Archive for the ‘Futuro’ Category

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Il Texas non deve sapere

Posted on Maggio 24th, 2010 in Agitprop, Futuro, Transizioni | No Comments »

Il conservatorismo imperante in Texas ha spinto le autorità dello Stato a riscrivere i libri di storia destinati alle scuole elementari. Tra le modifiche apportate il “capitalismo” sarà chiamato “libera iniziativa”, la “tratta degli schiavi” diventerà il “commercio triangolare sull’Atlantico”. Da ultimo si porrà l’accento sul “diritto di portare armi” sancito dal II emendamento della costituzione.

Così una nota d’agenzia dell’AGI annunciava ieri la svolta controculturale sancita il 21 maggio scorso dalla Texas State Board of Education, il consiglio dell’istruzione che governa autonomamente la scuola dello stato. Sembra dunque che la classe dirigente ultraconservatrice del Texas abbia deciso di dimostrare che gli italiani non sono gli unici al mondo ad eccellere nel mestiere del bispensiero e per i prossimi 10 anni 5 milioni di studenti ogni anno saranno interessati da questa nuova ondata fondamentalista, che insegnerà loro che l’ONU è un’organizzazione anti-americana che persegue lo scopo di svalutare il dollaro, che gli Stati Uniti d’America non sono una democrazia bensì una “repubblica costituzionale”, che gli anni della storia a.C. vanno intesi come B.C.E. e quelli d.C. come C.E., riconducendo il termine di paragone non già alla data simbolica della nascita di Cristo ma all’inizio di una sentitissima “Era Cristiana”… epoca in cui tuttora, a quanto sembra, viviamo sprofondati.

Ci sarebbe da pensare a uno scherzo, nel solco del paradosso di tanta letteratura fantascientifica o semplicemente distopica. Ma purtroppo viviamo in un mondo ben più assurdo di quanto saremo mai disposti a riconoscere, e questo è l’ennesimo richiamo che viene fatto alla nostra attenzione. Qualcuno sta mettendo le basi per la riprogrammazione della vita e qualcun altro per la comprensione delle leggi dell’universo e - come un fulmine a ciel sereno - ecco arrivare la bacchettata sulle mani dai maestrini intimoriti di vedersi presto sovvertire l’ordine rassicurante del mondo in cui sono cresciuti, pronti a colpire per semplice atto di rappresaglia. Se i libri di scienza andranno presto integrati, dopotutto, perché non riscrivere anche quelli di storia? A questo punto, perché non riprogrammare il cervello degli studenti attraverso le più semplici e immediate tecniche di brainwashing, direttamente sui banchi di scuola?

Su questo capolavoro di revisionismo storico si è pronunciato Zucconi con parole molto sferzanti. Verrebbe da citare anche lo spettro di Fritz Leiber, in riferimento al focolaio di questo morbo oscurantista, o piuttosto passare all’azione invocando l’intervento di qualche giustiziere lansdaliano arrivato in città appunto per rendere pan per focaccia a questi inetti fautori del ritorno al Medioevo. Ma ai ribelli del Texas consiglio di seguire l’esempio di un loro coetaneo come Marcus Yallow che, ispirandosi forse al Guy Montag di Fahrenheit 451, in Little Brother manda a memoria uno dei passaggi emblematici della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da quello stesso Thomas Jefferson che adesso il Board of Education dello Stato del Texas si affanna a cancellare dai libri di storia, restituendo così la sua immagine allo splendore più rivoluzionario delle sue idee a lungo offuscate da ombre e controversie. 

La moderna bellezza del vento

Posted on Aprile 29th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »

E’ da tempo che mi ripropongo di parlarvi di energie rinnovabili, ma come al solito i buoni propositi vengono messi da parte per far posto ad altro, più urgente o semplicemente più pratico. Considerando che si tratta di materia con cui faccio i conti quotidianamente, forse l’alibi ha delle basi fisiologiche. Ciò nondimeno, mi risulta difficile immaginare un futuro per la nostra civiltà senza un poderoso sviluppo delle tecnologie per l’estrazione di energia dalle fonti rinnovabili (vento, sole, bacini fluviali e oceanici, geotermia). Si tratta pertanto di un argomento che meriterebbe una copertura diffusa su queste pagine, piuttosto che interventi occasionali. Anche considerando gli attacchi sempre più feroci sferrati da certe lobby italiane contro gli impianti eolici, con campagne di disinformazione che trovano sempre ampio risalto sui media, per cominciare faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere. Cerco almeno in parte di sopperire alle mie mancanze con questo post dedicato al potenziale ancora inesplorato dell’eolico: il suo appeal turistico.

Che gli impianti eolici siano delle attrattive, lo può confermare un qualunque gestore di un ristorante o agriturismo sito nelle vicinanze di una wind farm: gite scolastiche e vacanzieri della domenica non di rado ne fanno le loro mete. E’ il potere seduttivo della tecnologia applicata su grande scala e può testimoniarlo chiunque abbia avuto il piacere di osservare un aerogeneratore da 2 MW in funzione con 15 m/s di vento, le enormi pale da 36 metri a spazzare a 70 metri d’altezza un’area di 5.090 m², grosso modo quanto un campo da calcio. E’ la “moderna bellezza” di cui parla Valerio Gualerzi in questo recente articolo apparso su Repubblica.it, con considerazioni molto interessanti sul significato (per i cittadini) e la responsabilità (per le aziende che investono nel settore) dell’inserimento delle turbine eoliche nel paesaggio.

L’Italia è attualmente il terzo paese in Europa per potenza eolica installata, praticamente a pari merito con la Francia, e segue di molte lunghezze Germania e Spagna che sono da anni i due paesi leader nel settore. Il suo potenziale eolico è stimato in circa 4 volte la potenza attualmente installata, quindi prima che la sua capacità sia saturata dovremmo vedere le “fattorie del vento” quadruplicarsi, se non nel numero nella potenza (ogni 2-3 anni la taglia commerciale degli aerogeneratori raddoppia, ma la classe dei nostri siti dovrebbe sposarsi a turbine di 2-3 MW di potenza). Ora, per fare un confronto veloce, 2 MW non sono niente confrontati a una centrale termoelettrica media da 800 MW, e anche i parchi eolici più grandi finora realizzati in Italia (siamo sui 60-70 MW) mantengono comunque uno scarto di un ordine di grandezza rispetto agli impianti termoelettrici. Tuttavia il concetto nascosto dietro le rinnovabili è un’autentica rivoluzione ideologica.

Le centrali tradizionali (termoelettriche, geotermiche, nucleari, idroelettriche) rispettano una gerarchia centralizzata della generazione di potenza, vale a dire - relativamente - pochi nodi di generazione di dimensioni sempre più grandi, la cui energia viene quindi trasmessa e distribuita anche a grande distanza dalla centrale. Due delle conseguenze di questa loro natura sono: la scarsa efficienza nell’utilizzo dell’energia, che subisce perdite di trasformazione, trasmissione e ri-trasformazione nel tragitto dalla centrale alle nostre case; l’elevato rischio comportato dalla concentrazione di risorse enormi (ricorderete quanto accaduto in Siberia lo scorso anno? Bene, non c’è altro da aggiungere).

Le “nuove” centrali, gli impianti da fonti rinnovabili (eolici, mini-idroelettrici, fotovolatici, a biomasse e, si spera presto, solari termodinamici), si basano su una logica opposta: tanti punti di generazione distribuiti sul territorio, in prossimità delle utenze oppure di sistemi pratici per l’accumulo dell’energia (bacini di pompaggio), con un notevole miglioramento di entrambi gli effetti collaterali enunciati per le centrali tradizionali. La conseguenza principale è, soprattutto nel caso di eolico e fotovoltaico, l’impatto visivo delle opere, che secondo alcuni provocherebbe gravi conseguenze sui nostri panorami. Sorvolando sulle banalità dell’accoppiata vento/mafia che tanto successo ha avuto piuttosto di recente sui nostri media (come se l’eolico fosse l’unico affare lucrativo ad attirare le attenzioni delle organizzazioni criminali… E nel frattempo gli occhi dell’opinione pubblica vengono distolti dal business del cemento, dei rifiuti, dei termovalorizzatori, e proseguite pure l’elenco a vostra discrezione), arrivano dall’estero due validissimi antidoti ai preconcetti tanto popolari per la nostra bella Italietta. E, cosa che dovrebbe non mancare di solleticare il nostro orgoglio nazionale, o quel che ne resta, in entrambi c’è lo zampino dell’Italia.

Il primo esempio arriva dal Canada. Nei pressi di Vancouver, quest’anno, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali, il governatore della British Columbia ha inaugurato il singolare impianto di Grouse Mountain: una turbina eolica di 1,5 MW, installata a 1.300 metri di quota per alimentare il locale comprensorio sciistico. A rendere l’aerogeneratore Leitwind, di tecnologia altoatesina, così degno di nota, è però la piattaforma panoramica installata in cima alla torre, a 65 metri di altezza, proprio al di sotto del generatore (ben visibile nella foto in alto e in queste qui accanto). Una piattaforma capace di ospitare fino a 36 persone, accessibile attraverso un ascensore interno alla torre, da cui godere di una magnifica panoramica sulla città (e chissà se prima o poi Gibson non ci scriverà qualcosa). The Eye of the Wind, questo il nome dell’impianto di Grouse Mountain, è stato giustamente definito dalle autorità e dai costruttori come il simbolo di un mondo sostenibile e di una rivoluzione silenziosa.

E speriamo davvero che faccia scuola. Per fortuna, grazie a un altrettanto emblematico progetto della On Office, uno studio internazionale di architetti di base a Porto, c’è da essere fiduciosi. I giovani soci dello studio (due portoghesi, un giapponese-americano, un italiano) hanno pensato di elaborare un progetto a dir poco ambizioso, prendendo spunto dall’attualità (l’impegno per i paesi europei di centrare l’obiettivo 20-20-20: la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% e il simultaneo contributo delle fonti rinnovabili al mix energetico nazionale nella proporzione del 20%, entrambi entro il 2020) e dalla specificità geografica di una nazione europea come la Norvegia (il più ampio sviluppo costiero del continente, la collocazione nella fascia continentale più esposta ai venti dell’Atlantico, la vocazione turistica). Il risultato è Turbine City, un wind resort del futuro: un impianto eolico off-shore costruito al largo delle coste di Stavanger. La scelta non è casuale, come spiegano gli architetti di On Office: la città è la quarta per popolazione della Norvegia, con un aeroporto internazionale collegato a scali sparsi un po’ per tutto il resto del continente, già meta turistica per le sue bellezze naturalistiche e importante base logistica per il settore petrolifero. Insomma, è una città con una storia e delle attrattive, che potrebbe legare il proprio nome alla prossima rivoluzione sostenibile (e cosa c’è di meglio per illustrarlo della slide qui di fianco?). Senza compromettere l’immagine storica della città.

Turbine City potrebbe ospitare hotel (150 camere in ogni turbina concepita allo scopo), musei, spa ed essere usata come approdo per navi da crociera e base d’appoggio per gli operai impiegati sulle piattaforme petrolifere dell’area, e al contempo rappresentare un nodo di generazione di energia da 392 MW di potenza. L’installazione comprenderebbe infatti 49 turbine da 8 MW l’una, sufficienti per soddisfare il fabbisogno di 120.000 utenze domestiche. La Norvegia, che ha il maggiore potenziale idroelettrico d’Europa, si presterebbe meglio di qualunque altra nazione del continente ad ospitare un impianto eolico di questa taglia: se altrove la natura intermittente e aleatoria del vento renderebbe un impianto di queste proporzioni una scommessa, per via delle debolezze e dei limiti strutturali delle reti di trasmissione, l’energia di Turbine City potrebbe essere accumulata sfruttando proprio i bacini idroelettrici come sistemi di stoccaggio. Un vantaggio non da poco, considerando che si stanno studiando da qualche tempo mega-progetti per fare della Norvegia l’accumulatore della mega-grid continentale.

Il futuro passa da qui.

Un futuro di +toon, Mbps e kipple

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Micro, Proiezioni | No Comments »

Mini-rassegna stampa in attesa di tempi migliori per postare. Per il momento si tratta di due semplici notizie. Ma sono due gran belle notizie. Starà al tempo dirci se promesse e aspettative, per il momento altissime, verranno mantenute.

Ieri avrete letto sul blog di Urania l’annuncio che riguarda l’acquisizione dell’opzione cinematografica di Infect@ da parte di un produttore/sceneggiatore italiano: teniamo le dita incrociate per Dario Tonani, che merita questa e molte altre soddisfazioni ancora.

Oggi invece apprendiamo dell’intenzione del primo ministro labour Gordon Brown di disegnare un futuro digitale per il Regno a venire.

E per la loro attualità segnalo via Repubblica.it due ulteriori letture: in un’intervista della scorsa settimana Roberto Saviano fotografava la triste realtà - politica, sociale, culturale - della Campania; ieri Piero Colaprico ci raccontava la guerra multietnica delle giovani bande nelle nostre città.

Opzioni sul futuro

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, ROSTA | No Comments »

Come avrete sicuramente già notato, oggi è online uno speciale a cura di Emanuele Manco, curatore di Fantasy Magazine, sul rapporto tra i generi e il futuro. Il dossier raccoglie le opinione dei redattori del network Delos e per questo, primo caso che io ricordi, è stato pubblicato praticamente “a reti unificate”, come dice Emanuele: su Fantasy Magazine, Fantascienza.com e Horror Magazine. Prendendo le mosse da una provocazione riportata dal sito io9, l’approfondimento ha provato a indagare dal punto di vista degli italiani l’interrogativo se il futuro appartenga davvero al fantasy.

Il mio intervento comincia qua e si conclude nella pagina successiva.

The Singularity: An Appraisal

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, Micro, Postumanesimo, Transizioni | 3 Comments »

Il video di oggi arriva dall’ultima Boskone, la convention della NESFA tenutasi a Boston dal 12 al 14 febbraio scorsi. Purtroppo l’audio non è eccelso, ma credo che valga comunque la pena fare uno sforzo. Nel panel moderato dall’ospite d’onore di questa edizione Alastair Reynolds, gli scrittori Vernor Vinge, Karl Schroeder e Charles Stross si sono confrontati sul tema della Singolarità Tecnologica. Ogni tanto se ne torna a parlare… Buona visione!

The Singularity: An Appraisal from Michael Johnson on Vimeo. Via Charlie’s Diary.

Mondi aumentati

Posted on Febbraio 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Sempre dagli archivi video di Geek Files, un pezzo sull’augmented reality, ovvero “un’evoluzione della realtà virtuale che consente la visualizzazione di un layer di informazioni supplementari sull’ambiente reale”, con la partecipazione speciale di Bruce Sterling che all’argomento dedica ormai larga parte del suo impegno on-line.

Internet delle Cose

Posted on Febbraio 7th, 2010 in Futuro, Transizioni | 2 Comments »

Come sarà la rete del futuro? Riprendo dal blog di Paolo Marzola l’interessante segnalazione di un documentario di Geek Files intitolato appunto Il futuro di Internet. Attraverso un linguaggio semplice e diretto e l’intervento di luminari del calibro di Adam Greenfield, autore del seminale Everyware. Con le sue parole:

Everyware significa semplicemente che la computazione è ovunque nel mondo. E’ insita in ogni cosa, in ogni relazione, in ogni tipo di ambiente“.

E sulle networked cities:

Quando si inseriscono sensori della rete in ogni parte della città e si fa in modo che l’utilizzo ordinario generi tracce sulle attività della gente, su come usa lo spazio, quando si inseriscono i dati in queste visualizzazioni sempre più sofisticate che siamo sempre più capaci di ricostruire intorno ai dati, si offre sia alla gente sia gli esperti del settore gli strumenti per capire che cosa succede. Dove sono l’inquinamento, i crimini, il traffico. Dove sono le opportunità, le risorse e i servizi, i ristoranti che piacciono ai tuoi amici; dove s’incontrano i tuoi amici, dove sono in questo momento. E’ una cosa straordinaria. Cambierà davvero il modo in cui la gente potrà usare la città. Non dovremo più accettare passivamente quanto ci viene proposto. Possiamo entrare in quell’ambiente e prendere ciò che vogliamo“.

Le implicazioni negative sono enormi, come ammette lo stesso Greenfield. Ma anche quelle positive: dal tracciamento dei medicinali al biomonitoraggio dei tessuti, fino alla prevenzione dei contagi attraverso lo studio dei flussi umani. Con un’attenzione specifica per la tutela del diritto alla privacy di ognuno di noi. 

Il concetto di ubiquitous computing è stato ripreso più volte su queste pagine: dal Giappone Ubiquo (u-Japan) al geoweb, fino alle tecnologie head-up display. Questo video traccia uno scenario credibile del futuro che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Un clic e buona visione!

“Qualcosa di irriconoscibile”

Posted on Gennaio 12th, 2010 in Futuro, Micro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quando ha discusso con John dell´ipotesi di ricavare un film dal suo romanzo, lui le ha chiesto maggiori dettagli su che cosa fosse stato a provocare il disastro?
«Molti me lo chiedono. Io non ho un´opinione al riguardo. Al Santa Fe Institute ci sono scienziati di tutte le discipline, e alcuni geologi mi hanno detto che a loro sembrava un meteorite. Ma avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, l´attività vulcanica o una guerra nucleare. Non è veramente importante. La questione essenziale ora è: che cosa fai? L´ultima volta che la caldera di Yellowstone ha sbuffato tutto il continente nordamericano è finito sotto trenta centimetri di cenere. Quelli che vanno a fare le immersioni nel lago di Yellowstone dicono che sul fondo c´è una protuberanza che adesso è alta quasi trenta metri, e sembra quasi che pulsi. Se chiedi a persone diverse ti danno risposte diverse, ma potrebbe succedere fra tre o quattromila anni o potrebbe succedere giovedì prossimo. Nessuno lo sa».

Che tipo di cose la inquietano?
«Se pensi ad alcune delle cose di cui parlano scienziati intelligenti e riflessivi ti rendi conto che fra cento anni la razza umana sarà diventata qualcosa di irriconoscibile. Potremmo essere in parte delle macchine, avere dei computer impiantati. Impiantare nel cervello un chip che contenga tutte le informazioni di tutte le biblioteche del mondo è già ora qualcosa che non è possibile solo a livello teorico. Come dicono le persone che discutono di queste cose, si tratta solo di capire come fare i collegamenti. Ecco una questione su cui ragionare».

[Da Wall Street Journal/Repubblica, via Lipperatura]

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]