Archive for the ‘Agitprop’ Category

Il dominio degli ultracorpi

Posted on Luglio 9th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

Immaginate una società complessa, sfaccettata, sufficientemente articolata da rendere credibile una dialettica di facciata tra le fazioni - più o meno numerose - che la sua scena politica richiederebbe per fornire un’apparenza di vitalità. Per esempio, un paese come l’Italia.

Immaginate che nel corso dei decenni si sia consolidata una classe dirigente, i cui membri siano distribuiti trasversalmente attraverso tutti gli schieramenti con una pur minima possibilità di ambire al governo delle istituzioni locali o nazionali. Ipotizziamo che gli esponenti di questa élite siano espressione di un potere occulto, segreto, assolutamente non ufficiale: il Partito Dominante, che prima di tutto è un Partito Ombra, ovvero una compagine che si muove all’ombra dello schermo degli schieramenti ufficiali.

Nessuno può dire quando il Partito Dominante sia stato costituito, ma la diaspora dei dirigenti e dei quadri di partito dalla formazione che ha amministrato la cosa pubblica per tutta la durata della Prima Repubblica ne ha potenzialmente agevolato l’infiltrazione in pressoché tutti i partiti seduti lungo l’arco parlamentare, con rarissime eccezioni (misurabili con l’esperienza dell’extra-parlamentarietà duratura o anche solo temporanea). D’altro canto, i principali partiti in grado di spartirsi i resti della Balena Bianca si sfideranno a colpi di proclami e anatemi, ma in realtà saranno disposti a temporanee alleanze tattiche, come insegna tutto un ciclo di decreti passati o bocciati per il sostegno o la mancanza dei voti provvidenziali. Tutti gli altri, saranno destinati a lungo o a breve alla marginalità: la sinistra, sempre ritratta come un reperto storico di un’epoca buia (come se quella che fosse venuta dopo sia stata un’età dell’oro); i moti up-wing, che finiranno per inglobare le pretese di legittimità delle destre da sempre striscianti nel nostro tessuto sociale, la cui gestione da parte di personalità ingombranti capaci di fornire un’immagine quanto più pittoresca e risibile dei fenomeni di protesta rientra anch’essa nello schema generale.

[In effetti, la stessa ripartizione in fasi successive dell'esperienza politica del Paese risponde a un semplice calcolo strategico, legato all'esigenza di dare una parvenza di evoluzione - una mera illusione di cambiamento, di riciclo, di avvicendamento - della classe politica agli occhi dell'opinione pubblica. Per cui parlare di Prima, Seconda o Terza Repubblica è già di per sé un sintomo del contagio psichico, un segnale che il Partito Dominante è riuscito a imporci la convenzione precostituita che si siano verificati dei mutamenti, nel corso della storia repubblicana, che in realtà non hanno mai avuto luogo, preservando invece il potere delle stesse persone, delle stesse famiglie, degli stessi gruppi di interesse.]

Immaginate che il Paese, a un certo punto della sua storia, attraversando una fase particolarmente critica, in cui le debolezze strutturali rese ormai croniche hanno raggiunto un punto di rottura e di non ritorno, esprima nell’unica maniera concessa dalle istituzioni democratiche - il voto popolare - un’istanza di cambiamento, una volontà di superamento dell’impasse in cui per anni i governi si sono crogiolati. E che l’unica risposta visibile dalla classe politica sia, nell’ordine:

a. lo stallo delle istituzioni;

b. la rielezione - la prima nella storia repubblicana - della stessa figura nel ruolo (delicatissimo in questa presunta transizione) di Capo dello Stato;

c. lo scioglimento di tutti gli accordi pre-elettorali e la convergenza in un patto di larghe intese e di ancor più ampie pretese.

Lo so, lo scenario sta diventando familiare. E inquietante. Ma senza voler indulgere nelle manie cospirazioniste divenute tanto di moda negli ultimi tempi, va considerato anche che scaturisce prevalentemente dall’analisi che Charles Stross ha sviluppato in merito alla situazione del suo Paese (il Regno Unito) e dagli straordinari paralleli che mi è capitato di intravedere con la nostra specifica situazione italiana.

In questo scenario, il berlusconismo non sarebbe altro che un diversivo, una sorta di specchio per le allodole. Così come l’anti-berlusconismo di facciata del principale partito avversario. In realtà, in entrambi gli schieramenti sarebbero infiltrati emissari del Partito Dominante, per lo più in posizioni-chiave, comunque sempre in prossimità delle stanze dei bottoni. In quest’ottica, assume una valenza interessante la moltiplicazione di casi di parentela tra i due principali partiti concorrenti al governo del Paese: zii e nipoti, mariti e mogli. Praticamente un’ammucchiata, in cui si sta consumando quest’ennesima, lenta, morbida Caduta.

In condizioni stazionarie, il Partito Dominante potrebbe ambire a preservarsi ad libitum. Ma non dobbiamo dimenticare che la fase che stiamo attraversando è quanto di più lontano ci sia da una condizione stazionaria: l’economia del Paese si ritrova esposta agli assalti predatori della finanza internazionale, la società è sottoposta alle spinte centrifughe dei particolarismi, amplificate dalla disoccupazione che ha ormai raggiunto tra i giovani livelli intollerabili per un paese civile. Combiniamo l’assenza di una prospettiva del futuro - anche solo di un’idea della possibilità di superare lo stato di crisi ormai permanente - con l’esperienza fallimentare del voto di protesta espresso alle ultime consultazioni elettorali. Moltiplichiamo per l’aperto disprezzo di tutti gli organi amministrativi per l’esito delle consultazioni referendarie: quelle nazionali, ma anche quelle cittadine.

Serviva una valvola di sfogo, ma per imperizia e per sufficienza si sta decidendo di forzare le condizioni di isolamento da cui il sistema politico proveniva. Anzi, l’isolamento della classe dirigente dalla società tende ad aumentare. Sotto la chiusura ermetica, la pressione intanto continua ad salire.

Sarà un processo forse ancora lungo, ma alla lunga le cause continueranno a  incistarsi, le metastasi invaderanno il corpo e la difesa immunitaria dell’organismo s’illuderà di poter reagire con un ultimo disperato contrattacco. Prendete questo scenario ed esportatelo a piacimento: Spagna, Portogallo, Grecia. Siria, Turchia, Egitto. Il Mediterraneo potrebbe essere l’epicentro della prossima fase nella crisi globale.

Date queste premesse, temo che restare a guardare per la pura curiosità scientifica di conoscere gli esiti stavolta ci riserverà ben poche soddisfazioni.

Il senso del lemming per le fasi nuove

Posted on Aprile 20th, 2013 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Il segretario, ormai dimissionario, ascolta in silenzio il ronzio subliminale del motore. Immerso nei pensieri, l’espressione corrugata. Mentre la città scorre attorno a lui, il riflesso del profilo nel vetro si sovrappone agli scorci di Roma ed è il ritratto impietoso di uno stato d’animo che si trascina da giorni.

Cosa diremo agli elettori? Non è più un mio problema, ecco… Almeno di quello, se non altro, ho smesso di preoccuparmi. Non che in effetti ci abbia mai messo il pensiero più di tanto: quella dovrebbe essere preoccupazione dei candidati del partito, coltivare le relazioni con la base, mantenere le linee… E’ una trafila, dopotutto, l’abbiam fatta tutti… Ci son passato anch’io! Però, cazzarola, siam stati eletti, siam stati qua a sbatterci due mesi, cercando la quadra… Parla con questo qui, senti quello lì, ascolta quell’altro là… E Giorgio, sempre con le sue condizioni, le sue direttive… Va bene, è il Presidente, mica il Papa!

«Segretario, siamo arrivati».

Aspetta un po’… Non è il Papa, d’accordo, ma è già Presidente! Non è che basta lasciarlo lì, finché muore? Poi tanto il problema passa a qualcun altro. A quel punto non lo riguarderà più nemmeno a lui. Io non voglio più saperne niente… Mi rifaccio una vita, sui colli piacentini, mi godo la vecchiaia, la famiglia. Magari manterrò qualche contatto. Sentirò qualcuno, di tanto in tanto. Almeno per gli auguri… Natale, il compleanno… Si ricorderà di me?

«Da questa parte, segretario. Il Presidente la sta aspettando».

A proposito, una telefonata… Almeno quella, cazzarola, nessuno ha pensato di farla.

«Hai mica un cellulare da imprestarmi?»

Vediamo un po’ la rubrica… Rispoli, Robida… Romiti! No, cazzarola, proprio non ce l’ho!

«Ecco, segretario».

«Oh, non fa niente… ’si preoccupi…»

«Scusi?».

«Non si preoccupi…»

Niente, e vabbe’… Andata così… D’accordo, d’ora in avanti anche lui avrà i suoi problemi. Siam venuti giù noi, è solo questione di tempo. Nemmeno Mario, che lui sì c’ha una bella testa, riuscirà a tenere in piedi la baracca a lungo. Però, forse… In fondo siam nati lo stesso giorno lì! Magari si ricorda… Un bigliettino d’auguri, una cartolina.. Una di quelle sconce, che lui c’ha un gran spirito, almeno è capace di tirar su il morale!

«Allora, Pier… Ho letto sull’internèt. Che stai combinando?»

«Giorgio, guarda… Ho combinato un casino! Però avevo promesso una sorpresa, almeno quella lasciamela fare. Sarà il mio commiato dagli italiani, dalla politica, da tutto.  È davvero l’ultima proposta che faccio… Poi basta! Via, me ne vado, non mi vedete più!»

«Sentiamo».

«L’idea è semplice, e proprio per questo magnifica. Senti: tu Presidente della Repubblica, Monti al governo. Lo appoggiamo Silvio ed il PD».

«E poi?»

«E poi si vedrà. Se ne occuperà qualcun altro, no? Posso mica pensare io a tutto, adesso… Intanto la chiudiam qui. Poi, si apre una fase nuova! Non ti sembra?»

«Pier…»

«E? Dimmi…»

«Una fase nuova? Con me al Quirinale e Mario capo del governo?»

«Già. Ce lo chiedono…»

«Ah, sì? Chi ve lo chiede, Pier… si può sapere?»

«Gli elettori…»

«Gli elettori, eh? Quelli grandi o quelli piccoli?»

«Quelli… medi».

Nel segno del lemming

Posted on Aprile 20th, 2013 in Agitprop | 3 Comments »

Ok, l’analogia è vecchia, e trovo io per primo assurdo che la possa riciclare a distanza di 5 anni, con protagonisti diversi ma sempre in riferimento allo stesso gruppo dirigente, con immutata efficacia. Eravamo rimasti qui, l’ultima volta che mi ero disturbato a commentare su questo blog le scelte del Partito Democratico. Ci ritroviamo qui. Ripercorriamo insieme le tappe, con l’invito a sfruttare lo spazio dei commenti per effettuare integrazioni o anche solo portare le vostre testimonianze.

1. Dopo i fasti dialettici delle primarie, il PD si è adagiato sui presunti allori di una vittoria già conquistata, rinunciando di fatto alla campagna elettorale. Ha dilapidato in questo modo il vantaggio riconosciutogli da tutti i sondaggi, consegnando il paese al più assurdo stallo della sua storia: tre forze politiche che sostanzialmente si equivalgono, senza nessun interesse (o possibilità) a dialogare l’una con l’altra per uscire dall’impasse.

2. L’ostinazione perseguita dal segretario nel tentativo di formare un governo, malgrado tutte le avversità, rimediando - tecnicamente parlando - schiaffi e sputi, come nel memorabile vertice in streaming con l’impresentabile delegazione del Movimento 5 Stelle.

3. Ovviamente, il grosso delle responsabilità di questi primi due passi falsi ricade quasi per intero sulle spalle del segretario, Pierluigi Bersani, eletto come il più competente tra i tecnici del Partito, e rivelatosi presto come il meno carismatico, efficace, concreto leader politico della seconda repubblica. Lui stesso credo che in questo momento non desideri altro che essere dimenticato, di essere consegnato all’oblio insieme alla storia del PD, al più presto. Ma purtroppo temo che un ruolo non irrilevante, negli ultimi 4-5 mesi, sia stato giocato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, persona che stimo (e che ho sempre potuto vantare come la mia prima preferenza espressa nell’urna). Ebbene, prima il veto presumibilmente posto a Bersani sull’ipotesi di alleanza tra PD-SEL-CD e la sgangherata Rivoluzione Civile di Ingroia per i conflitti avuti con quest’ultimo (che comunque avrebbe potuto scompaginare gli equilibri precari venutisi a formare con l’esclusione di RC dalle soglie di sbarramento), e successivamente l’imposizione a trovare una convergenza più ampia possibile nella scelta del suo successore (spingendo Bersani a una trattativa francamente improponibile sia con il cinismo berlusconiano di lungo corso sia con l’arroganza numericamente ingiustificata di Monti & Soci), hanno certamente scaraventato il segretario nella polvere dell’arena: non per battersi come un gladiatore, ma per essere sbranato dai leoni. La crisi di nervi degli ultimi giorni - palesata nell’abbraccio immondo con un Angelino Alfano disorientato e stupefatto lui per primo da tanta dimostrazione d’affetto - lo testimonia al di là di tutte le parole e i sospetti possibili.

4. Malgrado le eventuali interferenze presidenziali, resta tuttora incomprensibile la chiusura di Bersani e di tutta la classe dirigente del PD alla candidatura di Stefano Rodotà. E’ una di quelle preclusioni che sfuggono alla mia capacità di comprensione, così come a quella di milioni di italiani. Il PD è stato capace di farsi rubare dal M5S, e da quello stesso Grillo che solo poco tempo fa veniva additato dallo stesso Rodotà come un pericolo per la democrazia, un candidato non solo dignitosissimo e presentabilissimo, ma appunto sopra le parti, forte di una reputazione interna e internazionale con pochi rivali. A meno che dietro la resistenza bersaniana non ci sia del risentimento per il trattamento subito al punto 2, non si riesce davvero a capire perché il PD non possa votare Rodotà, almeno in larga parte: continuando a ipotizzare un centinaio di franchi tiratori, la somma dei voti di quel che resta dei democratici, SEL e M5S dovrebbe bastare per il quorum. Eppure ancora in queste ore (23.31 del 19 aprile) si parla di trattative in corso per trovare una convergenza con Monti.

5. La scelta dei nomi da immolare sull’altare democratico ha dell’incredibile. Il processo adottato da Bersani è in assoluto il più tortuoso e ricco di insidie che si potesse immaginare. Dapprima Bersani si è recato a rapporto da Berlusconi, presentando una rosa di nomi e lasciando all’acerrimo nemico la scelta di quello più inoffensivo per i suoi scopi. Promettendo nel frattempo sorprese e fuochi pirotecnici. E quindi finendo immancabilmente per deludere tutti: opinione pubblica, elettorato, larghe fasce del partito stesso, alleati. Non uno dei nomi pensati (Marini, D’Alema, Amato, Mattarella, Finocchiaro) avrebbe potuto reggere il peso del cambiamento per cui l’elettorato italiano esterno al centrodestra ha voluto esprimere la propria esigenza alle elezioni del 24-25 febbraio. Mancato l’obiettivo dei 2/3 dei voti e non solo per via di SEL (che comprensibilmente ha invece votato per affinità storica, credibilità e senso della decenza per Rodotà) il PD come sempre ha optato per la scelta più conservativa: Bersani è tornato temporeggiatore e ha deciso per la scheda bianca. Quando il quorum si è abbassato alla soglia della metà più uno, ecco il nuovo colpo di genio: sparigliare tutto e puntare sulla soluzione più divisiva possibile, Romano Prodi. Prodi avrebbe spaccato l’Italia, c’è una parte intera di paese che è stata sobillata per anni contro la sua figura dal grande sobillatore Berlusconi, che infatti ha sempre visto in lui l’unica seria minaccia politica alla propria egemonia, ma - credevano e personalmente continuo a credere - avrebbe saputo dimostrare con l’operato sul campo la propria idoneità al ruolo. Peccato che Bersani non avesse fatto i conti con il suo stesso partito: uno su quattro dei suoi uomini, infatti, dopo aver applaudito la sua scelta, hanno votato contro nel segreto dell’urna. Bruciando di fatto la candidatura della personalità politica più stimata nel mondo tra tutte quelle espresse dal centrosinistra. Un vero capolavoro, non c’è che dire.

6. Il metodo stesso seguito per definire i nomi da immolare è difficile da credere. Bersani ha praticamente deciso tutto da solo. E lo ha fatto con il carattere esitante, titubante, che gli abbiamo visto esprimere per tutta la durata della sua segreteria. Con continui cambi di rotta, lunghe pause bianche, senza esprimere una linea definita. Il ritorno alla scheda bianca dalla prima votazione di domani mattina è emblematico in tal senso. E trovo in tutta sincerità imbarazzante che da tutto il suo “entourage” non si sia levata una sola voce capace di convincerlo dell’inefficacia di questa strategia, un solo consiglio credibile che lo invitasse a cambiare metodo, a sfruttare le opzioni di collegialità offerte da un grande partito, di mediare prima di tutto tra le diverse anime del PD e anche con gli alleati, e poi condividere all’esterno la soluzione. Invece i focolai si sono accesi sempre di più, le scaramucce sono degenerate in vere e proprie battaglie intestine, e il PD si è ritrovato a essere quel panorama balcanizzato di rovine che contempliamo con stupore dallo scorso pomeriggio.

Infine un auspicio. Le dimissioni erano ovviamente il minimo che potessimo aspettarci. A tarda sera sono arrivate, cosa nemmeno tanto scontata per come sono state condotte le vicende finora. Ma la nuova fase dovrà passare per un autentico svecchiamento dell’apparato. Il PD forse si spaccherà, andrà in frantumi, forse alle prossime elezioni due o più soggetti prenderanno il suo posto sulle schede elettorali. Spero almeno che sia definitivamente tramontata l’illusione di un centro-sinistra col trattino, perennemente all’inseguimento di un elettorato moderato forse estinto, sicuramente non pervenuto alle ultime elezioni. Se il centro-sinistra senza Prodi non ha mai saputo esprimere una vocazione capace di trascendere i confini di campo, allora che si torni a una sinistra vera, autentica, capace di esprimere un punto di vista e una visione del mondo tanto nei temi dell’economia che della società, del progresso, della cultura, e lasciamoci indietro questi venti anni di inutili complicazioni e sofferenze. Guardiamo avanti, consapevoli che la strada è lunga, ma ormai anche consci che le volte che ci è stata mostrata breve era sempre e solo per seguire le scorciatoie personali di qualcuno, e mai nell’interesse più generale del Paese.

A soffrire, ci siamo abituati. Torniamo almeno a farlo per una ragione valida.

102 bombe H

Posted on Aprile 19th, 2013 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 6 Comments »

Al quarto scrutinio dell’elezione del Presidente della Repubblica, l’unico leader del centrosinistra italiano che è sempre riuscito a sconfiggere il rappresentante del principale schieramento avversario (parafrasando la ridicola definizione adottata da Veltroni nel corso della sua campagna elettorale da candidato premier, risultata immancabilmente perdente), nonché ispiratore e fondatore di quella cosa che per qualche anno è stata conosciuta come Partito Democratico, senza che i contorni e gli scopi risultassero peraltro mai afferrabili ai comuni mortali, suoi elettori inclusi, è stato affossato dal suo stesso partito.

I numeri per una volta forniscono le proporzioni del disastro. Qualche defezione era stata messa in conto, e già questo era un primo passo francamente imbarazzante. D’accordo, anche Gesù Cristo ha avuto i suoi traditori, come pure - immagino - in qualche altra tradizione sia capitato a Buddha, a Maometto o a Confucio. Ma qui stiamo parlando di cose un po’ meno epiche, e di questioni di certo meno trascendenti, ovvero della tenuta politica di un progetto. E se una persona viene investita di un incarico parlamentare o comunque rappresentativo dal suo partito, si presume che si riconosca almeno nei presupposti del partito che deve rappresentare. Quei presupposti che, sul piano ideale della carta degli intenti, recano la firma di una sola persona: Romano Prodi.

In questo memorabile 19 Aprile 2013, che verrà ricordato come l’ultima vera Caporetto del centrosinistra italiano (ancora più delle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, ancora più della giornata di ieri), lo stesso Romano Prodi è stato affossato non da una manovra del nemico di sempre, non dalle insidie della dialettica politica, bensì, come nella più classica delle tragedie, da una trappola interna di cui sfuggono ancora i contorni precisi, ma della cui paternità sono indiziati due o tre nomi, che altro non sono che i nomi di sempre. Ma torniamo ai numeri, per realizzare le dimensioni della disfatta. La candidatura di Prodi non è saltata per una manciata di voti, ma per il mancato sostegno di 102 voti. 102 senatori, deputati e rappresentanti regionali che, anziché votare l’iniziatore del progetto per cui dovrebbero lavorare, hanno preferito per calcolo, opportunismo o incoscienza (tutto è ancora da dimostrare) di votare qualcun altro.

102 voti contrari, che fanno più rumore nel silenzio dell’urna di 102 testate nucleari.

Perché stamattina, appena il loro segretario - da un paio di giorni in evidente stato confusionale - ha reso pubblica la sua candidatura, quei 102 grandi elettori, insieme ai colleghi di partito, si sono alzati in piedi e come gli altri hanno applaudito.

Da elettore del centrosinistra penso di non aver mai provato la vergogna  e l’impotenza che provo oggi. E - purtroppo - sono certo di non essere il solo. Allo sconforto si somma la rabbia alla notizia che dalla riunione di partito di questa sera è emersa come unica linea politica per il quinto turno quello di esprimere scheda bianca. Che è un po’ come lasciare il campo agli altri, trattenendo però il pallone (in quanto, numericamente, senza l’appoggio del PD, anche la convergenza di tutte le altre forze politiche - cosa per altro non realizzabile vista l’eterogeneità delle proposte del Movimento 5 Stelle e degli altri - non produrrebbe la maggioranza). Una cosa che, a fronte della candidatura di Stefano Rodotà - persona integerrima, giurista stimato, uomo delle istituzioni apprezzato da larghe fasce della società civile, come dimostra appunto la sua candidatura  da parte del M5S - risulta oltremodo incomprensibile.

A me le cose che non riesco a capire, malgrado tutti gli sforzi e i tentativi, non sono mai piaciute. Anzi, mi fanno da sempre incazzare. E non bastano le dimissioni dell’intero gruppo dirigente a farmela passare, perché penso che i 9 milioni di cittadini che li hanno votati, e tutti gli altri italiani con cui coabitiamo in questo grande condominio ormai pieno di vizi e povero di prospettive, meritino di più. Meritiamo tutti di essere trattati meglio, da persone intelligenti quali fino a prova contraria siamo. E dall’altro lato ci ritroviamo invece interlocutori sempre meno affidabili, sempre più confusi, sempre più ostinati a mantenere una condotta che sfugge alla comprensione umana.

La memoria è un filo

Posted on Gennaio 27th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

La memoria è un filo che collega il passato al futuro e lega le nostre singole esistenze alla trama della storia. Ma è un filo sottile e troppo spesso rischia di spezzarsi, come dimostra la cronaca degli ultimi giorni. Per questo è bene che la ricorrenza odierna non passi sotto silenzio. Per il Giorno Internazionale della Memoria 2013 voglio quindi richiamare la riflessione sulla memoria di Alessandro Portelli postata in occasione del furto dell’iscrizione all’ingresso di Auschwitz, il post dello scorso anno e un brano di Primo Levi tratto da I sommersi e i salvati (1986):

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Ricordiamocene. Rinunciando alla memoria, cediamo ad altri il controllo sul nostro futuro.

Acchiappanuvole

Posted on Novembre 13th, 2012 in Agitprop | No Comments »

Non so quanto fosse voluto il riferimento, ma ieri sera ascoltando Nichi Vendola che si definiva “acchiappanuvole” mi si è chiuso un circuito neurale che ha subito evocato la figura di Wilhelm Reich (nonché la canzone di Kate Bush dedicata alla figura del controverso scienziato - Cloudbusting - e lo splendido video che ne trasse Terry Gilliam). Al di là delle citazioni volontarie o non intenzionali, mi sembra che ci sia solo una persona alle nostre latitudini in grado di prospettare un futuro in cui mi piacerebbe vivere, un po’ come in America ha fatto - con le dovute proporzioni - il giustamente rieletto presidente Barack Obama, e questa persona è Vendola. E anche per questo, tra le tante altre cose, alle primarie voterò per lui.

Ancora sul connettivismo, una postilla

Posted on Novembre 2nd, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 10 Comments »

Saprete ormai quanto disapprovi la parola “connettivismo“, in favore della più veritiera personalizzazione al plurale - connettivisti - che trovo maggiormente veritiera e rispettosa della pluralità di voci del movimento, sintomatica della sua ricchezza generale e capace di valorizzare le individualità che lo popolano. Il movimento è come l’alveo di un fiume, che resterebbe vuoto senza le tante gocce d’acqua che danno vita alla corrente. Senza questo flusso di singolarità, il fiume non esisterebbe: sarebbe solo un letto disseccato, una distesa inaridita di pietre e di sabbia.

Però in questo caso voglio adottare il termine in riferimento al movimento, all’incubatore in cui tutti noi ci muoviamo, di volta in volta e a seconda dei casi come scrittori, poeti, critici, studiosi, artisti, operatori, perché voglio parlare del modo in cui tutti noi ci rapportiamo ad esso. Nel tempo - sono trascorsi quasi 8 anni dalla sua costituzione ufficiale - il connettivismo è cresciuto, ha ampliato i suoi orizzonti, si è arricchito, è maturato. Lo ha fatto perché le persone che si riconoscono nel progetto sono maturate e perché altre persone si sono aggiunte apportando il loro contributo nell’interesse generale e in favore di un ritorno personale.

Il movimento è ancora fluido, anzi magmatico, talora ribolle di turbolenze e vortici, e questo è un bene: è un indice della sua vitalità e finché la corrente procede verso il fronte del futuro non si può che esserne soddisfatti.

La nostra tre-giorni romana mi ha stimolato una serie di riflessioni che vorrei condividere con tutti. Le riassumo in tre punti principali, su cui mi piacerebbe confrontarmi con chi al connettivismo si sente ancora di potere e volere fornire un apporto.

1. Credo che sia venuto il tempo per superare la dicitura “padri fondatori” e ogni rimando che possa essere ricondotto a una qualche forma di liturgia (estremizzo l’immagine per rendere meglio il concetto, non me ne vogliate). Intendiamoci, l’accezione con cui l’espressione viene adottata denota stima, rispetto, affetto, e non posso che esserne grato a chiunque decida di usarla. Ma magari non tutti riescono a cogliere al volo anche l’ironia sottintesa, la complicità che ci vede tutti - fondatori, associati, aggregati, compagni di strada, e chi più ne ha… - cooperare fianco a fianco, a uno stadio paritetico, alla riuscita del progetto generale e dei progetti particolari che di volta in volta siamo chiamati a mettere in piedi (si tratti di un’antologia, di una rivista, di un sito, di una convention, o di qualsiasi altra cosa vogliate). Forse, se proprio non possiamo rinunciare a una denotazione per chi ha innescato il congegno connettivista, si potrebbe parlare di iniziatori, piuttosto che di “padri fondatori”. Dopotutto è un termine dalla connotazione più neutrale, quasi asettica, e non implica - nemmeno per sbaglio - una forma precostituita di gerarchia. Non so se Sandro Battisti e Marco Milani sono d’accordo con me, mi piacerebbe ricevere un feedback anche da loro. Personalmente non mi dispiacerebbe nemmeno vedere andare definitivamente in soffitta il manifesto, e posso dirlo essendone il principale responsabile: non sarebbe più interessante sentire Sandro Battisti, Marco Moretti, Domenico Mastrapasqua, Lukha B. Kremo e gli altri recitare i loro ultimi lavori, piuttosto che riascoltare ogni volta un documento ormai mediamente più vecchio della maggior parte dei lavori connettivisti?

2. Il movimento non dovrebbe mai smettere di aprirsi verso l’esterno. Mi piacerebbe che sempre più connettivisti cogliessero le varie occasioni offerte dal panorama del fandom fantascientifico italiano (le diverse convention organizzate ogni anno, le diverse riviste cartacee e on-line in attività, i diversi progetti antologici che raggruppano gli autori della comunità SF) come un’opportunità per interfacciarsi con il resto del mondo là fuori, una chance per scavalcare i recinti, e anche i pregiudizi che tanto spesso ci troviamo a scontare sulla nostra pelle.

3. Abbiamo fatto i conti con il passato, si diceva nei giorni scorsi. Ci siamo confrontati con la maggior parte dei filoni artistici e culturali che ci sono serviti da ispirazione per elaborare questa esperienza. Adesso possiamo concentrare meglio le nostre forze sui nostri lavori presenti e futuri: scriviamo - racconti, romanzi, articoli, poesie - e lavoriamo sui nostri progetti - riviste, siti, film, trasmissioni radiofoniche, podcast - per portarli avanti e offrire agli scettici materiale su cui pensare, materiale da commentare, materiale da analizzare. Solo così terremo il fianco al riparo dalle critiche troppo facili - e fin troppo scontate - che ancora ci vengono mosse con innocenza, ignorando i trascorsi. Solo così produrremo una vera accelerazione nella crescita del movimento e un avanzamento verso un nuovo stadio, da cui poterci dare un nuovo obiettivo.

A voi la linea. Hasta siempre, compañeros!

[Immagine: illustrazione di Israele Leal.]

PS: Non posso non riportare qui i collegamenti ai rispettivi resoconti della Next-Fest redatti da Sandro Battisti e Francesco Verso, in cui mi sembra di riscontrare una comunione di fondo - fatti i dovuti distinguo - con gli intenti espressi in questo post.

La guida galattica per non-connettivisti /3 - I connettivisti e le rotte del futuro

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

Quale sarà il futuro dei connettivisti e più in generale quello della fantascienza? Riprendendo il motto che ha accompagnato la Next-Fest, esplicito omaggio all’insostituibile Vittorio Curtoni, dove stiamo volando?

Nessuno può dirlo, però possiamo provare a tracciare delle rotte. E tra le rotte in corso di esplorazione ce n’è almeno una nuova, che sta andando progressivamente ad aggiungersi alle due ormai consolidate, storiche. La prima era l’attitudine alla commistione tra i generi, e il futuro ci vedrà sempre più attivi sui terreni di confine della fantascienza, nel tentativo di spingere il movimento a fare i conti con gli angoli più remoti e bizzarri del fantastico, ma non solo. La seconda era la propensione a declinare la nostra prospettiva artistica secondo un paradigma multimediale: narrativa, poesia, arti grafiche, cortometraggi, un numero crescente di approcci alla televisione e al cinema. A queste strade se ne va ora ad accostare una terza. Lukha B. Kremo, insieme a Marco Milani uno dei grandi assenti alla con (e a entrambi va il nostro abbraccio), ha coniato per questa un’etichetta che trovo di notevole impatto: nextstream. È il tentativo di operare un “ripotenziamento” della fantascienza e del fantastico, dall’esterno: agendo sul campo del mainstream, sulle orme di numerosi autori che ci hanno preceduti, da Thomas Pynchon e i postmoderni a Haruki Murakami, passando per Kurt Vonnegut, J.G. Ballard, Jorge Luis Borges, Italo Calvino e l’elenco sarebbe davvero troppo lungo per citarli tutti. Lavorare un po’ per sottrazione, come dicevo a proposito delle divergenze/affinità tra cinema e letteratura di fantascienza, invece che per accumulo. Alleggerirsi, insomma, per correre più veloci, e arrivare più lontani. Ed espandere la frontiera, inglobando nuovi settori nello spazio d’influenza che ci è familiare.

Esempi di mainstream fantascientifico se ne trovano in abbondanza soprattutto al di fuori della letteratura, d’altro canto. Si pensi al cinema di fantascienza, nel suo complesso, dove la fantascienza ha preservato nel corso del tempo la propria vocazione popolare – laddove nella letteratura si faceva sempre più specialistica. Oppure, in una certa misura, anche alla televisione, alla capacità di far presa sull’immaginario dello spettatore non specializzato che ha arriso al successo di serie come Star Trek (e in questa sede penso oltre alla serie classica e a The Next Generation, in particolare a Deep Space Nine), a Babylon 5, a Battlestar Galactica; e, da questa parte dell’oceano, alla ben più che longeva, ormai pressoché mitologica, Doctor Who, a Torchwood e a un altro capolavoro della BBC, Life on Mars. Ma penso anche al fumetto: dalla scuola sudamericana di Hector Oesterheld, Alberto Breccia e Juan Giménez (non solo lo splendido Eternauta, ma anche Perramus e gioielli di inusitata potenza espressiva, come i racconti di Quarto potere), agli Humanoïdes Associés della bande dessinée, Philippe Druillet, Moebius, Enki Bilal, fino ad Alan Moore, Warren Ellis, e al nuovo fumetto supereroistico e new weird americano (alcuni nomi su tutti: Jeph Loeb, J. Micheal Straczynski e Mike Mignola). Tutti validissimi modelli per sperimentare nuove espressioni per la scrittura di genere e proseguire, a mio parere, sulla falsariga di quanto svolge da sempre Sergio “Alan D.” Altieri, ospite d’onore in telepresenza alla Next-Fest.

Non dovremmo nemmeno dimenticare l’importanza della letteratura young adult, di quelli che un tempo erano chiamati juveniles, come occasione di reclutamento di nuove leve dall’unico bacino che può andare a incrementare le file dei lettori: il vivaio delle giovani e soprattutto giovanissime generazioni, ci ricordava Proietti, meriterebbe una maggiore considerazione. E gli autori possono aiutare l’editoria a maturare la sensibilità giusta.

Dell’editoria elettronica hanno parlato Sandro Battisti (il suo Olonomico è uscito prima in e-book che in cartaceo) e Dario Tonani (stessa esperienza, con il caso editoriale del 2011 Mondo9), supportati dai rispettivi editor Luigi Milani e Salvatore Proietti, Giovanni Agnoloni con il suo Sentieri di notte in uscita per entrambi i mercati, quello tradizionale e quello elettronico, e infine Francesco Verso nel suo particolareggiato panel sull’evoluzione del settore dell’e-book. La nuova stagione del libro elettronico in cui stiamo entrando sembra davvero promettente, sicuramente troppo stuzzicante per lasciarsela scappare. Ci si sta schiudendo davanti un intero nuovo universo di possibilità, in cui potremo ridefinire i confini stessi di quella che chiamiamo narrativa oppure, più ambiziosamente, letteratura. Non credo che i libri di carta diventeranno una rarità, ma sono convinto che il libro elettronico plasmerà una nuova consapevolezza nei lettori e modificherà la nostra stessa percezione della parola scritta, specialmente per quanto riguarda l’esperienza della lettura.

È da qui che possiamo partire. Nessuno ci costringe. Ma è un’opportunità. Sta a noi giocarcela. Insieme a chi vorrà reggere il gioco.

Per aspera ad astra.

(3 - fine)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura
La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

In quanto connettivisti, a partire dagli esordi, ci siamo sforzati di tracciare le connessioni segrete che attraversano l’immaginario, mappando le autostrade neurali della realtà, fino a mettere in pratica un’opera di sintesi. Ci siamo prefissi di usare la fantascienza come filtro per guardare il complesso paesaggio tecnologico in mutamento in cui siamo immersi, per esplorare le risorse e le contraddizioni umane esaltate dalla spinta del progresso.

La tendenza alla contaminazione tra i generi ci ha inimicati molti puristi appassionati di fantascienza. Il tentativo sperimentale di recuperare tradizioni sepolte (ma se davvero lo erano, gli assassini dovevano essere stati tanto maldestri o semplicemente tratti in inganno, visto che nelle rispettive bare i presunti cadaveri continuavano a dimenarsi nel sonno), come le avanguardie storiche, dai futuristi ai crepuscolari, fino al surrealismo e alla poesia ermetica, valutato con curiosità da molti appassionati di fantascienza, ci ha d’altro canto inimicato quanti dall’esterno guardavano alla fantascienza come a uno spazio di evasione,crogiolandosi sulla bellezza delle etichette e nell’idea della supposta tenuta stagna dei confini. La sperimentazione sul linguaggio, gli sforzi di coniugare estrapolazioni scientifiche e tecnologiche con una sensibilità umanista, è quello che talvolta ha messo d’accordo tutti sulla difficoltà di leggerci. La vera cosa che però sembra infastidire la gente, è l’impossibilità di classificarci: troppo fantascientifici, o troppo poco; ora troppo protesi verso il futuro, ora troppo rispettosi verso il passato; ora innovatori, ora preservatori (non uso a caso questo termine, tornando con la memoria alle vertiginose pagine della Matrice Spezzata) delle esperienze storiche. Dopotutto così si rischia di voler dire tutto e il contrario di tutto, senza in fin dei conti riuscire a dire nulla… giusto?

Sbagliato.

Ci hanno imposto che la semplicità è un valore, e non voglio arrivare a dire che è stato solo uno dei tanti punti su cui hanno lavorato per poterci ingabbiare negli schemi dell’ordine costituito. Siete tutti troppo intelligenti per capirlo da soli. Eppure la complessità è qualcosa che spaventa, che genera come reazione istintiva l’avversione. E noi che con la teoria del caos pretendiamo di imbastire la colazione dei campioni, noi che ci dilettiamo di equazioni e di elucubrazioni, di matematica e di fisica quantistica, cogliendone a volte consapevolmente e altre anche solo istintivamente la bellezza intrinseca (e sull’estetica dei numeri e della geometria ci si è soffermati nel corso del panel “Orizzonti matematici e abissi quantistici”, sabato pomeriggio, grazie alle intuizioni di Emmanuele Pilia e Roberto Furlani e alla sapiente conduzione del moderatore Emanuele Manco), noi che dibattiamo di paradigma olografico e menti olonomiche, noi, da astrusi connettivisti quali siamo, pretendiamo proprio di esplorare la complessità! Nulla di meno popolare, come si diceva anche nel panel di domenica mattina dedicato al futuro della scrittura fantascientifica.

Altrove le sfumature sono valorizzate, specie se sono più di cinquanta: si pensi alle continue compenetrazioni, su scale infinite e fino a un dettaglio frattale, delle angosce distopiche e degli slanci utopistici di Iain M. Banks, evocato da Salvatore Proietti. Qui da noi, invece, chi si è azzardato a valorizzare in termini letterari l’immaginario scientifico (si pensi a Italo Calvino e Primo Levi) è stato stigmatizzato dai suoi pur autorevolissimi (e in altri casi anche decisamente lungimiranti) colleghi, bollato come refrattario alla vera essenza della letteratura.

Che bisogno avevamo di accostare entità tanto remote come la fantascienza e il crepuscolarismo, il futurismo e la matematica, la transarchitettura e il weird, la realtà aumentata e la poesia? Possiamo esser sembrati pretenziosi, ma non siamo alla ricerca di una qualche forma di autoincensazione. I diversi curatori dei panel, da Alex Tonelli (chiamato a uno sforzo triplo) ad Alessio Brugnoli a Francesco Cortonesi, hanno impostato magnificamente i giri di tavola e i rispettivi interventi con l’intento di valorizzare tanto la scoperta quanto la riscoperta. Le incursioni di Carlo Bordini ed Ettore Fobo nella poesia, le performance di Domenico Mastrapasqua, Francesco Tito e Marco Moretti e della Sauna dei Cinque sono stati momenti di profondo divertimento, oltre che di arricchimento. Il palinsesto parla per noi: i momenti di recupero storico sono stati impostati soprattutto come occasioni di approfondimento e bilanciati dalle presentazioni dei nostri ultimi lavori in uscita o in corso di sviluppo (in campo editoriale ma anche cinematografico e televisivo); e non è mancato lo spazio per il confronto, con panel interi (e di indiscutibile successo) dedicati alle declinazioni della fantascienza nei diversi media (oltre al citato panel conclusivo, vale la pena ricordare quello enciclopedico sull’immaginario fantascientifico tenuto da Salvatore Proietti, Lanfranco Fabriani, Emanuele Manco e Flora Staglianò). I due momenti di maggior richiamo, l’intervento di Bruce Sterling e il dibattito finale sul cinema, sono stati anche quelli in cui i connettivisti si sono “ritratti”, lasciando la scena agli “esterni”: un precursore e dei possibili nuovi compagni di strada. Ed è un peccato, certo, che proprio al momento della chiusura e in occasione di gran parte dell’ultimo evento in cartello, i connettivisti che avevano assicurato una presenza continua e il loro ininterrotto apporto alla discussione per tutta la durata della Next-Fest, fossero ormai già dovuti partire. D’altro canto, a giustificazione di questa presunta “diserzione di massa”, va detto che per quanto baricentrica sia Roma, le ferrovie e le linee aeree non hanno ancora maturato l’efficienza del teletrasporto, e a malincuore fin dal primo pomeriggio di domenica subivamo tutti il richiamo alle nostre vite “aliene” – o meglio, per dirla con quel vecchio saggio poco citato dai connettivisti che fu Isaac Asimov, al nostro “mondo al di fuori della realtà”.

Per tornare al punto, resto convinto che dalla giustapposizione degli elementi scaturiscano nuove prospettive, e nei chiaroscuri risaltino meglio le sfumature della luce così come pure la tenebra. Nel 1968 proprio Calvino invitava a “vivere anche il quotidiano nei termini più lontani“. Dopotutto, nei più remoti orizzonti postumani esplorati dai connettivisti, serpeggia sempre una umanissima e malinconica vena di poesia, che non è nient’altro – parafrasando il compianto Ray Bradbury, magnifica figura di confine tra il cinema e la fantascienza – se non la nostalgia dei futuri possibili, dei futuri che avrebbero potuto essere e non sono stati, dei futuri già perduti.

(2 - segue)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 4 Comments »

La fantascienza letteraria presenta una serie di caratteristiche che la differenziano dalla sua omologa cinematografica. Di fatto, pure se i due media – la letteratura e il cinema – si scambiano linfa a vicenda, in una trasfusione continua di idee e soluzioni estetiche (come dimostra il caso emblematico del cyberpunk), a mio modo di vedere i due ambiti conservano peculiarità tanto marcate da preservarne la distanza.

Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà e parte di questa libertà si traduce nella possibilità di far riferimento a un immaginario consolidato. Ogni romanzo o racconto di fantascienza assume una valenza “amplificata” dal rapporto dialettico con il background del genere, costituito da tutte le opere e i filoni letterari che l’hanno preceduta.

Per la fantascienza letteraria questa forma di retroazione, questo feedback ininterrotto con la storia del genere, è un requisito fondamentale: essendo il fantastico l’unico genere per il quale il lettore non ha un contesto pronto e già noto in cui orientarsi, ma deve invece fare i conti con il worldbuilding operato dall’autore, condividere con quest’ultimo dei riferimenti minimi (concordare per esempio su espedienti narrativi che non trovano un riscontro univoco nella realtà, come possono essere un viaggio nel tempo, una storia alternativa, un’astronave interstellare, oppure – per dire – un infundibulo cronosinclastico) è imprescindibile per la buona riuscita dell’opera.

Al contrario, il cinema può concedersi una maggiore autonomia dalla storia del genere. Tino Franco faceva giustamente notare che il cinema lavora su canali diversi da un libro. Mi permetto di aggiungere che questi canali sono anche più numerosi rispetto alla narrativa, dove l’unico canale è dato dalla “connessione empatica” che l’autore riesce a instaurare con il lettore, ovvero la capacità di sospensione dell’incredulità che il primo riesce a negoziare con il secondo per raccontargli la propria storia mediata da un foglio di carta (di cellulosa o elettroni). Il cinema può giocare sulla visione e sull’ascolto, canali molto più immediati rispetto alla (non tanto) semplice elaborazione del testo che è richiesta dalla letteratura, che richiede al “fruitore” molta più pazienza, attenzione, partecipazione attiva nel processamento dei significati.

Possiamo riscontrare una familiarità, talvolta anche molto forte, tra pellicole diverse, ma il campo gravitazionale che tiene insieme i film di fantascienza secondo me è di qualche ordine di grandezza più debole rispetto a quello che tiene insieme i romanzi e i racconti di autori anche molto diversi tra loro, magari anche lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, per via della sua marcata attitudine alla contaminazione, la fantascienza si presta molto all’ibridazione con altri generi, per cui è naturale che tanto sulla carta quanto al cinema le visioni futuribili finiscano spesso per sconfinare in generi limitrofi, dall’horror al poliziesco, passando per il noir, il romance, l’avventura, il racconto di guerra, la spy-story. Da questa facilità di interfaccia, combinata con la vastità dell’immaginario fantascientifico capace di spaziare dalla space opera all’inner space, dai mondi simulati alla storia alternativa, alla distopia, scaturisce la naturale ricchezza del genere. Ma più ci si allontana dalla capitale dell’Impero, più le province traballano sotto il peso della pressione esterna. Al cinema, in particolare, dove le esigenze della cassa sono più forti di qualsiasi proposito artistico (e quanto più costa tradurre una visione in pellicola, tanto maggiore è il pubblico a cui deve arrivare per ripagarsi), la minore coesione interna del genere rafforza l’attrazione “centrifuga” verso i territori limitrofi.

Alcuni esempi, per non restare nel campo della pura supposizione: Blade Runner e Strange Days verso il noir, Alien verso l’horror, Minority Report verso il poliziesco, Eternal Sunshine of the Spotless Mind verso il sentimentale. In Avatar, per esempio, sotto la superficie plasmata dal gusto estetico di Roger Dean, il cinema bellico alla Apocalypse Now e la mitologia western (da Pocahontas a Balla coi lupi) giocano nell’economia dell’intreccio un influsso molto più marcato di un intero secolo di cinema di fantascienza. Esiste, certo, un interscambio orizzontale, ma non sempre: Donnie Darko, per esempio, sembra un corpo estraneo nell’ambito di una qualsiasi panoramica del genere. E in ogni caso la corrente che scorre da 2001: Odissea nello Spazio a Inception non sembra più forte di quella che scorre verso il capolavoro di Christopher Nolan da Heat oppure dai film di James Bond. E questo esempio particolare mi induce ad arrischiarmi su un terreno ancora più infido e pericoloso: spesso, esistono maggiori punti di contatto tra un film di fantascienza e un’opera di fantascienza proveniente da un medium diverso (come magari può essere un libro), piuttosto che tra lo stesso film e tutti gli altri film di fantascienza che lo hanno preceduto. Inception, sia pure con i suoi numerosi richiami a un immaginario di genere già consolidato al cinema, non somiglia più a Neuromante che a Blade Runner? Non vi ritroviamo più tratti comuni con Zelazny, Dick e Galouye che con Matrix, eXistenZ e Dark City?

I capolavori cinematografici di genere – 2001, Blade Runner, Inception, per citarne solo tre emblematici, sufficientemente distanti tra loro da rappresentare delle pietre di paragone per le rispettive generazioni – possono permettersi di “strappare” con il passato, e rifondare un intero immaginario. Nella fantascienza scritta, non è così che funziona: senza la social SF , Alfred Bester e Fritz Leiber, non avremmo avuto gli autori della new wave; senza la new wave non avremmo avuto Neuromante e tutto quello che è venuto dopo; senza la new wave e il cyberpunk non avremmo avuto Accelerando; qui il cammino procede in maniera incrementale, non selettiva. E troviamo questo schema replicato in misura analoga anche in opere di seconda, terza, n-sima fascia, indifferentemente.

Un film di fantascienza è prima di tutto un film, dell’etichetta può fare a meno. Un libro di fantascienza, al contrario, comunque la si metta, è fantascienza, che l’etichetta ci sia o meno.

Se un genere si riconosce prima di tutto dai suoi autori, al cinema il gruppo di autori che possono essere riconosciuti universalmente come autori di genere è estremamente risicato, se non proprio evanescente come concetto. In letteratura, il gruppo è decisamente più nutrito, più facilmente individuabile, e anche quando un autore di fantascienza si dedica ad altri generi (il poliziesco, il fantasy), il più delle volte continua comunque a essere riconosciuto come autore di fantascienza (a patto che non si chiami George R.R. Martin). Probabilmente, anche per via dei diversi ordini di grandezza in termini di bacino di utenza, a differenza dell’impero dei sensi che è il cinema la fantascienza letteraria è più simile a una piccola repubblica, forte di una sua coesione intrinseca, soggetta a forze centripete.

Sbaglierò, ma sono queste le tendenze dominanti che mi sembra di scorgere in una qualsiasi rassegna di titoli, di autori e di filoni si voglia tirar fuori.

(1 - segue)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0