e alcune delle parole appartengono alle rocce.

Sono ossessionato dalle acque.

Da In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Traduzione di Marisa Caramella.

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

Tutto quel nero

Posted on Ottobre 23rd, 2011 in Letture | 5 Comments »

Ancora per qualche giorno potete trovare in edicola Tutto quel nero di Cristiana Astori, uscita numero 3041 della storica collana Il Giallo Mondadori, un bel noir ambientato nel mondo sotterraneo dei cacciatori di pellicole rare. Il soggetto richiama echi dei lavori cinematografici di Cronenberg, Lynch e Carpenter, come dichiarato dalla stessa autrice nell’intervista che ha rilasciato per Thriller Magazine, e queste influenze si notano, contano nell’economia del racconto, come conta l’ascendenza letteraria di Lansdale, oltre che in una parentesi grottesca, soprattutto sullo stile veloce e coinvolgente della scrittura della Astori. Ad amalgamare tutti questi spunti provvede efficacemente la seduzione di un certo tipo di cinema, underground, forse maledetto, che imbriglia gli elementi della trama nel campo elettromagnetico di due ombre psichiche che pervadono le pagine del libro: il regista spagnolo Jesús Franco e l’occultista Aleister Crowley.

La storia di Susanna Marino, studentessa disoccupata, s’intreccia con quella di Soledad Miranda, attrice feticcio di Jess Franco che continua a popolare i sogni e le fantasie dei cinefili ancora oggi, quarant’anni dopo la sua tragica morte in un incidente stradale. Un misterioso committente ingaggia Susanna per ritrovare l’unica copia esistente di una certa pellicola, Un día en Lisboa, girata dal misterioso Alfonso Nieva, che sarebbe l’ultima testimonianza della vita di Soledad. Quando Susanna scopre che i luoghi delle riprese, nell’Estoril, corrispondono proprio a quelli in cui si compì il triste destino dell’attrice, per lei inizia una discesa nelle spire dell’incubo, che dalle strade notturne di Torino la condurranno fino alla Boca do Inferno, dove si narra che Crowley ascese a un diverso piano esistenziale nel corso dei suoi esperimenti sull’invisibilità.

Esoterismo e cinefilia si (con)fondono anche nelle parole del mago, riportate da uno dei personaggi di contorno, che sembra costruito apposta per lasciare quest’unica testimonianza a Susanna. Una testimonianza che è anche un indizio, che orienta le sue indagini su binari diversi: “Arrivai al punto che il mio riflesso fisico allo specchio si era fatto fievole e tremolante. Somigliava all’effetto delle immagini interrotte delle prime pellicole, degli albori del cinematografo…” Ma la rapida sparizione del personaggio trova piena giustificazione nell’approccio razionale dell’autrice, che dissemina l’intreccio di suggestioni esoteriche con lo scopo di disinnescarne volta per volta le aspirazioni al soprannaturale. I demoni a cui Cristiana Astori è interessata e contro cui pone in lotta i suoi personaggi sono molto più umani e concreti di entità infilatesi nella nostra da un’altra dimensione: ossessioni private, verità rimosse, pressioni dell’inconscio. I demoni che ognuno di noi si porta dentro.

Per non rovinare il gusto della lettura a chi ancora non ha finito il libro, basti dire che le ricerche di Susanna si intersecano con quelle di altri cacciatori, e con la misteriosa esistenza di una versione alternativa de Il morboso vizio della signorina Smith (che nel titolo fa il verso a uno dei titoli storici del thrilling italiano anni ‘70, Lo strano vizio della signora Wardh, e per chi volesse approfondire si consiglia di seguire la bella rubrica dedicata al filone da Stefano Di Marino sul suo blog), in cui apparirebbe Sabrina Corday, un’attricetta italiana prestata come controfigura della Miranda in una versione estesa di Un giorno a Lisbona. E proprio la figura di Sabrina andrà a chiudere con Susanna e Soledad un ideale triangolo che, combinato con il trittico Vampyros Lesbos, Un día en Lisboa e Il morboso vizio della signorina Smith, disegna l’esagramma necessario per approdare allo scioglimento della vicenda, in un finale sospeso tra il surreale e l’onirico che omaggia l’ultimo Kubrick. E come Eyes Wide Shut attingeva alle visioni di Arthur Schnitzler, così Susanna, inscenando una danza sensuale per un pubblico di spettri, arriverà alla ricomposizione della verità nascosta dietro il suo personale Doppio sogno.

La distanza della Luna, secondo Google

Posted on Ottobre 15th, 2011 in Letture, Micro | No Comments »

L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata.

Il 15 ottobre di 88 anni fa nasceva Italo Calvino. Google decide di ricordarlo attraverso un doodle ispirato dalla prima - in ordine di stesura - delle sue cosmicomiche. Quest’anno sostituirò alla rilettura delle pagine di Se una notte d’inverno un viaggiatore qualcuna delle Lezioni americane.

La stella di Ratner: Esperimento sul campo numero uno: Flusso

Posted on Maggio 18th, 2011 in Letture | 4 Comments »

«Per il momento è sufficiente che lei conosca le motivazioni generali dell’Esperimento sul campo numero uno. Si tratta di realizzare il sogno più antico dell’umanità.»

«Quale sogno?»

«La conoscenza» rispose Dyne. «Studiare il pianeta. Osservare il sistema solare. Ascoltare l’universo. Conoscere noi stessi.»

«Lo spazio.»

«Lo spazio cosmico e quello interiore. Che si fondono l’uno nell’altro. Già più di duemila persone vivono e lavorano qui. Altre ne arriveranno. I costi sono sostenuti da cento paesi. Coscienza planetaria unica. Approccio razionale. Visione del mondo. Quanti paesi sostengo i costi?»

«Cento.»

«Bene» disse Dyne.

Da La stella di Ratner (Ratner’s Star, 1976) di Don DeLillo. Traduzione di Matteo Colombo.

Breece D’J Pancake: Una stanza per sempre

Posted on Aprile 8th, 2011 in Letture | 4 Comments »

[Stanotte è caduto il 32simo anniversario della tragica scomparsa di Breece D'J Pancake. Come ormai da tradizione, voglio riportare un brano da uno dei suoi racconti per esprimere, attraverso la memoria, un ringraziamento per averci regalato questa manciata di pietre preziose. E come tra le pietre scavate dalla terra capita di imbattersi nel fossile di qualche minuscola creatura preistorica, così in queste pagine può capitare di scorgere l'ombra di Colly, il protagonista tradito e sconfitto ma malgrado tutto "ancora vivo" di Trilobiti. Come ha scritto Joyce Carol Oates sul New York Times, un personaggio "atterrito dall'intimità" e per questo incapace di costruire una relazione con "una donna che potrebbe amare", ma comunque già consumata dalla vita.]

E’ solo una ragazzina, quattordici, quindici anni, ma mi guarda come se sapesse quello che sto pensando, che cosa sto aspettando di vedere con questo vecchio ubriacone, e continua a guardarmi come se fosse l’ira di Dio o roba del genere. Mi fanno male gli occhi a guardarla di sbieco dall’altra parte della strada mentre tengo la faccia girata verso il barbone, ma la guardo lo stesso. Posso dire già da adesso che non è una puttana. Ha piuttosto l’aria di una ragazzina che una volta aveva una casa, dei jeans, un vero impermeabile, un telo di plastica sulla testa. Ed è anche troppo giovane per questa città: la legge non tollera pollastrelle in questo posto. Mi sa che probabilmente è scappata di casa e il tipo non è facile da inquadrare. Le passo davanti, non le presto attenzione, poi mi infilo in un negozio di ciambelle.
Prince Albert è seduto al bancone e parla da solo, passandosi le dita arrugginite tra i capelli e la barba. La sua pelle è giallognola perché si è cauterizzato il cervello con un sistema a quaranta volt a bordo del Cramer. Ho sentito dire che era un bravo guardafili, ma adesso è soltanto un invalido, è sporco e puzza come qualsiasi avvinazzato per strada.
Mangio la mia frittella, bevo a sorsi il caffè e guardo fuori dalla finestra. Il traffico si infittisce, le feste stanno cominciando. Quella ragazza passa, guarda nella vetrina del negozio verso di me come se conoscesse esattamente il momento in cui una sbandata mi farà cadere tra due chiatte. Mi fa venire i brividi e lascio lì il mio caffè, voglio un goccio e poi un sonnellino, ma quando esco lei è lontana in fondo alla strada, diretta verso i bar squallidi sulla Prima Strada. La pioggia si gonfia e ulula, sferzando scrosci d’acqua lungo i marciapiedi. La seguo finché non si mette nel vano di un’altra porta. Il mio cappello è fradicio e l’acqua comincia a corrermi giù per il collo e il viso, ma vado verso l’entrata dove sta lei e la guardo in piedi sotto la pioggia.
Dice: «Mi vuoi comprare?»
Rimango là per un pezzo cercando di capire se è una truffatrice. «Hai una stanza?» chiedo.
Scuote la testa, guarda dall’altra parte della strada, poi su e giù.
«Useremo la mia, ma voglio qualcosa da bere.»
«Va bene, conosco un posto che ne vende» dice lei.
«Conosco un posto migliore.» Lo conosco questo trucco. Non ho intenzione di farmi fregare i soldi dal suo magnaccia. Ma mi infastidisce, non riesco a capireche tipo di magnaccia non prenderebbe una stanza. Se lavora da sola non durerà più di due giorni tra gli sbirri e i magnaccia.
Camminiamo per la strada fino a uno spaccio. E’ bello stare con qualcuno, ma lei sembra troppo seria, come se pensasse solo all’aspetto economico della faccenda. Compro una bottiglia di Jack Daniel’s, provo a scherzare. «Jack e io ci conosciamo da tanto» dico, ma si comporta come se non mi sentisse.
Quando entriamo nella hall dell’hotel, due vecchi smettono di parlare per guardarci. Mi sa che lei li fa arrapare e sono contento che questa gentaglia ci stia degnando di attenzione. Sulla porta, ci metto un po’ per aprire la serratura e spero che la drag faccia capolino, ma è andata a farsi inculare. Entriamo e prendo un asciugamani per asciugarci, faccio il caffè per il whisky.
«Carino qui» dice lei.
«Sì. Lo disinfestano regolarmente.»
Per la prima volta sorride e penso che dovrebbe essere fuori a giocare a boccette o a qualcosa del genere.
«Non ci so fare molto» dice. «I primi tipi mi hanno fatto abbastanza male, così ho sempre un po’ paura.»
«E’ perché non sei tagliata per il mestiere.»
«No, è che ho bisogno di un posto. Devo smettere di andare in giro, sai?»
«Sì.» Nella finestra vedo i nostri fantasmi contro la luce scura del vetro. Mi mette un braccio attorno e penso che forse non siamo mai riusciti a mettere da parte l’aspetto economico della faccenda.
«E perché saresti venuto da me?» dice lei.
«Mi guardavi in modo buffo, come se vedessi che mi stava per succedere qualcosa di terribile.»
Ride. «Be’, no. Ti stavo studiando.»
«Sì. Sono solo un po’ nervoso stasera. Faccio il secondo su un rimorchiatore. E’ pericoloso.»
«Che cosa fa il secondo?»
«Tutto quello che il capitano o il primo non fanno. Non è una gran vita.»
«E allora perché non molli?»
«C’è di peggio. Mollare non è la soluzione.»
«Forse no.»
Mi mette la mano sul collo per eccitarmi: vuole che le sorrida, vuole piacermi. «Perché non molli tu e smetti di fare la puttana? Non fa per te. Ti meriti di meglio.»
«E’ carino che la pensi così» dice lei.
La guardo, penso che cosa potrebbe essere se avesse un’opportunità o due. Ma non le avrà qui. Nessuno qui ha un’opportunità. Potrei dirle dei miei genitori adottivi, delle signore nell’ufficio del sussidio e della maniera in cui mi hanno guardato quando mi hanno messo su un pullman diretto in un’altra città, ma non avrebbe senso per lei. Spengo la luce, ci svestiamo, ci mettiamo a letto.
Il buio è la cosa migliore. Non c’è viso, non ci sono parole, c’è solo la pelle calda, qualcosa di vicino e di dolce, qualcosa in cui perdersi. Ma quando la prendo, so che cos’ho, il corpo di una ragazzina che non si muoverà né per abitudine né per piacere, una bambina che gioca a fare la puttana, e mi sento orribile vicino a lei, e a causa di lei. Mi forzo su di lei come con tutte le altre. So che le sto facendo male, ma non fiaterà. Lei geme e il mio corpo si inarca in uno spasmo, poi subito dopo lei si rannicchia lontano da me e la tocco. E’ inerte.
Dico: «Potresti stare qui per questo mese. Voglio dire, se vuoi, potrei pagare io l’affitto e tu potresti trovarti un lavoro vero e pagarmi dopo.»
Rimane ferma là.
«Forse potresti lavorare in città da Sears o da Penney.»
«Perché non chiudi quella fottuta bocca.» Salta fuori dal letto. «Pagami e basta, okay?»

Da Una stanza per sempre (A Room Forever) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Ana Cutone (”All Lit Up!”, veduta di Staubenville, Ohio, di notte) e di WVJazzman (”Parkersburg-Belpre Bridge at Night II”).