Nello spirito delle celebrazioni per i 125 anni dalla sua fondazione, il National Geographic sta dedicando quest’anno grande attenzione alle nuove frontiere dell’esplorazione. Negli scenari prospettati, non poteva mancare la frontiera più alta e vasta di tutte: lo spazio.

Per quanto ancora remote, le prospettive di un volo interstellare, di spedizioni alla scoperta di nuovi mondi, non sono più così irrealistiche come solo fino a pochi anni fa avrebbe potuto sembrare. In effetti in molti - anche tra gli appassionati di fantascienza - covano la disillusione dello spazio. Leggendo ciò che scriveva Silvio Sosio la scorsa estate sul numero 66 di Robot, nell’editoriale (come sempre ricco di spunti) che prendeva le mosse dalla scomparsa di Ray Bradbury, mi è venuto di pensare a una sorta di sindrome. Per troppo tempo abbiamo consentito che lo spazio fosse nient’altro che argomento di propaganda politica (ricordate gli scudi spaziali e le guerre stellari dell’era reaganiana?) e dopo gli anni dei proclami e delle vuote promesse dell’era Bush Jr abbiamo lasciato che il sogno della frontiera spaziale venisse soffocato dalle contingenze della quotidianità, con il carico da 11 della crisi esplosa sul finire dello scorso decennio. E ormai abbiamo smarrito quell’automatismo che naturalmente si innescava quando prendevamo in mano un libro di fantascienza e - qualunque fosse il suo contenuto - l’immaginazione correva pavlovianamente agli scenari di colonie spaziali, stazioni orbitali, terraforming e viaggi interplanetari. Memore di Bradbury e della nostalgia del futuro che pervade le sue opere più strettamente sci-fi, potremmo dare a questo disagio il nome di sindrome dello spazio perduto: troppe promesse disilluse hanno alimentato nel tempo questa naturale diffidenza, pronta a evolvere in cinico disinganno.

Per fortuna, gli scienziati e gli ingegneri dell’industria aerospaziale sembrano aver preservato negli anni il fuoco dell’impresa. E così, per quanto si parli ancora di tecnologie di là da venire, di tecniche che - allo stato attuale delle nostre conoscenze - richiederanno qualche centinaio d’anni per portarci al più vicino sistema planetario extra-solare, se non altro se ne parla. La NASA, pur attraversando una fase di appannamento, porta avanti la ricerca nei suoi laboratori: vele solari, fusione nucleare e, nei suoi gruppi di lavoro più avanzati ed esoterici, antimateria e propulsione di Alcubierre. Difficile stimare quanto tempo ci vorrà perché queste linee di sviluppo si traducano in progetti economicamente e/o tecnicamente fattibili, ma esistono iniziative audaci come l’arca generazionale 100 Years Starship, lanciata in un piano congiunto da DARPA e NASA, su cui argomenta Giulio Prisco su KurzweilAI (venendo ripreso e rilanciato nientemeno che da io9). E fa bene Prisco a mettere in evidenza le ricadute di un eventuale programma volto a coniugare - in ottica di abbattimento costi e massimizzazione dell’efficienza - viaggi interstellari e mind uploading.

Perché se da un lato conforta l’interesse che sembra riaccendersi intorno alla Frontiera del Terzo Millennio, dall’altro è vero che molte conquiste del progresso a partire dal rush tecnologico del XX secolo possono essere fatte ricadere nell’ambito delle self-fulfilling prophecy. E se a giustificare un’impresa si aggiunge, oltre alla convinzione nella stessa impresa, anche il beneficio delle potenziali ricadute collaterali, la posta in gioco diventa ancora più ambita. Prisco cita le neuroscienze, la teoria dell’informazione e la speranza di vita, ma svincolandoci dal mind uploading per pensare alla tecnica di volo spaziale possiamo aggiungere alla lista genetica, ecologia, energetica e ingegneria dei sistemi. E allora è evidente che quando parliamo di volo spaziale pensiamo soprattutto a come il futuro potrebbe essere plasmato dalla curva del progresso su cui ci andiamo ormai da tempo arrampicando, su una parete che di anno in anno si fa sempre più ripida. E pensiamo quindi alla complessità degli scenari che ci attendono.

Dopotutto trovo irrealistico pensare che questo pianeta non sia destinato a diventare, prima o poi, troppo piccolo per reggere il peso della subspeciazione dell’umanità e dei suoi artefatti più evoluti. E - naturalmente - dei rispettivi sogni.

Le immagini che corredano il post sono opera di Stephan Martiniere, già artista dell’anno per Robot nel 2009.