Archive for Giugno, 2013

In memoria di Soleri

Posted on Giugno 25th, 2013 in Futuro, Graffiti | No Comments »

Ho sempre subito il fascino dell’architettura: l’urbanistica, in particolare, fin dai miei primi ricordi esercita un’attrazione irresistibile sulla mia immaginazione, e probabilmente qualcosa traspare da quanto vado scrivendo. Tra i grandi architetti del ‘900, Paolo Soleri era un visionario e io avevo imparato a conoscerlo attraverso la fantascienza. Mi sono avvicinato al suo lavoro con le aspettative di chi ne aveva sentito parlare da persone verso cui si nutre una grande stima (e come poteva essere altrimenti, vista la mia venerazione per William Gibson?), e quelle aspettative non sono andate deluse.

Mi ripromettevo da tempo di scriverne su questo blog. La notizia della morte avvenuta il 9 aprile scorso ad Arcosanti - la sua creazione, che ogni anno attira migliaia di turisti da ogni parte del mondo - mi ha spinto a ricordarlo per Delos SF, sulle cui pagine è apparso oggi Paolo Soleri e la dimensione dell’utopia.

Per approfondire segnalo questo ciclo di documentari curati da Tomiaki Tamura, direttamente da YouTube:

• Arcosanti: An Urban Laboratory?
Arcology
Bridges
Lean Linear City: Arterial Arcology

E come assaggio vi riporto qualche campione della sua opera incommensurabile (la galleria prosegue oltre il salto).

Arcology

Hyperbuilding

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L’uomo d’acciaio

Posted on Giugno 23rd, 2013 in Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Diversamente da Bill non sono mai stato un fan dell’eroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, forse il supereroe per eccellenza. Il problema con i supereroi è riuscire a innescare quell’affinità empatica che consente di superare la difficile barriera della sospensione dell’incredulità. Che poi è il problema tipico di ogni storia, ma nel caso dei supereroi eleva - oltre alle responsabilità che derivano dai poteri - anche la barriera da scavalcare. Nel mio caso hanno sempre avuto gioco facile altri personaggi, che a torto o a ragione sono andato giudicando come provvisti di maggiori sfumature, e pertanto di più promettenti risorse narrative da esplorare: Capitan America (soprattutto nel suo rapporto post-11 settembre con Nick Fury e il resto della comunità supereroistica targata Marvel), Wolverine e gli X-Men, Silver Surfer (più che i Fantastici 4), e in casa DC ovviamente Batman (forse ancora di più attraverso gli occhi degli sbirri di Gotham Central). Ma soprattutto il mio interessamento  per il genere deve molto (se non proprio tutto) alla prospettiva introdotta da Alan Moore con quel capolavoro postmoderno che è Watchmen. E dopo aver apprezzato tanto la trasposizione cinematografica di Zack Snyder (ne parlammo diffusamente su Urania Blog e su queste stesse pagine) quanto la reinterpretazione in chiave ultra-dark del Cavaliere Oscuro fornita da Christopher Nolan, ho deciso di dare una possibilità anche a Man of Steel, che si avvale della stessa compagine produttiva responsabile del successo planetario delle Dark Knight chronicles.

E, contrariamente all’opinione più diffusa che mi è capitato di leggere in giro in questi giorni, il film mi ha lasciato un senso di soddisfazione che confesso di non essermi per nulla aspettato a scatola chiusa. Ma procediamo con ordine.

Superman è con Lanterna Verde il più fantascientifico dei personaggi di punta della DC: incarna nelle sue origini quel senso del meraviglioso tipico delle avventure spaziali della Golden Age, un fattore che in prima battuta me lo ha reso da sempre poco credibile. In altre parole Superman mi sembrava molto poco congeniale a ispirare storie capaci di far riflettere sul nostro tempo. Un po’ un paradosso, a ben guardare. Per certi versi è l’equivalente di Iron Man, ma mentre quest’ultimo si presenta come la quintessenza del capitalismo tecnologico, Superman resta ancorato a un immaginario in qualche modo datato. Il parallelo tra le due figure regge anche se andiamo ad analizzare il processo di svecchiamento del canone operato dalle scritture fumettistiche e cinematografiche che li hanno coinvolti in questi ultimi anni. Così come Iron Man vede sottolineata la propria natura di cyborg fin dal lavoro svolto da Warren Ellis sulla miniserie Extremis, ben prima del boom cinematografico propiziato dal talento istrionico di Robert Downey Jr, l’Uomo d’Acciaio affronta in questa pellicola un’autentica opera di rivalutazione delle sue origini kryptoniane: senza spoilerare, basti dire che l’estetica dark e un provvidenziale upgrade tecnologico rendono Krypton e la sua società un mondo credibilmente alieno.

Man of Steel ripercorre la genesi del personaggio, dal salvataggio del neonato Kal-El grazie al sacrificio paterno (Jor-El è qui personificato, in carne e pixel, da Russell Crowe), fino alla sua rivelazione all’America e al resto del mondo. Snyder opta per una narrazione felicemente destrutturata per quasi metà della pellicola, alternando i diversi tempi della vita di Clark Kent (Henry Cavill), dall’infanzia a Smallville, Kansas (nel cuore rurale d’America) alla scoperta della Fortezza della Solitudine tra i ghiacci artici. Dopo il prologo concitato (e visivamente a volte confusionario) su Krypton, diversi momenti riusciti (l’unica scena che le viene riservata, per esempio, è giostrata con grande bravura da Diane Lane; il continuo confronto del giovane Clark con il padre adottivo interpretato da Kevin Costner costruisce bene la psicologia del futuro Superman; il confronto dell’uomo venuto da Krypton con la natura della Terra ci regala diverse scene d’impatto), intercalati da qualche scivolone al limite della comicità involontaria (a esser generosi l’Uomo d’Acciaio e i suoi primi maldestri tentativi di prendere confidenza con i poteri stridono un po’ con la voce che pontifica fuori campo), ci conducono alla svolta della pellicola: l’arrivo nell’orbita terrestre di una nave kryptoniana capitanata dal generale ribelle Zod (Michael Shannon), a capo degli ultimi superstiti della sua specie, accidentalmente scampati in un carcere spaziale al cataclisma che ha portato alla distruzione del pianeta natale. Kal-El è arrivato sulla Terra con l’ultimo reperto in grado di rigenerare il suo popolo e Zod è intenzionato a entrarne in possesso, per ripopolare una Terra riplasmata a immagine e somiglianza di Krypton.

Qui nel frattempo la sceneggiatura lascia sgocciolare un altro po’ di acqua, sia per quanto riguarda la funzione originaria della Fortezza della Solitudine, sia per la gestione dei personaggi: tanto la proiezione della coscienza di Jor-El quanto il ruolo della reporter Lois Lane (Amy Adams) nei piani degli invasori sembrano pensati esclusivamente per assolvere alla funzione di deus-ex-machina al servizio del protagonista. Ma se David S. Goyer si conferma non impeccabile nell’amministrare lo script, Snyder cerca di metterci una toppa come meglio può: spingendo il pedale dell’acceleratore fino in fondo. Gli scontri dell’uomo d’acciaio con i kryptoniani ribelli raggiungono apici parossistici e tengono incollati alla poltrona. Una menzione di merito tra i cattivi va ad Antje Traue, nei panni - ahem… nella tuta bionica, che in qualche modo richiama l’estetica dei Necromonger di Chronicles of Riddick - di Faora, luogotenente e braccio destro di Zod. E un altro punto a favore del film è senz’altro l’arma finale (che poi nemmeno sarebbe un’arma, ma assolve benissimo allo scopo) nelle mani dei conquistatori. Snyder tira fuori dal cappello una scena onirica di impatto notevole a suggellare il primo incontro tra Zod e l’Uomo d’Acciaio e un’invenzione autoreferenziale ma efficace la prima volta che nel film viene fatto il nome di Superman. Il resto è ordinaria amministrazione.

Ma tra macchine terraformanti, intelligenze artificiali e nanotecnologie, L’uomo d’acciaio compie a tutti gli effetti un aggiornamento tencologico del mito, regalandoci un personaggio che, malgrado le aspirazioni a un’umanità ordinaria, è soprattutto un alieno mutante, con tutte le complicazioni che la condizione comporta. E carica la storia di una valenza etica ben rappresentata nel dilemma di Superman davanti alla scelta tra il legame con Krypton e la vita degli innocenti minacciati da Zod, l’ultimo della sua stirpe. Lasciandoci comunque con degli interrogativi in sospeso:

1. Come mai la kryptonite - ormai proverbiale nemesi dell’uomo d’acciaio - viene sfruttata in maniera solo marginale?

2. Dopo lo sdoganamento di Cloverfield, quando si stancherà Hollywood di trasformare la Grande Mela (che si chiami New York, Gotham City o Metropolis il succo non cambia) in un campo di battaglia? L’anno scorso ci avevano provato - abbastanza insensatamente - The Avengers, quest’anno la DC Entertainment ha voluto pareggiare a tutti i costi i conti con i Marvel Studios.

3. Era proprio necessaria la ventata di patriottismo finale?

Se anche Man of Steel dovesse rimanere senza un seguito (per altro già annunciato dalla Warner Bros dalle pagine del Wall Street Journal, forse addirittura già per il 2014), si tratta di quesiti con cui riusciremo a convivere.

Chiusura sui contributi tecnici. I veterani Amir Mokri e David Brenner, nei rispettivi comparti (fotografia e montaggio), rendono alla pellicola i loro migliori servigi. Promossi i costumi del premio Oscar James Acheson in coppia con Michael Wilkinson. Sospensione di giudizio per il compositore tedesco Hans Zimmer, che pur asservendo la musica alle scene sembra non riuscire a trarre dallo spartito una personalità all’altezza delle aspettative sul personaggio e così non riesce a replicare i fasti di altre sue prove di ben altro spessore (pensiamo a Il GladiatoreIl Cavaliere OscuroInception). La prova alla sceneggiatura non lascia invece nutrire gli auspici migliori per la Warner, che aveva già siglato con Goyer un accordo per tre titoli. Il contratto, oltre alla presente pellicola, dovrebbe includere anche l’attesissimo sbarco al cinema della Justice League (ovvero la risposta DC agli Avengers). Buona fortuna!

Sull’orlo dell’universo conosciuto

Posted on Giugno 16th, 2013 in Fantascienza | 1 Comment »

Dove riecheggiano le sue risate. Lo sapete, Iain M. Banks non è più tra noi. Il 9 giugno scorso il cancro che gli era stato diagnosticato solo pochi mesi fa ha compiuto il suo corso. Nei giorni che sono seguiti, i media - non solo quelli legati al genere - hanno dedicato ampio risalto al ricordo di questo titano del nostro tempo, un gigante sulle cui spalle in molti avrebbero voluto trovare un posto per scrutare tanto lontano quanto il suo sguardo era solito spingersi.

Oltre al ricordo di Charles Stross sul suo blog, uno dei pezzi più interessanti è apparso ieri sul Guardian: è l’ultima intervista rilasciata da Banks a Stuart Kelly, un resoconto della loro chiacchierata in cui risalta il carattere eclettico, multiforme, poliedrico dell’autore e dell’intellettuale che convivevano nel suo involucro umano, una custodia intrisa di uno spirito vivace, in grado di illuminare il mondo con una risata. Nel corso della conversazione con Kelly, Banks spazia dalla sua ultima opera (il romanzo The Quarry, che per uno strano scherzo del destino affronta proprio il tema della morte per cancro del protagonista) al ciclo della Cultura, dalla politica interna a quella internazionale, dalla poesia alla musica. L’articolo merita di essere letto nella sua interezza, ne riporto qui di seguito solo un brevissimo passaggio (traduzione mia, abbiate pazienza):

Mentre ci dirigiamo verso la porta, Banks riesce a piazzare a sorpresa un contropiede finale: “Sai che conosco cos’ha provocato il cancro?” Penso di aver fatto una faccia come quella di Macaulay Culkin in Mamma ho perso l’aereo. “Un raggio cosmico”, dice. “Non sopporterò obiezioni; è stata una particella ad alta energia. Una stella è esplosa centinaia o migliaia di anni fa e da allora un raggio cosmico - un brutto proiettile magico con sopra inciso il mio nome, per citare Ken [MacLeod, NdR] - si è diretto verso il momento in cui ha colpito una delle mie cellule, innescando una mutazione. È un’uscita di scena degna di un autore di fantascienza; niente a che vedere con un banale errore di trascrizione [genetica, NdR]“. Poi arriva il momento che stavo temendo… ma lui invece dice: “Alla prossima”.

Su io9 Annalee Newitz ha voluto onorare la memoria di Banks riportando, a beneficio di tutti, 11 regole sulla scrittura tratte dal suo lavoro, un’eredità preziosa lasciata a tutti noi. La mia regola preferita è la numero 2: l’Utopia non è mai perfetta.

“La Cultura è la mia idea di utopia.  È una pura avverazione del mio desiderio. Questa società si regge sulla volontà di fare del bene… a differenza del capitalismo, che si fonda sull’impulso a sfruttare”, dichiarava Banks all’Independent nel 2008. L’opera di Banks ci permette di riflettere significativamente sul futuro dell’umanità proprio perché non perde di vista quanto ci rende umani: il conflitto e il compresso. Sebbene la Cultura sia un’Utopia, è anche popolata di gente disposta a giocarsi la vita, di maniaci genocidi, di schiavisti, e di Menti il cui divertimento principale scaturisce dalla distruzione ad alta velocità. È lo sforzo di conservare una civiltà democratica ed egualitaria che rende credibile la Cultura. L’Utopia non è una condizione stabile. È un mondo precario, in continuo cambiamento e pieno di problemi che potrebbero non essere mai completamente risolti”.

Anche il fatto che Banks non abbia potuto e voluto scrivere una parola definitiva sul suo universo narrativo più complesso, dopotutto, può essere letto come parte integrante della poetica di questo autore senza pari. Arrivederci nell’Eccessione, El Bonko.

Terminal Shock

Posted on Giugno 11th, 2013 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

Dal 14 giugno potrete trovare su tutti gli store on-line il mio nuovo romanzo, direttamente in e-book per la collana Raggi di Mezzotints eBook. Sul Posto Nero trovate la presentazione dell’opera, corredata da un estratto della prefazione del grande Gianfranco Nerozzi (che ringrazio per le parole spese nei miei riguardi) e dall’incipit. La copertina - straordinaria - è di Menton J. Matthews III, in arte menton³ (ma non solo), alla sua prima cover italiana (un doppio onore per il sottoscritto).

Vorrei approfittare del lancio per ringraziare ancora una volta tutta la squadra, che ha svolto un lavoro straordinario: l’editore Alessandro Manzetti, che ha orchestrato il tutto, il curatore Luigi Acerbi, che ha seguito tutta la genesi del libro, dall’embrione al prodotto finale, con una competenza invidiabile, l’editor David Riva, puntuale e infaticabile; i consulenti scientifici Stefano Andrea Noventa (che ha rivoltato il romanzo come un guanto) e Roberto Decarli (che è stato determinante nel risolvere alcuni problemi legati alla… localizzazione di Terminus). E tutto il resto dello staff, Matteo Poropat, che ha curato l’impaginazione, Fabrizio Vercelli, che si sta prendendo cura dell’ufficio stampa. La lista potrebbe proseguire ancora e ancora, quindi per brevità vi rimando alla sezione apposita in coda all’e-book.

Terminal Shock - 2184 Labirinti Alieni
di Giovanni De Matteo

Prefazione di Gianfranco Nerozzi
Illustrazione di copertina di Menton3
Formato ebook (epub, mobi)
Pagine: 135 - Lingua: Italiano
ISBN epub: 9788898479047
ISBN mobi: 9788898479054
Prezzo di copertina: € 2,99
Disponibile nelle principali librerie online dal 14 giugno 2013

Da eoni, qualcosa trasmette un messaggio dall’oscurità priva di stelle – e resta in attesa. La trasmissione è la Sequenza, una serie di impulsi codificanti trentuno numeri primi. Un segnale non casuale, senza alcun dubbio. La scoperta della Sequenza nel 2023 è uno degli eventi fondamentali della storia dell’umanità. Quasi 150 anni sono necessari prima che la sorgente del segnale venga identificata in un oggetto ai confini estremi del sistema solare, oltre la Nube di Oort. L’oggetto viene battezzato Terminus.

Cercasi volontario per transito d’azzardo. Compenso negoziabile, anni di tenebra, criosonno. Rischio persistente, ritorno non certo.

Lo psiconauta Thomas Qilliam non può resistere al richiamo dell’annuncio. L’incarico, per conto di un inusuale consorzio tra la Tachyon Corporation e la Repubblica di Adams-LeVerrier, consiste nel raggiungere Terminus e recuperare una nave spaziale di ultima generazione, la AVS Hekate, vettore di una missione segreta precedente. La prima spedizione ha interrotto le comunicazioni poco dopo aver raggiunto l’obiettivo e include, tra i membri dispersi, uno psiconauta rivale, Dimitri Rachmaninoff. Un’occasione imperdibile per Qilliam, studioso di artefatti inspiegabili e di fenomeni ai limiti della conoscenza umana. Partecipano alla missione di soccorso una squadra di specialisti – la pilota Veruska Teng, l’astrofisica Rahel Vikram, l’IA incorporata Qi-Ang – e un manipolo di soldati scelti, i Barracuda del Maggiore Katje Harkness.

Dopo quattro anni di criosonno, la seconda spedizione raggiunge Terminus, che si rivela essere una titanica struttura frattale del diametro di centinaia di km, apparentemente abbandonata, e dalla funzionalità ignota. Attraccato alla costruzione, il guscio della AVS Hekate. Non servono le capacità inferenziali di uno psiconauta per comprendere che l’unico modo per raggiungere la verità sarà addentrarsi – e perdersi – nei meandri alieni di Terminus, dove l’incubo è in agguato all’ombra delle stelle.

Sequenza agganciata

Posted on Giugno 7th, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, ROSTA | No Comments »

Countdown partito. Motori accesi…

Uccidere Novikov. Ancora. E ancora…

Posted on Giugno 5th, 2013 in Fantascienza, ROSTA, Transizioni | No Comments »

Prendo in prestito il titolo del post da un gioco balenatomi in mente pensando al principio di autoconsistenza di Novikov. Non mi sembra di averne ancora parlato, pur avendolo citato in questa segnalazione di qualche tempo fa. Si tratta in sostanza di una soluzione (o un rimedio) al paradosso del nonno e nasce dall’intenzione del fisico russo Igor Dmitriyevich Novikov di escogitare un risparmio - energetico e concettuale - rispetto alle soluzioni proposte dalle teorie basate sul multiverso, che prevedono dimensioni parallele per sciogliere i nodi di questo e altri paradossi legati ai viaggi nel tempo.

Il principio di autoconsistenza postula che il passato sia immutabile. E che in un loop temporale chiuso gli eventi non sono determinati solo dal passato, ma anche dal futuro: in altre parole, qualsiasi evento è già accaduto, in quanto risultato logico e necessario della concatenazione di eventi che, nel passato e nel futuro, ha concorso al suo verificarsi.

Il gioco del titolo quindi scaturisce dall’impossibilità di modificare il passato. E pertanto dall’inutilità di qualsiasi tentativo di inviare sicari dal futuro per impedirne la formulazione da parte di Novikov.

Ma veniamo a noi. Mi sono dilungato sull’argomento perché, in effetti, in chiusura di quel post proponevo un esercizio: cercare di posizionare Timecop, film del 1994 con Jean-Claude Van Damme, diretto da Peter Hyams e prodotto da Sam Raimi, nel diagramma di flusso che vi segnalavo. Io lo avrei collocato esattamente a valle del blocco di controllo sul principio di Novikov, nel caso in cui la condizione non sia soddisfatta.

A quanto pare nei giorni scorsi la Universal ha confermato il suo interesse per un remake del film. Probabilmente senza coinvolgere nessuno degli autori originari, né Van Damme.

Speriamo che questa volta almeno ci spieghino come facevano Max Walker e colleghi, ogni volta, a partire in una capsula di lancio e approdare nell’epoca di destinazione a piedi. E, soprattutto, come ogni volta riuscissero a trovare la strada per tornare nel tempo di partenza. Ma speriamo anche che non riducano il tutto a un film sull’autostop temporale.

La luce di Lanterna Verde splende su Blade Runner 2

Posted on Giugno 4th, 2013 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Intanto, sul fronte delle colonie extra-mondo, qualcosa torna a muoversi

Sebbene per quanto mi riguarda Blade Runner un seguito eccellente l’ha già avuto, nel videogioco ufficiale dei Westwood Studios.

Segnali dal futuro

Posted on Giugno 3rd, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, ROSTA | No Comments »

Intercettato sulle frequenze di MezzoTints eBook.

Codice morto: le storie

Posted on Giugno 2nd, 2013 in Criptogrammi | No Comments »

Ultimo appuntamento con questi excursus su Codice morto, con cui ho voluto proporvi un trittico di articoli dedicati a suggestioni e approfondimenti: dopo i luoghi e le (retro)tecnologie, veniamo alla storia. Questa novella è anche una storia di storie. Ne presenta diverse e raccoglie spunti da almeno due pagine della storia del ‘900.

La guerra del Vietnam è senz’altro la più nota e appariscente. L’abbiamo vista scorrere in decine di film, serie TV e documentari, e altrettanti sono i libri e i fumetti dedicati alle operazioni americane nel sud-est asiatico. Con il tempo, la superficie del Mekong scintillante nel tramonto è diventata un cavo elettrico lungo il quale far scorrere incubi e fantasie. Se il delta sfocia nel nostro immaginario comune, allora le sue sorgenti sono connesse direttamente ai territori dell’inconscio, che continuano ad alimentare la nostra sete di rivisitazioni e variazioni. Per me è così, da sempre. Da ancor prima di vedere finalmente Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979). E in effetti il primo film sul Vietnam che ho visto deve essere stato Allucinazione perversa (Jacob’s Ladder, 1990) di Adrian Lyne, e la responsabilità sarà dunque in parte sua. In Codice morto abbiamo un campionario di topoi del genere: la guerra segreta (echeggiata fin dal nome nel Programma Fenice), la guerra sporca, la guerra come linea di confine tra l’adolescenza e la maturità, la guerra come ossessione, la guerra come esperienza terminale.

Se devo citare qualche altro film, direi senza ombra di dubbio Il cacciatore di Michael Cimino (The Deer Hunter, 1978), Platoon di Oliver Stone (1986) e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987), e direi senz’altro un’ovvietà, nel testimoniare la ricchezza di un filone in cui molti cineasti hanno toccato l’eccellenza. Ma direi pure Magnum P.I., la serie di culto con Tom Selleck, prodotta dal 1980 al 1987 da Donald P. Bellisario e Glen A. Larson (sì, proprio quello del primo, dimenticabilissimo, Battlestar Galactica), che alla guerra in Vietnam ha dedicato alcuni dei suoi episodi migliori. E venendo ai libri, sicuramente Dispacci di Michael Herr (Dispatches, 1977), seguito da due libri su altre guerre: Cat Chaser di Elmore Leonard (1982) sull’intervento americano in Repubblica Domenicana e il già citato Ricambi di Michael Marshall Smith (Spares, 1996) ricco di flash su una singolare guerra del futuro. Sapendo questo, non vi stupirete se aprendovi la strada lungo i paragrafi di Codice morto vi imbatterete negli echi delle opere citate.

Altra storia, quella del treno 8017. La più grave sciagura ferroviaria nella storia italiana, occorsa su un tratto particolarmente insidioso della linea Battipaglia-Potenza la notte tra il 2 e il 3 marzo 1944. Fine inverno, notte gelida. Un convoglio troppo pesante per superare una pendenza del 13 per mille sui binari umidi. Oltre 600 tonnellate e 47 carri merce pieni di gente senza biglietto che dalle città e dai paesi della costa si stavano dirigendo nell’entroterra, per barattare nei comuni dell’appennino lucano i sigari e il caffè rimediati dalle truppe alleate con viveri di prima necessità. Il treno che si arresta nella Galleria delle Armi, poco dopo la stazione di Balvano, in provincia di Potenza: 1.692 metri che non sarebbe mai riuscito a superare.

Nel disastro morirono 517 persone, secondo i dati ufficiali. Secondo altre fonti, le vittime furono più di 600. Inumate in quattro fosse comuni nel cimitero di Balvano. E non tutti furono identificati.

L’evento ebbe vasta risonanza mediatica: come ricorda questa raccolta di documenti, la notizia fu riportata sul New York Times, sul Times di Londra, sul Railroad Magazine, sullo Yankee Boomer.  Una tragedia della miseria, una pagina emblematica nella storia di Bassitalia, che ha suscitato l’interesse del cantautore country Terry Allen, che agli eventi ha dedicato la toccante ballata Galleria dele Armi (di cui potete leggere il testo su Treni di Carta, fonte per molte delle informazioni e dell’immagine sopra riportata), inclusa nel suo album Human Remains (1996). In memoria dell’accaduto e delle vittime, Salvatore Avventurato, proprietario di un negozio di abbigliamento che nella sciagura perse il padre, un fratello e uno zio, tra mille sacrifici riuscì a costruire nel 1972 una cappella nel cimitero di Balvano, il Tempio del Treno della Luce. Nella cappella, un affresco a opera dell’artista Giuseppe Beato da Portici ricostruisce la tragedia. I fatti di quella notte sono anche lo spunto narrativo del giallo storico Treno 8017 di Alessandro Perissinotto, che racconta una storia di vendetta e pacificazione nei tormentati anni del secondo dopoguerra.

E con questo pezzo si chiude la mia raccolta di materiali speciali dedicati a Codice morto. Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta l’editore e i curatori di questa edizione (la fantastica crew di Kipple Officina Libraria), Roberto Bommarito che alla novella ha dedicato una lusinghiera recensione, e naturalmente i lettori che hanno voluto investire nell’e-book i loro denari e il loro tempo. Se vorrete, vi aspetto qui per parlarne.

5-780

Posted on Giugno 1st, 2013 in Criptogrammi, Transizioni | 2 Comments »

Ormai da qualche giorno sono 5 anni di questo blog, da quando Uno Strano Attrattore si è trasferito sulla piattaforma di Fantascienza.com. E con questo sono 780 post. Proviamo a ricominciare? Dopotutto, si prospettano mesi di attività frenetica… Quindi sì, proviamoci. Stay tuned!