Hellbound Train
Posted on Febbraio 8th, 2010 in Graffiti | No Comments »
Lunedì, tutti in carrozza. Una ballata per risollevare il morale in vista della luuunga settimana che ci attende. Pipedown: Hellbound Train.
Lunedì, tutti in carrozza. Una ballata per risollevare il morale in vista della luuunga settimana che ci attende. Pipedown: Hellbound Train.
Questo video dell’American Museum of Natural History mi viene segnalato da Francesco Gallo. Siccome nei commenti è un po’ sacrificato, lo ripropongo qui. Lustratevi gli occhi e preparatevi alle vertigini…
Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.
AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.
Ciò detto, si parte…
Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.
Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.
DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]
Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.
Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]
Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]
Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.
Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.
L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.
E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.
Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.
Era dall’uscita di questo articolo su Corriere.it che meditavo di scrivere due righe su Sasha Grey, “una pornostar che legge Burroughs, Yeats, Baudrillard e Nietzsche”. L’industria del porno è dopotutto una delle lobby più potenti ad agire sul nostro immaginario e quando i suoi tentacoli intercettano schegge della controcultura cyber (Burroughs, Baudrillard) la sensazione di trovarsi in presenza di un evento chiarificatore della realtà in cui viviamo, una scintilla accesa a rischiarare questi tempi che corrono veloci, si fa forte.
Adesso a quella lista di letture significative potremmo forse aggiungere William Gibson. Ed ecco chiudersi il cerchio. Lo scorso 22 novembre, la star 21enne che, dopo il ruolo di escort come protagonista nel film sperimentale The Girlfriend Experience di Steven Soderbergh, sogna di abbandonare il circuito dell’hardcore, ha preso parte a una performance dal vivo organizzata presso il New Museum dall’artista newyorkese Brody Condon per portare in scena Neuromante. Nell’adattamento, intitolato Case dal protagonista di Gibson assurto ad archetipo del cowboy della console, Sasha Grey ha coperto il ruolo di Molly Millions, meat puppet ed ex-attrice di snuff, e direi che come cortocircuito metanarrativo abbiamo toccato il top. A quanto pare, Gibson avrebbe apprezzato tanto l’idea quanto la sua esecuzione, pur pensando che la Grey sarebbe stata più adatta in una trasposizione di Luce Virtuale.
Quanto al discusso film su cui Joseph Kahn starebbe lavorando per portare al cinema le visioni dal basso futuro dello Sprawl, come riportato dallo stesso io9 e da Indie Movies Online, intorno alla metà di novembre il regista dell’inguardabile Torque ha annunciato su Twitter di aver trovato la chiave giusta per chiudere Neuromancer (”Epiphany. I finally figured out how to end the movie.”). Spinto dallo stesso Gibson a dare delucidazioni in merito (”Scroll, or voiceover?”), Kahn ha quindi risposto in maniera evasiva (”LOL. Freeze frame.”). In realtà, quello che preoccupa di più non è certo il finale, quanto piuttosto tutto quello che può succedere tra i titoli di apertura e quelli di coda.
Intanto, per chi fosse curioso, è stata messa on-line una vecchia sceneggiatura scritta da William Gibson per adattare il suo capolavoro per il cinema. Su The Girlfriend Experience segnalo invece due recensioni di tono opposto su CineFile e StraneIllusioni.
Ero a vedere la mostra dedicata a Edward Hopper a Palazzo Reale, sabato scorso, prima di ritrovarmi con la banda connettivista per la NextCon-09. Hopper (1882-1967) è un artista quasi invisibile nelle sue opere, anche se gli studi dei suoi paesaggi hanno dimostrato che sulla tela rivivevano memoria, esperienza e fantasia, miscelate in dosi continuamente variabili - a seconda del soggetto e dell’umore, credo. E Hopper è anche una presenza più o meno visibile in molte delle cose che ho scritto: nei notturni di città, nei campi irrorati dalla luce del sole, nella solitudine desolata di stazioni di servizio abbandonate, nei panorami urbani appena suggeriti dalle finestre delle stanze del futuro, il mio è un gioco di prestigio da quattro soldi che cerca di far rivivere, nella mente di chi legge, la magia del suo sguardo e del suo tocco.
Nighthawks, 1942 (via Artchive).
Per questo, nel mio sabato milanese, la mostra a lui dedicata era una tappa obbligata. “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa” dichiarò una volta (e nel 1963 con il quadro Sun in an empty room realizzò magistralmente questo intento). Nei suoi quadri, in effetti, il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone. Le figure di Hopper, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: gli uomini e le donne che dipinge si trovano lì, ma al loro posto potrebbe esserci stato chiunque altri. L’artista che li ha dipinti, oppure noi che oggi guardiamo e ci perdiamo nell’agghiacciante geometria dei volumi di Hopper. La discrezione dell’artista è tale da far sembrare la loro presenza una coincidenza in un determinato punto dello spazio e del tempo.
Gas, 1940 (via Artchive).
Pensateci, nessuno di loro fa mai niente. Qualcuno cammina, più spesso qualcuno siede al tavolo di un bar o di un bistrot o di una tavola calda aperta anche di notte. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare) o in una città aliena (ridotta alla verticalità delle superfici e attraversata secondo le fughe prospettiche delle ferrovie sopraelevate).
Railroad Sunset, 1929 (via Musil.it).
La retrospettiva ha il pregio di concentrarsi sull’importanza dell’arte di Hopper nell’esperienza americana. Personalmente, questo approccio mi è parso piuttosto congeniale, vedendo da sempre le sue opere come un contenitore di miti e immagini appartenenti all’America profonda, che è poi - lontano dalle luci dei riflettori - quella che vive nel mio immaginario. Particolarmente suggestivo e felice è il parallelo che viene suggerito nel documentario che accompagna questa mostra (esordio di Hopper in Italia) tra i suoi dipinti e l’immaginario invalso grazie al cinema degli anni ‘30 e ‘40, con un occhio di riguardo per le pellicole noir come Piccolo Cesare, come pure per il cinema influenzato dallo stesso Hopper in un rapporto bidirezionale di scambi e suggestioni che va al di là di Alfred Hitchcock.
Cars and Rocks, 1927 (via Abitare.it).
Questa è la scheda di Edward Hopper su Artchive. Vale la pena fare un salto alla retrospettiva milanese? Dopotutto mancano la maggior parte dei dipinti che hanno reso Hopper famoso nel mondo e molti dei miei preferiti. Ma in compenso ci sono un certo numero di bozzetti preparatori, almeno una decina di quadri che non conoscevo e che pertanto difficilmente si potrebbero trovare nelle pagine dei libri dedicati all’artista attualmente in commercio, e l’emozione di guardare nella dimensione originale un’opera di Hopper è un’occasione che all’appassionato italiano potrebbe ricapitare chissà quando, a meno di non fare un salto in America. Quindi sì, secondo me vale la pena ed è un obbligo per chi vive o capita in zona. Per tutti gli altri, il consiglio è di non aspettarsi l’esperienza definitiva: un viaggio a Milano potrebbe essere un invito per un salto oltreoceano. Prima o poi.
Corn Hill (Truro, Cape Cod), 1930 (via Artchive).
Vale la pena rinfrescarsi la memoria con l’uomo che cadde sulla Terra.
Dopo la caduta di Franco, un villaggio dell’Aragona vota a sinistra e subisce per questo la repentina e cruenta rappresaglia di un gruppo di nostalgici del Caudillo che si fa chiamare “Falangi dell’Ordine Nero”. Appresa la notizia del massacro da un dispaccio di agenzia, il giornalista Jefferson B. Pritchard, veterano delle Brigate Internazionali, si mette in contatto con i vecchi compagni di lotta e organizza una risposta segreta alle manovre del terrorismo neofascista. La ricomposizione del vecchio plotone sarà per tutti l’occasione di fare i conti con la storia e, attraverso il passato, con la loro attuale esistenza. Ma mentre la caccia ai massacratori di Nieves si trasforma in una corsa contro il tempo, che porta gli inseguitori ad attraversare l’Europa intera, da Barcellona a Palermo a Roma, e di qui in Olanda attraverso Svizzera e Germania e infine in Francia, la loro missione diventa un pretesto per gli autori per imbastire un discorso più generale sulla condizione umana e l’esito è questo capolavoro del fumetto del Novecento.
Alterszorn è la “rabbia dei vecchi”, la capacità di indignarsi che si dimostra nella terza età di cui parlava John le Carré e che in cui io - per dovere di cronaca - mi sono imbattuto per la prima volta grazie alle tavole di
Nathan Never. Ed è la chiave di lettura di quest’opera fondamentale della coppia Christin - Bilal, formata dallo sceneggiatore di Valérian, qui perfettamente a suo agio con i toni neri da spy-story, e dall’eclettico genio della bande dessinée, amatissimo (da me, ma non solo) per il suo lavoro con la fantascienza e l’immaginario. Insieme allestiscono un’opera granitica e assolutamente scevra da retorica, e già questo sarebbe un grande risultato. Ma riescono anche a offrirci validi spunti di riflessione sulla realtà e ci riescono dall’anno emblematico della realizzazione di questo romanzo a strisce, il 1979. Un anno significativo per l’Italia, che si apprestava a vivere l’ultima violentissima stagione dei suoi anni di piombo, e che non a caso offre lo sfondo per il nucleo centrale di questa storia (con il rapimento di un politico comunista che rievoca in qualche misura il sequestro di Aldo Moro).
Le Falangi dell’Ordine Nero è una storia incentrata sulle persone, sui loro scrupoli, le loro crisi private, i loro sacrifici. Si integra per questo perfettamente in quel discorso sulla resistenza morale che facevamo ormai diversi mesi fa, partendo anche quella volta dalla tragica esperienza personale e familiare di un altro grandissimo talento del fumetto mondiale. E anche per questo è un’opera assolutamente da leggere. E da rileggere.
L’esimio ing. Moskatomika, che da qualche tempo è sempre più immerso nelle atmosfere futuristiche del nostro genere prediletto, mi segnala questa imperdibile galleria di Goshmar su English Russia: Mosca rielaborata in chiave decisamente avveniristica e molto, molto sporca. Direi praticamente kipplizzata.
L’immagine qui sotto, in particolare, mi ha scaraventato indietro al surrealismo postmoderno di Paul Di Filippo e alla sua Città Lineare.
Quest’altra, invece, mi ha ricordato Il mercato d’inverno di William Gibson. E’ l’immagine che più si avvicina all’idea che mi sono sempre fatto de I Re del Sonno di Lise e, in particolare, della sequenza di danza “che i ragazzi chiamano il Ballo dei Fantasmi”.
Comunque in linea con il clima di questi giorni.
Ci sono molte cose di cui avrei voglia di parlare. Dalle navi a perdere ai motori di ricerca per immagini, e non è detto che non ci riesca nei prossimi giorni. Al momento attuale, però, mentre le home page dei quotidiani on-line sembrano soccombere sotto un’ondata di shock da futuro e dosi massicce di distopia, io mi ritrovo stretto tra una miriade di attività che mi impediscono di predisporre un post con il dettaglio che vorrei. Approfitto quindi della categoria Micro creata proprio per fronteggiare queste emergenze, e mi limito a una segnalazione veloce.
Le pagine elettroniche dell’edizione milanese del Corriere dedicano oggi ampio spazio ad Albert Watson, ospitato con la sua mostra Il Coniglio Bianco dal Centro Internazionale di Fotografia Forma, a Milano. La foto riprodotta qui sopra, A Motel Freemont Street, Las Vegas (2001), offre un assaggio del tocco di Watson. Sul Corriere, Gianluigi Colin ha scritto:
“E’ lo sguardo nomade, è lo sguardo che stupisce, è lo sguardo che tradisce. Glaciale se ritrae le assolate dune di sabbia del Marocco, caldissimo nelle gelide sale di posa di fronte a uno dei tanti protagonisti dello star system mondiale. Sempre, comunque, il suo occhio ti accompagna in viaggi senza meta dove il tempo è perennemente sospeso, in una realtà surreale densa di mistero e costantemente in movimento.”
A Las Vegas, Watson ha trovato una dimensione nuova e surreale e l’ha immortalata nei suoi scatti. Dai panorami notturni o crepuscolari alle sue muse fetish, è un rincorrersi di suggestioni che rievocano il surrealismo tanto caro a J.G. Ballard (che con il passo citato nel titolo di questo post anche noi connettivisti abbiamo voluto omaggiare nel nostro vecchio Manifesto), come pure la lezione iperrealista di Edward Hopper (anche lui in mostra a Milano, Palazzo Reale, dal 15 ottobre prossimo fino al 24 gennaio 2010). E sembra davvero che Ballard e Leonard siano i riferimenti letterari più vicini a questi lavori, che parlano di desolazione urbana e solitudine umana, immortalate con sguardo compassionevole sotto la luce dei neon.