La guida galattica per non-connettivisti /0
Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo |
Next-Fest è il nome che Sandro Battisti, Gabriele Calarco ed io abbiamo scelto, non senza una certa ambizione di rottura con il passato delle nostre convention, per la prima adunata connettivista ospitata nella Capitale. Che poi, parlare di Capitale presuppone comunque una certa ampiezza di vedute, vista la collocazione nella cornice del Laurentino 38 che se non altro ci è valso un tentativo di contribuire alla vitalità culturale delle periferie romane.
Laurentino 38 è “il quartiere dei poeti e degli scrittori”, per usare le parole di Luca Ferrari che accompagnavano la sua mostra fotografica sulla zona, da cui l’immagine soprastante è tratta. Nella sua toponomastica è codificato il Novecento italiano, insieme a pezzi sparsi della letteratura francese, di quella americana, di quella russa. Non è per questo che in genere il quartiere viene ricordato, comunque. L’edilizia urbana degli anni ’70 e ’80 da queste parti ha saputo produrre rimarchevoli scempi architettonici e vi si respira un’atmosfera decadente, specialmente di sera. Nei tre giorni della manifestazione, alcune decine di appassionati si sono avventurati in questa estrema periferia romana, a un quarto d’ora di odissea postmoderna – su un autobus traballante dell’ATAC – dal capolinea della Linea B delle metropolitane capitoline, per partecipare ai panel e discutere con altri appassionati di fantascienza, immaginario, vita, universo e – non poteva mancare – tutto il resto. Sfidando i diluvi che si sono ripetutamente abbattutti su Roma venerdì e la sorte (metropolitana in tilt nel pieno pomeriggio del giorno d’apertura proprio per il maltempo). L’ultimo giorno ha poi registrato un picco di visitatori per le presentazioni pomeridiane dell’e-book Crepe nella realtà di Mario Gazzola (ALEA eBooks), del progetto grafico di Gabriele Calarco Post-Humans, il mondo senza uomini in immagini e per la proiezione del cortometraggio “Io ritengo” di Alessio Merulla con Elio Venutolo. Nel dibattito sul cinema che è seguito, a partire da una provocazione che non c’è stato purtroppo il tempo di sviscerare a fondo come sarebbe stato opportuno, gli autori intervenuti hanno cercato di portare la loro esperienza e rapportarla, ove possibile, con l’immaginario di genere, lo stesso con cui i connettivisti hanno voluto fare i conti nell’arco di questa manifestazione. Colgo l’occasione per ringraziare Tino Franco, Michele Salvezza e Tommaso Ragnisco (autore anche della fantastica locandina) per i loro preziosi contributi.
Questo intervento vuole appunto essere uno sviluppo delle riflessioni innescate dal dibattito, se non altro prima che il confronto deragliasse ed esigenze di tempo e di decenza ne imponessero la chiusura, e nasce in parte come risposta alle riserve espresse nei riguardi dei connettivisti da Pier Luigi Manieri. Obiezioni spesso comprensibili, ma altrettanto spesso motivate anche da un pregiudizio dettato dalla scarsa familiarità con il nostro lavoro. Quasi mai, in ultima istanza, condivisibili.
I connettivisti nascono prima di tutto come autori: sono scrittori, poeti, artisti, talvolta videomaker, forti dell’esperienza della rete. La prima forma di aggregazione è stata storicamente rappresentata dai blog, poi è venuto il movimento, inteso come naturale estensione dello spazio di sperimentazione trovato nell’immediatezza del web 2.0: il connettivismo nasce da qui e può essere interpretato in maniera molto intuitiva come un incubatore. Di idee, di visioni, di metodi e di modelli. È inutile, anzi “stucchevole”, pretendere di volerne parlare senza essersi mai scomodati a leggerne anche solo mezzo racconto. E i racconti converrebbe comunque leggerli fino in fondo, perché la storia ci insegna che talvolta riservano un finale a sorpresa.
Ma entrando più nel dettaglio dei contenuti per venire incontro ai neofiti e ai profani, cos’è che fanno i
connettivisti? In linea di massima e per forza di cose semplificando il discorso, possiamo sostenere che ci sforziamo di elaborare un tentativo di interpretazione del mondo, che spazia dall’attualità contingente alla riflessione più generale sulla condizione umana, da una prospettiva che è la chiave di tutto in quanto consente di “storicizzare” il presente: il futuro. Anche per questo i connettivisti sono prima di tutto appassionati di fantascienza. Dalla fantascienza abbiamo mutuato la chiave della trasfigurazione così come quella dell’estrapolazione, e nella fantascienza troviamo quella congeniale forma di sintesi tra cultura scientifica e tecnologica e ambito umanistico che ci contraddistingue.
Il discorso sul rapporto tra fantascienza e cinema si prestava bene a suggellare la nostra tre-giorni anche per un altro motivo, che spero diventerà più chiaro nel prosieguo. In tre interventi concatenati, che usciranno sullo Strano Attrattore nei prossimi giorni, cercherò di delineare il mio punto di vista su ciò che ci proponiamo di fare e a cui volevamo dare visibilità nel palinsesto della convention. Non è l’unica direzione in cui stiamo lavorando, ma una delle possibili. E, ritengo, anche molto promettente.
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12 Responses
Molto vero: “È inutile, anzi “stucchevole”, pretendere di volerne parlare senza essersi mai scomodati a leggerne anche solo mezzo racconto. E i racconti converrebbe comunque leggerli fino in fondo, perché la storia ci insegna che talvolta riservano un finale a sorpresa.”
Il problema nasce proprio dal dover ribadire l’ovvio, in questi casi. Eppure siamo ancora qui, dopo 8 anni, a dover dare giustificazioni su quello che i connettivisti vogliono fare. E in questo tempo che abbiamo fatto, giocato a carte?
[...] programma, quello sul cinema, che ha avuto risvolti vivaci . La riflessione è in quattro puntate e qui e qui potrete leggere le prime due, il resto [...]
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Caro Giovanni, innanzi tutto, mi preme confermarti ed insieme rassicurarti che puoi credere senza riserve e senza “ampiezza di vedute”, di esser stato proprio a Roma Capitale. Seriamente, consentimi di dire che trovo la tua descrizione del Laurentino 38, contrassegnata da una certa retorica che definirei a tratti scolastica, basti vedere come si conclude, con quell’ ” odissea postmoderna”.
Una decina di righe intrise di una atmosfera tetra che rasenta dunque la tragedia (o l’epica se preferiamo), seppure “postmoderna”, tanto che chi non conoscesse il luogo, potrebbe arrivare ad immaginare le Terre proibite di Mad Max, la N Y fatiscente e decadente di 1997, e finanche il crollo della civiltà del Pianeta delle scimmie…e allora, allo scopo di scongiurare il rischio di veder deserto il Centro Culturale Elsa Morante, che a dire il vero ha finora goduto di migliaia di visitatori, è opportuno ridefinirne la posizione geografica: è compreso tra la via Laurentina e la via Cristoforo Colombo, nonchè dalla consolare via Pontina e dal G.R.A, strade che permettimi di sottolineare, non sono proprio delle carovaniere. E’ raggiungibile agevolmente mediante due linee di trasporti: il 776 che si prende appena fuori la fermata Laurentina della metro B, e il 779, all’ esterno della fermata Eur Fermi, stessa metro. A un chilometro in linea d’aria c’è il Palazzo dell Civiltà del Lavoro, anche conosciuto come Colosseo Quadrato, mentre dietro l’angolo trovi il PalaLottomatica. Non proprio cattedrali nel deserto, visto che più a sud risiedono altre 350.000 persone, circa il doppio di città come Firenze e Bologna. IBM e Microsoft sono nei pressi, dunque anche la stagnazione e il degrado tecnologico non risiedono a queste latitudini. Dopo quest’attenta analisi logistico toponomastica, aggiungerei che la funzione dei centri culturali come L’Elsa Morante è proprio quella di fare da collante tra le zone più centrali e quelle periferiche, laddove per periferico non s’intende arretrato o abbandonato a sè stesso ma seplicemente oltre l’anello murario del centro storico. Concludo questa parte del mio intervento, rilevando non senza un certo rammarico come nella decina di righe descrittive del quartiere, tu non abbia trovato lo spazio neppure per citarlo il Centro Culturale Elsa Morante, cosa che stride con la natura stessa del tuo movimento. L’Elsa Morante è infatti un esempio d’architettura sostenibile, e all’avanguardia in quanto a spazi che comprendono un’area espositiva, un cinema teatro, bar e appunto il salone in cui s’è tenuta la convention. Tutti argomenti che in moltissimi, come Sandro Battisti per citarne uno, ritengono interessanti. Moltissimi ma non tutti, evidentemente.
Conclusa la disamina “istituzionale”, vengo al merito delle tue affermazioni. Mi sarebbe facile replicare affermando che l’idea di una moderazione di “contrappposizione” rispetto al titolo del panel è stata avanzata da Sandro Battisti (e con ciò chiudere la questione, ma non lo farò perchè ritengo che sia opportuna una disamina più articolata), al quale per chiarezza e coerenza col mio modo d’intendere la professione, avevo esternato le mie perplessità, cosa che del resto avevo fatto anche con Gabriele Calarco, e in tutta franchezza, ritengo sia stata una proposta di buon senso. Che poi la discussione abbia abbracciato il “dove si stesse volando” in generale, è una diretta conseguenza del tema del panel stesso.
Sia io che Salvezza, abbiamo posto in rilievo alcuni elementi di critica, cosa pertinente, e azzardo, leggittima, trattandosi di un convegno. Convegno vale a dire scambio aperto di opinioni, anche contrapposte, per arrivare al punto focale di un incontro che è costituito dallo scambio e divulgazione di tesi.
Sorvolo volentieri su certe affermazioni, per quanto sgradevoli e dialetticamente poco decenti. Non nutro motivi di biasimo, verosimilmente non tutti siamo abituati al confronto aperto. Fortunatamente per me, non soffrendo di una qualche sindrome da accerchiamento, e grazie al continuo esercizio delle mie funzioni, sono portato ad approfondire ogni fatto senza idee precostituite. Aggiungerei che comunque le opinioni espresse non dovevano essere del tutto strampalate se è vero che più di qualcuno si è detto d’accordo. Ma il punto non è neanche stabilire se una tesi sia più accreditabile di un’altra, ma piuttosto riaffemare che è possibile, anzi necessario confrontarsi. Anche aspramente se accade, ma liberamente. Dopodichè ognuno rimanga pure delle proprie idee. Personalmente non credo che le chiusure aprioristiche o peggio la demonizzazione portino un elemento di sviluppo, cosa che è pleonastico sottolineare è invece propria del confronto costruttivo. Non so rispondere alla tua domanda se tu abbia o meno trascorso 8 anni giocando a carte, sospetto però che se dopo tutto questo tempo c’è ancora qualcuno che non ha capito “dove state volando”, è anche possibile, azzardo, che ci sia un limite nella comunicazione, o nell’idea.
Vedo dalla guida che hai redatto, che tutto sommato il nostro invito a declinare con maggior chiarezza gli ambiti del connettivismo, qualche effetto lo ha sortito. Uno strumento utile per tutti quegli ignoranti che parlano senza aver letto neppure mezzo articolo. A questo proposito e al tempo stesso (consentimi una piccola digressione), ritornando sul tema iniziale, vale a dire le periferie, Torrevecchia, nome della cittadina di un tuo racconto è anche il nome di una località romana. Periferia ovest, per essere precisi.
Come ho avuto modo di affermare mediante i diversi incontri sul Connettivismo che ho promosso e l’articolo che ho dedicato al movimento (articolo che evidentemente non hai letto), sono a priori favorevole ad un movimento che solennemente, cioè senza imbarazzi, promuova la fantascienza come genere letterario.
Benvenga il Connettivismo, movimento che potrebbe aiutare l’immaginario italiano a tornare a sognare in modo realmente significativo. Parallelamente continuo a percepire come una forzatura questa tensione verso gli altri movimenti artistico culturali. Così come ne “Il ritratto di Dorian Gray” è ravvisabile più di un punto di contatto col “Faust” di Goethe, in ambito più pop, Hulk è certamente di diretta discendenza da Mr Hide. Gli elementi di continuazione e rimandi da un testo ad un altro, sono innegabili (e non ci sarebbe motivo di farlo), ma l’equazione mi pare eccessiva. A mio parere si tratta di reminescenze letterarie, fonti d’ispirazione, omaggi, ma se Goethe era fautore della Weltliteratur, Wilde era un decandentista. Non è questione di i a compartimenti stagni, ma di ambiti intellettuali dalle differenti angolazioni, istanze, valori e finalità. Ribadisco comunque, che questa riserva è tanto opinabile quanto trascurabile. Libero e liberi di tentare tutte le commistioni che ritenete propedeutiche alla vostra dialettica.
Se mi posso permetterre un suggerimento, credo che un distinguo tra movimento e avanguardia, che sono vicini, concomitanti ma diversi, possa esere d’aiuto.
Spero di non risultare ostile se ti significo che trovo alcune osservazioni circa la natura dell’opera filmica e di quella letteraria leggermente semplicistiche, e in ultima analisi non condivisibili, partendo da questa tua considerazione: “Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà”.
Un’opera cinematografica di fantascienza (ma non solo), non è necessariamente “immediata”, anzi, proprio nel caso della fantascienza difficilmente lo è. Potrei approfondire questo aspetto ma per brevità mi limiterò a citarti alcuni titoli che credo possano essere esaustivi:2001:Odissea nello spazio, Solaris, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Inception, Il pianeta delle scimmie, Blade Runner, Alien, 1997:Fuga da New York, Fino alla fine del mondo, Brazil, Robocop, Dune, Mission to Mars.
Di contro, non è sufficiente differenziare genericamente tra cinema e letteratura, devi essere più specifico. I racconti per es. hanno come caratteristica un’esigenza di brevità che è propria del loro linguaggio.
E non è neanche vero in assoluto che un film sia sempre e comunque il risultato della mediazione economico-creativa di più individui. Anche in questo caso, ti rimando ad alcuni titoli esemplificativi di opere filmiche interamente individuali, dove cioè, il regista coincide con lo sceneggiatore, soggettista e talvolta col produttore: Guerre Stellari, Scanner, Interceptor o Mad Max, La Cosa, Essi vivono, Matrix, Pitch Black. Altri film, come: Il Dottor Stranamore, Fino alla fine del mondo, Brazil, 1997:Fuga da New York, Terminator, pur essendo stati scritti rispettivamente da Kubrick,Wenders, Gilliam, Carpenter in collaborazione con altri sceneggiatori (nel caso di Kubrick, lo stesso Clarke); per temi, stile registico, stilemi e topos sono interamente ascrivibili ai cineasti che li hanno girati. Al più, possono essere assimilabili a testi scritti a quattro o più mani, ma questa considerazione vale unicamente per la stesura dello strumento-sceneggiatura, la parte registica è tutta loro.
Così come pur essendo degli adattamenti, La Cosa, Essi vivono, Dune, Total Recall, L’Ultimo uomo sulla Terra, Agente Lemmy Caution:missione Alphaville, sono interamente di Carpenter, Linch, Verhoeven, Ragona, Godard. Ne riflettono tutto il loro punto di vista, la poetica, l’estetica.
Questi argomenti , suggeriscono un’altro elemento di contraddizione con un passaggio della tua tesi che riporto:”ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori.”. Simili argomentazioni buttate lì così, risultano qualunquistiche per non usare aggettivi più forti e sottintendono per non dire chiariscono quanto tu poco conosca la materia in cui t’avventuri. Stando a quanto hai scritto, tutto il cinema sarebbe canalizzato lungo quelle dinamiche, cosa che non solo non corrisponde al vero, ma che pretestuosamente innesca un equivoco in cui non si comprende con chiarezza se il cinema sia a parer tuo linguisticamente immediato a causa della limitata durata della fruizione (cosa che si evincerebbe dal riferimento alle serie televisive), o a causa dell’ingerenza del produtore/investitore. Mi limiterò a rimarcare come autori e registi come Kubrick, Carpenter, Verhoeven,Wenders, Gilliam, Miller, Nolan (come esempi penso che siano sufficienti, quindi per non rischiare di risultare stucchevole, non ne aggiungerei altri), nel corso delle loro intere carriere non abbiano prestato la minima attenzione nè alle grandi masse (se non come riconoscimento-conseguenza di un lavoro sublime), e neppure al ritorno economico, in altri termini non siano andati incontro ai gusti del pubblico,snaturando il proprio film pur di garantirsi un risultato ottimale al botteghino, spesso per altro pagandone il prezzo in prima persona.
Ma volendoti seguire sul sentiero della commistione finanziaria-creativa, laddove si evince che l’opera filmica sia una sorta di compromesso, al contrario del libro che è più personale, devo mio malgrado rilevare un’inesattezza: capita frequentemente che il testo e con esso l’autore (possiamo invertire l’ordine ma il risultato non cambia), sia influenzato dalle esigenze dell’editore e del direttore editoriale che intervengono, tanto sul titolo quanto su altri elementi, come ad es. la lunghezza, alterando dunque l’opera finita in base a valutazioni di tipo commerciale. Ma queste sono dinamiche che uno scrittore che ben conosce l’ambiente come te, sà perfettamente.
Vedo invece che concordiamo sulle differenze di facilità di compresione determinate dalle implicazioni di tipo sensoriale connesse ai due media. La tua analisi collima perfettamente con quanto da me asserito nella Con.
Mentre riguardo la linea di continuità tra un testo e l’altro, come già illustrato, sono solo parzialmente d’accordo, sia per quanto riguarda l’opera letteraria, sia rispetto alla sua presunta assenza nell’opera cinematografica.
L’immaginario è consolidato tanto in un media quanto nell’altro al di là di ciò, oggi è sempre più difficile separare la continuità tra un ambito e l’altro. Cinema, fumetto, romanzo, cartone animato e addirittura il videogioco vivono una fase d’interscambio continuo, al punto da ritenere che molta della fantascienza letteraria degli ultimi venti anni abbia guardato soprattutto alle suggestioni cinematografiche piuttosto che alla continuità da romanzo a romanzo. Ed evidentemente non solo a quelle, per es: l’impero galattico Kreer, sembra rimandare ad un altro impero galattico, quello Kree dell’universo marvelliano.
Al di là di questa lunga ma doverosa replica (inevitabile essendo stato chiamato in causa), mi rendo disponibile qualora lo riterrai ultile, ad un franco, ipoteticamente anche accanito, ma comnque propositivo confronto dialettico su queste tematiche.
Lunga vita e prosperità.
Pier Luigi Manieri
Ciao Pier Luigi, leggerò con calma il tuo intervento e, se una replica potrà risultare utile al confronto, la avrai.
Mi limito a notare in questo momento che una così solerte dedizione, che non deve essere mancata per organizzare una risposta tanto articolata al mio post, avrebbe potuto essere investita, per tempo, anche nella valorizzazione della Next-Fest. Sarebbe bastato poco: un po’ di promozione sui canali a cui un giornalista come te avrà accesso, un minimo di puntualità e la certezza della partecipazione degli ospiti proposti.
Hasta siempre!
g/X
PS: Guarda che a me il Laurentino 38 non è affatto dispiaciuto. Per lunghi periodi della mia vita ho abitato in quartieri di certo non più vivaci. Ma qui siamo sul piano delle impressioni e dei gusti personali. D’altro canto che il piano urbanistico abbia prodotto degli scempi in quella zona e che i collegamenti con il centro non fossero proprio agevoli sono due dati di fatto che vanno al di là delle impressioni estemporanee dell’occhio esterno, me lo concederai.
PPS: Non capisco cosa c’entri l’opportunità di citare il Centro che ci ha ospitati. Dovrei per caso essere tenuto a farlo? Quello che ho co-curato in prima persona, piuttosto, è un palinsesto che - se ci sarà occasione - consentirà di diritto alla tua associazione di poter vantare, nella promozione delle sue stagioni future, la partecipazione di un calibro di rilievo internazionale come Sterling alle sue iniziative. E non posso che augurarvi di ottenere lo stesso successo che hanno riscosso le proiezioni e le presentazioni della nostra giornata di chiusura: sala piena, dibattito vivace. Prima che un panel moderato per buona parte in contumacia ci regalasse un simpatico, ma evitabile, detournement finale.
@ Pier Luigi Manieri: ok, lascio da parte tutte le questioni più squisitamente polemiche, tanto potremmo scriverci sopra romanzi di fumo. Ma vengo alle questioni centrali che emergevano durante il dibattito e che noto con piacere continuano a essere al centro della discussione. Divido quindi il commento in due filoni: il cinema (che poi doveva essere l’oggetto della discussione) e il connettivismo (che è diventata la molla che ha fatto scattare la mia insofferenza).
Cinema: citi lunghe sfilze di titoli per dimostrarmi che il cinema di SF non sarebbe così fruibile e immediato come ho voluto presentarlo io in relazione alla letteratura dello stesso genere, e lo apprezzo. Nei tuoi elenchi ritrovo molti titoli di successo planetario - non sempre dei successi immediati, ma sempre e in ogni caso dei cult duraturi - e allora voglio chiederti: come ti spieghi che cinema e letteratura (non solo di genere, ma nel caso della SF e del fantastico questa contrapposizione mi sembra particolarmente marcata perché al cinema sono mediamente i generi di maggior successo mentre nel mercato editoriale quanto meno la SF, ma anche il fantastico, risulta relegata in una nicchia marginale) raccolgano consensi in proporzione tanto diversi?
La mia ipotesi è appunto basata sull’immediatezza della fruizione, agevolata dal canale “multisensoriale” concesso al cinema e negato ai libri, dalla brevità dell’esperienza che nel caso di un film non richiede un investimento di tempo superiore alle due ore, e dalle esigenze produttive imposte dai finanziatori (possiamo menarcela quanto vogliamo, ma se un produttore mette 100 milioni in una pellicola non si crogiola certo al pensiero che il regista ne farà un’opera d’arte…). Sarà un’ipotesi riduttiva, semplicistica e finanche banale, ma non ho ancora sentito né letto la tua, e di spazio te ne sei preso in abbondanza, abbastanza da espormela per filo e per segno.
Tornando a noi, visto che lo citi come esempio delle mie contraddizioni, ci tengo a precisare che il mio punto di vista sulla televisione è che oggi come oggi rappresenti, insieme al fumetto, il migliore mix possibile tra le caratteristiche migliori del cinema e della letteratura. E spero si sia capito che non voglio farne una questione di merito, perché da come si è sviluppata la discussione alla Next-Fest e come sta proseguendo qui potrebbe quasi sembrare che io voglia sostenere una contrapposizione strumentale tra cinema e letteratura basata sul rispettivo valore. Non sto dicendo che il cinema nasce da mere esigenze commerciali e in virtù di ciò la letteratura possa vantare una qualche forma di superiorità elettiva sulla settima arte. Il cinema di Kubrick, di Nolan, di Leone o di Mann (per scivolare in generi contigui) per me vale quanto la letteratura di Delany, di Gibson, di Hammett o di Chandler. Spero di essere stato chiaro una volta per tutte.
Connettivismo: limiti di comunicazione? Probabilmente è così e sono tutti miei. Ma non devo venirti a spiegare da dove nasce il titolo della manifestazione, che non voleva elaborare una risposta definitiva quanto piuttosto offrire una molteplicità di scenari da esplorare, per il futuro, a partire da ciò che si è fatto finora e dalle ascendenze che abbiamo voluto valorizzare durante la tre-giorni romana. Però anche qui voglio rivolgerti una domanda: ti sembra che chiudere una convention come questa ribadendo le riserve della prima ora mosse contro il connettivismo da scettici e detrattori, come se fossero chissà quali arguti moniti da tenere in conto per il futuro, sia il modo migliore per andare incontro a quelli che erano i propositi della manifestazione?
Se avrai voglia di rispondermi, ti ringrazio anticipatamente per la tua disponibilità.
Giovanni, accolgo volentieri il tuo invito,
e anzi, farò anche di più, ti rinvio il commento che ieri (o l’altro ieri a seconda di quando sarà pubblicato…) avevo inoltrato al tuo blog, ma che non è stato pubblicato. Rispondevo al tuo commento precedente, quello che si apriva così:” “Ciao Pier Luigi, leggerò con calma il tuo intervento e, se una replica…”. Immagino che si tratti di una pura casualità, ma il tuo ultimo commento replica a passaggi contenuti nel mio, che però non è in cronologia. Si sarà trattato certamente di un disguido, pertanto lo rinvio sperando di avere maggior fortuna. Per chiarezza, sempre in quel commento erano contenute delle osservazioni ai limiti del ragionevole, alle quali non ho potuto evitare di rispondere.
Ritengo, per una corretta comunicazione, che il mio commento sia pubblicato esattamente come sono pubblicati i tuoi.
Segue commento precedente:
Ciao Giovanni, ti ho inviato la mia lettera con l’ intento di porre la discussione su un piano squisitamente dialettico, temo invece di essere incappato in una sorta di paradosso, un vuoto pneumatico che è un po’ Maria de Filippi, un po’ battibecco da cortile. Nella tua risposta non v’è traccia di una replica utile, non che me l’aspettassi e neppure la pretendessi, lasciami però dire che rispondere in questi termini: “Ciao Pier Luigi, leggerò con calma il tuo intervento e, se una replica potrà risultare utile al confronto, la avrai.” è risibile. Attesta semmai l’assenza di argomenti. Probabilmente una replica più approfondita e meno umorale, piccata, direi nervosa, avrebbe avuto più senso. Curiosamente la tua è apparsa in serata, praticamente in contemporanea col mio commento che però avevo inviato alla redazione nel primo pomeriggio. Non sono un esperto di blog, pertanto potrei sbagliarmi ma la tempistica in contemporanea, dà l’impressione che la tua replica sia stata scritta ancor prima della pubblicazione del mio messaggio. Una tal fatalità poteva almeno esser spesa per fornire delle osservazioni più elevate che non un battibecco risentito. Giovanni, oltre che sul cinema, sei anche poco informato sull’apporto dato all’iniziativa. L’evento è stato veicolato attraverso le consuete modalità:ns sito etc,etc, ti sarebbe stato sufficiente domandarlo a Sandro Battisti e Gabriele Calarco. Sul piano personale, dato il rapporto d’amicizia e di stima che nutro nei confronti di molti connettivisti, ho disinteressatamente redatto un articolo che evidentemente non hai letto (già che ci siamo, te lo linko http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=1921&categoria=1&sezione=10&rubrica=), promosso l’evento durante un incontro letterario con Alan Altieri a Pavia la settimana precedente, e realizzato il contributo video con Luigi Cozzi. Che non sarà (forse), Sterling, ma ritengo che abbia comunque valorizzato la rassegna di cui dovresti essere co-curatore ma della quale evidentmente sai molto poco. Tutto ciò non per fornire spiegazioni ma per sottolineare quanto sia opportuno informarsi, se si ha la pretesa di essere credibili. Riguardo il Laurentino 38, e il non citare lo spazio che vi ha ospitati, ti rispondo così: in primo luogo avete scelto voi di venire quì. Nessuno vi ha puntato la pistola alla tempia, e certamente quella descrizione scolastica e poco verosimile non accresce di prestigio il vostro evento. In secondo luogo, perchè siete stati trattati coi dovuti riguardi, cosa che forse faresti bene ad appprofondire. In terzo luogo, perchè non citandolo hai passato un’informazione incompleta. Dove si è tenuta questa convention, sotto un ponte? In un prato? In mezzo al nulla? E’ un’elementare regola della comunicazione. Se dai una notizia, dalla completa, circonstanziata, chiara. Riguardo il passaggio di Sterling, (precisando che noi non siamo una associazione ma uno dei più grandi gruppi per la divulgazione dell’arte e cultura. Niente da fare, non sei informato) è certamente un motivo di soddisfazione. E’ un ulteriore nome di alto profilo, come molti altri che sono transitati al Centro Culturale Elsa Morante, ad es. il premio Oscar Giuseppe Cederna. Ti assicuro che il successo ci premia costantemente, cosa che evidentemente non può vantare chiunque. Per concludere, poichè non sono abituato al chiacchiericcio da cortile non scriverò più se non per dialogare su basi dialetticamente valide, quindi se vuoi dare libero sfogo ad ulteriori battibecchi (un maldestro detournement per sviare l’attenzione da temi più spinosi), fa’ pure, ma non attenderti che ti risponda.
venendo all’ultimo commento:
Giovanni, condivido in pieno: la tua è un’ipotesi riduttiva, semplicistica e finanche banale. Di ragioni te ne ho fornite a sufficienza, esposte “per filo e per segno”, sia in conferenza che nel mio primo commento. Quella stessa “sfilza” di titoli è di per sè la spiegazione, come comprenderebbe chiunque conosca veramente quei film. Ma siccome ti è necessario un ulteriore approfondimento, spero di essere chiaro e esaustivo. Si tratta di film definiti su una narrazione “dilatata” e da temi complessi. Caratterizzati da dialoghi forti, ricchi di phatos, dove personaggi universali e archetipici vivono vicende altrettanto universali. Ribadisco, non titoli metabolizzabili in due orette ma lavori che entrano dentro, toccano le corde dell’ animo capolavori ricchi di intensità, poetica, temi. Quella lista poteva essere anche più lunga, e stava a dimostrare che il genere fantascientifico al cinema, potrebbe essere, forse, addirittura e paradossalmente più ricco di opere complesse di quante non ve ne siano d’immediate e facilmente fruibili ( repetita iuvant: è un paradosso, un’ iperbole). Che pure ce ne sono, e ci mancherebbe altro! La fantascienza ha al suo interno un elemento ludico che sarebbe un delitto ignorare. E ha anche una funzione d’intrattenimento che ha uguale dignità di narrazioni più elaborate per non dire difficili. Cosa che è esattamente quanto accade in ambito letterario. Oppure ritieni che ogni romanzo e racconto di fantascienza, sia sempre e comunque “difficile”‘? Per es: il tuo racconto contenuto in Avanguardie futuro oscuro è molto facile. Il che non è necessariamente un male.
Ragionare in generale su come se lo meni il produttore (per usare la tua mirabile immagine), è un terreno di confronto poco interessante. Potrei risponderti che De Laurentis spese una tombola per produrre Dune, e Lynch l’ha fatto comunque ed esattamente come lo intendeva. Idem Kubrick con tutti i suoi film…ora dovrei ripartire con un altra sfilza…certamente, se uno investe100 milioni…ma credo che il discorso valga anche per un editore che investe 5.000€ per editare un testo. Ecco, a mio avviso il limite della tua analisi è che è generica. Propone dei ragionamenti per assolutismi che sono la negazione dell’approfondimento e l’anticamera dell’approssimazione.
A riguardo della caratteristica della “multisensorialità”, dico che è per l’appunto una caratteristica. Di per sè non è nè un vantaggio ne’ uno svantaggio. Potrei discuterla abbastanza facilmente ed efficacemente, affermando che il libro ha in sè un elemento di suggestione e di “metabolizzazione” che il cinema non può avere proprio per la sua essenza “astratta”. E’ ovvio che il film arriva prima ma ridurre a ciò il divario macroscopico tra i due media è un ragionamento che non sta in piedi.
Credo che il processo corretto sia quello di esaminare i singoli casi. Come giustamente rilevi si tratta di film che sono rimasti. E di fatti sono entrati di diritto nella storia dell’arte cinematografica e aggiungerei, dell’immaginario e della cultura, modificandola profondamente. Se questo è potuto accadere è merito dell’ opera in sè stessa. Tra l’altro, molti di quei titoli hanno ottenuto riconoscimenti per il valore qualitativo ma certamente non da un punto di vista economico. Temo che tu confonda i due ambiti. Per rendermi più comprensibile, Blade Runner ha inciso sulla fantascienza cinematografica, letteraria, televisiva, fumettistica degli ultimi trentanni, ma nei cinema degli Stati Uniti era il deserto del Texas. Di contro, casi letterari come:Il trono di spade, Il Codice da Vinci, La profezia di Celestino, il ciclo di Invasione, quello de La torre nera, La notte che bruciammo Chrome, Neuromante, Luce virtuale, certificano come quel tipo di ragionamento sia del tutto mal impostato. Certi film incassano come taluni libri vendono. Mi domandi da che dipenda: “come ti spieghi che cinema e letteratura (non solo di genere, ma nel caso della SF e del fantastico questa contrapposizione mi sembra particolarmente marcata perché al cinema sono mediamente i generi di maggior successo mentre nel mercato editoriale quanto meno la SF, ma anche il fantastico, risulta relegata in una nicchia marginale) raccolgano consensi in proporzione tanto diversi?”. Posto che la letteratura di fantascienza quì in Italia è un prodotto di nicchia (e se è per questo il cinema se la passa anche peggio. Non c’è, proprio), ma all’estero, in paesi come Inghilterra, Francia, USA, va benissimo (e questo è un elemento del tutto mancante nella tua analisi, ma sostanziale, perchè se non contestualizzi - un po’ come per l’Elsa Morante - tutta la tua ipotesi frana fragorosamente), come tu stesso saprai, la tua è una domanda retorica, non tanto perchè la risposta è implicita, ma perchè prevede tutta una serie di macro variabili che tentare di riassumerle può risultare didascalico. Tuttavia qualcosa si può accennare: probabilmente oggi il pubblico predilige il linguaggio visuale. Scelta suppongo suggerita dalla moltiplicazione di strumenti e messaggi visivi. Potremmo dire che il digitale, il cellulare con funzioni di fotocamera, l’I-pad, You tube, Facebook, le web series, se da un lato hanno reso praticamente infinite le possibilità di comunicare, dall’altro abbiano spostato l’attenzione, allontanandola da media più statici come appunto il libro. Probabilmente oggi i gusti sono in generale verso il cinema e meno verso il libro, viviamo in un’epoca “accellerata”, il libro potrebbe essere avvertito come anacronistico. Non è solo la letteratura di fantascienza a risentirne, in Italia i libri si vendono poco, tutti. Probabilmente le proposte letterarie sono qualitativamente meno valide. In fin dei conti, la matrice della S F è sostanzialmente anglosassone-americana. Si deve ancora creare sia un pubblico che creda ad una fantascienza autoctona, che accetti cioè, quella convenzione empatica sia con la storia che col suo autore così come avviene per un romanziere o un cineasta straniero;sia degli autori che siano realmente in grado di generare qualcosa di veramente dirompente. Le due cose sono le facce della stessa medaglia. Probabilmente, anzi sicuramente, una certa area politica italiana dagli anni sessanta in poi ha scientemente e sistematicamente spogliato di ogni valore la fantascienza, sia essa su carta che per immagini perchè non ritenuta culturalmente importante. Considera che nell’alveo dell’evasione (spionaggio, poliziesco, orrore, fantastico, fantasy, fantascienza), a livello televisivo sono entrati ormai anche i titoli tedeschi, questo ti dovrebbe suggerire quanto siamo arretrati. Eppure non è sempre stato così, abbiamo coprodotto Spazio 1999 e realizzato straordinari prodotti come A come Andromeda. Al momento invece, siamo presenti sia al cinema che in libreria, solo col noir metropolitano a sfondo politico:Romanzo Criminale, Arrivederci amore ciao, Il passato è una terra straniera.
Se poi, vuoi fare uno sforzo interpretativo successivo, noterai come tutti gli oggetto dei “probabilmente” siano connessi l’uno con l’altro. Sono in ordine sparso ma ricostruirne la sequenza logica di concausa-effetto non dovrebbe essere complicato. Prendo comunque atto di alcuni tuoi passi indietro, segno che un individuo intelligente deve comprende quando è il caso di fare dietrofront, tuttavia, preciso che ogni mia osservazione riguardante le tue posizioni, non sono mie personali intepretazioni ma la lettura delle tue affermazioni.
Capitolo connettivismo:
La mia risposta è nella tua stessa affermazione:”manifestazione, che non voleva elaborare una risposta definitiva quanto piuttosto offrire una molteplicità di scenari da esplorare, per il futuro, a partire da ciò che si è fatto finora…”. Stabilito ciò, ero convinto di essermi già espresso: ad una convention ci si confronta, senza paure, chiusure ideologiche e senza prevenzioni. Nessuna pretesa di arguti moniti, e non ho idea di quali riserve, vi (ma forse dovrei dire, ti), abbiano mosso scettici e detrattori (questo lo hai detto tu riferendoti ai famosi otto anni di partite a carte…). Per quanto mi riguarda, ti sono state avanzate delle osservazioni da me e da Salvezza, tu avresti potuto rispondere, invece hai lasciato che scattasse la tua insofferenza, a questo punto sono io che chiedo a te: ma ti sembra il modo più corretto e consono di concludere una convention?
Spero di aver risposto esaurientemente alle tue domande.
Pier Luigi Manieri
Pier Luigi Manieri
Non colgo i tuoi insistiti riferimenti alla cronologia… Il tuo primo commento era in moderazione, per questo è apparso dopo qualche ora dal tuo invio, e solo qualche minuto prima della mia replica (che poi devi spiegarmi come si può replicare a un commento non letto). Il secondo commento, invece, lo avevo lasciato in moderazione perché conteneva solo spunti polemici inutili a far avanzare la discussione a cui tanto dici di tenere. Visto che lo richiami, te lo lascio riportare per esteso. Contento tu…
Entrando nel merito del tuo ultimo commento, invece, scrivi che:
“Prendo comunque atto di alcuni tuoi passi indietro, segno che un individuo intelligente deve comprende quando è il caso di fare dietrofront, tuttavia, preciso che ogni mia osservazione riguardante le tue posizioni, non sono mie personali intepretazioni ma la lettura delle tue affermazioni [...]“
Ma lo fai dopo avermi regalato il piacere della lettura di un altro volume di letteratura russa, infarcito di offese più o meno timide, anche se la tua risposta alla mia prima domanda mi sembra si possa riassumere a grandi linee in questo tuo passaggio:
“Tuttavia qualcosa si può accennare: probabilmente oggi il pubblico predilige il linguaggio visuale. Scelta suppongo suggerita dalla moltiplicazione di strumenti e messaggi visivi. Potremmo dire che il digitale, il cellulare con funzioni di fotocamera, l’I-pad, You tube, Facebook, le web series, se da un lato hanno reso praticamente infinite le possibilità di comunicare, dall’altro abbiano spostato l’attenzione, allontanandola da media più statici come appunto il libro.”
Francamente non capisco in cosa si distingua dal mio discorso sull’immediatezza e i canali multisensoriali che caratterizzano il cinema e non la letteratura.
Sul connettivismo, non devo ricordarti chi ha monopolizzato il dibattito finale, vero? Lascia stare Salvezza, che infatti io non citavo come causa del deragliamento: lui era un ospite, non era tenuto a sapere nulla di connettivismo. Il moderatore del confronto era un altro.
Comunque, il confronto sarà anche una bella cosa, ma qui mi sembra che siamo belli e arroccati sulle nostre preconcette posizioni, per cui al limite possiamo continuare a beccarci, cosa che non ho né l’interesse né il tempo di fare. Ti ringrazio ancora per tutto il tempo dedicato a questa discussione e ti lascio al tuo diritto di replica, pregandoti di essere per quanto possibile conciso.
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