Archive for the ‘Criptogrammi’ Category

Sequenza agganciata

Posted on Giugno 7th, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, ROSTA | No Comments »

Countdown partito. Motori accesi…

Segnali dal futuro

Posted on Giugno 3rd, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, ROSTA | No Comments »

Intercettato sulle frequenze di MezzoTints eBook.

Codice morto: le storie

Posted on Giugno 2nd, 2013 in Criptogrammi | No Comments »

Ultimo appuntamento con questi excursus su Codice morto, con cui ho voluto proporvi un trittico di articoli dedicati a suggestioni e approfondimenti: dopo i luoghi e le (retro)tecnologie, veniamo alla storia. Questa novella è anche una storia di storie. Ne presenta diverse e raccoglie spunti da almeno due pagine della storia del ‘900.

La guerra del Vietnam è senz’altro la più nota e appariscente. L’abbiamo vista scorrere in decine di film, serie TV e documentari, e altrettanti sono i libri e i fumetti dedicati alle operazioni americane nel sud-est asiatico. Con il tempo, la superficie del Mekong scintillante nel tramonto è diventata un cavo elettrico lungo il quale far scorrere incubi e fantasie. Se il delta sfocia nel nostro immaginario comune, allora le sue sorgenti sono connesse direttamente ai territori dell’inconscio, che continuano ad alimentare la nostra sete di rivisitazioni e variazioni. Per me è così, da sempre. Da ancor prima di vedere finalmente Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979). E in effetti il primo film sul Vietnam che ho visto deve essere stato Allucinazione perversa (Jacob’s Ladder, 1990) di Adrian Lyne, e la responsabilità sarà dunque in parte sua. In Codice morto abbiamo un campionario di topoi del genere: la guerra segreta (echeggiata fin dal nome nel Programma Fenice), la guerra sporca, la guerra come linea di confine tra l’adolescenza e la maturità, la guerra come ossessione, la guerra come esperienza terminale.

Se devo citare qualche altro film, direi senza ombra di dubbio Il cacciatore di Michael Cimino (The Deer Hunter, 1978), Platoon di Oliver Stone (1986) e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987), e direi senz’altro un’ovvietà, nel testimoniare la ricchezza di un filone in cui molti cineasti hanno toccato l’eccellenza. Ma direi pure Magnum P.I., la serie di culto con Tom Selleck, prodotta dal 1980 al 1987 da Donald P. Bellisario e Glen A. Larson (sì, proprio quello del primo, dimenticabilissimo, Battlestar Galactica), che alla guerra in Vietnam ha dedicato alcuni dei suoi episodi migliori. E venendo ai libri, sicuramente Dispacci di Michael Herr (Dispatches, 1977), seguito da due libri su altre guerre: Cat Chaser di Elmore Leonard (1982) sull’intervento americano in Repubblica Domenicana e il già citato Ricambi di Michael Marshall Smith (Spares, 1996) ricco di flash su una singolare guerra del futuro. Sapendo questo, non vi stupirete se aprendovi la strada lungo i paragrafi di Codice morto vi imbatterete negli echi delle opere citate.

Altra storia, quella del treno 8017. La più grave sciagura ferroviaria nella storia italiana, occorsa su un tratto particolarmente insidioso della linea Battipaglia-Potenza la notte tra il 2 e il 3 marzo 1944. Fine inverno, notte gelida. Un convoglio troppo pesante per superare una pendenza del 13 per mille sui binari umidi. Oltre 600 tonnellate e 47 carri merce pieni di gente senza biglietto che dalle città e dai paesi della costa si stavano dirigendo nell’entroterra, per barattare nei comuni dell’appennino lucano i sigari e il caffè rimediati dalle truppe alleate con viveri di prima necessità. Il treno che si arresta nella Galleria delle Armi, poco dopo la stazione di Balvano, in provincia di Potenza: 1.692 metri che non sarebbe mai riuscito a superare.

Nel disastro morirono 517 persone, secondo i dati ufficiali. Secondo altre fonti, le vittime furono più di 600. Inumate in quattro fosse comuni nel cimitero di Balvano. E non tutti furono identificati.

L’evento ebbe vasta risonanza mediatica: come ricorda questa raccolta di documenti, la notizia fu riportata sul New York Times, sul Times di Londra, sul Railroad Magazine, sullo Yankee Boomer.  Una tragedia della miseria, una pagina emblematica nella storia di Bassitalia, che ha suscitato l’interesse del cantautore country Terry Allen, che agli eventi ha dedicato la toccante ballata Galleria dele Armi (di cui potete leggere il testo su Treni di Carta, fonte per molte delle informazioni e dell’immagine sopra riportata), inclusa nel suo album Human Remains (1996). In memoria dell’accaduto e delle vittime, Salvatore Avventurato, proprietario di un negozio di abbigliamento che nella sciagura perse il padre, un fratello e uno zio, tra mille sacrifici riuscì a costruire nel 1972 una cappella nel cimitero di Balvano, il Tempio del Treno della Luce. Nella cappella, un affresco a opera dell’artista Giuseppe Beato da Portici ricostruisce la tragedia. I fatti di quella notte sono anche lo spunto narrativo del giallo storico Treno 8017 di Alessandro Perissinotto, che racconta una storia di vendetta e pacificazione nei tormentati anni del secondo dopoguerra.

E con questo pezzo si chiude la mia raccolta di materiali speciali dedicati a Codice morto. Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta l’editore e i curatori di questa edizione (la fantastica crew di Kipple Officina Libraria), Roberto Bommarito che alla novella ha dedicato una lusinghiera recensione, e naturalmente i lettori che hanno voluto investire nell’e-book i loro denari e il loro tempo. Se vorrete, vi aspetto qui per parlarne.

5-780

Posted on Giugno 1st, 2013 in Criptogrammi, Transizioni | 2 Comments »

Ormai da qualche giorno sono 5 anni di questo blog, da quando Uno Strano Attrattore si è trasferito sulla piattaforma di Fantascienza.com. E con questo sono 780 post. Proviamo a ricominciare? Dopotutto, si prospettano mesi di attività frenetica… Quindi sì, proviamoci. Stay tuned!

Codice morto: tecnologie e retrotecnologie

Posted on Maggio 12th, 2013 in Criptogrammi | 2 Comments »

Voglio tornare su Codice morto (a proposito, l’editore e Amazon hanno abbassato il prezzo a 0,89 euro, vale a dire un centesimo a pagina) per soffermarmi brevemente - dopo i luoghi che mi hanno ispirato - sulle tecnologie presentate nella novella. Uno dei temi alla base della storia è quello del contrasto, dell’incontro che degenera in scontro: tra la biologia e l’artificiale, tra la carne e il sogno, tra l’uomo e la natura. Il tema è quindi declinato insistentemente su più livelli, e uno di questi livelli è la tecnologia.

Nel mondo di Mancini, che non è molto lontano dal nostro (idealmente lo posizionerei nell’orizzonte di un decennio dal presente), convivono tecnologie e retrotecnologie. I due esempi che vi porto sono rappresentativi di questa condizione ibrida. E’ comunque opportuno anticipare, senza correre il pericolo di rovinarvi la lettura, che mentre la prima tecnologia che andrò a illustrarvi è puramente accessoria, ai fini della storia la seconda gioca invece un ruolo nodale.

Pneumo-posta. Non è altro che la posta pneumatica, il caro vecchio sistema dei tubi di Lamson visto nel capolavoro di Terry Gilliam Brazil (1985), ispirato da George Orwell (1984, ovviamente) e caro a tanta iconografia steampunk. Quando la pensai per Codice morto, ritenevo che la posta pneumatica fosse ormai un esperimento del tutto superato, perso nei meandri della storia e ricordato solo da una manciata di cultori di retrofuturo. Invece mi è toccato scoprire in seguito - grazie all’aggiornamento/completamento della voce wikipedica inglese - che la tecnologia è lungi dall’essere assurta nell’empireo dei dead media, con buona pace per il vecchio zio Bruce Sterling, ma comunque in un tripudio di fascino ucronico che onora al meglio la legge di Riepl.

Un po’ come la Berlino della Rohrpost, in Codice morto Potenza è attraversata da una Gabbia, in cui schizzano a velocità subsonica le comunicazioni tra i diversi utenti della rete. La pneumo-posta sostituisce sia la posta tradizionale che la rete, per ovviare agli effetti collaterali della Zona, che dalla sua comparsa irradia la città con un’emissione ionica che rende alquanto problematiche le comunicazioni elettroniche. Per lo stesso motivo, la città è servita da un efficiente sistema di TV via cavo, che a ben pensarci potrebbe fornire le basi per lo sviluppo di una rete di comunicazione schermata. Staremo a vedere. Comunque, per la sua natura puramente pretestuosa, come dicevo poco più sopra, la pneumo-posta è un dettaglio d’ambiente che svolge l’unica funzione di amplificare un contrasto, nella realtà deformata dallo specchio della storia.

Sequenziamento del DNA. La padronanza acquisita nel settore della genetica ha permesso ad alcune strutture sovvenzionate dallo Stato, ma con legami sospetti con i colossi farmaceutici, di manipolare il cosiddetto junk-DNA, ovvero il DNA spazzatura, quel 98% abbondante del nostro codice genetico che non codifica. In effetti, la definizione corrente (DNA non codificante, appunto) presuppone una conoscenza più vasta (o solo una più consapevole ammissione di ignoranza) di qualche anno fa. E come sempre la voce wikipedica esplora molte diverse ipotesi elaborate negli ultimi anni sulle sue possibili funzioni.

Nella storia, il tema è fortemente connesso all’istituto dei consultori per l’assistenza alla famiglia e alla maternità (Legge n. 405 del 29 luglio 1975) e al ruolo di tutela della gravidanza da questi successivamente assunto con la Legge n. 194 del 22 maggio 1978. Lo spunto per questa novella nasce dalla notizia di qualche tempo fa (be’, ormai saranno trascorsi dieci anni buoni e il recupero delle fonti è un po’ disagevole, specie trattandosi di un articolo che ebbi modo di leggere su un quotidiano cartaceo) che in tutta la Basilicata restava un numero esiguo di medici disposti a praticare l’aborto, a fronte di una schiacciante maggioranza di obiettori: il che di fatto comportava una discriminazione su base territoriale a scapito dei diritti della donna.

La domanda da cui Codice morto nasce è stata: cosa succederebbe se una rete di cliniche semi-private offrisse servizi analoghi, sostituendosi ai consultori, per supplire alle mancanze del sistema sanitario pubblico verso i diritti di giovani (e bisognose) donne in gravidanza? E questa domanda si è portata dietro tutti gli inevitabili corollari sulla manipolazione psicologica, gli esperimenti clandestini e i sinistri intrecci di interesse con l’apparato militare da cui un’economia di mercato non può prescindere.

Non anticipo molto se vi dico che qualcuno risveglia qualcosa nel DNA non codificante dei bambini sottratti all’interruzione di gravidanza. Non dovrebbe rovinarvi la sorpresa nemmeno sapere che questo qualcosa, molto probabilmente, non vi piacerà proprio per niente.

Codice morto: i luoghi

Posted on Marzo 30th, 2013 in Criptogrammi | 7 Comments »

Codice morto si svolge interamente in terre ignote ai più. La parte “realistica” si dipana in Basilicata, Terra incognita per molti, affezionati implicitamente all’idea divenuta proverbiale che “Cristo si è fermato a Eboli” (titolo di uno dei due capolavori letterari legati a queste terre, che dobbiamo al piemontese Carlo Levi, mandato al confino ad Aliano dal governo fascista; l’altro, per inciso, è l’affresco storico sul brigantaggio di Raffaele Nigro, I fuochi del Basento). Quindi, perché proseguire proprio noi?

Ma invece, perché no?

In effetti, la Basilicata è al massimo una terra di transito, lambita dall’eterna incompiuta A3 Salerno-Reggio Calabria che proprio nei 30 km lucani conosce uno dei suoi tratti più “movimentati”. Per il resto, poche località rinomate (Maratea sulla costa tirrenica per il turismo balneare, Metaponto e gli altri scavi lungo la costa ionica per il turismo archeologico e negli ultimi anni il rilancio di Matera come meta di pellegrinaggio accidentalmente ispirato dalla discussa Passione di Cristo secondo Mel Gibson, che dall’alto dei suoi 600 milioni di dollari di incasso dal 2004 detiene il primato di film vietato ai minori di maggior successo nella storia del cinema), e tantissimi siti di pregio ma poco valorizzati. La natura per lo più incontaminata, i paesaggi selvaggi, le colonie della Magna Grecia e i castelli medievali (molti dei quali legati al nome dell’Imperatore Federico II), i musei e le feste a tema storico, mantengono una risonanza prevalentemente locale e difficilmente riescono a superare i confini regionali.

D’altro canto, la Basilicata vive di un isolamento ormai millenario, e chi la conosce è talmente abituato alle sue innumerevoli ma segrete bellezze da non prestarci nemmeno più attenzione. Si tendono a dare per scontati i motivi di interesse, annegandoli nella palta del grigiore quotidiano. Siamo pur sempre in una delle regioni più povere d’Italia, dal peso politico irrilevante (58 abitanti/km² e a malapena mezzo milione di elettori), costretta a fare i conti con la crisi anche quando il resto del Paese conosce il boom. Una terra di emigrati (per Rocco e i suoi fratelli Luchino Visconti fu ispirato dal poeta lucano Rocco Scotellaro, che volle omaggiare fin dal titolo), di delitti che restano impregnati di mistero anche quando vengono infine risolti, di meraviglie di cui nessuno ha mai sentito parlare.

Anche dopo la scoperta dei giacimenti di idrocarburi della Val d’Agri, la più grande riserva dell’Europa continentale, da cui proviene il 74% della produzione nazionale di petrolio, la situazione economica della regione è rimasta depressa. Finché i modelli di sviluppo saranno basati sulla classica concessione di sfruttamento delle risorse naturali, dieci siti come Tempa Rossa non basteranno a risollevare le sorti del territorio. Anzi, l’unica ricaduta che conoscerà la Basilicata sarà quella dei prodotti di scarto dei processi di estrazione e lavorazione delle fonti fossili.

Per questo, oltre che per la conformazione del territorio, ho sempre trovato istintivo e naturale il parallelo tra la Basilicata e il West Virginia cantato con sguardo lucido da Breece D’J Pancake. Dall’altro versante degli Appalachi proviene invece l’ispirazione principale per il risvolto “transrealistico” della novella, che si svolge in una dimensione parallela, rarefatta, dalla natura non-euclidea, che all’improvviso e senza che ne siano mai state comprese le cause ha fatto irruzione tra le montagne. La Zona di Esclusione, affidata al monitoraggio e al controllo di un ente governativo dopo una guerra lampo risoltasi in una completa disfatta, obbedisce esclusivamente alle leggi caotiche di un ordine che sfugge alla comprensione umana. L’idea viene direttamente da Michael Marshall Smith e dal Gap in cui si incrociano le storie dei protagonisti di Ricambi (Spares, 1996), un magistrale future noir che contamina hard-boiled, fantascienza e horror, ma può essere fatta risalire senza troppi sforzi ai fratelli Strugatzki e al loro Picnic sul ciglio della strada (1972), che servì da ispirazione per il film di culto Stalker di Andreij Tarkovskij (1979).

La Zona non compare qui per la prima volta nella mia scrittura: altre sue declinazioni erano nei racconti Nella Zona (in Revenant) e Codice Arrowhead (il mio precedente e-book, per i tipi digitali di 40k Books). In maniera molto ma molto vaga, alune idee (l’effetto trainspotting, l’ambientazione lucana) richiamano uno dei miei primissimi racconti (a guardare il mio archivio dovrebbe essere il quarto che scrissi), risalente al 2004 e da allora mai più aggiornato: L’ultima fermata. Una sua traccia-fantasma può ancora capitarvi tra i piedi lungo i sentieri eterei della rete, ma non so se vi convenga.

La Zona è la trasfigurazione di tutti i non-luoghi, di tutti i non-tempi, di tutte le possibilità non realizzate distorte da uno specchio deformante che ne amplifica le perversioni.

Ed è quaggiù che viene spedito il Maresciallo Rocco Mancini per la sua ultima missione, che diventerà per lui l’opportunità di sciogliere alcuni nodi irrisolti del suo passato, e ricucire nella trama del tempo i fili del futuro.

Riferimenti:

• Potete acquistare Codice Arrowhead e Codice morto direttamente su Amazon. Se vorrete farmi avere i vostri commenti, questo blog è il posto giusto.

• Nelle foto: il castello normanno-federiciano di Melfi (LiberaMentAle) e l’osservatorio astronomico di Anzi (Michele Santarsiere).

Grand Centennial Station

Posted on Febbraio 4th, 2013 in Criptogrammi | No Comments »

Il 2 febbraio 1913 veniva inaugurato il Grand Central Terminal di New York, la più grande e forse la più famosa stazione al mondo, benché si sia ormai da tempo lasciata alle spalle il suo periodo di gloria. Immortalata in innumerevoli lavori, basti pensare al cinema, all’inizio del rocambolesco viaggio di De Niro e Grodin in Prima di mezzanotte o alle sequenze finali di Carlito’s Way di Brian De Palma, ma anche a tanti film di fantascienza: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Hackers, Unbreakable, Men In Black. Proprio un film di fantascienza sembra coglierne al meglio lo spirito di luogo di passaggio, emblematico di tutte le stazioni ferroviarie, quasi che il GCT, comunemente detta anche Grand Central Station, ne rappresenti una sorta di archetipo, di idea primigenia: penso a K-PAX di Iain Softley (2001), tratto dai libri di Gene Brewer, con Kevin Spacey nel ruolo di prot, un presunto visitatore alieno sbarcato da K-PAX direttamente a New York dopo aver attraversato lo spazio su un raggio di luce.

Ma la Grand Central Station racchiude nelle sue pietre secolari anche un altro spirito, cioè quello di autentica “città nella città”, che in qualche modo echeggia nell’atmosfera di un fumetto eccellente, Terminal City di Dean Motter e Michael Lark, nelle sue architetture deco, nel sogno di un secolo parallelo che racchiude tutte le prospettive immaginifiche degli anni ‘30 e ‘40. E quella di una Terminal City è stata proprio l’idea alla base dello sviluppo della stazione, prima del graduale, inesorabile declino. Decisivo nella progressiva espansione verso ovest (già nel 1869 un treno a vapore poteva percorrere i 4.600 km da New York a San Francisco in soli 4 giorni), il treno non gode da tempo più dei favori delle masse. Negli anni del boom, il trasporto privato ha progressivamente soppiantato quello pubblico e sulle tratte a lunga percorrenza, l’unico che resta tecnicamente di esclusivo appannaggio del mezzo pubblico, l’aereo gode del vantaggio dei tempi di volo sul treno, in particolare per quanto concerne i trasferimenti su distanze continentali. Le stazioni americane, come dimostrano innumerevoli casi, sono un po’ un monumento a uno sviluppo mancato: il trasporto ferroviario resta competitivo per le merci, ma per il servizio viaggiatori il treno è usato quasi esclusivamente dai commuters, dal popolo dei pendolari; per i viaggiatori su lunghe distanze resta invece una comodità per amanti dell’avventura o per i privilegiati non legati alla dittatura del tempo.

Ma la Stazione Centrale di New York continua a richiamare ogni anno milioni di turisti (21,8, secondo una stima del 2012) interessati a contemplarne gli spazi e i monumenti annessi. Estesa su 19 ettari di superficie, servita da oltre 50 km di binari, il GCT è mosso da ingranaggi antichi che pulsano secondo le cadenze in un cuore a orologeria.

La crisi restituirà forse alle ferrovie una parte dell’appeal perduto nel corso dei decenni. Nel frattempo quest’anno sarà ricco di eventi organizzati per celebrare il primo secolo di vita della più famosa delle stazioni di New York e del mondo. E chissà che non sia di buon auspicio per le numerose cattedrali nel deserto disseminate lungo i binari d’America, a partire dalla Michigan Central Station di Detroit, simbolo suo malgrado dell’american acropolis per eccellenza.

[Immagini tratte da Repubblica.it]

Ultime da San Narciso

Posted on Febbraio 1st, 2013 in Criptogrammi | 11 Comments »

Ho finito da poco la seconda rilettura integrale de L’incanto del lotto 49 (la prima della nuova, efficacissima e illuminante traduzione di Massimo Bocchiola) e il recluso della letteratura americana, il divo sfuggente che sublima la propria assenza in una presenza costante, capace di aleggiare su ogni discorso sulla frontiera contemporanea dell’immaginario, Thomas Pynchon se non si fosse capito, torna a invadere il mio piccolo settore di realtà.

Lo fa con una gragnuola di notizie che lo riguardano e che oggi - dopo la lettura del bell’articolo di Tommaso Pincio che correda su La Lettura, inserto letterario domenicale del Corriere della Sera, una mappa psichedelica della genesi de L’arcobaleno della gravità - ho pensato di raccogliere in una sorta di avviso ai naviganti.

Prima news di attualità: il 27 febbraio prossimo, con un giorno di anticipo rispetto al quarantesimo anniversario della prima edizione USA, Rizzoli darà alle stampe una nuova edizione celebrativa de L’arcobaleno della gravità. Non è dato sapere se si tratti di un’edizione deluxe (magari corredata di qualche extra - è chiedere troppo, vero?) o di una semplice ristampa dell’economica ancora in circolazione, ma chi è interessato tenga d’occhio gli scaffali delle librerie.

Seconda news: i lettori che già hanno abbracciato il digitale possono intanto trovare in lingua inglese il catalogo completo delle opere di Pynchon in formato elettronico. Dallo scorso anno, con una campagna di lancio virale di cui ci parla Viviana Lisanti su Finzioni Magazine, la Penguin ha infatti ripubblicato integralmente la sua opera omnia per il mercato dell’e-book.

Terza news: il prossimo romanzo del nostro è invece atteso per l’autunno (plausibilmente in Italia lo vedremo quindi nel 2014, se si conferma la tradizione che negli ultimi anni vuole l’editoria nostrana particolarmente attenta alle nuove uscite pynchoniane) e si intitolerà Bleeding Edge. Nient’altro è dato sapere al momento, ma questo non deve sorprenderci: magari, come accaduto per Against the Day (quando Pynchon caricò personalmente una sua sinossi del romanzo su Amazon) e per Inherent Vice (con un booktrailer ufficiale raccontato dalla voce fuori campo di Pynchon in persona), sarà lo stesso autore ad avvertirci e condividere con noi ciò che è necessario, quando verrà il momento.

Quarta botta, per chiudere in bellezza: Paul Thomas Anderson, regista che scoprii grazie alla sua opera d’esordio Sydney (1996), un noir rarefatto con un cast che di lì a poco sarebbe diventato stellare (Samuel L. Jackson, Gwyneth Paltrow, Philip Seymour Hoffman) capitanato da un intenso Philip Baker Hall, è al lavoro sullo script di Inherent Vice, confermando così le voci che davano il libro come il primo per il quale Pynchon avesse accettato di cedere i diritti cinematografici. Difficile in effetti immaginare un autore più adatto di Anderson per rendere la complessità e l’ironia di un’opera pynchoniana: forse potrebbero avere qualche chance i Fratelli Coen, ma Anderson ha ammesso di essere un fan di Pynchon fin dall’adolescenza e questo gli fa guadagnare sicuramente dei punti di vantaggio. Contrariamente a quanto affermava solo la scorsa estate, sembrerebbe che il regista californiano sia al lavoro sulla sceneggiatura direttamente con Pynchon, e noi miseri mortali possiamo solo immaginare come possa essere confrontarsi quotidianamente con il più grande scrittore vivente per tradurre in immagini le sue visioni folgoranti. Notizia dell’ultim’ora: la Annapurna Pictures ha raggiunto un accordo con Joaquin Phoenix, fresco con Anderson del successo di The Master, per impersonare il ruolo di Doc Sportello. Phoenix rimpiazza Robert Downey Jr, che si è dissociato dalla produzione per ragioni non ancora trapelate e che personalmente avrei visto perfetto per il ruolo del detective fricchettone di Thomas Pynchon, ma non può certo dirsi una seconda scelta, data la considerazione che ha di lui il regista californiano.

Anderson spera di poter cominciare le riprese quest’anno. E noi teniamo le dita incrociate per lui.

Una questione di prospettiva

Posted on Gennaio 21st, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

Rielaboravo le suggestioni scaturite da diverse letture e visioni degli ultimi giorni, anche alla luce dello spettacolo Dal Big Bang alla civiltà in sei immagini che segnalavo ieri. Viene davvero da pensare a come nell’universo eventi lontanissimi nel tempo e nello spazio siano tra loro connessi. Un po’ come se una trama segreta, invisibile, unisse i diversi punti dello spazio-tempo attraverso una rete di comunicazione, consentendo uno scambio ininterrotto di informazioni. Dal presente al futuro, al passato, e poi di nuovo al futuro, attraverso l’illusorietà dell’attimo presente.

Prendete questa immagine della SN 1604, l’ultima supernova registrata nella nostra galassia, manifestatasi il 9 ottobre 1604 nella costellazione di Ofiuco e oggetto di lunghi e approfonditi studi di Keplero a partire dal 17 ottobre. Una supernova talmente brillante da superare al culmine della sua luminosità qualsiasi altra stella del cielo notturno, restando visibile a occhio nudo nell’arco ininterrotto di diciotto mesi.

Essendo stimata in circa 20.000 anni luce la sua distanza dalla Terra, quando SN 1604 giunse alla fine della sua vita come stella sulla Terra stava volgendo al termine il Paleolitico, il periodo associato allo sviluppo della tecnologia, culminato nell’introduzione dell’agricoltura. Keplero la osservò mentre l’Europa si accingeva a mettere piede nella Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), uno dei più sanguinosi conflitti che l’umanità abbia mai conosciuto (il conflitto che - secondo gli studiosi - forgiò la guerra moderna), a sbarcare sulle coste americane con i padri pellegrini imbarcati sulla Mayflower (1620), a portare a definitivo compimento la Rivoluzione scientifica. L’uomo a quel punto aveva la polvere da sparo (per i moschetti degli eserciti che si scontravano nel cuore del Vecchio Continente) e le lenti ottiche (per osservare i corpi celesti e svelare l’infondatezza delle teorie tolemaico-geocentriche). Quattro secoli più tardi, osserviamo quell’epoca con un brivido di orrore e un misto di sollievo e superiorità.

Adesso immaginiamo che oggi una supernova esploda a 20.000 anni luce dalla Terra. Come saranno gli umani che osserveranno la sua luce, tra 20.000 anni? E con quali sentimenti considereranno noi, l’umanità sulla soglia del terzo millennio, perennemente agli albori di qualcosa (l’era spaziale, la Singolarità Tecnologica, la prossima transizione sulla scala di Kardashev)?

L’eco blu dei fantasmi del passato

Posted on Settembre 16th, 2012 in Criptogrammi | No Comments »

Stamattina, come mi capita di fare ogni volta che me ne capita l’occasione nelle mattine domenicali delle stagioni di transizione, mi sono riascoltato Sunday Morning dei Velvet Underground. Al di là della nenia quasi sognante e del suo andamento oserei dire onirico, il testo di Lou Reed e John Cale sprigiona un senso di ossessione (it’s just a restless feeling, fin dalla prima strofa) che affonda le radici nel rapporto tra il presente/futuro e il passato. Da una parte abbiamo il territorio delle possibilità, dall’altro quello delle azioni concluse, degli errori commessi (early dawning / sunday morning / it’s all the wasted years / so close behind) e degli effetti delle decisioni prese (early dawning / sunday morning / it’s all the streets you’ve crossed / not so long ago). Come si può notare dai due esempi, l’uso accorto dell’anafora dimostra una consapevolezza che va ben al di là della presunta estemporaneità della lirica.

Si raccontano molte storie, intorno a questa canzone. Pare che fosse stata commissionata esplicitamente dal co-produttore Tom Wilson per avere un’altra traccia sul loro ormai leggendario album di debutto The Velvet Underground & Nico (1967) da registrare con la voce della cantante tedesca. Fu quindi l’ultima canzone composta dal gruppo per l’album, a quanto tramanda la storia proprio all’alba di una domenica mattina nel novembre del 1966, non dopo un sabato sera di bagordi come si potrebbe intuire dal testo ma dopo una nottata di registrazioni in studio. Si dice che fu il produttore Andy Warhol a suggerire a Lou Reed il tema dell’angoscia strisciante e che John Cale incluse il motivo del carillon quando notò nello studio una celesta (una variante dello xilofono) e pensò bene di usarla come strumento. Dopo le prove iniziali che videro Nico alla voce, la versione definitiva fu registrata da Lou Reed stesso, mentre la cantante passò al coro. E il risultato fu tale da meritarsi la traccia d’apertura dell’album. Ma sono tutte notizie facili da recuperare in rete, a partire dalle relative voci sulle edizioni italiana e inglese di Wikipedia.

Quello che più mi piace della canzone è il senso di commistione, di sconfinamento, di compenetrazione tra il presente, il passato e il futuro. La trovo una canzone molto fantascientifica, in questo senso. Emblematico in questo senso è il ritornello:

Watch out, the world’s behind you
There’s always someone around you
Who will call
It’s nothing at all

Ora, il ritornello è proprio il motivo da cui nasce la mia ossessione per Sunday Morning. In un’intervista rilasciata al critico Larry McCaffery nel 1996, William Gibson riconosce Lou Reed come una delle sue massime influenze e dichiara che avrebbe voluto usare il primo verso del ritornello come epigrafe per il suo romanzo d’esordio: Neuromante, il libro che nel 1984 ha cambiato la storia della fantascienza, con un influsso che si è propagato presto ben al di là dei limiti del genere. Forse per un errore di trascrizione, il verso diventa però “Watch out for worlds behind you“, distorcendo sottilmente il significato originale del testo, e in questa versione mi giunse quando per la prima volta lessi l’intervista nel 2001. Ovvero: “Attento ai mondi dietro di te”, come riporta anche questa traduzione per le pagine di Intercom, producendo quell’effetto di spiazzamento che probabilmente è la causa principale - ma non l’unica - della mia associazione tra il mood della canzone e un panorama fantascientifico.

Tutta questa storia ha un vago sapore di mistero, se me lo consentite. Mi ricorda lo scavo filologico operato da Samuel R. Delany nel superbo La Ballata di Beta-2 (1965), dove la canzone del titolo racchiude nascosto tra i suoi versi il senso ultimo della catastrofe che ha spazzato via una spedizione spaziale. Ma se vogliamo restare in ambito musicale, mi richiama alla mente anche la storia di Strawberry Fields Forever, canzone del 1967 che rappresenta uno dei primi passi dei Beatles nel rock psichedelico. Quando cominciò a scriverla durante un soggiorno in Spagna tra il settembre e l’ottobre del 1966, John Lennon tornò con la memoria al campo giochi proibito della sua infanzia, dietro l’omonimo orfanotrofio di Liverpool, e scrisse una strofa da cui tutto sarebbe partito, ma che non sarebbe mai stata inclusa nella versione definitiva, per la quale preferì una scrittura ancora più criptica. E fu così che:

No one is on my wavelength
I mean, it’s either too high or too low
That is you can’t you know tune in but it’s all right
I mean it’s not too bad

divenne:

No one I think is in my tree
I mean it must be high or low
That is you can’t, you know, tune in
But it’s all right
That is I think it’s not too bad

Un caso, insomma, di versi fantasma, cancellati dal nostro continuum spazio-temporale. Per quelli tra di voi che fossero interessati ad approfondire, Wikipedia ricostruisce la genesi della canzone (in italiano e in inglese). Per i musicofili, in rete si trova anche uno studio accuratissimo firmato dall’esperto Alan W. Pollack.

Per qualche motivo, Gibson non poté adottare la citazione di Sunday Morning in Neuromante, ma riuscì a rimediare nel 1999 con il suo sesto romanzo personale, che da una canzone inclusa nello stesso album - guarda caso, la traccia numero 6 - titolò All Tomorrow’s Parties (da noi American Acropolis). Il verso modificato è anche una delle citazioni di apertura del mio Sezione π², un caso di blooper intenzionale, come se il romanzo non appartenesse a questo, ma a uno degli innumerevoli mondi che pensiamo di esserci lasciati dietro le spalle, e che invece continuano a braccarci, come lupi famelici nelle luci grigie dell’alba che s’infiltrano nel tessuto dei sogni.