Archive for the ‘Futuro’ Category

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Megalopolisomanzia: la scienza segreta di Fritz Leiber

Posted on Dicembre 20th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Letture | 5 Comments »

Primo vero giorno di ferie da molti mesi a questa parte e la lettura di Fritz Leiber mi ha tenuto compagnia. Il libro è Nostra Signora delle Tenebre (1978), che aspettavo di leggere da un pezzo: un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare).

Mi sono ritrovato a sovrapporre la lettura di questo libro agli strascichi di X: per una di quelle strane coincidenze che sembrano davvero dei segni del destino, programmate per mostrarti una cosa da angolazioni diverse ma complementari, mi sono ritrovato sbalzato nuovamente nella Bay Area, a contemplarne il panorama assolato come doveva apparire sul finire degli anni ‘70, prima dell’esplosione infomatica e dell’angoscia degli Anni del Terrore. Nelle pagine di Leiber, la cospirazione affonda le radici nella storia della città e sconfina in una trama dalle forti suggestioni fantastiche, mentre una rete di simboli e segni arcani prelude alla rete usata dai giovanissimi protagonisti di Doctorow per contrastare il controllo del DHS.

La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno.

Su questo tema prometto che prima o poi torneremo a dilungarci. Nel frattempo vi segnalo l’articolo di Annalee Newitz su io9 che prende lo spunto dalle suggestioni di Leiber e vi lascio con due citazioni dallo pseudobiblium di De Castries, lettura quanto mai adatta in una serata sotto zero come questa.

In ogni periodo storico ci sono sempre state una o due città appartenenti al genere mostruoso, come Babele ovvero Babilonia, Ur-Lhassa, Ninive, Siracusa, Roma, Samarcanda, Tenochtitlan, Pechino; ma noi viviamo nell’epoca delle metropoli (o delle necropoli), in cui queste maledizioni gravide di disastri sono numerose e minacciano di congiungersi e di avviluppare il mondo nella sostanza funebre ma multi potente delle città. Abbiamo bisogno di un Pitagora Nero perché spii la maligna disposizione delle nostre mostruose città e i loro immondi canti urlati, così come il Pitagora Bianco spiava la disposizione delle sfere celesti e le loro sinfonie cristalline, venticinque secoli fa.

Poiché noi moderni uomini delle città abitiamo già nelle tombe e siamo abituati in un certo senso alla mortalità, sorge la possibilità di un indefinito prolungamento di questa morte vivente. Eppure, sebbene accettabile, sarebbe un’esistenza morbosa e desolata, senza vitalità e senza pensiero, solo con la paramentazione, e i nostri principali compagni sarebbero entità paramentali di origine azoica, più maligni dei ragni e delle donnole.

[In alto a destra: la Transamerica Pyramid in una foto di Aldask; in basso a sinistra, pseudo-copertina della pseudo-edizione greca di Megapolisomancy: A New Science of Cities.]

Notte a Mosca

Posted on Novembre 28th, 2009 in Futuro, Kipple | No Comments »

Le luci nella nebbia ricordano un sogno gibsoniano della nostra era cibernetica. Le ombre sotterranee richiamano una canzone di David Bowie.

Bushmen, Outback

Posted on Novembre 20th, 2009 in Futuro, ROSTA | No Comments »

Registro questo suggestivo articolo su Alice Springs. E lo archivio per futuri sviluppi.

Una chiamata all’azione per le sfide del XXI secolo

Posted on Ottobre 10th, 2009 in Agitprop, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Il mondo intero si sta domandano cosa abbia fatto Barack Obama, da meno di un anno alla guida degli Stati Uniti d’America, per meritarsi il Premio Nobel per la Pace 2009. Dai repubblicani che già si erano distinti per patriottismo all’annuncio dell’assegnazione dei Giochi Olimpici a Rio, e che ancora una volta si sono mostrati pronti a sollevare la questione facendone una materia politica, subito seguiti - strana la vita, eh? - dai talebani afghani, fino ai commentatori italiani - come se non avessero altro su cui mettere alla prova la loro arguzia, in questi giorni di sublime sfoggio del bispensiero da parte del Premier e della sua scassatissima maggioranza - non c’è stato nessuno dei soliti noti che si sia sottratto all’esercizio del dubbio.

L’assegnazione della commissione di Oslo è stata senz’altro la notizia del giorno, come dimostra la sua persistenza tra i titoli di testa delle edizioni on-line dei principali quotidiani internazionali. Interpretazioni si sono succedute per tutta la giornata, schiudendo un ventaglio che va dall’attestazione di fiducia all’incoraggiamento, con toni che parimenti spaziano dall’ostilità allo scetticismo. Sarà, ma la cosa che mi ha più sorpreso, dopo l’annuncio, è stato scoprire come il mio entusiasmo non si rispecchiasse nella comune reazione della gente, e degli organi che naturalmente contribuiscono a formarla, l’opinione della gente. E’ un po’ come se avessi trovato all’opera un intero stuolo di persuasori occulti intenti a inoculare freddezza e diffidenza nella testa delle persone.

Credo che questo atteggiamento sia sbagliato, benché legittimo. E sono convinto che c’entri poco la percezione diretta dell’evento, sicuramente meno di quanto c’entrino le dinamiche della psicologia di massa che sono sempre chiamate in causa di fronte a notizie di portata simile. Il perché cercherò di spiegarlo in breve.

L’attribuzione del Premio Nobel 2009 per la Pace è stata accusata di essere partigiana e viziata da un implicito valore politico. Tralasciando tutte le considerazioni del caso sul valore intrinseco del premio - ne parlavamo pochi giorni fa riferendoci alla Letteratura - forse al mondo non esiste riconoscimento più politico del Nobel per la Pace. Come ricordava ieri mattina il presidente del comitato Thorbjoern Jagland, “il premio va assegnato a chi ha fatto il massimo per la pace nell’anno precedente” e la scelta di Obama è stata fatta all’unanimità. Il Times può anche sentirsi preso in giro, e di sicuro ha le sue ragioni per credere che la scelta rischia solo di creare imbarazzo alla Casa Bianca. Dopotutto, Barack Obama ha espresso umilmente le sue riserve, tenendo un discorso alla stampa che merita un suo posto nella galleria comunicativa del Presidente:

Non sono sicuro di meritare di essere in compagnia con persone che hanno saputo produrre tali cambiamenti, donne e uomini che hanno ispirato me e il mondo con la lora coraggiosa ricerca della pace. Ma so che il premio riflette il tipo di mondo che quelle donne e uomini e tutti gli americani vogliono costruire, che dà vita alla promessa dei nostri documenti fondativi. E so anche che nella sua storia il Nobel per la pace non è stato assegnato solo per onorare risultati specifici. E’ stato usato anche per enfatizzare una serie di cause. Per questo accetto questo premio come una chiamata all’azione, un incitamento alle nazioni di fronte alle sfide comuni del XXI secolo. Un premio non per i risultati ma per gli ideali.

Qualcuno ha rimproverato al Presidente il mancato ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Ma mentre si pianifica un maggiore impegno sul fronte dell’Afghanistan (giustamente, a mio modo di vedere, essendo la minaccia talebana una miccia tra le principali dell’ordigno a orologeria del terrorismo internazionale), Obama si sta impegnando anche in una difficoltosa exit strategy dall’Iraq (che, non dimentichiamolo, con le sue risorse naturali è stato il bersaglio sbagliato nella lotta dell’Occidente al terrorismo islamico). E Obama è il Presidente a cui sono bastati 2 giorni per chiudere quell’insulto ai diritti civili che era la prigione di Guantanamo.

E’ stata premiata una visione del mondo e della storia, che una volta tanto guarda al futuro e lo fa con i toni del dialogo e dell’integrazione, il che è già di per sé una bella rivoluzione di paradigma. Cosa chiedere di meglio? Forse che nel mondo si sveglino all’improvviso 10, 100, 1.000 uomini come Barack Obama e comincino a ragionare insieme sul disarmo nucleare, le strategie di contrasto al cambiamento climatico, la rivoluzione energetica orientata verso le fonti rinnovabili e uno sviluppo sostenibile. Non è un caso che nel suo intervento Obama sia tornato a riferirsi al New Beginning.

Dopo l’audacia della speranza, un Nuovo Inizio.

E’ ciò a cui ci troviamo già di fronte, forse senza rendercene conto. Specie se in meno di un anno Barack Obama è riuscito a convincere il mondo intero che fosse perfettamente naturale riallacciare il dialogo con l’universo islamico, instaurare un confronto con l’Iran dopo che il suo predecessore ci aveva portati in pochi anni a 5 minuti dalla mezzanotte sull’Orologio dell’Apocalisse, e richiamare l’America ai suoi impegni davanti al protocollo di Kyoto. Tanto scontato, tutto ciò, da non meritare il Premio Nobel per la Pace.

The Coming Insurrection

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Agitprop, Futuro, Letture, ROSTA | 5 Comments »

Da un collettivo di attivisti francesi che si fa chiamare “Comité Invisible”, un’opera che ha già scatenato polemiche e pruriti. Ne ha parlato AffarItaliani.it in questi termini. Cito dalla prefazione:

Whatever angle you look at it from, there’s no escape from the present. That’s not the least of its virtues. For those who want absolutely to have hope, it knocks down every support. Those who claim to have solutions are proven wrong almost immediately. It’s understood that now everything can only go from bad to worse. “There’s no future for the future” is the wisdom behind an era that for all its appearances of extreme normalcy has come to have about the consciousness level of the first punks.

La sottolineatura è mia. Il Comitato ha messo su un blog in cui riporta il testo in versione - mi sembra - integrale. E anche in Italia c’è chi, come il blogger de La Battaglia Soda, ha dedicato al pamphlet una “traduzione libera e arbitraria”. L’Insurrection qui vient è disponibile anche in PDF, in lingua originale e in traduzione inglese. Tempo permettendo, mi riprometto di darci un’occhiata nei prossimi giorni. Se ne sarà valsa la pena, torneremo a parlarne.

Quantum City: la città è sicura

Posted on Settembre 28th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »


Durban City Skyline, picture by Chris Bloom.

Durban, città quantistica - verrebbe da dire. Il Quantum City Project avviato dal Centro di Quantum Technology della locale Università del KwaZulu-Natal mira infatti a fornire il non plus ultra della sicurezza informatica agli utenti della sua rete municipale in fibra ottica. E il non plus ultra in termini di sicurezza informatica ha un nome ben preciso: crittografia quantistica, ovvero QKD (Quantum Key Distribution). La rete quantistica è stata presentata ufficialmente alla SmartCity Conference, svoltasi a Durban lo scorso ottobre.

Durban è una delle principali città della Repubblica Sudafricana: 2.292 kmq di superficie, circa 3 milioni e mezzo di abitanti e uno dei porti più trafficati dell’Oceano Indiano. Ed è anche una delle città più avanzate sotto il profilo tecnologico, al punto da meritarsi il titolo di Smart City. In un’epoca in cui assistiamo a un’inflazione di smartness - con i cellulari che diventano smartphone e, si spera, le reti di distribuzione dell’energia che tendono verso la nuova frontiera delle smart grid - il minimo da fare per una città è adeguarsi. Restare sveglia, maturare astuzia, dimostrarsi furba: la ricetta per evitare il declino.


Durban Marine Parade at Sunset, picture by Ketan N.

Ed è così che la Municipalità di eThekwini, di cui Durban è parte, ha deciso di guardare al futuro, per garantire la sicurezza assoluta (parola non eccessiva, trattandosi di crittografia quantistica) ai suoi utenti. Il quantum network di Durban consiste in un Municipal Area Network (MAN) configurato con 4 nodi che servono gli edifici comunali di Pinetown, Westville e Cato Manor. La rete in fibra ottica fornisce l’accesso in banda larga ai servizi vitali della città: edifici pubblici, scuole, ospedali, banche e imprese. Il tutto nella sicurezza garantita dalla QKD. Riassumendo le parole di Francesco Petruccione, il docente italiano a capo del centro di ricerca, questa tecnologia “sposta la sicurezza dei protocolli crittografici dalla complessità matematica [finora inseguita dagli algoritmi tradizionali] alle proprietà intrinseche delle particelle quantistiche. In questo modo la sicurezza è garantita dalle leggi della meccanica quantistica”.

Presto sistemi analoghi verranno adottati a Tokyo, Londra e Madrid. Ma quando il prossimo anno assisterete alla fase finale dei Mondiali di Calcio, ricordate che Durban è qualcosa che va al di là del suo stadio - E’ stata la prima città quantistica al mondo.

Multimedial Expansion

Posted on Settembre 27th, 2009 in Futuro, ROSTA, Sezione π² | 1 Comment »

Al puro fine scientifico di scoprire se esiste un antidoto alla TV spazzatura, spero proprio che questi aggeggi entrino quanto prima nelle nostre case. Non ci voleva un grosso sforzo d’immaginazione, d’accordo, e probabilmente qualcosa di simile si era visto in qualche migliaio di altre storie (anche se al momento non riesco a connettere bene i miei ricordi di lettura), ma il mio piccolo auspicio lo avevo formulato tramite il mux in Sezione π².

Il corridoio del reparto scientifico fungeva anche da sala d’attesa. Il mux era sintonizzato su TASS NEWS TV, un canale internazionale che mandava notiziari 24 ore al giorno, aggiornamento in tempo reale. (Cap. 6)

Si trascinò penosamente in soggiorno, dove attivò il mux. Indossò i senso-guanti, stabilì la connessione con la SecurNet e inserì nel motore di ricerca il nome di Grazia Conti. Si fece restituire il suo stato di famiglia. (Cap. 16)
 
Briganti si passò una mano tra i capelli e per distrarsi gettò un’occhiata alla console. L’interfaccia olografica del mux si materializzò dal nulla.
C’era un messaggio vocale per lui, lasciato da un numero anonimo. Briganti avrebbe potuto affidarsi alla prudenza e avviare una serie di controlli incrociati sull’ora della chiamata e la sua sigla identificativa presso l’operatore. Era una procedura alla portata della SecurNet. Ma non lo fece. Aprì invece il file, che si rivelò essere di solo audio.
(Cap. 16)

Ecco, qualora vi fosse sorto il dubbio, sì: la tromba me la suono da solo, okay? Chi ne volesse un assaggio, su ConnectedTV di Yahoo! trova un gustoso antipasto. E adesso torno a lavorare.

Pittsburgh Spring

Posted on Settembre 25th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 3 Comments »

La “città del futuro”, come titolava un pezzo del Corriere.it di qualche giorno fa: ecco Pittsburgh, la sede designata da Barack Obama per ospitare il summit del G-20. Già Steel City, con la crisi dell’industria pesante Pitts divenne negli anni ‘80 l’emblema del collasso e della catastrofe urbana, giustificando il suo secondo soprannome, Smoky City. Oggi, amministrata da uno dei sindaci più giovani d’America (il ventinovenne democratico Luke Ravenstahl), dopo avere beneficiato di un programma di riqualificazione forse senza precedenti, Pittsburgh ha saputo lasciarsi alle spalle il declino delle acciaierie scoprendo una vocazione per la ricerca: nanotecnologie e bioingegneria le chiavi di volta, centro ospedaliero tra i più importanti degli USA e incubatoio per 300 start-up nate nel settore dell’informatica. I record le hanno meritato il nuovo appellativo di Roboburgh da parte del Wall Street Journal e il titolo di “città più vivibile d’America” nel 2009 da parte dell’Economist. Con questa parabola inversa rispetto a quella toccata in sorte a Detroit e ad altre american acropolis, Pittsburgh ha dimostrato come un’alternativa sia sempre possibile. Non meraviglia quindi che Obama abbia guardato in questa direzione, per lanciare il suo messaggio a un mondo che ancora brancola nelle tenebre della crisi.

Pittsburgh Brigde, picture by Briantmurphy
Pittsburgh Brigde, picture by Briantmurphy.

Pittsburgh, Pennsylvania. 312.819 abitanti stimati nel 2006, quasi due milioni e mezzo la popolazione nell’area metropolitana. Una città che è un patchwork di popoli, con la comunità italiana seconda sola a quella tedesca. Nei suoi suburbi i luoghi che fecero da sfondo all’epopea di Michael Cimino sul dramma del Vietnam, nella pellicola di culto Il Cacciatore; nei suoi paraggi le badlands sospese tra incubo e magia di Lucius Shepard, nella sorprendente novella Le stelle senzienti. Ma pur nella varietà delle rappresentazioni che la hanno interessata, per quanto in maniera marginale, non mi risulta che nessun autore, per quanto visionario o lungimirante, sia mai riuscito a prefigurarne la rinascita che oggi permette di additarla come il fiore all’occhiello di quella Nuova America che Obama non ha vergogna di mostrare al mondo, come un segnale di rottura con il passato e di cambiamento.

“Qui non si vedeva niente, i lampioni erano accesi anche di giorno, il fumo degli altiforni offuscava tutto, i fiumi erano neri e putridi” è la testimonianza di Tony Buba, ex operaio figlio di minatori e dagli anni ‘70 filmmaker che non ha mai smesso di documentare la quotidianità di Braddock. “Poi le fabbriche hanno chiuso i cancelli, la città s’è fermata, la nebbia ha cominciato a diradarsi e pian piano è comparso il sole. A quel punto la gente ha scoperto di vivere in una città meravigliosa, ha deciso che bisognava farla rinascere. Ed eccoci qui, con l’Economist che dichiara Pittsburgh addirittura la città più vivibile d’America. Sto cucinando un luccio che ho pescato stamattina, passa pure”.

Pittsburgh view, by Evad310
Veduta di Pittsburgh, di Evad310.

Anche Vernon, il protagonista di Stelle senzienti, pesca lucci dalle acque torbide dei fiumi di Black William, località fittizia che potremmo situare da qualche parte qui intorno, ma sotto il pelo dell’acqua sembrano annidarsi creature ostili e terribili. A Pittsburgh, invece, si vive la primavera di un nuovo Rinascimento, in cui la Upmc, provider ospedaliero leader nel settore dei trapianti, ha preso il posto dei colossi dell’acciaio.

Il segreto di una transizione riuscita, proprio nel cuore della Rust Belt, è rimasto insondabile per tutti. Naturale che venga spontaneo chiedersi come sia stato possibile. Com’è che una città che vent’anni fa versava in condizioni analoghe a Detroit ha saputo risollevarsi e risalire la china, mentre molte altre hanno continuato il loro inesorabile declino? Scoprire la storia della rinascita di Pittsburgh a così breve distanza dalla lettura di quel libro mi ha lasciato inizialmente spiazzato, ma poi mi è sovvenuto il ricordo del finale di Shepard, che quantomeno lascia aperto più di uno spiraglio su un domani migliore.

Credo che la grandezza degli scrittori di fantascienza risieda proprio nell’intuire una possibilità di cambiamento. L’onestà dei politici, invece, nel non temere il buon esempio.

City Sunrise, by Ireland4517
City Sunrise, picture by Ireland4517.

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!