Il 2 febbraio 1913 veniva inaugurato il Grand Central Terminal di New York, la più grande e forse la più famosa stazione al mondo, benché si sia ormai da tempo lasciata alle spalle il suo periodo di gloria. Immortalata in innumerevoli lavori, basti pensare al cinema, all’inizio del rocambolesco viaggio di De Niro e Grodin in Prima di mezzanotte o alle sequenze finali di Carlito’s Way di Brian De Palma, ma anche a tanti film di fantascienza: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Hackers, Unbreakable, Men In Black. Proprio un film di fantascienza sembra coglierne al meglio lo spirito di luogo di passaggio, emblematico di tutte le stazioni ferroviarie, quasi che il GCT, comunemente detta anche Grand Central Station, ne rappresenti una sorta di archetipo, di idea primigenia: penso a K-PAX di Iain Softley (2001), tratto dai libri di Gene Brewer, con Kevin Spacey nel ruolo di prot, un presunto visitatore alieno sbarcato da K-PAX direttamente a New York dopo aver attraversato lo spazio su un raggio di luce.

Ma la Grand Central Station racchiude nelle sue pietre secolari anche un altro spirito, cioè quello di autentica “città nella città”, che in qualche modo echeggia nell’atmosfera di un fumetto eccellente, Terminal City di Dean Motter e Michael Lark, nelle sue architetture deco, nel sogno di un secolo parallelo che racchiude tutte le prospettive immaginifiche degli anni ‘30 e ‘40. E quella di una Terminal City è stata proprio l’idea alla base dello sviluppo della stazione, prima del graduale, inesorabile declino. Decisivo nella progressiva espansione verso ovest (già nel 1869 un treno a vapore poteva percorrere i 4.600 km da New York a San Francisco in soli 4 giorni), il treno non gode da tempo più dei favori delle masse. Negli anni del boom, il trasporto privato ha progressivamente soppiantato quello pubblico e sulle tratte a lunga percorrenza, l’unico che resta tecnicamente di esclusivo appannaggio del mezzo pubblico, l’aereo gode del vantaggio dei tempi di volo sul treno, in particolare per quanto concerne i trasferimenti su distanze continentali. Le stazioni americane, come dimostrano innumerevoli casi, sono un po’ un monumento a uno sviluppo mancato: il trasporto ferroviario resta competitivo per le merci, ma per il servizio viaggiatori il treno è usato quasi esclusivamente dai commuters, dal popolo dei pendolari; per i viaggiatori su lunghe distanze resta invece una comodità per amanti dell’avventura o per i privilegiati non legati alla dittatura del tempo.

Ma la Stazione Centrale di New York continua a richiamare ogni anno milioni di turisti (21,8, secondo una stima del 2012) interessati a contemplarne gli spazi e i monumenti annessi. Estesa su 19 ettari di superficie, servita da oltre 50 km di binari, il GCT è mosso da ingranaggi antichi che pulsano secondo le cadenze in un cuore a orologeria.

La crisi restituirà forse alle ferrovie una parte dell’appeal perduto nel corso dei decenni. Nel frattempo quest’anno sarà ricco di eventi organizzati per celebrare il primo secolo di vita della più famosa delle stazioni di New York e del mondo. E chissà che non sia di buon auspicio per le numerose cattedrali nel deserto disseminate lungo i binari d’America, a partire dalla Michigan Central Station di Detroit, simbolo suo malgrado dell’american acropolis per eccellenza.

[Immagini tratte da Repubblica.it]