Archive for the ‘Accelerazionismo’ Category

La pretesa dell’assoluto (in termini rigorosamente matematici)

Posted on Febbraio 6th, 2011 in Accelerazionismo, Connettivismo, Transizioni | 17 Comments »

Ovvero: come ammorbarci con le solite, vecchie, tristi amenità.

Come ormai mi capita sempre più spesso quando non lo sento parlare di matematica, resto basito di fronte a due degli ultimi interventi di Piergiorgio Odifreddi. Nel primo, che mi veniva segnalato e che in realtà si distingue per un’ancora più discutibile approvazione delle nomine ministeriali per l’ANVUR (leggete l’articolo per i dettagli), mi imbatto nella vecchissima, stanca, trita e ritrita litania sull’inutilità del latino come materia di studio nei licei scientifici. Nel secondo, che mi è capitato tra i piedi accidentalmente, mi ritrovo invece davanti all’ingenuità imbarazzante di una critica cinematografica (con innesti di critica letteraria, tanto per non farci mancare niente) mossa da basi scientifiche. Una doppietta d’autore. Read the rest of this entry »

La sovrapposizione finzione/realtà: l’immaginario interpreta il mondo

Posted on Gennaio 16th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Non avrete da me ulteriori parole da aggiungere alla marea montante di commenti che da circa 48 ore a questa sta sommergendo la rete italiana. Non avrete parole se non una, che per me è la parola-chiave: indignazione. Se in queste ore anche voi:

a. state partecipando del clima di indignazione per i risultati del referendum di Mirafiori sortiti dal ricatto dell’ennessimo, brillante esponente di quella genia di uomini nuovi di successo che tempo fa, in uno dei tanti raptus, indicavo come Imprenditori Cannibali, e che oggi riscuotono il plauso generale di capi di governo e capitalisti come lui, ormai sempre più scollati dal mondo di cui loro per primi sono responsabili, e con loro i dirigenti di una classe politica prona e connivente;

b. state seguendo, malgrado tutto con incredulità crescente, gli sviluppi dell’inchiesta sull’allegra condotta criminale del Premier, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (e a questo proposito va segnalata d’ufficio la meritoria copertura giornalistica che stanno dedicando alla vicenda Giuseppe D’Avanzo e Piero Colaprico - qualche esempio quiquiqui, qui - scrivendo forse le pagine più significative della cronaca di questo ventennio morbido, ma triste e grottesco, che sembra ormai volgere al termine);

allora non ho davvero altro da aggiungere: condividiamo la stessa indignazione, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, riusciamo a capirci anche senza dover spendere fiumi di inchiostro.

Però il commento di Eugenio Scalfari mi ha ricordato che già quarant’anni fa la coppia più rivoluzionaria del cinema italiano, formata dal grandissimo Elio Petri e dall’incommensurabile Gian Maria Volonté, aveva fotografato lo squallore dei nostri giorni. L’abuso di potere ritratto in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e Premio Oscar per il miglior film straniero) e l’obbedienza della classe lavoratrice estorta con il ricatto ne La classe operaia va in paradiso (1971, Grand Prix al Festival di Cannes) forniscono, attraverso le rispettive declinazioni del paradigma del controllo, due lucidissime interpretazioni delle dinamiche che abbiamo subito passivamente o - peggio - consapevolmente attraverso i decenni, e che ci hanno portato a regredire, sulla soglia della seconda decade del XXI secolo, a diritti degni della servitù della gleba della Russia zarista.

La gente che ha ancora la forza, il coraggio, l’impulso di battere un ciglio di fronte a questo squallido panorama è sempre di meno. Adesso abbiamo la televisione, per parafrasare il produttore del Big Brother in Dead Set, perché protestare? E allora consiglio di visione: stasera, su Rai Movie, non fatevi scappare alle 21.05 proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tanto, a questo punto, quando arriveremo alla resa dei conti di Todo modo (1975, altro capolavoro della premiata ditta Petri-Volonté) sarà comunque troppo tardi. Ma non disperiamo: magari potremo seguire anche quella in TV, sintonizzati dal comodo salotto di casa nostra.

Hasta siempre!

Propaganda grigia 2: pubblicità progresso

Posted on Gennaio 12th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 6 Comments »

- Sono favorevole a Berlusconi, perché in Italia le cose vanno male e un uomo di successo come lui ha le qualità per poterle cambiare.
- Io sono contrario, perché Berlusconi è il 74° uomo più ricco del mondo e un miliardario non sente il peso del bisogno e dell’indigenza, come dimostrano i suoi risultati.
- Dobbiamo dargli il tempo di cambiare le cose.
- Ha già avuto un decennio, e l’Italia sta peggio che nel ‘99.
- E’ stato ostacolato dai processi che lo vedono imputato.
- Un uomo onesto non finisce imputato per caso in oltre venti procedimenti giudiziari.
- E’ un caso di persecuzione patologica, lo dimostrano le assoluzioni che ha ottenuto.
- Ma non si contano nemmeno le prescrizioni e i casi di depenalizzazione dei reati di cui era accusato.
- Berlusconi è l’uomo di cui ha bisogno questo Paese!
- Dopo 65 anni, evidentemente il principale problema di questo Paese è tornato a essere far arrivare i treni in orario.

E tu, sei a favore o contro Berlusconi? O non hai ancora una posizione?

www.forumneurale.it

Campagna di sensibilizzazione delle coscienze umane, naturali e artificiali di prima, seconda e terza classe. Lo spot è stato offerto da: uno Strano Attrattore, lo smacchiatore ideale per una propaganda meno grigia.

Propaganda grigia 1: bispensiero nucleare

Posted on Dicembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple, Transizioni | 2 Comments »

Non riesco a stabilire se su questo spot abbia esercitato un’influenza maggiore Robocop oppure Starship Troopers.

Mi sembra comunque abbastanza chiaro che Verhoeven ha saputo anticipare la nostra attualità con una lungimiranza orwelliana.

Ghost towns made in China

Posted on Dicembre 19th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 3 Comments »

Torniamo al fenomeno dell’urbanizzazione nella Cina turbocapitalista d’inizio XXI secolo. Ne parlavamo poco più di un mese fa, in merito alle acropoli del futuro. A quanto pare, ancora una volta la realtà è riuscita a sorprenderci. Su Repubblica.it sono state pubblicate le foto satellitari delle new town, fatte edificare dal governo di Pechino per alloggiare i lavoratori richiamati nelle zone economiche speciali per sostenerne lo sviluppo economico. Alloggi per decine di milioni di persone: 64 milioni di unità abitative, secondo alcune stime, ovvero sufficienti a ospitare comodamente la popolazione di Francia, Regno Unito, Italia e Spagna. Rimaste vuote, perché l’espansione urbana è stata sovrastimata fin dai primi anni ‘90 per puri fini speculativi, innescando un meccanismo di tempesta finanziaria ben descritto da Luca Vinciguerra sul Sole 24 Ore. E Pechino, per sostenere il PIL, in assenza di acquirenti ha incoraggiato e continua a incoraggiare la pratica della costruzione di nuovi alloggi destinati a rimanere vacanti.

A volte le nuove città cinesi sono state concepite come città satelliti di centri urbani preesistenti. E’ il caso per esempio di Zhengzhou e del suo Zhengdong New District. Altre come insediamenti completamente nuovi, come per esempio è accaduto per Kangbashi, definita la Dubai della Cina settentrionale, divenuta il simbolo di questa urbanizzazione selvaggia e scriteriata. Una città costruita nel giro di 5 anni, costata 161 miliardi di dollari e pensata per ospitare al picco della sua espansione, nel 2020, 300.000 abitanti. Quest’anno Kangbashi avrebbe dovuto raggiunere i 100.000 abitanti, ma per le autorità cinesi sono solo 50.000 e aggirandosi per le strade della città ci si può rendere conto di quanto sia sovrastimato anche questo dato. Per Bank of America e Merrill Lynch la città non conta più di 28.000 abitanti. Una ghost town nata tale, sulla spinta degli investitori di Ordos, la prefettura della Mongolia Interna che è anche il serbatoio energetico del Dragone (con un sesto dei giacimenti carboniferi e un terzo del gas dell’intera nazione). E con la connivenza del governo centrale.

 

Anche se non accreditate, le foto apparse su Repubblica.it provengono da questo servizio del Daily Mail, quotidiano britannico di orientamento conservatore.

Cablegate: considerazioni sparse a 72 ore dal cataclisma

Posted on Dicembre 2nd, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop | No Comments »

A tre giorni dal cosiddetto cablegate orchestrato da Wikileaks e dalla sua eminenza occulta, Julian Assange, restano molti gli interrogativi ancora aperti. Lo dimostra l’articolo lucido e posato di Federico Rampini apparso oggi su Repubblica. E non è tanto questione di domandarsi chi debba temere più degli altri la glasnost imposta ai tempi di Internet (l’articolo di Barbara Spinelli si segnala anche per un paio di echi fantascientifici degni di nota, cosa non banale da trovare sul principale quotidiano on-line italiano), perché la questione è risaputamente un po’ più complicata di quanto i nostri dispenser di saggezza di palazzo Chigi vorrebbero dipingerla. A farmi tornare sul tema è stata in particolare una riflessione di Lanfranco Fabriani, che giustamente ricorda gli analoghi cataclismi informatici evocati dalla letteratura di fantascienza, dal grande John Brunner in poi. Lanfranco si domanda:

Quali sarebbero gli sviluppi ipotizzabili? Un mondo più trasparente, o un mondo in cui i segreti diventano ancora più blindati e quindi magari aumenta anche il numero di ciò che diventa segreto e blindato?

Io sono rimasto un po’ indietro, visto che da tre giorni sto continuando a chiedermi: a chi conviene davvero questa operazione trasparenza orchestrata proprio adesso, mentre l’Amministrazione Obama si accinge a entrare nel periodo più difficile del suo mandato? E le risposte che mi vengono in mente non riescono a consolarmi nemmeno un po’, perché appaiono tutte fortemente ispirate da quel senso di dietrologia che da queste parti la fa da padrone. Mi chiedo come mai un attacco di queste proporzioni venga sferrato all’America di Obama, mentre invece Bush e la stagione dei falchi alla Casa Bianca siano stati sostanzialmente risparmiati da questi presunti difensori della libertà di informazione. E perché sia l’America di Obama a subire l’azione di Wikileaks, e non i governi che operano la sistematica violazione dei diritti civili come la Russia o la Cina.

Sul breve periodo, un’operazione simile mi sembra danneggiare soprattutto i progressisti e le loro speranze di cambiamento, a tutti i livelli, e non solo Obama e la sua amministrazione, come dimostra il fatto che proprio oggi la Clinton si sia sentita in obbligo di valorizzare il ruolo del Premier italiano e addirittura di riconoscergli la dignità di quell’incontro bilaterale che solo pochi mesi fa Obama gli aveva negato.

Sul lungo periodo, la strategia di Wikileaks temo che non produrrà altro che un irrigidimento strutturale, con conseguente ulteriore rallentamento dell’azione politica di Obama. E non dimentichiamoci soprattutto che il campo in cui Obama aveva fatto meglio finora era probabilmente proprio la diplomazia internazionale (con le aperture al mondo arabo e al Pacifico, la chiusura di Guantanamo, il programma di ritiro delle truppe dal teatro di guerra del Medio Oriente). L’attacco, insomma, è stato sferrato in un periodo di debolezza (l’economia che stenta a trovare il rilancio, l’esito delle elezioni di midterm) e proprio sul terreno del Presidente, riuscendo per di più a colpirlo chirurgicamente nei suoi punti più sensibili: un sistema informativo tutt’altro che infallibile e una rete diplomatica molto meno che eccellente. E questo rende ancora più sinistre le ombre che in queste ore si sono andate addensando su Wikileaks.

Però la sfida di Assange rappresenta a mio modo di vedere anche un’occasione di rilancio: se dovesse riuscire a ribaltare le istanze di trasparenza e libertà di informazione dietro cui si fanno scudo gli attivisti di Wikileaks, probabilmente Obama riuscirà a resuscitare quello spirito di cambiamento e innovazione che lo ha spinto fin dov’è adesso. Ma a giudicare dalle prime misure disposte da Washington, che somigliano un po’ a serrare la stalla dopo che il gregge è scappato, direi che non ci stiamo muovendo proprio in quella direzione.

Restiamo a guardare. E per chi non ne ha mai abbastanza di porsi domande, su Boing Boing Cory Doctorow ne segnala diverse di una certa sottigliezza, a opera di Dan Gillmor. Leggetele, meritano davvero e rappresentano la migliore critica che abbia letto finora alla fotografia scattata da Wikileaks a questo 2010 che si avvia alla chiusura.

Il furto del futuro e i suoi effetti imprevedibili

Posted on Novembre 30th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 2 Comments »

Comunque andrà a finire - e per il governo tira un brutto vento - resta il fatto che è dalla Pantera dei primi anni ‘90 che non si vedeva una mobilitazione di queste proporzioni intorno alla scuola italiana. Tuttavia, con la risonanza garantita dai mass media e l’immediatezza della notizia assicurata dalla rete, il movimento studentesco assume una dimensione diversa. Fatte le dovute distinzioni, sembra quasi di assistere alle stesse drammatiche scene tratte di peso da Little Brother di Cory Doctorow: ci sono i ragazzi che finalmente si rendono conto (o fingono di rendersi conto, per convenienza o intuizione) che gli ultimi due decenni di politica all’acqua di rose hanno consumato il più grave dei crimini immaginabili nei loro confronti, il furto del futuro; c’è la risposta dura del ministero degli Interni, che militarizza città intere, capitale inclusa; c’è sullo sfondo l’ombra di un governo ormai inerte, allo sbaraglio, che si ostina a varare provvedimenti snaturati al solo scopo di assicurare una parvenza di operosità che ne legittimi la r-esistenza agli occhi dei cittadini, ammansiti dall’informazione di stato. Per fortuna mancano le deportazioni arbitrarie e l’imposizione di uno stato di emergenza nazionale, ma con l’aria che tira chi può dire quanto durerà ancora?

Mentre si consuma il tracollo del sistema Italia, man mano che si susseguono notizie sul rischio default che dalla Grecia e dall’Irlanda rischia di estendersi al Portogallo, alla Spagna e quindi all’Italia, il nostro Premier rinsalda le alleanze con governi non democraticamente eletti (vedi alla voce Libia) o quanto meno in odor di mafia (vedi alla voce Russia). E la scena geopolitica è complicata dal meccanismo di sospetto e screditamento innescato dal cablegate di Wikileaks. Se non è uno scenario da ultimi giorni, non riesco a figurarmi davvero niente che gli somigli di più. Non so se le proteste di questi giorni e quelle che renderanno ancora più calda la fine dell’autunno si concretizzeranno in effetti palpabili nei confronti dell’egemonia culturale, fatta di qualunquismo e pressapochismo, che ha condizionato queste ultime due decadi nel Bel Paese. Di certo - se, come diceva Vendola a Bologna la scorsa settimana, “sono riusciti nell’inimmaginabile, farci rimpiangere perfino Andreotti” -  non tira una bella aria proprio per nessuno, in questo paese delle meraviglie che è diventata l’Italia.

Sono tempi incerti e si prefigura una stagione di instabilità ancora maggiore. Come ne verremo fuori, al momento attuale credo che per chiunque sia impossibile dirlo. Ma se un tempo le battaglie erano mosse da obiettivi precisi, con l’astuta sottrazione del futuro operata ai danni delle generazioni più giovani dai governi di destra e di sinistra da Craxi in avanti, i termini del confronto sfumano in una dimensione di sempre più difficile definizione. Hanno pensato di sostituire l’aspirazione al futuro con un sogno confezionato su misura, un diritto con un sogno bagnato, ma il giocattolo sta rivelando la propria natura posticcia. E un conto è lottare per un ideale, un conto è muoversi spinti dalla rabbia, dall’esasperazione e dalla sete di vendetta. Ma con i cervelli anestetizzati, ci è rimasta in funzione solo la pancia. E con quella, purtroppo, non ci sono margini di manovra per provare a ragionare o scendere a patti.

Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

Tomorrow World’s Acropolis

Posted on Novembre 3rd, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Piaccia o non piaccia, la strada per il futuro passa per le città. Non necessariamente le metropoli che già oggi concentrano le risorse finanziarie ed economiche del pianeta. Ma, come rileva un rapporto del Boston Consulting Group, le città di dimensioni medio-grandi dei mercati emergenti (soprattutto Cina, India, Brasile e Messico), ovvero 717 città con oltre mezzo milione di abitanti oggi e le altre 371 che presumibilmente raggiungeranno quella taglia entro il 2030, diventeranno i motori della crescita del futuro, attirando i capitali dei prossimi decenni.

Ancora più interessante si dimostra quindi l’inchiesta che il Foreign Policy ha dedicato alle città, con il Global Cities Index 2010 (seguite i link per consultare la metodologia adottata e i risultati ottenuti). Tra gli articoli di spicco, si segnala un reportage da Chongqing, la città dalla crescita più veloce al mondo, divenuta tale dopo che il governo di Pechino l’ha eletta testa di ponte per lo sviluppo economico delle regioni occidentali della Repubblica Popolare Cinese, richiamando investimenti da ogni parte del pianeta. Oltre che dal naturale flusso migrativo dalla campagna alle città, la sua crescita demografica ha subito un notevole impulso anche dall’evacuazione degli 1,3 milioni di residenti delle campagne interessate dalla costruzione a valle dello Yangtze della Diga delle Tre Gole, che con i suoi 18.200 MW di capacità installata (che arriveranno a 22.000 MW a lavori ultimati) è diventato anche il più grande impianto di generazione di energia elettrica al mondo.  I numeri della sua crescita sono difficili da rapportare all’esperienza umana: solo negli anni ‘30 questo era un porto di 200.000 anime sul corso del fiume Yangtze, e alla fine degli anni ‘60 Chongqing contava ancora solo - si fa per dire - due milioni di abitanti.

Oggi la città cresce al ritmo di 13,7 ettari al giorno (terreno inglobato dalle campagne circostanti in un processo vorace e inesorabile di urbanizzazione) e conta 3,4 milioni di abitanti entro i confini municipali strettamente intesi, ma con i sobborghi della Prefettura sfonda il tetto dei 32 milioni di abitanti. Di questi (sebbene si preveda che nei prossimi 10 anni finiscano assorbiti nei confini della città un milione di persone ogni anno) oltre 23 milioni sono ancora impiegati nell’agricoltura, il che rende ancora più anomala e singolare la specificità di questo avamposto ai confini del mondo, che per il resto della sua economia si fonda sull’industria (è il terzo polo dell’industria automobilistica in Cina), con importanti contributi dal siderurgico e dalle armi. Le acque del fiume Jialing che s’immette nello Yangtze in prossimità del centro, sono una melma rossa che offre ancora sostentamento ai pescatori rimasti attiviti in città. A Chongqing i piani regolatori nascono già obsoleti, per i continui lavori di costruzione e ricostruzione che investono interi quartieri. Oltre all’inquinamento incontrollato, criminalità e corruzione sono le altre piaghe della metropoli.

Volendo tirare le somme, più che una città del terzo millennio, Chongqing è un dinosauro resuscitato, il bizzarro risultato di un esperimento di darwinismo sociale volto a traghettare nel XXI secolo i problemi delle città del ‘900, su una scala ancora maggiore.

Non c’è bisogno di evocare sventure e maledizioni. Casi illustri hanno preceduto Chongqing nella parabola urbanistica dall’esplosione all’implosione, e il Foreign Policy li ricorda in un articolo del dossier dedicato alle città decadute, incapaci di risollevarsi dal blocco della loro economia trovando nuovo propellente per i loro motori. Oltre a Detroit e Pittsburgh, due città di cui lo Strano Attrattore si è già occupato, l’aticolo cita un altro caso cinese: Wuxi, una città sviluppatasi intorno alla manifattura di pannelli solari. Peccato che la tecnologia di punta della sua industria sia già stata superata. Se Chongqing e Wuxi sono destinate alla medesima sorte di Detroit o come Pittsburgh sapranno trovare uno sbocco per il futuro, sarà solo il tempo a potercelo dire.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.