Archive for the ‘Fantascienza’ Category

L’uomo d’acciaio

Posted on Giugno 23rd, 2013 in Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Diversamente da Bill non sono mai stato un fan dell’eroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, forse il supereroe per eccellenza. Il problema con i supereroi è riuscire a innescare quell’affinità empatica che consente di superare la difficile barriera della sospensione dell’incredulità. Che poi è il problema tipico di ogni storia, ma nel caso dei supereroi eleva - oltre alle responsabilità che derivano dai poteri - anche la barriera da scavalcare. Nel mio caso hanno sempre avuto gioco facile altri personaggi, che a torto o a ragione sono andato giudicando come provvisti di maggiori sfumature, e pertanto di più promettenti risorse narrative da esplorare: Capitan America (soprattutto nel suo rapporto post-11 settembre con Nick Fury e il resto della comunità supereroistica targata Marvel), Wolverine e gli X-Men, Silver Surfer (più che i Fantastici 4), e in casa DC ovviamente Batman (forse ancora di più attraverso gli occhi degli sbirri di Gotham Central). Ma soprattutto il mio interessamento  per il genere deve molto (se non proprio tutto) alla prospettiva introdotta da Alan Moore con quel capolavoro postmoderno che è Watchmen. E dopo aver apprezzato tanto la trasposizione cinematografica di Zack Snyder (ne parlammo diffusamente su Urania Blog e su queste stesse pagine) quanto la reinterpretazione in chiave ultra-dark del Cavaliere Oscuro fornita da Christopher Nolan, ho deciso di dare una possibilità anche a Man of Steel, che si avvale della stessa compagine produttiva responsabile del successo planetario delle Dark Knight chronicles.

E, contrariamente all’opinione più diffusa che mi è capitato di leggere in giro in questi giorni, il film mi ha lasciato un senso di soddisfazione che confesso di non essermi per nulla aspettato a scatola chiusa. Ma procediamo con ordine.

Superman è con Lanterna Verde il più fantascientifico dei personaggi di punta della DC: incarna nelle sue origini quel senso del meraviglioso tipico delle avventure spaziali della Golden Age, un fattore che in prima battuta me lo ha reso da sempre poco credibile. In altre parole Superman mi sembrava molto poco congeniale a ispirare storie capaci di far riflettere sul nostro tempo. Un po’ un paradosso, a ben guardare. Per certi versi è l’equivalente di Iron Man, ma mentre quest’ultimo si presenta come la quintessenza del capitalismo tecnologico, Superman resta ancorato a un immaginario in qualche modo datato. Il parallelo tra le due figure regge anche se andiamo ad analizzare il processo di svecchiamento del canone operato dalle scritture fumettistiche e cinematografiche che li hanno coinvolti in questi ultimi anni. Così come Iron Man vede sottolineata la propria natura di cyborg fin dal lavoro svolto da Warren Ellis sulla miniserie Extremis, ben prima del boom cinematografico propiziato dal talento istrionico di Robert Downey Jr, l’Uomo d’Acciaio affronta in questa pellicola un’autentica opera di rivalutazione delle sue origini kryptoniane: senza spoilerare, basti dire che l’estetica dark e un provvidenziale upgrade tecnologico rendono Krypton e la sua società un mondo credibilmente alieno.

Man of Steel ripercorre la genesi del personaggio, dal salvataggio del neonato Kal-El grazie al sacrificio paterno (Jor-El è qui personificato, in carne e pixel, da Russell Crowe), fino alla sua rivelazione all’America e al resto del mondo. Snyder opta per una narrazione felicemente destrutturata per quasi metà della pellicola, alternando i diversi tempi della vita di Clark Kent (Henry Cavill), dall’infanzia a Smallville, Kansas (nel cuore rurale d’America) alla scoperta della Fortezza della Solitudine tra i ghiacci artici. Dopo il prologo concitato (e visivamente a volte confusionario) su Krypton, diversi momenti riusciti (l’unica scena che le viene riservata, per esempio, è giostrata con grande bravura da Diane Lane; il continuo confronto del giovane Clark con il padre adottivo interpretato da Kevin Costner costruisce bene la psicologia del futuro Superman; il confronto dell’uomo venuto da Krypton con la natura della Terra ci regala diverse scene d’impatto), intercalati da qualche scivolone al limite della comicità involontaria (a esser generosi l’Uomo d’Acciaio e i suoi primi maldestri tentativi di prendere confidenza con i poteri stridono un po’ con la voce che pontifica fuori campo), ci conducono alla svolta della pellicola: l’arrivo nell’orbita terrestre di una nave kryptoniana capitanata dal generale ribelle Zod (Michael Shannon), a capo degli ultimi superstiti della sua specie, accidentalmente scampati in un carcere spaziale al cataclisma che ha portato alla distruzione del pianeta natale. Kal-El è arrivato sulla Terra con l’ultimo reperto in grado di rigenerare il suo popolo e Zod è intenzionato a entrarne in possesso, per ripopolare una Terra riplasmata a immagine e somiglianza di Krypton.

Qui nel frattempo la sceneggiatura lascia sgocciolare un altro po’ di acqua, sia per quanto riguarda la funzione originaria della Fortezza della Solitudine, sia per la gestione dei personaggi: tanto la proiezione della coscienza di Jor-El quanto il ruolo della reporter Lois Lane (Amy Adams) nei piani degli invasori sembrano pensati esclusivamente per assolvere alla funzione di deus-ex-machina al servizio del protagonista. Ma se David S. Goyer si conferma non impeccabile nell’amministrare lo script, Snyder cerca di metterci una toppa come meglio può: spingendo il pedale dell’acceleratore fino in fondo. Gli scontri dell’uomo d’acciaio con i kryptoniani ribelli raggiungono apici parossistici e tengono incollati alla poltrona. Una menzione di merito tra i cattivi va ad Antje Traue, nei panni - ahem… nella tuta bionica, che in qualche modo richiama l’estetica dei Necromonger di Chronicles of Riddick - di Faora, luogotenente e braccio destro di Zod. E un altro punto a favore del film è senz’altro l’arma finale (che poi nemmeno sarebbe un’arma, ma assolve benissimo allo scopo) nelle mani dei conquistatori. Snyder tira fuori dal cappello una scena onirica di impatto notevole a suggellare il primo incontro tra Zod e l’Uomo d’Acciaio e un’invenzione autoreferenziale ma efficace la prima volta che nel film viene fatto il nome di Superman. Il resto è ordinaria amministrazione.

Ma tra macchine terraformanti, intelligenze artificiali e nanotecnologie, L’uomo d’acciaio compie a tutti gli effetti un aggiornamento tencologico del mito, regalandoci un personaggio che, malgrado le aspirazioni a un’umanità ordinaria, è soprattutto un alieno mutante, con tutte le complicazioni che la condizione comporta. E carica la storia di una valenza etica ben rappresentata nel dilemma di Superman davanti alla scelta tra il legame con Krypton e la vita degli innocenti minacciati da Zod, l’ultimo della sua stirpe. Lasciandoci comunque con degli interrogativi in sospeso:

1. Come mai la kryptonite - ormai proverbiale nemesi dell’uomo d’acciaio - viene sfruttata in maniera solo marginale?

2. Dopo lo sdoganamento di Cloverfield, quando si stancherà Hollywood di trasformare la Grande Mela (che si chiami New York, Gotham City o Metropolis il succo non cambia) in un campo di battaglia? L’anno scorso ci avevano provato - abbastanza insensatamente - The Avengers, quest’anno la DC Entertainment ha voluto pareggiare a tutti i costi i conti con i Marvel Studios.

3. Era proprio necessaria la ventata di patriottismo finale?

Se anche Man of Steel dovesse rimanere senza un seguito (per altro già annunciato dalla Warner Bros dalle pagine del Wall Street Journal, forse addirittura già per il 2014), si tratta di quesiti con cui riusciremo a convivere.

Chiusura sui contributi tecnici. I veterani Amir Mokri e David Brenner, nei rispettivi comparti (fotografia e montaggio), rendono alla pellicola i loro migliori servigi. Promossi i costumi del premio Oscar James Acheson in coppia con Michael Wilkinson. Sospensione di giudizio per il compositore tedesco Hans Zimmer, che pur asservendo la musica alle scene sembra non riuscire a trarre dallo spartito una personalità all’altezza delle aspettative sul personaggio e così non riesce a replicare i fasti di altre sue prove di ben altro spessore (pensiamo a Il GladiatoreIl Cavaliere OscuroInception). La prova alla sceneggiatura non lascia invece nutrire gli auspici migliori per la Warner, che aveva già siglato con Goyer un accordo per tre titoli. Il contratto, oltre alla presente pellicola, dovrebbe includere anche l’attesissimo sbarco al cinema della Justice League (ovvero la risposta DC agli Avengers). Buona fortuna!

Sull’orlo dell’universo conosciuto

Posted on Giugno 16th, 2013 in Fantascienza | No Comments »

Dove riecheggiano le sue risate. Lo sapete, Iain M. Banks non è più tra noi. Il 9 giugno scorso il cancro che gli era stato diagnosticato solo pochi mesi fa ha compiuto il suo corso. Nei giorni che sono seguiti, i media - non solo quelli legati al genere - hanno dedicato ampio risalto al ricordo di questo titano del nostro tempo, un gigante sulle cui spalle in molti avrebbero voluto trovare un posto per scrutare tanto lontano quanto il suo sguardo era solito spingersi.

Oltre al ricordo di Charles Stross sul suo blog, uno dei pezzi più interessanti è apparso ieri sul Guardian: è l’ultima intervista rilasciata da Banks a Stuart Kelly, un resoconto della loro chiacchierata in cui risalta il carattere eclettico, multiforme, poliedrico dell’autore e dell’intellettuale che convivevano nel suo involucro umano, una custodia intrisa di uno spirito vivace, in grado di illuminare il mondo con una risata. Nel corso della conversazione con Kelly, Banks spazia dalla sua ultima opera (il romanzo The Quarry, che per uno strano scherzo del destino affronta proprio il tema della morte per cancro del protagonista) al ciclo della Cultura, dalla politica interna a quella internazionale, dalla poesia alla musica. L’articolo merita di essere letto nella sua interezza, ne riporto qui di seguito solo un brevissimo passaggio (traduzione mia, abbiate pazienza):

Mentre ci dirigiamo verso la porta, Banks riesce a piazzare a sorpresa un contropiede finale: “Sai che conosco cos’ha provocato il cancro?” Penso di aver fatto una faccia come quella di Macaulay Culkin in Mamma ho perso l’aereo. “Un raggio cosmico”, dice. “Non sopporterò obiezioni; è stata una particella ad alta energia. Una stella è esplosa centinaia o migliaia di anni fa e da allora un raggio cosmico - un brutto proiettile magico con sopra inciso il mio nome, per citare Ken [MacLeod, NdR] - si è diretto verso il momento in cui ha colpito una delle mie cellule, innescando una mutazione. È un’uscita di scena degna di un autore di fantascienza; niente a che vedere con un banale errore di trascrizione [genetica, NdR]“. Poi arriva il momento che stavo temendo… ma lui invece dice: “Alla prossima”.

Su io9 Annalee Newitz ha voluto onorare la memoria di Banks riportando, a beneficio di tutti, 11 regole sulla scrittura tratte dal suo lavoro, un’eredità preziosa lasciata a tutti noi. La mia regola preferita è la numero 2: l’Utopia non è mai perfetta.

“La Cultura è la mia idea di utopia.  È una pura avverazione del mio desiderio. Questa società si regge sulla volontà di fare del bene… a differenza del capitalismo, che si fonda sull’impulso a sfruttare”, dichiarava Banks all’Independent nel 2008. L’opera di Banks ci permette di riflettere significativamente sul futuro dell’umanità proprio perché non perde di vista quanto ci rende umani: il conflitto e il compresso. Sebbene la Cultura sia un’Utopia, è anche popolata di gente disposta a giocarsi la vita, di maniaci genocidi, di schiavisti, e di Menti il cui divertimento principale scaturisce dalla distruzione ad alta velocità. È lo sforzo di conservare una civiltà democratica ed egualitaria che rende credibile la Cultura. L’Utopia non è una condizione stabile. È un mondo precario, in continuo cambiamento e pieno di problemi che potrebbero non essere mai completamente risolti”.

Anche il fatto che Banks non abbia potuto e voluto scrivere una parola definitiva sul suo universo narrativo più complesso, dopotutto, può essere letto come parte integrante della poetica di questo autore senza pari. Arrivederci nell’Eccessione, El Bonko.

Uccidere Novikov. Ancora. E ancora…

Posted on Giugno 5th, 2013 in Fantascienza, ROSTA, Transizioni | No Comments »

Prendo in prestito il titolo del post da un gioco balenatomi in mente pensando al principio di autoconsistenza di Novikov. Non mi sembra di averne ancora parlato, pur avendolo citato in questa segnalazione di qualche tempo fa. Si tratta in sostanza di una soluzione (o un rimedio) al paradosso del nonno e nasce dall’intenzione del fisico russo Igor Dmitriyevich Novikov di escogitare un risparmio - energetico e concettuale - rispetto alle soluzioni proposte dalle teorie basate sul multiverso, che prevedono dimensioni parallele per sciogliere i nodi di questo e altri paradossi legati ai viaggi nel tempo.

Il principio di autoconsistenza postula che il passato sia immutabile. E che in un loop temporale chiuso gli eventi non sono determinati solo dal passato, ma anche dal futuro: in altre parole, qualsiasi evento è già accaduto, in quanto risultato logico e necessario della concatenazione di eventi che, nel passato e nel futuro, ha concorso al suo verificarsi.

Il gioco del titolo quindi scaturisce dall’impossibilità di modificare il passato. E pertanto dall’inutilità di qualsiasi tentativo di inviare sicari dal futuro per impedirne la formulazione da parte di Novikov.

Ma veniamo a noi. Mi sono dilungato sull’argomento perché, in effetti, in chiusura di quel post proponevo un esercizio: cercare di posizionare Timecop, film del 1994 con Jean-Claude Van Damme, diretto da Peter Hyams e prodotto da Sam Raimi, nel diagramma di flusso che vi segnalavo. Io lo avrei collocato esattamente a valle del blocco di controllo sul principio di Novikov, nel caso in cui la condizione non sia soddisfatta.

A quanto pare nei giorni scorsi la Universal ha confermato il suo interesse per un remake del film. Probabilmente senza coinvolgere nessuno degli autori originari, né Van Damme.

Speriamo che questa volta almeno ci spieghino come facevano Max Walker e colleghi, ogni volta, a partire in una capsula di lancio e approdare nell’epoca di destinazione a piedi. E, soprattutto, come ogni volta riuscissero a trovare la strada per tornare nel tempo di partenza. Ma speriamo anche che non riducano il tutto a un film sull’autostop temporale.

La luce di Lanterna Verde splende su Blade Runner 2

Posted on Giugno 4th, 2013 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Intanto, sul fronte delle colonie extra-mondo, qualcosa torna a muoversi

Sebbene per quanto mi riguarda Blade Runner un seguito eccellente l’ha già avuto, nel videogioco ufficiale dei Westwood Studios.

Oltre la World SF Italia: quale futuro per la SF italiana?

Posted on Maggio 20th, 2013 in Fantascienza | No Comments »

A tre giorni dall’inizio della 39sima Italcon, ospitata nel più ampio contenitore della XXVII edizione della Sticcon, in programma dal 23 al 26 maggio nella confortevole location romagnola di Bellaria (a questo indirizzo tutti i dettagli della manifestazione, che vedrà anche noi connettivisti impegnati nell’annuale NextCon con una ricca offerta letteraria incentrata sui recenti sviluppi del movimento), è apparsa oggi su Fantascienza.com una proposta di evoluzione della World SF Italia, l’associazione che unisce gli operatori del settore in Italia: scrittori, critici, traduttori, editori, artisti. L’idea di rinnovamento è stata elaborata da Silvio Sosio, curatore di Fantascienza.com, Odissea Fantascienza e Robot, editore della Delos Books, per farla breve uno dei punti cardinali del genere in Italia, e per i dettagli non posso che rimandarvi all’articolo in questione, che sta già facendo molto discutere.

Per affrontare l’argomento, in effetti, la sede ideale è il thread che si sta sviluppando sul Ten Forward, con contributi per lo più possibilisti se non proprio entusiastici di fronte all’idea di riformare quello che è l’organo centrale della fantascienza in Italia, che specie a partire dalla scomparsa di Ernesto Vegetti, per tanti anni sua autentica anima e motore primo di ogni sua iniziativa, ha visto il proprio ruolo un po’ ridimensionato, ridotto di fatto alla gestione dei premi (con una non proprio efficacissima duplicazione del Premio Italia nel Premio Sidera, attivo dallo scorso anno). Per capire meglio ciò che intendo, basta dare un’occhiata al suo sito, che non è altro che una facciata di transito verso il sito di voto del Premio Italia. Se non siete appassionati di fantascienza (nessuno è perfetto) questo post vi risulterà vacuo e incomprensibile, quindi siete autorizzati a passare oltre. Ma se non siete proprio prevenuti verso il genere, se gli riservate una possibilità di coinvolgimento, se di tanto in tanto vi concedete qualcosa di più di un blockbuster di fantascienza, magari un fumetto, oppure un libro, allora l’operato della World SF Italia è argomento che potrebbe riguardare anche voi. Perché la proposta di Sosio muove dall’idea di farne a tutti gli effetti un ente di promozione del genere in Italia, magari con qualche possibilità di incisione anche all’estero.

Personalmente concordo con l’idea di cambiargli nome (World SF Italia è tanto altisonante quanto ingannevole), come pure di recuperare il ruolo informativo che negli anni è stato assunto dai bollettini dell’Editrice Nord, dalle appendici di “Urania” dedicate all’attualità della fantascienza internazionale (superate nell’era della rete dal vantaggio strutturale di siti come Fantascienza.com), dalle rubriche di approfondimento di Futuro News (per qualche tempo). Per la generazione precedente la mia, in particolare, il Cosmo Informatore prima e Cosmo SF in seguito hanno assicurato un contatto con il fandom che ritengo nessun’altra esperienza, nemmeno grazie alle potenzialità del web, è stata in grado di replicare: uno sguardo a 360°, al di là degli steccati del proprio orticello o al massimo del proprio condominio, su quantoaccadeva nel settore, in Italia e all’estero. Certo, la visione poteva risultare Nord-centrica, ma in fondo era giustificato dallo scopo del bollettino, che era quello di tenere aggiornati gli appassionati di fantascienza iscritti all’albo dei lettori della Nord (non saprei come altro definirlo) sulle uscite della casa editrice. Ma spesso la rivista si spingeva oltre: con articoli di approfondimento che spaziavano dalla critica letteraria alle recensioni cinematografiche, segnalazione di titoli indipendenti dalla Nord, una panoramica sulle fanzine, notizie dai lettori, pagine di offerte di compravendita, concorsi di narrativa, etc. Ecco, penso di essere stato l’ultimo (se non l’unico) della mia generazione a poterne apprezzare le qualità, che rimpiango ancora adesso.

Certo, qualcuno potrà obiettare che molte di queste funzioni vengono svolte oggi appunto dal Corriere della Fantascienza, on-line, e da Robot, off-line. Però temo che i meccanismi perversi innescatisi negli anni, e deterioratisi sempre più nel tempo, abbiano portato alla prevalenza di un pregiudizio incrociato tra le molteplici - minuscole, talora settarie - microcomunità che a un certo punto hanno deciso di allontanarsi dalla vita del villaggio globale per perseguire sogni di autarchia nella giungla, informatica e non. Sarebbe ora di riportare i fuggiaschi - e tra i profughi mi ci metto anch’io - interessati a riaprire un dialogo (quelli per fortuna non sono mai mancati) in piazza, nell’agorà o se volete nel foro di questa città abbandonata, e ricostruire una comunità sulle sue macerie. Per farlo, occorre senz’altro un organo di garanzia, scollegato dalle diverse fazioni, e l’eventuale bollettino dell’organizzazione potrebbe assolvere a questo ruolo. Mi spingo oltre, rispetto alla proposta originaria di Silvio, ipotizzando un portale che funga da aggregatore di notizie (non dovrebbe dopotutto richiedere soluzioni tecniche insormontabili), integrato con l’imprescindibile Catalogo Vegetti, con un’area di discussione (che colga l’eredita della compianta Lista Yahoo! di Fantascienza) e infine un presidio efficace dei social network, da Facebook a Twitter. Perché la cosa possa funzionare, occorre naturalmente uno staff, e per comporlo si potrebbe attingere proprio alle diverse forze di cui sopra: un mix di amatori e professionisti del settore. Perché la cosa funzioni ovviamente occorre che ci sia la volontà di mettersi al servizio della comunità, ma senza questo presupposto da parte di tutti non credo che abbia nemmeno senso andare avanti con la proposta.

Se vogliamo uscire dai tempi bui in cui ci siamo infilati, questa potrebbe essere una strategia vincente per portare il genere a una sua visibilità in Italia: assicurando un’immagine che possa anche fungere da interfaccia con l’esterno, con il bacino dei potenziali appassionati, oltre che con i media. A garantire questa funzione, venuti meno purtroppo nel giro di pochissimi anni tanti (troppi) padri fondatori, colonne portanti della SF italiana, bisognerebbe rivolgersi a un corpo di ambasciatori, ma per fortuna sono convinto che le personalità titolate a farsi carico dell’onere non latitino. Il bollettino riassuntivo da inviare a casa, l’organizzazione efficace dei premi, sono al confronto attività di ordinaria amministrazione che potrebbero trarre enorme beneficio dal motore centrale: la nuova organizzazione in cui trasformare la World SF. Che si chiami Italia SF, Associazione Italiana di Fantascienza, Agenzia o altro, importa poco. Molto più importante sarà l’impegno dei volontari e l’investimento economico degli editori che decideranno di sostenere l’iniziativa.

Spero davvero che non ci si lasci scappare questa occasione, che ha tutta la somiglianza possibile con quell’ultimo treno in partenza dalla stazione che a ripetizione, non solo in questo settore, finora sembriamo esser stati sempre disposti a concederci il lusso di lasciarci scappare. Stavolta potrebbe essere l’ultimo per davvero.

Probabilmente, per chi è interessato a discuterne, la sede ideale per confrontarsi di persona sull’argomento - e forse votare sull’applicazione delle modifiche statutarie della World SF Italia che esso comporta - sarà venerdì sera nel corso della riunione annuale dei soci, che avrà luogo dalle 21.00 alle 23.00 presso il Centro Congressi Europeo di Bellaria (sala Babel).

Linee di flusso

Posted on Aprile 12th, 2013 in Fantascienza, Graffiti, Micro | 5 Comments »

Ho visto circolare questo diagramma sui soliti social network (l’ho scoperto grazie a Vanamonde). Ed era troppo bello per non condividerlo anche qui… C’è davvero tutto: il loop di causalità, il principio di autoconsistenza di Novikov, il multiverso, la premonizione. In una parola: stupefacente. Cliccate e godetevelo!

Dei film citati, personalmente ne ho visti 22. Mi metterò con piacere in cerca dei restanti.

Esercizio per casa: visto che non è menzionato, prendiamo un film abbastanza famoso e vediamo dove collocarlo nel diagramma di flusso del viaggio nel tempo. Voi dove lo mettereste Timecop di Peter Hyams (1994), con l’inossidabile Jean-Claude Van Damme?

The long slow goodbye of El Bonko

Posted on Aprile 8th, 2013 in Fantascienza | 3 Comments »

Per parafrasare il titolo di una canzone dei Queens of the Stone Age. La notizia sta facendo il giro della rete da qualche giorno, ma vista la sua natura “anticipatrice” non scadrà finché l’evento che annuncia non si sarà compiuto. E purtroppo, l’evento che annuncia non è per niente lieto: il pluripremiato, poliedrico, visionario, scrittore scozzese Iain M. Banks (raramente come nel suo caso l’iperaggettivazione si rivela limitata per esprimere la portata dell’opera di un autore) ha annunciato sulle pagine web del suo editore di avere ancora pochi mesi da vivere, a causa di un cancro allo stadio terminale.

La notizia è subito rimbalzata in lungo e in largo attraverso il cyberspazio, ripresa da Locus, io9, Tor.com e per l’Italia da Fantascienza.com. Essendo giunta a ridosso del 1° aprile, confesso di aver a lungo sperato che si trattasse di un macabro scherzo. E invece, come sappiamo, gli scherzi più macabri riesce sempre a giocarceli la vita.

Per puro caso e con la complicità dell’enciclopedica antologia dedicata da Piergiorgio Nicolazzini al Cyberpunk nelle Grandi Opere dell’Editrice Nord, Banks è stato uno dei primissimi autori di SF contemporanea che abbia letto. E l’annuncio mi ha raggiunto solo qualche giorno dopo aver attaccato la lettura de L’Impero di Azad (The Player of Games), il secondo capitolo della sua portentosa serie dedicata alla Cultura. Per una panoramica sul suo universo letterario, rivolgetevi pure alle sue note oppure alla selezione curata da Annalee Newitz per io9, che giustamente ricorda l’importanza di Banks nell’aver definito temi e prospettive entrate nel canone del genere: le civiltà postumane, l’interazione con le IA, la colonizzazione spaziale.

Ecco, se è vero che gli autori si lasciano dietro il corpus delle proprie opere, a duratura memoria del loro passaggio su questo pianeta, è altrettanto vero che bastano a volte pochi istanti per percepire la profondità umana di persona. Ho avuto la fortuna di incontrare Banks a Verona, qualche anno fa, quando insieme con Iguana Jo lo intervistammo per le pagine di Robot. E in quell’occasione davvero fortunata, saltato l’abboccamento per una Deepcon/Italcon che con la sua presenza avrebbe potuto rivelarsi memorabile, Banks riversò sulla platea aneddoti e retroscena del suo ciclo più famoso, tra i più ambiziosi affreschi mai tentati dalla fantascienza.

Magari si trova nelle vicinanze qualche Unità Generale di Contatto dal nome improbabile, come Arbitraria oppure Comportamento Flessibile, e qualche agente della Cultura ha già ricevuto l’incarico di tradurlo a bordo e riparare il suo corpo biologico. Ma se anche un giorno dovessi incontrare un tal Sun-Earther Iain El Bonko Banks of North Queensferry su un remoto Orbitale, e nonostante tutti i suoi libri che mi restano ancora da leggere, il senso di perdita è già forte. Con la sua dipartita, il mondo della fantascienza, ma non solo, sarà decisamente più povero.

I lettori che volessero lasciargli un messaggio, possono farlo tramite il sito web attivato a questo scopo: Banksophilia: Friends of Iain Banks. Quale modo migliore per tributare un omaggio a uno degli autori più influenti e rappresentativi del nostro immaginario contemporaneo?

[Foto di Iguana Jo, via Flickr. Dettagli dalle illustrazioni di Mark Salwowski per le copertine di Consider Phlebas e Excession.]

Cloud Atlas

Posted on Gennaio 26th, 2013 in Connettivismo, Fantascienza, Proiezioni | 1 Comment »

Tornando su Cloud Atlas (la mia recensione è apparsa l’altro giorno su Fantascienza.com), forse vale la pena aggiungere due righe a quanto dicevo in quella sede. Si tratta di riflessioni personali che esulano dall’effettivo valore della pellicola e che non aggiungono davvero nulla alla sua lettura critica, per cui le relego sullo Strano Attrattore.

Il film è arrivato in Italia con la tagline “Tutto è connesso” (che per alcuni siti specializzati è diventato addirittura parte integrante del titolo) e dunque l’associazione di idee viene piuttosto naturale: possiamo considerare il film alla stregua di un’opera connettivista?

La risposta, anche qui, come per il giudizio sugli effettivi meriti della pellicola, ha un doppio risvolto. Di primo acchito, Cloud Atlas è un’opera che potremmo di certo ricondurre alla sensibilità che permea il movimento e addirittura sembra racchiudere al suo interno posizioni eterogenee e anche molto diverse che hanno trovato voce tra i connettivisti: l’idea della connessione spirituale tra le anime dei diversi protagonisti operanti in epoche anche molto distanti tra loro, una certa - appena accennata - liaison tra la sfera empatica e i territori matematici della teoria del caos, la scorribanda attraverso lo spazio-tempo e - stilisticamente - l’attitudine a una varietà di registri che ben si attaglia alla contaminazione tra i generi (nel cui ambito, in ultima istanza, Cloud Atlas rappresenta un valido esempio di coesistenza).

Si ha la sensazione che i Wachowski & Tom Tykwer abbiano voluto tentare un’opera totale. E se sul piano della resa commerciale si può senz’altro sostenere la buona riuscita della loro operazione (su IMDB il film si attesta su una media di 7,9 quando il conteggio dei voti si avvicina ormai agli 80.000, per quanto il film non abbia ancora raggiunto i risultati di un blockbuster, ma mancano ancora i risultati di Regno Unito, Australia, Francia e Giappone, dove verrà distribuito nelle prossime settimane), sul piano della complessità del messaggio permane una certa resistenza a considerare l’opera come effettivamente riconducibile a ciò che cerchiamo di fare con il connettivismo.

La scelta degli autori di puntare tutto su una quintessenza vecchia come il mondo, che mi ha fatto accostare il loro lavoro al Quinto Elemento di Luc Besson, di certo risulta una semplificazione eccessiva, quasi forzata, che purtroppo non gioca un favore alla ricchezza dei contenuti fin lì offerti da Cloud Atlas. E questo riesce a disinnescare la portata di un film che, nel suo racconto totale, poteva ambire a proporre una formula di “fantascienza ripotenziata” alternativa a quella di cui parlavo tempo fa a proposito - per esempio - de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Certo, Audrey Niffenegger giocava su un piano diverso e la letteratura è confrontabile solo in parte con il cinema (come dimostra l’esito ben più modesto - per quanto comunque valido - del suo adattamento), ma in definitiva il paragone mi serve per motivare meglio la mia impressione: e cioè che, in ultima analisi, Cloud Atlas forzi un capovolgimento, volendo esaltare il candore e l’ingenuità (l’amore è la giustificazione di tutto) al di sotto di una fisicità potenzialmente straordinaria (la natura intrinseca della dimensione umana, la propagazione degli effetti delle nostre scelte, etc.), laddove The Time Traveler’s Wife riusciva con molti meno mezzi e con molta più naturalezza a valorizzare al meglio fattezze piuttosto comuni (la classica storia d’amore) attraverso un’attitudine innovativa (il punto di vista fantascientifico).

Tuttavia sono molti gli aspetti da salvare nell’operazione del trio WW&T, in un’ottica di valorizzazione complessiva del cinema di genere, e questo rende ragione del mio giudizio complessivamente positivo su Cloud Atlas.

Addio, Ric

Posted on Gennaio 15th, 2013 in Fantascienza, ROSTA | 2 Comments »

Spiace riprendere l’attività sul blog dopo un mese e mezzo di silenzio con una così brutta notizia, ma non si può sorvolare sul ricordo di una persona come quella che ci ha lasciato ieri. Riccardo Valla è morto a 71 anni stroncato da un infarto (per i dettagli vi rimando alle notizie di Fantascienza.com e Fantasy Magazine, con i ricordi di Silvio Sosio ed Emanuele Manco). Dopo Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni è un altro durissimo colpo per la comunità letteraria di appassionati di fantascienza e fantastico: una colonna portante che viene meno.

Valla aveva esordito nel campo reclutato da Gianfranco Viviani nei primi anni ‘70 per curare le collane dedicate al fantastico e alla SF della casa editrice Nord. E Ric aveva lasciato il segno, contribuendo a plasmare il gusto e la consapevolezza di intere generazioni, svolgendo in libreria il lavoro che parallelamente veniva svolto - in epoche diverse - da collane come Galassia e riviste come Robot. In questa veste, la sua presenza incomberà sempre sulla mia collezione di libri.

Ma Riccardo era anche un fine traduttore e probabilmente milioni di lettori italiani hanno potuto apprezzare Dan Brown al di là degli effettivi meriti del Codice Da Vinci proprio grazie al suo lavoro di adattamento. Ric, con il sarcasmo che lo distingueva, dedicò all’opera anche una parodia, pubblicata a puntate su Carmilla. E soprattutto Ric era un appassionato eclettico, capace di spaziare a 360° su tutti i fronti del sapere: era capace di intrattenere per ore e ore l’interlocutore di turno saltando dalle illustrazioni d’epoca alla scienza di frontiera, dal cinema all’epica norrena. Un uomo rinascimentale, a tutti gli effetti. Brillante, curioso, colto, acuto.

Ricordo la prima sera della mia prima Italcon, trascorsa in compagnia sua e di Antonino Fazio, divagando dagli intenti del connettivismo (all’epoca ancora agli esordi) all’arte, alla fotografia. Ricordo che Ric ammetteva di aver smesso di leggere fantascienza da tempo e che negli ultimi anni il suo interesse si concentrava prevalentemente sulla protofantascienza (emblematico della sua rinnovata passione è questo articolo su Albert Robida) e forte dei suoi studi aveva accettato di contribuire a Next International con un articolo sul futurismo. Ma se la conversazione scivolava verso le frontiere del postumano, la sua cultura sconfinata e la sua sensibilità innata gli permettevano di supplire brillantemente alle letture mancate. Dopotutto, Valla aveva contribuito anche al successo di Greg Egan presso la comunità SF italiana, e dopo aver tradotto (e naturalmente capito - cosa fondamentale per poter renderli fruibile ai lettori) i suoi lavori poteva agevolmente proiettarsi verso le frontiere speculative esplorate dai suoi eredi.

La sua scomparsa improvvisa ci lascia tutti più poveri.

In memoria di Riccardo Valla la NeoRepubblica di Torriglia ha proclamato il 14 gennaio 2013 giorno di lutto nazionale, al pari del 17 gennaio 2010 (in memoria di Ernesto Vegetti) e del 4 ottobre 2011 (in memoria di Vittorio Curtoni).

Locus Online’s All-Centuries Poll: scheda di voto

Posted on Dicembre 1st, 2012 in Fantascienza | 4 Comments »

Si è chiuso stamattina il sondaggio del secolo indetto dalla rivista Locus per eleggere le migliori opere di fantascienza e fantasy del ‘900, con un’appendice per la prima decade del XXI secolo. Dell’iniziativa dava notizia Fantascienza.com qualche settimana fa, grazie al sempre vigile Alberto Priora. Ovviamente, sono riuscito a inviare il mio voto solo nelle ultime ore.

Altrettanto ovviamente, nella foga degli ultimi giorni, ci è scappata la dimenticanza. Grave, in questo caso, anzi forse di più. Perché se da un lato ho compilato ogni selezione (a partire dalle ricchissime - ancorché incomplete - liste di riferimento redatte dalla rivista: per i romanzi del XX secolo, le opere brevi del XX secolo, i romanzi del XXI secolo e le opere brevi del XXI secolo) sacrificando inevitabilmente opere che reputo fondamentali per il mio personale percorso formativo e altre che giudico imprescindibili tout-court, alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra gusto individuale ed ecosistema del genere (a farne le spese alcuni nomi illustri, quali Ursula K. Le Guin, Robert A. Heinlein, Frederik Pohl, Theodore Sturgeon, Jack Vance, A.E. van Vogt e, in tempi più recenti, Iain M. Banks, che solo in alcuni casi sono riuscito a “ripescare” cercando di applicare una logica compensativa), dall’altro in un campo di scelta tanto vasto era inevitabile che qualche disattenzione potesse scapparci. Peccato che nel mio caso sia saltato proprio il titolo che, se me ne fossi ricordato, avrei indicato come prima scelta tra le short stories del XX secolo.

Dopo la lista delle mie preferenze per il sondaggio di Locus, troverete l’imperdonabile dimenticanza. E adesso che l’ira del dio della short story si abbatta pure su di me senza misericordia…

20th Century SF Novel
20thsfnvl:1: William Gibson: Neuromancer (1984)
20thsfnvl:2: Alfred Bester: The Stars My Destination (1957)
20thsfnvl:3: Samuel R. Delany: Babel-17 (1966)
20thsfnvl:4: Frank Herbert: Dune (1965)
20thsfnvl:5: Philip K. Dick: Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968)
20thsfnvl:6: Kurt Vonnegut: Slaughterhouse-Five (1969)
20thsfnvl:7: Kim Stanley Robinson: Red Mars (1992)
20thsfnvl:8: H. P. Lovecraft: At the Mountains of Madness (1936)
20thsfnvl:9: Isaac Asimov: The End of Eternity (1955)
20thsfnvl:10: Bruce Sterling: Schismatrix (1985)

20th Century Fantasy Novel
20thfnnvl:1:
Fritz Leiber: Our Lady of Darkness (1977)
20thfnnvl:2: J. R. R. Tolkien: The Lord of the Rings (1955)
20thfnnvl:3: Ray Bradbury: Something Wicked This Way Comes (1962)
20thfnnvl:4: M. John Harrison: The Pastel City (1971)
20thfnnvl:5: Robert E. Howard: Conan the Barbarian (1950)
20thfnnvl:6: Samuel R. Delany: Tales of Nevèrÿon (1979)
20thfnnvl:7: Stephen King: It (1986)
20thfnnvl:8: Robert R. McCammon: The Wolf’s Hour (1989)
20thfnnvl:9: George R. R. Martin: A Game of Thrones (1996)
20thfnnvl:10: Tim Powers: Dinner at Deviant’s Palace (1985)

20th Century Novella
20thnva:1:
Samuel R. Delany: The Ballad of Beta-2 (1965)
20thnva:2: Greg Egan: Oceanic (1998)
20thnva:3: H. P. Lovecraft: The Dream Quest of Unknown Kadath (1943)
20thnva:4: Lucius Shepard: Barnacle Bill the Spacer (1992)
20thnva:5: Ted Chiang: Story of Your Life (1998)
20thnva:6: Joe R. Lansdale: On the Far Side of the Cadillac Desert with Dead Folks (1989)
20thnva:7: Kim Stanley Robinson: To Leave a Mark (1982)
20thnva:8: Connie Willis: The Last of the Winnebagos (1988)
20thnva:9: Gene Wolfe: The Fifth Head of Cerberus (1972)
20thnva:10: H. P. Lovecraft: The Shadow Over Innsmouth (1942)

20th Century Novelette
20thnvt:1:
William Gibson: The Winter Market (1985)
20thnvt:2: Philip K. Dick: A Little Something for Us Tempunauts (1974)
20thnvt:3: William Gibson: Burning Chrome (1982)
20thnvt:4: Roger Zelazny: A Rose for Ecclesiastes (1963)
20thnvt:5: Ted Chiang: Tower of Babylon (1990)
20thnvt:6: Cordwainer Smith: Scanners Live in Vain (1950)
20thnvt:7: Greg Bear: Blood Music (1983)
20thnvt:8: H. P. Lovecraft: The Call of Cthulhu (1928)
20thnvt:9: Arthur C. Clarke: Sunjammer (1964)
20thnvt:10: Bruce Sterling: Deep Eddy (1993)

20th Century Short Story
20thss:1:
Fritz Leiber: Coming Attraction (1950)
20thss:2: Samuel R. Delany: Aye, and Gomorrah… (1967)
20thss:3: J. G. Ballard: The Terminal Beach (1964)
20thss:4: Lucius Shepard: Salvador (1984)
20thss:5: A. J. Deutsch: A Subway Named Mobius (1950)
20thss:6: Alfred Bester: Oddy and Id (1950)
20thss:7: Arthur C. Clarke: The Sentinel (1951)
20thss:8: Fredric Brown: Answer (1954)
20thss:9: Barry Malzberg: Understanding Entropy (1994)
20thss:10: Joe R. Lansdale: Not from Detroit (1988)

21st Century SF Novel
21stsfnvl:1:
Richard K. Morgan: Altered Carbon (2002)
21stsfnvl:2: M. John Harrison: Light (2002)
21stsfnvl:3: Charles Stross: Accelerando (2005)
21stsfnvl:4: Michael Chabon: The Yiddish Policemen’s Union (2007)
21stsfnvl:5: Audrey Niffenegger: The Time Traveler’s Wife (2003)

21st Century Fantasy Novel
21stfnnvl:1:
China Miéville: The City & the City (2009)
21stfnnvl:2: Ursula K. Le Guin: Gifts (2004)
21stfnnvl:3: Michael Swanwick: The Dragons of Babel (2008)
21stfnnvl:4: Jeff VanderMeer: Veniss Underground (2003)
21stfnnvl:5: Jasper Fforde: The Eyre Affair (2001)

21st Century Novella
21stnva:1:
Charles Stross: Palimpsest (2009)
21stnva:2: Robert Reed: Truth (2008)
21stnva:3: Lucius Shepard: Stars Seen Through Stone (2007)
21stnva:4: Alastair Reynolds: Diamond Dogs (2001)
21stnva:5: Walter Jon Williams: The Green Leopard Plague (2003)

21st Century Novelette
21stnvt:1:
Cory Doctorow: When Sysadmins Ruled the Earth (2006)
21stnvt:2: Ian McDonald: The Djinn’s Wife (2006)
21stnvt:3: Gregory Benford: Bow Shock (2006)
21stnvt:4: Neil Gaiman: A Study in Emerald (2003)
21stnvt:5: Benjamin Rosenbaum: Biographical Notes to ‘A Discourse on the Nature of Causality, with Air-Planes’ by Benjamin Rosenbaum (2004)

21st Century Short Story
21stss:1:
Will McIntosh: Bridesicle (2009)
21stss:2: Benjamin Rosenbaum: The House Beyond Your Sky (2006)
21stss:3: Gwyneth Jones: The Tomb Wife (2007)
21stss:4: Ted Chiang: Exhalation (2008)
21stss:5: Eugie Foster: Sinner, Baker, Fabulist, Priest; Red Mask, Black Mask, Gentleman, Beast (2009)

La vittima collaterale della mia grave smemoratezza è purtroppo ‘Repent, Harlequin!’ said the Ticktockman, sublime racconto breve di Harlan Ellison del 1965, che avrebbe meritato di condividere il primo gradino del podio 20thss in un ideale ex-aequo con Fritz Leiber.

[Immagini tratte dal portfolio "Repent, Harlequin!" Said the Ticktockman, di Jim Steranko.]