In quanto connettivisti, a partire dagli esordi, ci siamo sforzati di tracciare le connessioni segrete che attraversano l’immaginario, mappando le autostrade neurali della realtà, fino a mettere in pratica un’opera di sintesi. Ci siamo prefissi di usare la fantascienza come filtro per guardare il complesso paesaggio tecnologico in mutamento in cui siamo immersi, per esplorare le risorse e le contraddizioni umane esaltate dalla spinta del progresso.

La tendenza alla contaminazione tra i generi ci ha inimicati molti puristi appassionati di fantascienza. Il tentativo sperimentale di recuperare tradizioni sepolte (ma se davvero lo erano, gli assassini dovevano essere stati tanto maldestri o semplicemente tratti in inganno, visto che nelle rispettive bare i presunti cadaveri continuavano a dimenarsi nel sonno), come le avanguardie storiche, dai futuristi ai crepuscolari, fino al surrealismo e alla poesia ermetica, valutato con curiosità da molti appassionati di fantascienza, ci ha d’altro canto inimicato quanti dall’esterno guardavano alla fantascienza come a uno spazio di evasione,crogiolandosi sulla bellezza delle etichette e nell’idea della supposta tenuta stagna dei confini. La sperimentazione sul linguaggio, gli sforzi di coniugare estrapolazioni scientifiche e tecnologiche con una sensibilità umanista, è quello che talvolta ha messo d’accordo tutti sulla difficoltà di leggerci. La vera cosa che però sembra infastidire la gente, è l’impossibilità di classificarci: troppo fantascientifici, o troppo poco; ora troppo protesi verso il futuro, ora troppo rispettosi verso il passato; ora innovatori, ora preservatori (non uso a caso questo termine, tornando con la memoria alle vertiginose pagine della Matrice Spezzata) delle esperienze storiche. Dopotutto così si rischia di voler dire tutto e il contrario di tutto, senza in fin dei conti riuscire a dire nulla… giusto?

Sbagliato.

Ci hanno imposto che la semplicità è un valore, e non voglio arrivare a dire che è stato solo uno dei tanti punti su cui hanno lavorato per poterci ingabbiare negli schemi dell’ordine costituito. Siete tutti troppo intelligenti per capirlo da soli. Eppure la complessità è qualcosa che spaventa, che genera come reazione istintiva l’avversione. E noi che con la teoria del caos pretendiamo di imbastire la colazione dei campioni, noi che ci dilettiamo di equazioni e di elucubrazioni, di matematica e di fisica quantistica, cogliendone a volte consapevolmente e altre anche solo istintivamente la bellezza intrinseca (e sull’estetica dei numeri e della geometria ci si è soffermati nel corso del panel “Orizzonti matematici e abissi quantistici”, sabato pomeriggio, grazie alle intuizioni di Emmanuele Pilia e Roberto Furlani e alla sapiente conduzione del moderatore Emanuele Manco), noi che dibattiamo di paradigma olografico e menti olonomiche, noi, da astrusi connettivisti quali siamo, pretendiamo proprio di esplorare la complessità! Nulla di meno popolare, come si diceva anche nel panel di domenica mattina dedicato al futuro della scrittura fantascientifica.

Altrove le sfumature sono valorizzate, specie se sono più di cinquanta: si pensi alle continue compenetrazioni, su scale infinite e fino a un dettaglio frattale, delle angosce distopiche e degli slanci utopistici di Iain M. Banks, evocato da Salvatore Proietti. Qui da noi, invece, chi si è azzardato a valorizzare in termini letterari l’immaginario scientifico (si pensi a Italo Calvino e Primo Levi) è stato stigmatizzato dai suoi pur autorevolissimi (e in altri casi anche decisamente lungimiranti) colleghi, bollato come refrattario alla vera essenza della letteratura.

Che bisogno avevamo di accostare entità tanto remote come la fantascienza e il crepuscolarismo, il futurismo e la matematica, la transarchitettura e il weird, la realtà aumentata e la poesia? Possiamo esser sembrati pretenziosi, ma non siamo alla ricerca di una qualche forma di autoincensazione. I diversi curatori dei panel, da Alex Tonelli (chiamato a uno sforzo triplo) ad Alessio Brugnoli a Francesco Cortonesi, hanno impostato magnificamente i giri di tavola e i rispettivi interventi con l’intento di valorizzare tanto la scoperta quanto la riscoperta. Le incursioni di Carlo Bordini ed Ettore Fobo nella poesia, le performance di Domenico Mastrapasqua, Francesco Tito e Marco Moretti e della Sauna dei Cinque sono stati momenti di profondo divertimento, oltre che di arricchimento. Il palinsesto parla per noi: i momenti di recupero storico sono stati impostati soprattutto come occasioni di approfondimento e bilanciati dalle presentazioni dei nostri ultimi lavori in uscita o in corso di sviluppo (in campo editoriale ma anche cinematografico e televisivo); e non è mancato lo spazio per il confronto, con panel interi (e di indiscutibile successo) dedicati alle declinazioni della fantascienza nei diversi media (oltre al citato panel conclusivo, vale la pena ricordare quello enciclopedico sull’immaginario fantascientifico tenuto da Salvatore Proietti, Lanfranco Fabriani, Emanuele Manco e Flora Staglianò). I due momenti di maggior richiamo, l’intervento di Bruce Sterling e il dibattito finale sul cinema, sono stati anche quelli in cui i connettivisti si sono “ritratti”, lasciando la scena agli “esterni”: un precursore e dei possibili nuovi compagni di strada. Ed è un peccato, certo, che proprio al momento della chiusura e in occasione di gran parte dell’ultimo evento in cartello, i connettivisti che avevano assicurato una presenza continua e il loro ininterrotto apporto alla discussione per tutta la durata della Next-Fest, fossero ormai già dovuti partire. D’altro canto, a giustificazione di questa presunta “diserzione di massa”, va detto che per quanto baricentrica sia Roma, le ferrovie e le linee aeree non hanno ancora maturato l’efficienza del teletrasporto, e a malincuore fin dal primo pomeriggio di domenica subivamo tutti il richiamo alle nostre vite “aliene” – o meglio, per dirla con quel vecchio saggio poco citato dai connettivisti che fu Isaac Asimov, al nostro “mondo al di fuori della realtà”.

Per tornare al punto, resto convinto che dalla giustapposizione degli elementi scaturiscano nuove prospettive, e nei chiaroscuri risaltino meglio le sfumature della luce così come pure la tenebra. Nel 1968 proprio Calvino invitava a “vivere anche il quotidiano nei termini più lontani“. Dopotutto, nei più remoti orizzonti postumani esplorati dai connettivisti, serpeggia sempre una umanissima e malinconica vena di poesia, che non è nient’altro – parafrasando il compianto Ray Bradbury, magnifica figura di confine tra il cinema e la fantascienza – se non la nostalgia dei futuri possibili, dei futuri che avrebbero potuto essere e non sono stati, dei futuri già perduti.

(2 - segue)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura