Il furto del futuro
Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | No Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.
Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione
pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.
Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.
Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.
Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).
Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei panni
del protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.
Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.




Finalmente una bella sorpresa al cinema! Dopo l’era dei sequel infiniti e dei remake, sembrerebbe che Hollywood sia entrata in una nuova stagione, con i reboot di franchise storiche. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di
budget rappresentano prima di tutto un rischio, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, ma con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).
Non sorprende l’efficacia del risultato finale, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gli sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver hanno all’attivo un titolo come Relic, tutt’altro che memorabile. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e hanno deciso di unire le forze per saldare il conto in questo film. Avvalendosi del contributo del direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi sempre al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e con Andy Serkis, che già aveva esaltato la propria abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, e qui presta le movenze al capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di
scimmie ancora impressa sulle retine, la domanda che mi perseguita a 48 ore dalla visione resta ossessiva: possibile che uno scimpanzé possa arrivare a concepire una ribellione così credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (lo dimostrano i 418 milioni di dollari fin qui
Notizie come 
interlocutore, su cui innestare le sue trovate mirabolanti o da cui derivare un qualche aneddoto. Lo scorso novembre, quando andai a trovarlo a Piacenza, fui ospite suo e di sua moglie per uno splendido pomeriggio. Altro che gap generazionale… Mi avvicinai con un certo timore reverenziale (sebbene lo avessi incontrato altre tre o quattro volte in precedenza, in occasione di convention e dell’ultima delle sue leggendarie cene piacentine), come si addice a uno sbarbatello che va a far visita a un mito vivente, e lui e Lucia mi misero subito a mio agio come se fossi uno di casa. Curtoni mi raccontò ovviamente i retroscena del lavoro di curatore e quelli del mestiere di traduttore, i suoi programmi da “scrittore ritrovato”, alcune idee sensazionali da sfruttare per la sua rubrica sul quotidiano “Libertà” occasionalmente dedicata alle previsioni per il nuovo anno, le tonnellate di vecchi film che era stato costretto (a volte piacevolmente, a volte meno) a sorbirsi durante la convalescenza, tutti archiviati nell’hard-disk che aveva ribattezzato “il Bambino”, uno scrigno di capolavori e titoli improbabili. Parlammo del connettivismo (dopotutto con Next International lo avevamo indicato esplicitamente tra i nostri padri ispiratori) e lui mi raccontò il suo primo contatto con il fantastico, di ritorno in bicicletta da uno spettacolo serale al cinema, attraverso la campagna immersa nella notte, sotto un cielo stellato… Gli avevo portato qualche film, un paio di libri e lui mi disse che non poteva lasciarmi andare via a mani vuote. Si avvicinò alla sua libreria, ne cacciò una pila di Robot prima serie e disse di sceglierne qualcuno che mi mancasse. Consigliato da lui stesso ne presi tre, i Robot prima serie meglio conservati che possa mostrare sui miei scaffali. Poi finimmo in cucina a parlare di miscele di caffè e telefilm.
Robot. E’ stato dal primo contatto con questa rivista che ho preso consapevolezza di quello che la fantascienza poteva davvero rappresentare, in ogni sua declinazione, dal popolare allo sperimentale, dall’alto al basso, alternando toni umoristici, scanzonati, divulgativi, precisi e documentati. Un mix esplosivo, del tipo ad altissimo potenziale che si poteva distillare solo dalla linfa creativa di un genio come lui. Ricorderò come una delle soddisfazioni più grandi - non solo della mia carriera di scrittore - l’attestato del Premio Robot che presi dalle sue mani nel 2005. Sentivo quel momento come il coronamento di un sogno, forse in maniera un po’ irrazionale. Oggi, rileggendo le parole che Valerio Evangelisti (suo grande amico) ha usato nell’





