Postumani, dove sono finiti? In effetti è da un bel po’ che da queste parti non speculiamo sull’universo-dopo-l’uomo-come-oggi-lo-conosciamo. Eppure il pensiero non mi ha abbandonato: con la complicità della scrittura negli ultimi tempi ho semplicemente dirottato altrove - sul terreno della narrativa, in primis - le riflessioni sull’argomento. Ma da qualche tempo un paio di articoli salvati tra i preferiti aspettavano un approfondimento, e dunque eccoci qua.

Parlare di postumano implica una doppia attitudine - e un diverso atteggiamento nei due casi: nel primo, ci si concentra sulle trasformazioni immediate del corpo (e della mente, della sfera sociale, della dimensione culturale) prodotte dalla tecnologia sull’orizzonte temporale del breve termine; nel secondo, ci si pone in una prospettiva evoluzionista e si ragiona su quali saranno sul lungo periodo gli effetti della pressione delle forze coinvolte nel condizionamento (se non proprio nella pianificazione o in un suo tentativo) del processo evolutivo del genere umano.

Dal mio personale punto di vista, in questo campo ancora più che in altri risultano particolarmentestimolanti da investigare le contrapposizioni. Dicevamo poco più su che il cambiamento che si verifica sul nostro corpo e sulle sue funzioni ha effetti sul piano cognitivo, ed è questo che in fondo mi interessa esaminare quando scrivo. Semplicemente perché è quello che mi interesserebbe leggere. Una persona con un’interfaccia neurale diretta alla rete, in condizione di connettersi al resto del mondo in tempo reale, non modificherà solo i propri comportamenti rispetto a noi-oggi, ma sarà portatore di una visione del mondo completamente rivoluzionata rispetto alla nostra. E figuriamoci allora discendenti degli umani che non hanno mai conosciuto la gravità di un pianeta, ma abituati a muoversi istintivamente e senza limiti negli spazi tridimensionali di un habitat spaziale… O ancora esseri postumani ingegnerizzati per integrarsi in profondità con l’ecosistema, sulla Terra o su un pianeta completamente alieno.

A ben vedere, scorrendo la rassegna di scenari riportati in questo articolo di George Dvorsky per io9 o in quest’altro di Dean Burnett per il Guardian, non si tratta nemmeno delle ipotesi più astruse. Cosa dire, poi, dei possibili effetti dell’estensione virtualmente illimitata dell’aspettativa di vita: se dal punto di vista evoluzionistico i benefici reali sono ancora dibattuti, sul piano individuale come sarebbe dovere affrontare una vita di secoli? Avremmo abbastanza memoria per la nostra infanzia? Ci sarebbe abbastanza spazio per tutte le stagioni della vita o la gerontocrazia che già oggi spadroneggia in tutte le più decadenti società occidentali escogiterebbe oppressive forme di controllo? E potremmo continuare a lungo sul terreno delle ipotesi di lavoro.

Art by Kilian Eng.

Tornando alle contrapposizioni, ho trovato sempre interessante l’esercizio di concentrarsi, scenario per scenario, sulle possibili derive, ovvero sull’esplorazione delle linee centrifughe che è possibile sviluppare da comuni premesse. Sullo stampo della Matrice Spezzata, dove Bruce Sterling non si accontentava di presentarci un panorama già complesso della futura società umana sparsa per il sistema solare, ma ne seguiva il movimento confrontando le diverse prospettive delle sue diverse fazioni, che a partire dall’iniziale contrapposizione tra i cyborg mechanist e i bioingegnerizzati shaper si facevano via via più numerose, come in un gioco di specchi - e di specchi frantumati in schegge sempre più minute ed affilate.

Mi capita quindi di ragionare ancora su questo, quando scrivo. Specie se ci sono di mezzo personaggi alle prese con lo spazio, in insediamenti che non hanno mai sentito nemmeno parlare della Terra. Oppure creature intente a risalire le radici del loro albero biologico per recuperare l’essenza perduta della propria umanità. Suggestioni criptografiche per racconti di mezza estate…