Archive for Aprile, 2013

Il senso del lemming per le fasi nuove

Posted on Aprile 20th, 2013 in Agitprop, Stigmatikos Logos | No Comments »

Il segretario, ormai dimissionario, ascolta in silenzio il ronzio subliminale del motore. Immerso nei pensieri, l’espressione corrugata. Mentre la città scorre attorno a lui, il riflesso del profilo nel vetro si sovrappone agli scorci di Roma ed è il ritratto impietoso di uno stato d’animo che si trascina da giorni.

Cosa diremo agli elettori? Non è più un mio problema, ecco… Almeno di quello, se non altro, ho smesso di preoccuparmi. Non che in effetti ci abbia mai messo il pensiero più di tanto: quella dovrebbe essere preoccupazione dei candidati del partito, coltivare le relazioni con la base, mantenere le linee… E’ una trafila, dopotutto, l’abbiam fatta tutti… Ci son passato anch’io! Però, cazzarola, siam stati eletti, siam stati qua a sbatterci due mesi, cercando la quadra… Parla con questo qui, senti quello lì, ascolta quell’altro là… E Giorgio, sempre con le sue condizioni, le sue direttive… Va bene, è il Presidente, mica il Papa!

«Segretario, siamo arrivati».

Aspetta un po’… Non è il Papa, d’accordo, ma è già Presidente! Non è che basta lasciarlo lì, finché muore? Poi tanto il problema passa a qualcun altro. A quel punto non lo riguarderà più nemmeno a lui. Io non voglio più saperne niente… Mi rifaccio una vita, sui colli piacentini, mi godo la vecchiaia, la famiglia. Magari manterrò qualche contatto. Sentirò qualcuno, di tanto in tanto. Almeno per gli auguri… Natale, il compleanno… Si ricorderà di me?

«Da questa parte, segretario. Il Presidente la sta aspettando».

A proposito, una telefonata… Almeno quella, cazzarola, nessuno ha pensato di farla.

«Hai mica un cellulare da imprestarmi?»

Vediamo un po’ la rubrica… Rispoli, Robida… Romiti! No, cazzarola, proprio non ce l’ho!

«Ecco, segretario».

«Oh, non fa niente… ’si preoccupi…»

«Scusi?».

«Non si preoccupi…»

Niente, e vabbe’… Andata così… D’accordo, d’ora in avanti anche lui avrà i suoi problemi. Siam venuti giù noi, è solo questione di tempo. Nemmeno Mario, che lui sì c’ha una bella testa, riuscirà a tenere in piedi la baracca a lungo. Però, forse… In fondo siam nati lo stesso giorno lì! Magari si ricorda… Un bigliettino d’auguri, una cartolina.. Una di quelle sconce, che lui c’ha un gran spirito, almeno è capace di tirar su il morale!

«Allora, Pier… Ho letto sull’internèt. Che stai combinando?»

«Giorgio, guarda… Ho combinato un casino! Però avevo promesso una sorpresa, almeno quella lasciamela fare. Sarà il mio commiato dagli italiani, dalla politica, da tutto.  È davvero l’ultima proposta che faccio… Poi basta! Via, me ne vado, non mi vedete più!»

«Sentiamo».

«L’idea è semplice, e proprio per questo magnifica. Senti: tu Presidente della Repubblica, Monti al governo. Lo appoggiamo Silvio ed il PD».

«E poi?»

«E poi si vedrà. Se ne occuperà qualcun altro, no? Posso mica pensare io a tutto, adesso… Intanto la chiudiam qui. Poi, si apre una fase nuova! Non ti sembra?»

«Pier…»

«E? Dimmi…»

«Una fase nuova? Con me al Quirinale e Mario capo del governo?»

«Già. Ce lo chiedono…»

«Ah, sì? Chi ve lo chiede, Pier… si può sapere?»

«Gli elettori…»

«Gli elettori, eh? Quelli grandi o quelli piccoli?»

«Quelli… medi».

Nel segno del lemming

Posted on Aprile 20th, 2013 in Agitprop | 3 Comments »

Ok, l’analogia è vecchia, e trovo io per primo assurdo che la possa riciclare a distanza di 5 anni, con protagonisti diversi ma sempre in riferimento allo stesso gruppo dirigente, con immutata efficacia. Eravamo rimasti qui, l’ultima volta che mi ero disturbato a commentare su questo blog le scelte del Partito Democratico. Ci ritroviamo qui. Ripercorriamo insieme le tappe, con l’invito a sfruttare lo spazio dei commenti per effettuare integrazioni o anche solo portare le vostre testimonianze.

1. Dopo i fasti dialettici delle primarie, il PD si è adagiato sui presunti allori di una vittoria già conquistata, rinunciando di fatto alla campagna elettorale. Ha dilapidato in questo modo il vantaggio riconosciutogli da tutti i sondaggi, consegnando il paese al più assurdo stallo della sua storia: tre forze politiche che sostanzialmente si equivalgono, senza nessun interesse (o possibilità) a dialogare l’una con l’altra per uscire dall’impasse.

2. L’ostinazione perseguita dal segretario nel tentativo di formare un governo, malgrado tutte le avversità, rimediando - tecnicamente parlando - schiaffi e sputi, come nel memorabile vertice in streaming con l’impresentabile delegazione del Movimento 5 Stelle.

3. Ovviamente, il grosso delle responsabilità di questi primi due passi falsi ricade quasi per intero sulle spalle del segretario, Pierluigi Bersani, eletto come il più competente tra i tecnici del Partito, e rivelatosi presto come il meno carismatico, efficace, concreto leader politico della seconda repubblica. Lui stesso credo che in questo momento non desideri altro che essere dimenticato, di essere consegnato all’oblio insieme alla storia del PD, al più presto. Ma purtroppo temo che un ruolo non irrilevante, negli ultimi 4-5 mesi, sia stato giocato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, persona che stimo (e che ho sempre potuto vantare come la mia prima preferenza espressa nell’urna). Ebbene, prima il veto presumibilmente posto a Bersani sull’ipotesi di alleanza tra PD-SEL-CD e la sgangherata Rivoluzione Civile di Ingroia per i conflitti avuti con quest’ultimo (che comunque avrebbe potuto scompaginare gli equilibri precari venutisi a formare con l’esclusione di RC dalle soglie di sbarramento), e successivamente l’imposizione a trovare una convergenza più ampia possibile nella scelta del suo successore (spingendo Bersani a una trattativa francamente improponibile sia con il cinismo berlusconiano di lungo corso sia con l’arroganza numericamente ingiustificata di Monti & Soci), hanno certamente scaraventato il segretario nella polvere dell’arena: non per battersi come un gladiatore, ma per essere sbranato dai leoni. La crisi di nervi degli ultimi giorni - palesata nell’abbraccio immondo con un Angelino Alfano disorientato e stupefatto lui per primo da tanta dimostrazione d’affetto - lo testimonia al di là di tutte le parole e i sospetti possibili.

4. Malgrado le eventuali interferenze presidenziali, resta tuttora incomprensibile la chiusura di Bersani e di tutta la classe dirigente del PD alla candidatura di Stefano Rodotà. E’ una di quelle preclusioni che sfuggono alla mia capacità di comprensione, così come a quella di milioni di italiani. Il PD è stato capace di farsi rubare dal M5S, e da quello stesso Grillo che solo poco tempo fa veniva additato dallo stesso Rodotà come un pericolo per la democrazia, un candidato non solo dignitosissimo e presentabilissimo, ma appunto sopra le parti, forte di una reputazione interna e internazionale con pochi rivali. A meno che dietro la resistenza bersaniana non ci sia del risentimento per il trattamento subito al punto 2, non si riesce davvero a capire perché il PD non possa votare Rodotà, almeno in larga parte: continuando a ipotizzare un centinaio di franchi tiratori, la somma dei voti di quel che resta dei democratici, SEL e M5S dovrebbe bastare per il quorum. Eppure ancora in queste ore (23.31 del 19 aprile) si parla di trattative in corso per trovare una convergenza con Monti.

5. La scelta dei nomi da immolare sull’altare democratico ha dell’incredibile. Il processo adottato da Bersani è in assoluto il più tortuoso e ricco di insidie che si potesse immaginare. Dapprima Bersani si è recato a rapporto da Berlusconi, presentando una rosa di nomi e lasciando all’acerrimo nemico la scelta di quello più inoffensivo per i suoi scopi. Promettendo nel frattempo sorprese e fuochi pirotecnici. E quindi finendo immancabilmente per deludere tutti: opinione pubblica, elettorato, larghe fasce del partito stesso, alleati. Non uno dei nomi pensati (Marini, D’Alema, Amato, Mattarella, Finocchiaro) avrebbe potuto reggere il peso del cambiamento per cui l’elettorato italiano esterno al centrodestra ha voluto esprimere la propria esigenza alle elezioni del 24-25 febbraio. Mancato l’obiettivo dei 2/3 dei voti e non solo per via di SEL (che comprensibilmente ha invece votato per affinità storica, credibilità e senso della decenza per Rodotà) il PD come sempre ha optato per la scelta più conservativa: Bersani è tornato temporeggiatore e ha deciso per la scheda bianca. Quando il quorum si è abbassato alla soglia della metà più uno, ecco il nuovo colpo di genio: sparigliare tutto e puntare sulla soluzione più divisiva possibile, Romano Prodi. Prodi avrebbe spaccato l’Italia, c’è una parte intera di paese che è stata sobillata per anni contro la sua figura dal grande sobillatore Berlusconi, che infatti ha sempre visto in lui l’unica seria minaccia politica alla propria egemonia, ma - credevano e personalmente continuo a credere - avrebbe saputo dimostrare con l’operato sul campo la propria idoneità al ruolo. Peccato che Bersani non avesse fatto i conti con il suo stesso partito: uno su quattro dei suoi uomini, infatti, dopo aver applaudito la sua scelta, hanno votato contro nel segreto dell’urna. Bruciando di fatto la candidatura della personalità politica più stimata nel mondo tra tutte quelle espresse dal centrosinistra. Un vero capolavoro, non c’è che dire.

6. Il metodo stesso seguito per definire i nomi da immolare è difficile da credere. Bersani ha praticamente deciso tutto da solo. E lo ha fatto con il carattere esitante, titubante, che gli abbiamo visto esprimere per tutta la durata della sua segreteria. Con continui cambi di rotta, lunghe pause bianche, senza esprimere una linea definita. Il ritorno alla scheda bianca dalla prima votazione di domani mattina è emblematico in tal senso. E trovo in tutta sincerità imbarazzante che da tutto il suo “entourage” non si sia levata una sola voce capace di convincerlo dell’inefficacia di questa strategia, un solo consiglio credibile che lo invitasse a cambiare metodo, a sfruttare le opzioni di collegialità offerte da un grande partito, di mediare prima di tutto tra le diverse anime del PD e anche con gli alleati, e poi condividere all’esterno la soluzione. Invece i focolai si sono accesi sempre di più, le scaramucce sono degenerate in vere e proprie battaglie intestine, e il PD si è ritrovato a essere quel panorama balcanizzato di rovine che contempliamo con stupore dallo scorso pomeriggio.

Infine un auspicio. Le dimissioni erano ovviamente il minimo che potessimo aspettarci. A tarda sera sono arrivate, cosa nemmeno tanto scontata per come sono state condotte le vicende finora. Ma la nuova fase dovrà passare per un autentico svecchiamento dell’apparato. Il PD forse si spaccherà, andrà in frantumi, forse alle prossime elezioni due o più soggetti prenderanno il suo posto sulle schede elettorali. Spero almeno che sia definitivamente tramontata l’illusione di un centro-sinistra col trattino, perennemente all’inseguimento di un elettorato moderato forse estinto, sicuramente non pervenuto alle ultime elezioni. Se il centro-sinistra senza Prodi non ha mai saputo esprimere una vocazione capace di trascendere i confini di campo, allora che si torni a una sinistra vera, autentica, capace di esprimere un punto di vista e una visione del mondo tanto nei temi dell’economia che della società, del progresso, della cultura, e lasciamoci indietro questi venti anni di inutili complicazioni e sofferenze. Guardiamo avanti, consapevoli che la strada è lunga, ma ormai anche consci che le volte che ci è stata mostrata breve era sempre e solo per seguire le scorciatoie personali di qualcuno, e mai nell’interesse più generale del Paese.

A soffrire, ci siamo abituati. Torniamo almeno a farlo per una ragione valida.

102 bombe H

Posted on Aprile 19th, 2013 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 6 Comments »

Al quarto scrutinio dell’elezione del Presidente della Repubblica, l’unico leader del centrosinistra italiano che è sempre riuscito a sconfiggere il rappresentante del principale schieramento avversario (parafrasando la ridicola definizione adottata da Veltroni nel corso della sua campagna elettorale da candidato premier, risultata immancabilmente perdente), nonché ispiratore e fondatore di quella cosa che per qualche anno è stata conosciuta come Partito Democratico, senza che i contorni e gli scopi risultassero peraltro mai afferrabili ai comuni mortali, suoi elettori inclusi, è stato affossato dal suo stesso partito.

I numeri per una volta forniscono le proporzioni del disastro. Qualche defezione era stata messa in conto, e già questo era un primo passo francamente imbarazzante. D’accordo, anche Gesù Cristo ha avuto i suoi traditori, come pure - immagino - in qualche altra tradizione sia capitato a Buddha, a Maometto o a Confucio. Ma qui stiamo parlando di cose un po’ meno epiche, e di questioni di certo meno trascendenti, ovvero della tenuta politica di un progetto. E se una persona viene investita di un incarico parlamentare o comunque rappresentativo dal suo partito, si presume che si riconosca almeno nei presupposti del partito che deve rappresentare. Quei presupposti che, sul piano ideale della carta degli intenti, recano la firma di una sola persona: Romano Prodi.

In questo memorabile 19 Aprile 2013, che verrà ricordato come l’ultima vera Caporetto del centrosinistra italiano (ancora più delle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, ancora più della giornata di ieri), lo stesso Romano Prodi è stato affossato non da una manovra del nemico di sempre, non dalle insidie della dialettica politica, bensì, come nella più classica delle tragedie, da una trappola interna di cui sfuggono ancora i contorni precisi, ma della cui paternità sono indiziati due o tre nomi, che altro non sono che i nomi di sempre. Ma torniamo ai numeri, per realizzare le dimensioni della disfatta. La candidatura di Prodi non è saltata per una manciata di voti, ma per il mancato sostegno di 102 voti. 102 senatori, deputati e rappresentanti regionali che, anziché votare l’iniziatore del progetto per cui dovrebbero lavorare, hanno preferito per calcolo, opportunismo o incoscienza (tutto è ancora da dimostrare) di votare qualcun altro.

102 voti contrari, che fanno più rumore nel silenzio dell’urna di 102 testate nucleari.

Perché stamattina, appena il loro segretario - da un paio di giorni in evidente stato confusionale - ha reso pubblica la sua candidatura, quei 102 grandi elettori, insieme ai colleghi di partito, si sono alzati in piedi e come gli altri hanno applaudito.

Da elettore del centrosinistra penso di non aver mai provato la vergogna  e l’impotenza che provo oggi. E - purtroppo - sono certo di non essere il solo. Allo sconforto si somma la rabbia alla notizia che dalla riunione di partito di questa sera è emersa come unica linea politica per il quinto turno quello di esprimere scheda bianca. Che è un po’ come lasciare il campo agli altri, trattenendo però il pallone (in quanto, numericamente, senza l’appoggio del PD, anche la convergenza di tutte le altre forze politiche - cosa per altro non realizzabile vista l’eterogeneità delle proposte del Movimento 5 Stelle e degli altri - non produrrebbe la maggioranza). Una cosa che, a fronte della candidatura di Stefano Rodotà - persona integerrima, giurista stimato, uomo delle istituzioni apprezzato da larghe fasce della società civile, come dimostra appunto la sua candidatura  da parte del M5S - risulta oltremodo incomprensibile.

A me le cose che non riesco a capire, malgrado tutti gli sforzi e i tentativi, non sono mai piaciute. Anzi, mi fanno da sempre incazzare. E non bastano le dimissioni dell’intero gruppo dirigente a farmela passare, perché penso che i 9 milioni di cittadini che li hanno votati, e tutti gli altri italiani con cui coabitiamo in questo grande condominio ormai pieno di vizi e povero di prospettive, meritino di più. Meritiamo tutti di essere trattati meglio, da persone intelligenti quali fino a prova contraria siamo. E dall’altro lato ci ritroviamo invece interlocutori sempre meno affidabili, sempre più confusi, sempre più ostinati a mantenere una condotta che sfugge alla comprensione umana.

Linee di flusso

Posted on Aprile 12th, 2013 in Fantascienza, Graffiti, Micro | 5 Comments »

Ho visto circolare questo diagramma sui soliti social network (l’ho scoperto grazie a Vanamonde). Ed era troppo bello per non condividerlo anche qui… C’è davvero tutto: il loop di causalità, il principio di autoconsistenza di Novikov, il multiverso, la premonizione. In una parola: stupefacente. Cliccate e godetevelo!

Dei film citati, personalmente ne ho visti 22. Mi metterò con piacere in cerca dei restanti.

Esercizio per casa: visto che non è menzionato, prendiamo un film abbastanza famoso e vediamo dove collocarlo nel diagramma di flusso del viaggio nel tempo. Voi dove lo mettereste Timecop di Peter Hyams (1994), con l’inossidabile Jean-Claude Van Damme?

The long slow goodbye of El Bonko

Posted on Aprile 8th, 2013 in Fantascienza | 3 Comments »

Per parafrasare il titolo di una canzone dei Queens of the Stone Age. La notizia sta facendo il giro della rete da qualche giorno, ma vista la sua natura “anticipatrice” non scadrà finché l’evento che annuncia non si sarà compiuto. E purtroppo, l’evento che annuncia non è per niente lieto: il pluripremiato, poliedrico, visionario, scrittore scozzese Iain M. Banks (raramente come nel suo caso l’iperaggettivazione si rivela limitata per esprimere la portata dell’opera di un autore) ha annunciato sulle pagine web del suo editore di avere ancora pochi mesi da vivere, a causa di un cancro allo stadio terminale.

La notizia è subito rimbalzata in lungo e in largo attraverso il cyberspazio, ripresa da Locus, io9, Tor.com e per l’Italia da Fantascienza.com. Essendo giunta a ridosso del 1° aprile, confesso di aver a lungo sperato che si trattasse di un macabro scherzo. E invece, come sappiamo, gli scherzi più macabri riesce sempre a giocarceli la vita.

Per puro caso e con la complicità dell’enciclopedica antologia dedicata da Piergiorgio Nicolazzini al Cyberpunk nelle Grandi Opere dell’Editrice Nord, Banks è stato uno dei primissimi autori di SF contemporanea che abbia letto. E l’annuncio mi ha raggiunto solo qualche giorno dopo aver attaccato la lettura de L’Impero di Azad (The Player of Games), il secondo capitolo della sua portentosa serie dedicata alla Cultura. Per una panoramica sul suo universo letterario, rivolgetevi pure alle sue note oppure alla selezione curata da Annalee Newitz per io9, che giustamente ricorda l’importanza di Banks nell’aver definito temi e prospettive entrate nel canone del genere: le civiltà postumane, l’interazione con le IA, la colonizzazione spaziale.

Ecco, se è vero che gli autori si lasciano dietro il corpus delle proprie opere, a duratura memoria del loro passaggio su questo pianeta, è altrettanto vero che bastano a volte pochi istanti per percepire la profondità umana di persona. Ho avuto la fortuna di incontrare Banks a Verona, qualche anno fa, quando insieme con Iguana Jo lo intervistammo per le pagine di Robot. E in quell’occasione davvero fortunata, saltato l’abboccamento per una Deepcon/Italcon che con la sua presenza avrebbe potuto rivelarsi memorabile, Banks riversò sulla platea aneddoti e retroscena del suo ciclo più famoso, tra i più ambiziosi affreschi mai tentati dalla fantascienza.

Magari si trova nelle vicinanze qualche Unità Generale di Contatto dal nome improbabile, come Arbitraria oppure Comportamento Flessibile, e qualche agente della Cultura ha già ricevuto l’incarico di tradurlo a bordo e riparare il suo corpo biologico. Ma se anche un giorno dovessi incontrare un tal Sun-Earther Iain El Bonko Banks of North Queensferry su un remoto Orbitale, e nonostante tutti i suoi libri che mi restano ancora da leggere, il senso di perdita è già forte. Con la sua dipartita, il mondo della fantascienza, ma non solo, sarà decisamente più povero.

I lettori che volessero lasciargli un messaggio, possono farlo tramite il sito web attivato a questo scopo: Banksophilia: Friends of Iain Banks. Quale modo migliore per tributare un omaggio a uno degli autori più influenti e rappresentativi del nostro immaginario contemporaneo?

[Foto di Iguana Jo, via Flickr. Dettagli dalle illustrazioni di Mark Salwowski per le copertine di Consider Phlebas e Excession.]