Archive for the ‘Fantascienza’ Category

Cose lette in giro per la rete

Posted on Ottobre 13th, 2011 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Il ritorno alla SF di Ridley Scott sta generando un’attesa a dir poco spasmodica. L’ultimo tassello di una lunga trama di illazioni, anticipazioni e piccole rivelazioni intorno a Prometheus è l’intervista a Noomi Rapace riportata da Fantascienza.com. La data da segnare è l’8 giugno 2012, ma la prossima estate il kolossal che promette di ridisegnare l’immaginario di genere e non solo (il paragone con Avatar per il 3D e Inception per la complessità che se ne riesce a presagire e la parentela con entrambi per l’ambizione che traspare dalle dichiarazioni del regista è scontato) avrà almeno un rivale alla sua altezza: proprio Christopher Nolan con il suo The Dark Knight Rises, capitolo conclusivo della sua visionaria trilogia dedicata all’uomo-pipistrello (un paio di link da Fantasy Magazine, giusto per stimolare un po’ le papille gustative).

Dal cinema alla letteratura. L’evento fantascientifico della prossima stagione sarà a quanto pare la scanzonata scorribanda nel dopo-Singolarità di Cory Doctorow e Charles Stross, per cui vi rimando all’esaustivo articolo di Maurizio Del Santo pubblicato oggi su Fantascienza.com. Negli ultimi giorni due belle interviste a firma di Lucius Etruscus sono uscite su Thriller Magazine: Cristiana Astori parla di Tutto quel nero, un bel noir per cinefili attualmente in libreria, di cui conto di riparlare a breve; il grande Sergio “Alan D.” Altieri rilascia una lunga e completa intervista su Underworlds, la sua quarta antologia per TEA, e non solo.

Per finire in bellezza, Francesco Cortonesi (ricordate NOF 4? be’, il Corto è da poco sbarcato in libreria con la sua ultima fatica letteraria, Gotham Polaroid) è ospite delle pagine dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, a cui ha rilasciato un’intervista molto interessante. Al di là del solito titolo d’impatto, l’articolo suggerisce molte riflessioni, che in qualche misura vanno a riallacciarsi al filo dei pensieri dei giorni scorsi. Francesco è tutt’altro che uno «scrittore fallito», ma al contrario una delle menti più eclettiche e innovative tra quante hanno dato il loro apporto al connettivismo, e la sua voce è tra le più personali del fantastico italiano. Voglio concludere condividendo un suo dubbio:

“Mi spaventa che non riusciamo più a soffermarci sulle cose. Il mondo progredirà ugualmente, ma nel frattempo quanti concetti ci sfuggiranno dalle mani e da un cervello disabituato a riflettere?”

L’alba del pianeta delle scimmie

Posted on Ottobre 11th, 2011 in Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

Finalmente una bella sorpresa al cinema! Dopo l’era dei sequel infiniti e dei remake, sembrerebbe che Hollywood sia entrata in una nuova stagione, con i reboot di franchise storiche. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di Star Trek offre adesso una seconda giovinezza all’opera di Pierre Boulle che ha segnato un’intera generazione di appassionati. E finché il reboot viene interpretato con intelligenza, come hanno saputo mostrare sontuosamente - per esempio - Christopher Nolan con il suo Cavaliere Oscuro e Paul Haggis con l’Agente 007 e come appunto riesce a fare onestamente L’alba del pianeta delle scimmie, va riconosciuto il merito alle case di produzione di volersi addentrare in territori magari non del tutto ignoti agli spettatori, ma mostrando il coraggio necessario per esplorarli percorrendo piste ancora sconosciute. E se all’orizzonte si prospettano quelli che sono stati presentati come i nuovi inizi di pietre miliari del nostro immaginario come Alien (con Prometheus, l’autentico evento della prossima stagione) e Blade Runner, allora, tutto sommato, sembra esserci speranza.

Non fraintendetemi. L’originalità resta un valore da premiare, ma in un periodo in cui le produzioni ad alto budget rappresentano prima di tutto un rischio, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, ma con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).

L’alba del pianeta delle scimmie è un altro valido esempio di quanto bene si possa fare con un interessante universo di partenza e una dose appropriata di buone idee. La storia di quello che succederà è ben nota a tutti: al termine di una missione spaziale compromessa da un’avaria, Charlton Heston e i suoi colleghi astronauti precipitano su un pianeta devastato, dominato da una civiltà di primati sorprendentemente evoluti che ha soggiogato gli umani (Il Pianeta delle Scimmie, 1968). L’origine di quella civiltà è raccontata in questa pellicola, con le dovute varianti rispetto alla storia originaria (l’evoluzione delle scimmie è segnata da un farmaco sperimentale messo a punto come cura per l’Alzheimer e non più da un effetto collaterale dell’olocausto nucleare che ha ridotto l’umanità sull’orlo dell’estinzione) e i rimandi altrettanto obbligati (a un certo punto si assiste al lancio di una navetta spaziale, più avanti nel film si intravede una prima pagina con il titolo “Lost in Space” che allude all’incidente spaziale da cui prende le mosse lo storico Pianeta delle Scimmie di Franklin James Shaffner, abile mix di cautionary tale e fantascienza avventurosa). La regia si concentra sullo scimpanzé che aprirà una nuova strada al futuro dei primati, rivalendosi verso l’umanità nel suo complesso, che nel migliore dei casi tratta le scimmie con indulgente superiorità e nel peggiore le sfrutta barbaramente nei laboratori o le sevizia per puro e becero ludibrio. Considerata la varietà di angherie che i primati sono costretti a subire da parte di uomini rozzi, ignoranti e primitivi (a prescindere dalle firme sui completi e dal dosaggio dell’acqua di colonia), non richiede troppo sforzo alla pellicola conquistare l’empatia dello spettatore, che si ritrova a parteggiare per Cesare e i suoi cugini contro l’in-civiltà umana, sfruttatrice e corrotta in quasi tutte le sue espressioni.

Una regia funzionale alla storia riesce dove il genio di Tim Burton aveva fallito: l’insistenza sul particolare degli occhi (la cui lucentezza è sintomatica della crescita cognitiva delle scimmie), il motivo della finestra sul mondo che perseguita Cesare (tanto nella sua prima fase, segregato in un ambiente domestico, nella pace ovattata di una famiglia borghese; quanto nella seconda, rinchiuso in una cella striminzita e sporca, vessato dal custode del ricovero per primati), la sua conquista di una forma possibile di integrazione, nella consapevolezza che è l’unione a fare la forza. L’alba del pianeta delle scimmie è un crescendo costruito con cura, in cui ogni progresso narrativo scaturisce logicamente dai suoi presupposti. E a differenza del diretto rivale al botteghino che è il Super 8 di J.J. Abrams, tanto atteso quanto deludente, non fa del citazionismo la sua intrinseca ragion d’essere, pur omaggiando la nutrita tradizione fantascientifica che ha ordito l’iconografia del primate (dalla tribù primitiva di 2001: Odissea nello Spazio alla propagazione del contagio mutuata dallo scioglimento de L’esercito delle 12 scimmie, passando per Project X e King Kong), ma presta la necessaria attenzione ai momenti-chiave del climax, tra cui la rivincita di Cesare sulle scimmie, il suo rifiuto delle regole degli uomini e la rivalsa finale sull’umanità.

Non sorprende l’efficacia del risultato finale, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gli sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver hanno all’attivo un titolo come Relic, tutt’altro che memorabile. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e hanno deciso di unire le forze per saldare il conto in questo film. Avvalendosi del contributo del direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi sempre al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e con Andy Serkis, che già aveva esaltato la propria abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, e qui presta le movenze al capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di David Oyelowo).

Ma a uscire maggiormente rafforzata è la visione di una dinamica evolutiva che, in un panorama culturale sempre più minacciato da manie oscurantiste e dogmi religiosi, riesce a caricare di un secondo livello di lettura lo slogan che ha accompagnato il lancio del film nelle sale: L’evoluzione diverrà rivoluzione.

Con le immagini genuinamente apocalittiche di San Francisco messa a ferro e fuoco dalla guerriglia delle scimmie ancora impressa sulle retine, la domanda che mi perseguita a 48 ore dalla visione resta ossessiva: possibile che uno scimpanzé possa arrivare a concepire una ribellione così credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (lo dimostrano i 418 milioni di dollari fin qui incassati, a fronte di un budget di 93 milioni), e noi umani continuiamo ad accettare passivamente le regole delle banche, lo strapotere delle multinazionali, l’arroganza dei nostri governanti e tutte le altre prove quotidiane della stupidità dei nostri simili? Ma questa ne chiama a sua volta un’altra, in un beffardo gioco di echi: chi sarebbe disposto oggi a lasciarsi sedurre da un messaggio ambientalista tanto radicale e tranciante? E così l’augurio è che L’alba del pianeta delle scimmie lo vedano soprattutto i bambini, a frotte. Forse il vero segreto del successo di Cesare risiede proprio nella scelta del nemico: non degli esseri umani, ma dei simulacri, dei replicanti, dei burattini - automi privi di coscienza e ripuliti di ogni barlume di umanità. Data la nostra pochezza, non si può non gioire dell’esito della sua rivoluzione: pur nella sua apocalittica brutalità, spazzare via una società moribonda è una prospettiva di gran lunga migliore per il pianeta e il genere umano rispetto al ristagno culturale e umano nelle cui sabbie mobili stiamo sprofondando ogni giorno di più. Riscrivere le regole, insomma, per ripartire. Possibilmente in pace con i nostri cugini primati e in equilibrio con la natura.

La ripresa

Posted on Ottobre 10th, 2011 in Criptogrammi, Fantascienza | No Comments »

Notizie come quella della scorsa settimana hanno un impatto che si ripercuote al di là dello shock del momento. La presenza di Curtoni era per chiunque facesse questo mestiere (come scrittore o come critico) un punto fermo, un riferimento assoluto con cui fare i conti e confrontarsi, una fonte da cui trarre un flusso continuo d’insegnamenti. Ma come scrive Harlan Ellison in un bel messaggio commemorativo a Silvio Sosio: “If you do one-tenth as excellent a job editing as he did“, avrai fatto il tuo dovere.

E quindi la ripresa è un dovere che ci accomuna tutti. Non che la fantascienza necessiti del mio singolo lavoro per scongiurare l’estinzione. Ma il contributo di ciascuno di noi è importante quanto quello di chiunque altro. Mi piacerebbe che oggi tutti ci fermassimo due minuti - non di più - a riflettere sul nostro ruolo nell’ordine delle cose. Perché quello che la fantascienza (e in senso più ampio il fantastico, e - guardando ancora un po’ più in là oltre l’orizzonte - il genere in senso lato) sarà domani dipenderà anche da quello che noi realizzeremo nel frattempo. A partire proprio da oggi.

Cominciando a interrogarci consapevolmente su questo, eviteremo forse di farci cogliere alla sprovvista quando sarà tempo di consuntivi. Forse non eviteremo il destino dello sventurato ritratto da Festino nella stupenda copertina riprodotta qui sopra (una delle mie preferite tra quelle di Robot), ma ci risparmieremo se non altro la sorpresa. Ed è un principio che sicuramente vale al di là della fantascienza, e che non sarebbe difficile estendere alla vita, all’universo e a tutto il resto.

Diamoci da fare, insomma. Rimbocchiamoci le maniche. Tutto ciò che dobbiamo prefiggerci di riuscire a fare, è un lavoro che sia una frazione infinitesima di ciò che Vic ci ha regalato, con una passione che magari sia una frazione infinitesima di quella di Ernesto. Lo dobbiamo prima di tutto a loro. E questo lo dico prima che a chiunque altri a me stesso. Un proposito per il futuro, con applicazione immediata.

In ricordo di Vic

Posted on Ottobre 4th, 2011 in Fantascienza, ROSTA | 2 Comments »

Quando ci siamo sentiti domenica pomeriggio, il Vic mi è sembrato quello di sempre: malgrado l’inevitabile affaticamento (reduce da un intervento al fegato lo scorso luglio) era pronto a combattere ancora una volta. Ormai ci era abituato. Attendeva i risultati degli ultimi esami che gli avrebbero confermato o meno un nuovo ciclo di chemioterapia. Oggi avrebbe dovuto sottoporsi a quella chemio, ma purtroppo Vic è stato stroncato da un infarto. Un destino infame ha deciso di lasciarci tutti orfani.

Del suo valore e della sua importanza Silvio Sosio ha tracciato un partecipato elogio nel suo articolo per Fantascienza.com. Giuseppe Lippi, suo compagno in tante imprese, lo ha ricordato su Urania BlogVittorio Curtoni (per gli amici semplicemente Vic) è stato, è ancora adesso e resterà a lungo la personificazione della fantascienza in Italia, la sua quintessenza. Scrittore, traduttore, critico militante, curatore, animatore e prima di tutto appassionato ed esperto, nella sua vita ha mischiato ogni forma di applicazione al fantastico. Nei brevi minuti della nostra ultima conversazione domenicale ha trovato come sempre il modo per concentrare un distillato delle sue ultime visioni e re-visioni (Super 8, The Truman Show), esperienze di scrittura (l’antologia appena uscita per Odissea Fantascienza, un romanzo in corso di stesura e che purtroppo resta incompiuto), proiezioni (a proposito del “grano” che foraggia il remake di Blade Runner e del bisogno di idee che avrebbe invece la fantascienza oggi) ed estrapolazioni (la sua proposta ai medici piacentini di installargli una cerniera apribile a piacimento per poter accedere all’occorrenza agli organi interni che avessero bisogno di una messa a punto). Un misto di ironia e coraggio, che per qualcuno poteva sembrare spavalderia ma che a me ha sempre parlato con la voce di una saggezza stellare, se non proprio cosmica.

La capacità straordinaria del Vic consisteva nel trovare sempre un terreno comune di confronto con il suo interlocutore, su cui innestare le sue trovate mirabolanti o da cui derivare un qualche aneddoto. Lo scorso novembre, quando andai a trovarlo a Piacenza, fui ospite suo e di sua moglie per uno splendido pomeriggio. Altro che gap generazionale… Mi avvicinai con un certo timore reverenziale (sebbene lo avessi incontrato altre tre o quattro volte in precedenza, in occasione di convention e dell’ultima delle sue leggendarie cene piacentine), come si addice a uno sbarbatello che va a far visita a un mito vivente, e lui e Lucia mi misero subito a mio agio come se fossi uno di casa. Curtoni mi raccontò ovviamente i retroscena del lavoro di curatore e quelli del mestiere di traduttore, i suoi programmi da “scrittore ritrovato”, alcune idee sensazionali da sfruttare per la sua rubrica sul quotidiano “Libertà” occasionalmente dedicata alle previsioni per il nuovo anno, le tonnellate di vecchi film che era stato costretto (a volte piacevolmente, a volte meno) a sorbirsi durante la convalescenza, tutti archiviati nell’hard-disk che aveva ribattezzato “il Bambino”, uno scrigno di capolavori e titoli improbabili. Parlammo del connettivismo (dopotutto con Next International lo avevamo indicato esplicitamente tra i nostri padri ispiratori) e lui mi raccontò il suo primo contatto con il fantastico, di ritorno in bicicletta da uno spettacolo serale al cinema, attraverso la campagna immersa nella notte, sotto un cielo stellato… Gli avevo portato qualche film, un paio di libri e lui mi disse che non poteva lasciarmi andare via a mani vuote. Si avvicinò alla sua libreria, ne cacciò una pila di Robot prima serie e disse di sceglierne qualcuno che mi mancasse. Consigliato da lui stesso ne presi tre, i Robot prima serie meglio conservati che possa mostrare sui miei scaffali. Poi finimmo in cucina a parlare di miscele di caffè e telefilm.

Robot. E’ stato dal primo contatto con questa rivista che ho preso consapevolezza di quello che la fantascienza poteva davvero rappresentare, in ogni sua declinazione, dal popolare allo sperimentale, dall’alto al basso, alternando toni umoristici, scanzonati, divulgativi, precisi e documentati. Un mix esplosivo, del tipo ad altissimo potenziale che si poteva distillare solo dalla linfa creativa di un genio come lui. Ricorderò come una delle soddisfazioni più grandi - non solo della mia carriera di scrittore - l’attestato del Premio Robot che presi dalle sue mani nel 2005. Sentivo quel momento come il coronamento di un sogno, forse in maniera un po’ irrazionale. Oggi, rileggendo le parole che Valerio Evangelisti (suo grande amico) ha usato nell’introduzione all’antologia di cui parlavo prima (Bianco su nero e altre storie, cercatela in libreria), capisco perché. Era stato il riconoscimento da parte dell’uomo che aveva fondato e condotto per tanti anni il regno dell’immaginario fantastico in Italia, dettando implicitamente un codice, imponendo un termine di paragone con cui chiunque si avvicinasse al genere non poteva non confrontarsi. Senza mai smarrire l’essenza della propria umanità.

Non il miglior sovrano possibile. Il migliore in assoluto.

[Foto di Iguana Jo, via Flickr.]

Buone ragioni per leggere Toxic@

Posted on Settembre 19th, 2011 in Fantascienza, ROSTA | 6 Comments »

Perché dovreste prendere il nuovo libro di Dario Tonani, prima della fine di settembre? Vediamo un po’…

• Se avete già letto Infect@, per sapere come vanno a finire nel 2032 Montorsi, Mushmar e la Milano cartoonizzata.

• Se avete letto L’algoritmo bianco, perché ormai sapete come scrive Dario, ma sapete anche che non potete prevedere cosa vi aspetta.

• Se non avete letto né l’uno né l’altro, perché può essere l’occasione giusta per scoprire un grande autore e il suo futuro allucinato e pericoloso.

• Se non leggete fantascienza, per scoprire cosa può fare la fantascienza nelle mani giuste.

• Se non leggete e basta, per la copertina di Franco Brambilla e l’illustrazione interna di Giuseppe Festino.

• Se siete indecisi, perché c’è un personaggio che si accompagna a un Homer Simpson triste e malinconico, che si chiama Guido De Matteis ed è la versione scimmiata da +toon del blogger scrivente (in altre parole, Dario Tonani mi ha tuckerizzato e per me è la prima volta… e per questo mi sento strano).

• Se questo ancora non vi basta, perché ci sono tanti cartoni coinvolti in usi nuovi e specifici, una sana dose di ultraviolenza, e un oceano semi-senziente di magma formato da residui di cartoon e placente, in cui si muovono forme frattali e che è capace di trasmettere i pensieri e mostrare cose che accadono a distanza, nello spazio e nel tempo…

• Se siete arrivati fin qui, allora forse potrebbe valere la pena che vi leggiate la recensione. Su Fantascienza.com.

Il sindacato dei poliziotti yiddish

Posted on Settembre 13th, 2011 in Fantascienza, ROSTA | 2 Comments »

Sul nuovo numero di Delos, un mio intervento sul pluripremiato hard-boiled ucronico di Michael Chabon: Il sindacato dei poliziotti yiddish. Leggetelo subito dopo lo speciale dedicato all’attesissimo ritorno editoriale di Vittorio Curtoni (che, se mi è dato fare i conti nel modo giusto, sarà seguito nei prossimi mesi da altre attesissime novità), l’intervista a Dario Tonani (in occasione dell’uscita di Toxic@, attualmente in - gustosa - lettura) e il racconto di Giancarlo Manfredi, per citare solo alcuni punti di un sommario quanto mai ricco.

Sbarcano gli alieni. La Chiesa riscrive la Bibbia

Posted on Agosto 6th, 2011 in Fantascienza, Graffiti | 1 Comment »

Quello che merita più attenzione di tutta la campagna virale adottata per il lancio del primo film di Gipi (qui analizzata da Aldo Grasso per Corriere.it) è forse il focus sulle reazioni dell’apparato ecclesiastico.

Indirettamente - e con una certa cattiveria - il finto servizio del Tg3 mette a nudo con un’abile trovata satirica la spropositata influenza esercitata dal Vaticano sull’opinione pubblica del Belpaese, violandone di continuo la laicità nominale. Siamo ormai tutti abituati allo spazio dedicato dagli organi di informazione alla Chiesa, ma siamo sicuramente meno consapevoli dell’abuso che questa consuetudine rappresenta.

La rappresentazione del fenomeno in questo video virale non farà forse aprire gli occhi alla maggioranza degli elettori la prossima volta che dovessero pronunciarsi su staminali e procreazione assistita, ma lascia ai posteri un documento di una certa rilevanza comunicativa.

La stella di Ratner

Posted on Maggio 14th, 2011 in Fantascienza, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Serendipità. Ogni tanto, una sorpresa non guasta. Specie se bella come questa. Entrando in libreria stamattina, dopo aver chiuso in nottata la prima stesura di Corpi spenti, mi sono imbattuto per prima cosa in una pila del «nuovo romanzo» di Don DeLilloLa stella di Ratner è la prima edizione italiana di Ratner’s Star, libro di culto del maestro newyorkese, pubblicato per la prima volta nel 1976 e finora mai tradotto qui da noi. Rappresenta pertanto un evento, specie per quelli che come il sottoscritto hanno avuto modo di maturare negli anni una venerazione per questo scrittore capace di interpolare le istantanee del nostro passato per proiettare l’umanità verso scenari futuri tra i più credibili e angoscianti.

Dal risvolto di copertina, che non teme di citare la pericolosa parola:

Qualche anno più tardi, tentando di spiegarne il segreto, lo stesso DeLillo dirà: «Ho provato a scrivere un romanzo che non solo avesse la matematica tra i suoi argomenti, ma che, in un certo senso, fosse esso stesso matematica. Doveva incarnare un modello, un ordine, un’armonia: che in fondo è uno dei tradizionali obiettivi della matematica pura». Un libro, in altri termini, in cui la forma e la teorizzazione della forma coincidono con il contenuto: in cui gli opposti si riversano l’uno nell’altro in una fuga senza fine, come in un nastro di Möbius o nel simbolo dell’infinito. E tutto ciò DeLillo lo fa con una versione postmoderna di Alice nel paese delle meraviglie (richiamata fin dai titoli delle due parti del romanzo: Avventure e Riflessi), costruendo un testo che riesce a essere al medesimo tempo un concentrato di humour, una satira delle umane, universali ambizioni e dei moderni fallimenti tecnico-burocratici, un «ritratto d’artista» e un romanzo di formazione. Ma forse la migliore descrizione della Stella di Ratner è racchiusa fra le pagine del libro: «un romanzo sperimentale, un’allegoria, una geografia lunare, una magistrale autobiografia, un criptico trattato scientifico, un’opera di fantascienza».

Ne riparleremo.

Out of this World

Posted on Maggio 14th, 2011 in Fantascienza, Graffiti | 1 Comment »

In occasione dell’apertura della mostra Out of this World alla British Library, il Guardian ha dedicato uno speciale alla fantascienza, chiedendo a un buon numero di maestri giovani o meno giovani ma ancora in attività di indicare la loro opera di genere preferita. Il dossier di oggi è stato anticipato da un intervento di Iain M. Banks, che prende la scia di Ursula K. LeGuin (che la settimana scorsa aveva recensito per le pagine del quotidiano britannico l’ultimo lavoro di China Miéville, Embassytown) per imbastire una difesa e una celebrazione della fantascienza.

L’articolo di Banks si focalizza sulla peculiarità della SF, suffragando la riflessione, molto cara da queste parti, che il nostro sia un genere predisposto a innesti esterni e ibridazioni, ma provvisto di una solida storia alle spalle che rende particolarmente rischiosa ogni velleità di imitazione.

The point is that science fiction is a dialogue, a process. All writing is, in a sense; a writer will read something – perhaps something quite famous, even a classic – and think “But what if it had been done this way instead . . . ?” And, standing on the shoulders of that particular giant, write something initially similar but developmentally different, so that the field evolves and further twists and turns are added to how stories are told as well as to the expectations and the knowledge of pre-existing literary patterns readers bring to those stories. Science fiction has its own history, its own legacy of what’s been done, what’s been superseded, what’s so much part of the furniture it’s practically part of the fabric now, what’s become no more than a joke . . . and so on. It’s just plain foolish, as well as comically arrogant, to ignore all this, to fail to do the most basic research. In a literature so concerned with social as well as technical innovation, with the effects of change – incremental as well as abrupt – on individual humans and humanity as whole, this is a grievous, fundamentally hubristic mistake to commit.

[Immagine di Michael Buhler: Vision of the future... detail from UFO over the City, 1980 (olio su tela).]

Alieni delle nevi

Posted on Aprile 27th, 2011 in Fantascienza, Graffiti | No Comments »

L’ultimo video virale arriva dalla Siberia e ha un sapore molto fortiano, sotto la pelle di pollo usata per confezionare la notizia. Scommettiamo che farà il giro delle testate nazionali? Il ritrovamento di un minuscolo cadavere alieno tra i ghiacci della steppa non può passare inosservato. Dopotutto, ha già collezionato quasi 8 milioni di clic su YouTube, nel momento in cui scrivo.

Per la spiegazione del mistero, invece, fate un salto qui.