Archive for the ‘Futuro’ Category

Opzioni sul futuro

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, ROSTA | No Comments »

Come avrete sicuramente già notato, oggi è online uno speciale a cura di Emanuele Manco, curatore di Fantasy Magazine, sul rapporto tra i generi e il futuro. Il dossier raccoglie le opinione dei redattori del network Delos e per questo, primo caso che io ricordi, è stato pubblicato praticamente “a reti unificate”, come dice Emanuele: su Fantasy Magazine, Fantascienza.com e Horror Magazine. Prendendo le mosse da una provocazione riportata dal sito io9, l’approfondimento ha provato a indagare dal punto di vista degli italiani l’interrogativo se il futuro appartenga davvero al fantasy.

Il mio intervento comincia qua e si conclude nella pagina successiva.

The Singularity: An Appraisal

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, Micro, Postumanesimo, Transizioni | 3 Comments »

Il video di oggi arriva dall’ultima Boskone, la convention della NESFA tenutasi a Boston dal 12 al 14 febbraio scorsi. Purtroppo l’audio non è eccelso, ma credo che valga comunque la pena fare uno sforzo. Nel panel moderato dall’ospite d’onore di questa edizione Alastair Reynolds, gli scrittori Vernor Vinge, Karl Schroeder e Charles Stross si sono confrontati sul tema della Singolarità Tecnologica. Ogni tanto se ne torna a parlare… Buona visione!

The Singularity: An Appraisal from Michael Johnson on Vimeo. Via Charlie’s Diary.

Mondi aumentati

Posted on Febbraio 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 1 Comment »

Sempre dagli archivi video di Geek Files, un pezzo sull’augmented reality, ovvero “un’evoluzione della realtà virtuale che consente la visualizzazione di un layer di informazioni supplementari sull’ambiente reale”, con la partecipazione speciale di Bruce Sterling che all’argomento dedica ormai larga parte del suo impegno on-line.

Internet delle Cose

Posted on Febbraio 7th, 2010 in Futuro, Transizioni | 2 Comments »

Come sarà la rete del futuro? Riprendo dal blog di Paolo Marzola l’interessante segnalazione di un documentario di Geek Files intitolato appunto Il futuro di Internet. Attraverso un linguaggio semplice e diretto e l’intervento di luminari del calibro di Adam Greenfield, autore del seminale Everyware. Con le sue parole:

Everyware significa semplicemente che la computazione è ovunque nel mondo. E’ insita in ogni cosa, in ogni relazione, in ogni tipo di ambiente“.

E sulle networked cities:

Quando si inseriscono sensori della rete in ogni parte della città e si fa in modo che l’utilizzo ordinario generi tracce sulle attività della gente, su come usa lo spazio, quando si inseriscono i dati in queste visualizzazioni sempre più sofisticate che siamo sempre più capaci di ricostruire intorno ai dati, si offre sia alla gente sia gli esperti del settore gli strumenti per capire che cosa succede. Dove sono l’inquinamento, i crimini, il traffico. Dove sono le opportunità, le risorse e i servizi, i ristoranti che piacciono ai tuoi amici; dove s’incontrano i tuoi amici, dove sono in questo momento. E’ una cosa straordinaria. Cambierà davvero il modo in cui la gente potrà usare la città. Non dovremo più accettare passivamente quanto ci viene proposto. Possiamo entrare in quell’ambiente e prendere ciò che vogliamo“.

Le implicazioni negative sono enormi, come ammette lo stesso Greenfield. Ma anche quelle positive: dal tracciamento dei medicinali al biomonitoraggio dei tessuti, fino alla prevenzione dei contagi attraverso lo studio dei flussi umani. Con un’attenzione specifica per la tutela del diritto alla privacy di ognuno di noi. 

Il concetto di ubiquitous computing è stato ripreso più volte su queste pagine: dal Giappone Ubiquo (u-Japan) al geoweb, fino alle tecnologie head-up display. Questo video traccia uno scenario credibile del futuro che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Un clic e buona visione!

“Qualcosa di irriconoscibile”

Posted on Gennaio 12th, 2010 in Futuro, Micro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quando ha discusso con John dell´ipotesi di ricavare un film dal suo romanzo, lui le ha chiesto maggiori dettagli su che cosa fosse stato a provocare il disastro?
«Molti me lo chiedono. Io non ho un´opinione al riguardo. Al Santa Fe Institute ci sono scienziati di tutte le discipline, e alcuni geologi mi hanno detto che a loro sembrava un meteorite. Ma avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, l´attività vulcanica o una guerra nucleare. Non è veramente importante. La questione essenziale ora è: che cosa fai? L´ultima volta che la caldera di Yellowstone ha sbuffato tutto il continente nordamericano è finito sotto trenta centimetri di cenere. Quelli che vanno a fare le immersioni nel lago di Yellowstone dicono che sul fondo c´è una protuberanza che adesso è alta quasi trenta metri, e sembra quasi che pulsi. Se chiedi a persone diverse ti danno risposte diverse, ma potrebbe succedere fra tre o quattromila anni o potrebbe succedere giovedì prossimo. Nessuno lo sa».

Che tipo di cose la inquietano?
«Se pensi ad alcune delle cose di cui parlano scienziati intelligenti e riflessivi ti rendi conto che fra cento anni la razza umana sarà diventata qualcosa di irriconoscibile. Potremmo essere in parte delle macchine, avere dei computer impiantati. Impiantare nel cervello un chip che contenga tutte le informazioni di tutte le biblioteche del mondo è già ora qualcosa che non è possibile solo a livello teorico. Come dicono le persone che discutono di queste cose, si tratta solo di capire come fare i collegamenti. Ecco una questione su cui ragionare».

[Da Wall Street Journal/Repubblica, via Lipperatura]

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Megalopolisomanzia: la scienza segreta di Fritz Leiber

Posted on Dicembre 20th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Letture | 3 Comments »

Primo vero giorno di ferie da molti mesi a questa parte e la lettura di Fritz Leiber mi ha tenuto compagnia. Il libro è Nostra Signora delle Tenebre (1978), che aspettavo di leggere da un pezzo: un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare).

Mi sono ritrovato a sovrapporre la lettura di questo libro agli strascichi di X: per una di quelle strane coincidenze che sembrano davvero dei segni del destino, programmate per mostrarti una cosa da angolazioni diverse ma complementari, mi sono ritrovato sbalzato nuovamente nella Bay Area, a contemplarne il panorama assolato come doveva apparire sul finire degli anni ‘70, prima dell’esplosione infomatica e dell’angoscia degli Anni del Terrore. Nelle pagine di Leiber, la cospirazione affonda le radici nella storia della città e sconfina in una trama dalle forti suggestioni fantastiche, mentre una rete di simboli e segni arcani prelude alla rete usata dai giovanissimi protagonisti di Doctorow per contrastare il controllo del DHS.

La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno.

Su questo tema prometto che prima o poi torneremo a dilungarci. Nel frattempo vi segnalo l’articolo di Annalee Newitz su io9 che prende lo spunto dalle suggestioni di Leiber e vi lascio con due citazioni dallo pseudobiblium di De Castries, lettura quanto mai adatta in una serata sotto zero come questa.

In ogni periodo storico ci sono sempre state una o due città appartenenti al genere mostruoso, come Babele ovvero Babilonia, Ur-Lhassa, Ninive, Siracusa, Roma, Samarcanda, Tenochtitlan, Pechino; ma noi viviamo nell’epoca delle metropoli (o delle necropoli), in cui queste maledizioni gravide di disastri sono numerose e minacciano di congiungersi e di avviluppare il mondo nella sostanza funebre ma multi potente delle città. Abbiamo bisogno di un Pitagora Nero perché spii la maligna disposizione delle nostre mostruose città e i loro immondi canti urlati, così come il Pitagora Bianco spiava la disposizione delle sfere celesti e le loro sinfonie cristalline, venticinque secoli fa.

Poiché noi moderni uomini delle città abitiamo già nelle tombe e siamo abituati in un certo senso alla mortalità, sorge la possibilità di un indefinito prolungamento di questa morte vivente. Eppure, sebbene accettabile, sarebbe un’esistenza morbosa e desolata, senza vitalità e senza pensiero, solo con la paramentazione, e i nostri principali compagni sarebbero entità paramentali di origine azoica, più maligni dei ragni e delle donnole.

[In alto a destra: la Transamerica Pyramid in una foto di Aldask; in basso a sinistra, pseudo-copertina della pseudo-edizione greca di Megapolisomancy: A New Science of Cities.]

Notte a Mosca

Posted on Novembre 28th, 2009 in Futuro, Kipple | No Comments »

Le luci nella nebbia ricordano un sogno gibsoniano della nostra era cibernetica. Le ombre sotterranee richiamano una canzone di David Bowie.

Bushmen, Outback

Posted on Novembre 20th, 2009 in Futuro, ROSTA | No Comments »

Registro questo suggestivo articolo su Alice Springs. E lo archivio per futuri sviluppi.

Una chiamata all’azione per le sfide del XXI secolo

Posted on Ottobre 10th, 2009 in Agitprop, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Il mondo intero si sta domandano cosa abbia fatto Barack Obama, da meno di un anno alla guida degli Stati Uniti d’America, per meritarsi il Premio Nobel per la Pace 2009. Dai repubblicani che già si erano distinti per patriottismo all’annuncio dell’assegnazione dei Giochi Olimpici a Rio, e che ancora una volta si sono mostrati pronti a sollevare la questione facendone una materia politica, subito seguiti - strana la vita, eh? - dai talebani afghani, fino ai commentatori italiani - come se non avessero altro su cui mettere alla prova la loro arguzia, in questi giorni di sublime sfoggio del bispensiero da parte del Premier e della sua scassatissima maggioranza - non c’è stato nessuno dei soliti noti che si sia sottratto all’esercizio del dubbio.

L’assegnazione della commissione di Oslo è stata senz’altro la notizia del giorno, come dimostra la sua persistenza tra i titoli di testa delle edizioni on-line dei principali quotidiani internazionali. Interpretazioni si sono succedute per tutta la giornata, schiudendo un ventaglio che va dall’attestazione di fiducia all’incoraggiamento, con toni che parimenti spaziano dall’ostilità allo scetticismo. Sarà, ma la cosa che mi ha più sorpreso, dopo l’annuncio, è stato scoprire come il mio entusiasmo non si rispecchiasse nella comune reazione della gente, e degli organi che naturalmente contribuiscono a formarla, l’opinione della gente. E’ un po’ come se avessi trovato all’opera un intero stuolo di persuasori occulti intenti a inoculare freddezza e diffidenza nella testa delle persone.

Credo che questo atteggiamento sia sbagliato, benché legittimo. E sono convinto che c’entri poco la percezione diretta dell’evento, sicuramente meno di quanto c’entrino le dinamiche della psicologia di massa che sono sempre chiamate in causa di fronte a notizie di portata simile. Il perché cercherò di spiegarlo in breve.

L’attribuzione del Premio Nobel 2009 per la Pace è stata accusata di essere partigiana e viziata da un implicito valore politico. Tralasciando tutte le considerazioni del caso sul valore intrinseco del premio - ne parlavamo pochi giorni fa riferendoci alla Letteratura - forse al mondo non esiste riconoscimento più politico del Nobel per la Pace. Come ricordava ieri mattina il presidente del comitato Thorbjoern Jagland, “il premio va assegnato a chi ha fatto il massimo per la pace nell’anno precedente” e la scelta di Obama è stata fatta all’unanimità. Il Times può anche sentirsi preso in giro, e di sicuro ha le sue ragioni per credere che la scelta rischia solo di creare imbarazzo alla Casa Bianca. Dopotutto, Barack Obama ha espresso umilmente le sue riserve, tenendo un discorso alla stampa che merita un suo posto nella galleria comunicativa del Presidente:

Non sono sicuro di meritare di essere in compagnia con persone che hanno saputo produrre tali cambiamenti, donne e uomini che hanno ispirato me e il mondo con la lora coraggiosa ricerca della pace. Ma so che il premio riflette il tipo di mondo che quelle donne e uomini e tutti gli americani vogliono costruire, che dà vita alla promessa dei nostri documenti fondativi. E so anche che nella sua storia il Nobel per la pace non è stato assegnato solo per onorare risultati specifici. E’ stato usato anche per enfatizzare una serie di cause. Per questo accetto questo premio come una chiamata all’azione, un incitamento alle nazioni di fronte alle sfide comuni del XXI secolo. Un premio non per i risultati ma per gli ideali.

Qualcuno ha rimproverato al Presidente il mancato ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Ma mentre si pianifica un maggiore impegno sul fronte dell’Afghanistan (giustamente, a mio modo di vedere, essendo la minaccia talebana una miccia tra le principali dell’ordigno a orologeria del terrorismo internazionale), Obama si sta impegnando anche in una difficoltosa exit strategy dall’Iraq (che, non dimentichiamolo, con le sue risorse naturali è stato il bersaglio sbagliato nella lotta dell’Occidente al terrorismo islamico). E Obama è il Presidente a cui sono bastati 2 giorni per chiudere quell’insulto ai diritti civili che era la prigione di Guantanamo.

E’ stata premiata una visione del mondo e della storia, che una volta tanto guarda al futuro e lo fa con i toni del dialogo e dell’integrazione, il che è già di per sé una bella rivoluzione di paradigma. Cosa chiedere di meglio? Forse che nel mondo si sveglino all’improvviso 10, 100, 1.000 uomini come Barack Obama e comincino a ragionare insieme sul disarmo nucleare, le strategie di contrasto al cambiamento climatico, la rivoluzione energetica orientata verso le fonti rinnovabili e uno sviluppo sostenibile. Non è un caso che nel suo intervento Obama sia tornato a riferirsi al New Beginning.

Dopo l’audacia della speranza, un Nuovo Inizio.

E’ ciò a cui ci troviamo già di fronte, forse senza rendercene conto. Specie se in meno di un anno Barack Obama è riuscito a convincere il mondo intero che fosse perfettamente naturale riallacciare il dialogo con l’universo islamico, instaurare un confronto con l’Iran dopo che il suo predecessore ci aveva portati in pochi anni a 5 minuti dalla mezzanotte sull’Orologio dell’Apocalisse, e richiamare l’America ai suoi impegni davanti al protocollo di Kyoto. Tanto scontato, tutto ciò, da non meritare il Premio Nobel per la Pace.