Qualcuno prima o poi dovrebbe decidersi qui da noi a operare una sistematica valorizzazione di Dick Hugo. Di questo grande poeta americano del Novecento e del modo in cui mi è capitato di imbattermi nelle sue tracce ho già parlato in questo vecchio post, nel cappello introduttivo che precedeva la traduzione mia e di Salvatore Proietti di una delle sue poesie più note, Degrees of Gray in Philipsburg. Si tratta di una dimenticanza ingiustificata e imperdonabile, nei confronti di un artista della sua levatura, amplificato dal legame che lo unì al nostro Paese.

Nel 1944, poco più che ventenne, Hugo arrivò in Italia per servire nelle file alleate. Assegnato alla 15ª Forza Aerea come membro dell’equipaggio di un bombardiere B-24, era di stanza a Cerignola, probabilmente in forza al 304° Stormo (sebbene nella sua autobiografia si menzioni il 484° Gruppo Bombardieri, raggruppato invece nel 49° Stormo). Vi rimase per otto mesi, in attesa di compiere le 35 missioni di guerra che gli avrebbero guadagnato il diritto di un congedo. Sarebbe tornato a casa con i gradi di primo tenente e, come si usava allora, una possibilità di accesso ai corsi universitari che di lì a qualche anno gli sarebbero valsa una laurea magistrale in scrittura creativa.

Sulla soglia dei quarant’anni, nel 1963, dopo dopo dodici anni trascorsi alla Boeing di Seattle, lasciò unimpiego ben pagato come scrittore tecnico per la compagnia e fece ritorno in Italia con la moglie, Barbara, senza altro progetto se non trascorrervi un anno o giù di lì in giro, vivendo solo dei risparmi messi da parte. Non proprio un colpo di testa, visto che lui e la moglie progettavano questo viaggio da tempo. Ma sicuramente una scommessa, dal momento che al ritorno si sarebbero trovati entrambi senza il becco di un quattrino e alle prese con la ricerca di un nuovo lavoro, cosa che come poche altre spaventa Hugo. Però, come racconta lui stesso nella seconda parte della sua autobiografia, The Real West Marginal Way, in un capitolo intitolato Ci vediamo, era un viaggio che sentiva il bisogno di fare.

L’Italia del ‘44 me la ricordavo bruna, grigia e spenta. Ogni città e ogni villaggio puzzavano. Nessun giovane nei paesi e niente bestiame nei campi. La guerra aveva preso gli uomini e i tedeschi il bestiame. Quella era l’Italia che mi aspettavo di trovare quando tornai. Odio ammetterlo, ma quella era l’Italia che volevo trovare. Mi ero innamorato di una terra triste, e ancora una volta la volevo triste.

Uno dei ricordi più forti che nel tempo lavorarono dentro di lui, anno dopo anno, fu quello di una giornata di vagabondaggio per le campagne pugliesi. Dopo essersi ritrovato a Spinazzola per un fraintendimento linguistico mentre cercava un passaggio di ritorno alla base, Hugo attraversò una campagna aliena, desolata, abbandonata a se stessa, che gli fece provare una pace forse mai provata prima, e proprio in pieno tempo di guerra.

Il terreno digradava e il vento risaliva lungo la collina, onda dopo onda. La musica e il movimento mi ipnotizzarono. Più l’erba ondeggiava, più mi abbandonavo a me stesso. Avevo già percorso questa strada da bambino? C’era qualcosa di familiare. Non mi preoccupavo di rientrare tardi alla base. Non mi preoccupavo della guerra. Non ne ero più parte.

Tardando il rientro avrebbe rischiato la corte marziale, ma in quella campagna trovò per qualche ora la misura della propria dimensione interiore. Rimessosi in cammino, alle porte di Canosa s’imbatté in una donna dai capelli neri, bellissima, e in sua figlia. La donna gli chiese un pacchetto di sigarette dalla stecca che aveva comprato per strada e Hugo, senza capire perché, rifiutò. Il ricordo di quel rifiuto - un episodio irrazionale e tutto sommato secondario, che in altre circostanze sarebbe stato presto dimenticato - scavarono dentro di lui, forse sviluppando la sensazione di una colpa o di un debito da saldare, al punto da richiamarlo in Italia a distanza di quasi vent’anni. E il ritorno, come scoprirà, ha il sapore di un viaggio nel tempo, più che di una riscoperta dei luoghi, anche perché i luoghi che si aspettava sono radicalmente cambiati nel tempo, ma schegge del passato continuano a sopravvivere negli angoli più inaspettati.

Leggere i suoi ricordi stratifica e consolida la comprensione di come quel legame poté instaurarsi e mantenersi a un livello profondo, per il resto della sua vita. Hugo sarebbe tornato in Italia poi una terza volta, nel 1967, questa volta da solo dopo il sofferto divorzio dalla moglie. Probabilmente sono le esperienze come l’infanzia e la guerra a propiziare certi vincoli emotivi. Ma non penso sia un caso se le sue poesie sull’Italia (raccolte in una silloge emblematicamente intitolata Good Luck in Cracked Italian, al suo ritorno dal terzo viaggio, e che io ho recuperato nella raccolta completa di tutte le poesie di Hugo Making Certain It Goes On, che prende il titolo proprio da un poema ambientato sulle rive del Big Blackfoot River - gira e rigira tutto è connesso) riescono a riprodurre affreschi così efficaci, sofferenti e partecipati delle nostre città, dei nostri paesi e delle nostre campagne: Cerignola, Spinazzola, Maratea, Paestum, Napoli, il Cilento, la Murgia. Come non è un caso se fin dalla prima volta che mi sono imbattuto in Degrees of Gray in Philipsurg, a partire dalla traduzione dei primi versi a opera di Luca Conti nell’epigrafe che apre L’ultimo vero bacio di James Crumley, ho sentito così vicina questa poesia su un posto sperduto nel Montana più profondo.