Archive for the ‘False Memorie’ Category

Impressioni di viaggio in una terra marginale

Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

A Lioni l’impressione non è diversa.

Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

Комикс

Posted on Settembre 5th, 2009 in False Memorie, Fantascienza, Graffiti, ROSTA | 1 Comment »

Cosa hanno in comune spietati assassini della Čeka, Trotsky, possenti robot agricoli e pionieri mutanti? Scopritelo attraverso questa imperdibile rassegna di [finti] fumetti dell’era sovietica pubblicata English Russia. Come si evince dai commenti, menzione d’onore per gli easter egg inseriti nelle copertine per rivelare il gioco. Is this the future you wished for?

Uomini di paglia

Posted on Settembre 3rd, 2009 in False Memorie, Letture, Transizioni | 1 Comment »

Da Uomini di paglia (The Straw Men, 2002) di Michael Marshall (Smith), traduzione di Rino Serù (sottolineature mie):

“A volte penso agli Uomini di paglia cercando di non indagare su cosa ci sia di vero o di falso, voglio credere che ciò che sta alla base di tutto questo sia qualcosa di più profondo del Manifesto dell’Uomo: che le idee in esso espresse siano solamente un modo da psicotico per giustificare le differenze che ci caratterizzano. Ma poi mi viene in mente che il libro che molti ritengono essere il primo romanzo della storia della letteratura, La Peste di Londra di Daniel Defoe, fu scritto all’indomani di un’epidemia che dilagò in tutta Europa, e che poteva essere imputata al nostro sistema di vita in comune, gomito a gomito; e che entrambe le nostre maggiori forme di intrattenimento, film e televisione, ebbero un reale sviluppo dopo le guerre mondiali. Mi domando se i paesaggi immaginari e le utopie siano diventati importanti non appena abbiamo cominciato a vivere insieme nei villaggi e nelle città, e se questo non spieghi la quasi contemporanea nascita delle religioni. Più la nostra vita è affollata, più siamo interdipendenti, e più i nostri sogni sono diventati fondamentali – come se tutto questo costituisse un vincolo, un aiuto per aspirare a ciò che ci manca, per condurci verso un’umanità che va ben oltre l’essere semplicemente umani. Oggi Internet connette il mondo intero, cercando di ridurre ancora di più le distanze, e mi chiedo se non sia una coincidenza che questo accada proprio quando abbiamo decifrato il nostro codice genetico, e cominciamo a manipolarlo. Più ci avviciniamo gli uni agli altri e più sembriamo aver bisogno di capire cosa siamo. Spero vivamente che sappiamo cosa stiamo facendo con i nostri geni e che nel momento in cui cominceremo a eliminare le parti che sembrano degli errori, delle imperfezioni, non distruggeremo anche le cose che ci rendono vitali. Spero sia il nostro futuro, e non il nostro passato, a determinare le nostre decisioni. E spero che adesso, quando mi accorgerò che manca qualcosa nella mia vita, continuerò a cercarla; anche se so che potrebbe essere solo una speranza, e non essere affatto lì pronta per realizzarsi. Altrimenti diventiamo tutti uomini di paglia, donne ombra, piantati in mezzo a campi desolati dove non vengono nemmeno gli uccelli; in attesa di un’estate senza fine, quando l’inverno è già arrivato. Visto come viviamo, così lontani da ciò che una volta era autentico, è sconcertante che riusciamo a cavarcela. Sogniamo i nostri sogni per rimanere sani di mente e anche per tenerci in vita. Come disse mio padre una volta, non si tratta di vincere, ma di credere che esista qualcosa per cui vincere.”

Malgrado la confusione tra la Grande Peste (che portò alla morte di un numero di persone compreso tra 75.000 e 100.000 tra Londra e il resto dell’Inghilterra nel biennio 1665-1666) e la Peste Nera che tra il 1347 e il 1352 imperversò in Europa uccidendo almeno un terzo della popolazione dell’intero continente (stimata all’epoca in circa 100 milioni di abitanti), si tratta di una pagina dall’impatto notevole. Di un romanzo che vi consiglio caldamente di leggere.

Bologna 2 agosto 1980-2009: per non dimenticare

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Agitprop, False Memorie, ROSTA | No Comments »

E sono 29 anni. Il valzer delle ritrattazioni e delle rivelazioni non accenna a interrompersi, come documentavo lo scorso anno. Resta il fatto che questa data non deve passare sotto silenzio, per non darla vinta ai signori dediti a riprogrammare la Storia e, attraverso di essa, le nostre coscienze.

L’egemonia culturale di questi tempi non ci arride. Il consenso della paura è tornato di strettissima attualità politica, in un Paese che con i naz in pattuglia di notte somiglia sempre di più a una sinistra distopia dickiana, un popolo di simulacri schiacciati sotto il tallone di ferro di una democrazia apparente. E la ricetta governativa non trascura la persistenza dell’ignoranza, nella ricetta collaudata di un relativismo che pone sullo stesso piano le stragi di Stato e il cosiddetto terrorismo rosso.

Contestare l’omertà di Stato è il minimo. Diamo voce anche alla resistenza.

Apollo 11: Base della Tranquillità, 40 anni fa

Posted on Luglio 21st, 2009 in False Memorie, Transizioni | 2 Comments »

Gli anni ‘60 hanno regalato al nostro immaginario almeno due degli episodi mediatici più dirompenti del Novecento: l’assassinio di Kennedy e lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Entrambi hanno avuto un loro ruolo nella definizione del nostro mondo, essendosi meritati il ruolo di perno rispettivamente nelle teorie del complotto e nell’anelito allo spazio che è un po’ un aggiornamento del vecchio spirito d’avventura che contagiava gli uomini del Vecchio Continente ai tempi dell’espansione coloniale.

Con la Luna, però, il Vecchio Continente è diventato il mondo. E per la prima volta nella storia, probabilmente, gli uomini di tutto il mondo hanno avuto un obiettivo e un sogno che non confliggesse con quello di qualcun altro. Un sogno che la NASA mise in piedi affidando le vite dei tre astronauti dell’equipaggio a un computer non più potente di uno di uno di quegli aggeggi che usiamo per scambiarci SMS.

A distanza di 40 anni da quel 19 luglio 1969, ci sono ancora fantasmi di uomini in tuta lunare a muovere i loro passi lassù, nelle distese di “magnifica desolazione” del Mare della Tranquillità. Le loro ombre virtuali codificate nelle onde elettromagnetiche irradiate nello spazio, come una promessa di vincere il tempo. Quasi un impegno a tornare lì fuori, un giorno.

La sindrome lunare

Posted on Luglio 19th, 2009 in Accelerazionismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 5 Comments »

In questi giorni di sindrome lunare, per dirla con il grande Vic, gli italiani stanno tornando a puntare i loro nasi al cielo. Almeno questa è l’impressione che se ne ricava dalla lettura delle pagine (elettroniche e non) della stampa, che se non altro fungono da specchio attendibile degli umori del Paese. E gli speciali dedicati all’anniversario dello sbarco lunare dell’Apollo 11 dal Corriere on-line e da Repubblica.it meritano un’occhiata da parte dell’appassionato e del curioso.

Fa un certo effetto rileggere ora le parole di Moravia scritte all’epoca, intrise di scetticismo anti-scientifico e anti-tecnologico. Ma oggi possiamo dire che la sua ostilità al sogno dell’esplorazione spaziale nasceva da una reazione conservativa di fronte alla prospettiva di cambiamento e rivoluzione che si poneva - per la primissima volta in maniera concreta - davanti all’uomo, sulla frontiera spaziale. Nel corso della sua visita al Goddard Space Center, Alberto Moravia obiettava a George Mueller, direttore NASA per i voli spaziali con equipaggio umano:

“Certo lei si rende conto delle sconcertanti e in certo modo terrificanti implicazioni d’una simile affermazione. Basterà pensare ad alcune differenze tra il viaggio di Colombo e quello degli astronauti. Il primo solca un oceano azzurro, sotto un cielo luminoso, approda ad isole verdeggianti popolate di uomini innocenti e primitivi. Gli astronauti, appena fuori dell’atmosfera, piombano invece nel buio, approdano in un mondo morto, senza aria e senza vita, sbarcano con enorme difficoltà, si aggirano dentro un orizzonte che non oltrepassa due chilometri, su un suolo di pomice, tra picchi desolati.

La sua affermazione che il viaggio degli astronauti somiglia a quello di Colombo implica, a ben guardare, che l’umanità pian piano abbandoni la Terra, culla della vita, e si disperda nello spazio, in mondi inimmaginabili e con mezzi inimmaginabili e insomma cessi di esistere nei modi che sinora l’hanno caratterizzata. Tutto questo, almeno fino a quando non ci saremo fatti una mentalità interplanetaria, me lo concederà, è abbastanza sinistro”.

Moravia, non il più grande amico che la fantascienza italiana abbia avuto (per approfondire rimando alla testimonianza di Vittorio Catani sull’episodio di Montepulciano), intuiva la portata rivoluzionaria di quel sogno, le conseguenze che avrebbe comportato la realizzazione di un progetto tanto complesso e avveniristico come portare un uomo a mezzo milione di chilometri dalla Terra. E non a caso parlava di post-storia: qualcosa sarebbe finito, con quello sbarco. Qualcosa di nuovo e di diverso avrebbe avuto inizio. Il fatto che all’epoca non se ne riuscissero a cogliere ancora le implicazioni (le modalità in cui l’uomo avrebbe fatto proprio lo spazio erano molto più nebulose di quanto non lo siano ancora oggi) era la causa di quel percepire sinistro da parte dell’intellettuale nelle sue vesti da cronista.

Le catastrofiche profezie di Moravia non si sono ancora compiute. Con la distensione e la crisi petrolifera gli obiettivi dell’America e del mondo si volsero nel corso degli anni ‘70 verso altri scenari e il sogno dello spazio finì in ibernazione, per essere tirato fuori al momento opportuno e venire sbandierato a fini di mera propaganda politica, tanto nell’era Reagan (declinato in termini paramilitari nell’iniziativa di difesa strategica del famigerato Scudo spaziale) quanto nell’era Bush Jr. (l’obiettivo Marte spacciato a più riprese come piano strategico per il ritorno degli USA nello spazio).

Oggi siamo pressoché sicuri che la conquista dello spazio non potrà prescindere da una radicale riprogrammazione dell’uomo, dalla prospettiva di ridefinirne i parametri biologici secondo protocolli che ne faranno a tutti gli effetti un postumano. Ma a ben guardare, prima di spiccare il salto verso altri pianeti in stile Uomo Più e molto prima di guardare alle stelle più vicine, è ancora sulla Luna che dovremo tenere puntati i nostri obiettivi.

La Stampa.it ha pubblicato l’altro giorno questo intervento di Les Johnson, fisico della NASA che non nasconde il suo debole per la fantascienza. Segnalo il suo intervento con estremo piacere, in quanto va a ricollegarsi al discorso che facevamo da queste parti solo una settimana fa sul futuro dell’energia. Gli scenari che ci prospetta Johnson sono visionari: impianti di produzione sulla Luna o nell’orbita alta terrestre, sistemi di trasmissione a microonde, reattori a fusione nucleare alimentati con l’elio-3 estratto dalla crosta lunare. Vedere simili tecnologie prospettate da uno scienziato impegnato sul campo, divulgate per di più da uno dei quotidiani meno scientificamente ferrati della nostra stampa nazionale, è un po’ sorprendente. E non è difficile ricondurre questo discorso all’evoluzione della civiltà umana sulla scala di Kardashev, per riprendere un altro antico argomento discusso anche su questo blog.

Insomma, a 40 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, pensare alla Luna significa ancora una volta interrogarci sul destino della nostra specie e sulle potenzialità della nostra civiltà. Nessuna frattura è inevitabile per rilanciare la scalata alle stelle: il mutamento, se ci sarà, dovrà avvenire conservando lo spirito umanistico di ciò che siamo, non rinnegando quanto di meglio è stato fatto, sogni inclusi. Arriveremo così nel futuro sulle nostre gambe di uomini, anche se nel frattempo ci saremo muniti di protesi o stampelle postumane. Dove ci condurrà il prossimo sogno, sarà la storia (senza post-) a dirlo.

[Le immagini della conquista lunare arrivano dalla galleria della NASA.]

Apollo 11: il lancio, 40 anni fa

Posted on Luglio 16th, 2009 in False Memorie, Transizioni | 4 Comments »

16 luglio 1969. Verso lo spazio esterno.

Link utili:
- Galleria NASA di immagini del programma Apollo.
- Raccolta di video da FootageVault.

Un messaggio dal passato

Posted on Luglio 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Sezione π² | 4 Comments »

Non posso dimenticare come venni a sapere di avere vinto il premio Urania. Il giorno era l’11 luglio 2007. Ricordo la chiamata persa sul display del cellulare in modalità silenziosa, mentre mi trovavo in ufficio, nella sede del mio primo lavoro da neo-laureato, giù nell’amena Pomezia - periferia di Pomezia, per la verità, al contempo provincia profonda e far west alle porte della Capitale.

Ricordo il numero, monco perché di un centralino di Milano, e la ricerca in rete del suo proprietario, senza esiti. Ricordo la consulenza di Aldo, vecchio compagno di peripezie transalpine, che ne scovò il proprietario nel luogo più intuitivo: il sito delle Pagine Bianche. Il suo messaggio lo conservo ancora nella memoria della mia vecchia SIM da 32 kB: era della Mondadori e l’unico legame che avevo con la casa di Segrate era il romanzo spedito al concorso 2006.

Ricordo che, nel timore di perdere l’eventuale seconda chiamata (e io sono sempre stato un sostenitore delle seconde occasioni, ma chi sarebbe disposto a concederti una terza?), affrontai tutto il viaggio in navetta da Pomezia a Roma, fermata Eur Palasport della Metro B, con il Nokia 3330 in mano, scrupolosamente in vista, scrutandone ossessivamente il display. E la chiamata giunse in effetti appena sbarcato sul marciapiede di viale America, con la voce di Sergio Altieri che si presentava dall’altro capo della linea e mi chiedeva di mettermi comodo perché aveva una notizia da darmi… Un mesetto prima, nei tempi morti della mia vita da pendolare, leggevo Piombo e sangue su quel marciapiede, e adesso mi trovavo al telefono con il traduttore di Hammett.

Un salto indietro nel tempo, a cui stasera mi ha riportato un’e-mail di Zoon. La sua era la risposta a una mia e-mail vecchia di 2 anni. Solo due giorni prima di quella chiamata, infatti, avevo scoperto il servizio fantascientifico di Mail nel Futuro:

mail nel futuro fa esattamente quello che dice: spedisce una email nel futuro, ad una data da te scelta. puoi usarlo come preferisci, per ricordare un appuntamento, per mandarti un messaggio a quando sarai più grande o per dire qualcosa a qualcuno in qualche luogo, in qualche tempo nel futuro…

Il perché ce lo spiega l’anonimo autore di questo singolare servizio:

perchè è la cosa più vicina al viaggio nel tempo che sono riuscito a fare…

E l’utilità è garantita. Perché la risposta di Sandro, in questa notte di mezza estate, mi ha messo proprio di buon umore. Mentre scrivevo quell’e-mail Next International era ancora un progetto che si chiamava Next Special Edition, ed esisteva solo nelle nostre teste. Grazie a numerosi amici, ma soprattutto all’interessamento-chiave di Salvatore Proietti, Next International si è tramutato in realtà la scorsa primavera. E nel frattempo, devo dire, ho fatto cose che 2 anni fa non avrei potuto immaginare. Neanche questo nuovo blog con i suoi 250 contatti giornalieri era in previsione, all’epoca. E molti dei cambiamenti più importanti della mia vita personale non potevo di certo prevederli, mentre scrivevo quella e-mail. E mi diverte pensare alle faccie di Sandro e Marco, che si sono visti recapitare oggi un messaggio vecchio di 2 anni.

E’ per questo forse che adesso mi sento particolarmente fiducioso. L’effetto capsula del tempo: la prospettiva del futuro illumina quei giorni e mi riempie di ottimismo. Ottimismo, già. Questa è la seconda volta nel giro di una manciata di giorni che me ne sentite parlare, ma non fateci troppo l’abitudine. Quello che ho capito, suggestioni wells/eganiane a parte (Egan è stato solo uno dei tanti autori che hanno affrontato la tematica delle comunicazioni attraverso il tempo, ma forse è quello a cui resto più legato), è che serve poco per ripagarsi il lavoro di anni. I risultati non si misurano in soldi o in gloria, quelli sono termometri volubili. Il metro più affidabile è la soddisfazione personale. In questo caso, per farmelo capire, è bastato un semplice messaggio scritto da una versione-precedente-di-me, abbandonato alle correnti del tempo.

“Lascia dormire il futuro come merita.
Se lo si sveglia prima del tempo,
si ottiene un presente assonnato …”

Franz Kafka

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

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Psicopatologia di massa nell’Italia del XXI secolo

Posted on Maggio 21st, 2009 in Agitprop, False Memorie, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Credo che a questo punto sarebbe opportuno che qualcuno si decidesse a compiere un’indagine accurata e servita dai più sottili strumenti critici per comprendere la situazione politica e sociale italiana sul finire di questi fottuti anni Zero. Dopotutto deve pure avere un suo interesse accademico il consenso crescente accordato a un Premier palesemente inadeguato, pluri-condannato, colluso e oggetto di accuse pesantissime da parte della donna che lo ha sposato ed è rimasta al suo fianco per più di un… ventennio. Un Premier che non ha pudore nel contraddirsi un giorno sì e l’altro pure, una figura istituzionale con lo spessore di un foglio di carta velina, un miliardario che ha trasformato il Paese nel suo parco giochi personale. Il privato è privato e il pubblico è pubblico, ma come firme più autorevoli hanno già chiarito il nostro è stato il primo Premier nella storia repubblicana a mettere sotto i riflettori la propria vita (imprenditore di successo, capofamiglia attento e amato, istrione e cabarettista), per cui sarebbe stato lecito attendersi quanto meno un contraccolpo di qualche tipo dopo tutto il piombo mediatico riversato sull’elettorato. E invece niente. Nada. Zero.

Potrebbe essere il sintomo di una coscienza civile e sociale ormai anestetizzata ad vitam, condannata all’EEG piatto. Flatline, per dirla come piacerebbe ai cyberpunk. La dittatura è morbida, direbbe qualcun altro. Non ci sono le squadre in divisa, ma per il momento le ronde scalcagnate suppliscono alla meglio. Non abbiamo la negazione di ogni libertà di espressione, ma qualcuno ha capito che la disinformazione può dare risultati ben più efficaci e duraturi. E, nell’assenza di un’alternativa plausibile, sembrerebbero del tutto senza effetto, al momento, le denunce che arrivano dalla stampa italiana d’opposizione (finalmente ridestata, la Dormiente, ancora una volta grazie a Giuseppe D’Avanzo) e dai media esteri. Il culto della personalità, invece, sembra praticamente lo stesso che avvolgeva il Duce e che continua a essere esercitato, nel disprezzo della Costituzione, verso la salma inumata a Predappio.

Il dizionario già ci offre tutta una terminologia sufficiente a descrivere questo stato di cose: neofascismo, neofeudalesimo, regime. Vivere oggi sotto questa egemonia culturale e psicologica non depone a favore del nostro futuro. Siamo succubi di una volontà agiografica che non conosce precedenti nelle democrazie moderne. Il problema forse è proprio che siamo un popolo senza memoria, e malgrado questo nostalgico. Contraddittorio, in questo, come chi ci governa. Non ricordiamo nulla del passato, ma quel passato lo rielaboriamo nella nostra immaginazione come un polpettone fantasy, nel rimpianto di una Aurea Aetas che non è mai esistita. Come sarebbe stato possibile maturare un qualsivoglia senso del futuro in un simile rifugio immaginario?

Aspettiamo quindi che qualcuno prenda in considerazione la possibilità di uno studio simile. Potrebbe aiutarci a capire un po’ meglio come siamo fatti e se è inevitabile un’eutanasia collettiva per questa Italietta da cabaret.