Come a dire: ce l’ha ancora un ruolo, questo genere votato per sua natura al futuro, in un’epoca in cui il futuro è come un muro contro cui rischiamo di sbattere il muso un giorno dopo l’altro? Se lo chiedono Matteo Persivale e Mario Porqueddu sul Corriere.it, per l’inserto Il Club de La Lettura. E con un po’ di confusione tentano di dare una risposta, coadiuvati dalle uscite che si sono accavallate negli ultimi anni di testi divulgativi tesi a tracciare il panorama del futuro e dalle impressioni degli specialisti Antonio Caronia, Valerio Evangelisti e Tullio Avoledo. Fresco della due giorni milanese per il Fanta Festival Mohole, in cui con gli amici presenti ci siamo immersi in un clima decisamente stimolante fatto di discussioni e di fervide riflessioni, e già reduce la settimana scorsa dal week-end della Deepcon, abbozzare le mie considerazioni diventa quindi un modo per prolungare agonisticamente il distacco da questa stagione delle convention.

Una triste realtà contro cui tutti gli appassionati finiscono prima o poi per scontrarsi, è che la fantascienza è ancora avvolta in un bozzolo di pregiudizi, false convinzioni, stereotipi e cliché che purtroppo si continua a far fatica a scacciare. Soprattutto qui in Italia, che paga anche lo scotto di una subalternità della cultura scientifica a quella umanistica. Pezzi come quello pubblicato sul Corriere.it, pur nella presumibile buona fede degli artefici e malgrado l’interessante fenomeno che rappresentano (specie alla luce dell’inesorabile dibattito sull’estinzione del genere…), non fanno altro che alimentare il pregiudizio.

La fantascienza è qualcosa di ben distinto dalla futurologia e questo andrebbe ribadito con chiarezza. Non conosco personalmente scrittori che si siano mai prefissi di anticipare il futuro. In compenso, ho letto opere che si sono in misura variabile tradotte in realtà. Non credete che sia un paradosso: non a caso gli anglofoni hanno coniato l’espressione di self-fulfilling prophecy. Persino di fronte alla moltitudine di dimensioni che le sono concesse, la fantascienza si cimenta, in ultima istanza, sempre con la stessa, unica, semplice dimensione: quella dell’uomo. Parliamo di esseri umani, nelle nostre storie, e di cosa voglia dire essere umani. E lo facciamo sempre, in ogni caso, sia che si tenda maggiormente alla frontiera escatologica (e se vogliamo pure metafisica, ad abbracciare i misteri del cosmo più profondo) del genere, sia che invece ci si prefigga di esercitare la sua prerogativa di trasfigurare i problemi in corso o in nuce nel nostro presente.

Come genere, la fantascienza manifesta tuttora una vitalità magmatica, che rende possibile le sue molteplici ibridazioni con generi più o meno limitrofi, dal noir tanto vituperato al romance, passando per la spy-story. E non siamo affatto rimasti fermi a J.G. Ballard e William Gibson, che pure hanno segnato i rispettivi periodi con la carica immaginifica delle loro visioni. In tempi recenti i veterani Iain M. Banks, Greg Egan, Kim Stanley Robinson, Vernor Vinge, Lucius Shepard, Ian McDonald e Paul Di Filippo, come Charles Stross, Richard K. Morgan e Cory Doctorow, solo per citare i primissimi nomi che mi sovvengono, hanno continuato a dimostrare che il ruolo della SF come laboratorio d’indagine del progresso attraverso le sue contraddizioni intrinseche è tutt’altro che esaurito. Anzi, i suoi strumenti continuano a essere sufficientemente affilati da metterci in condizione di esercitarlo con precisione chirurgica.

Il futuro, per di più, non è l’unico tempo che si presta alla declinazione fantascientifica della realtà: dal passato ucronico ai presenti alternativi fino al dominio delle possibilità rappresentate dal futuro, il genere ha a sua disposizione l’intero spettro della storia, manipolata o potenziale, della civiltà umana. Sarebbe riduttivo circoscrivere il campo d’azione a una sola epoca, tra le molte che ha attraversato e che potrà attraversare l’umanità. La SF, chi la frequenta ne è consapevole, è per sua indole decisamente refrattaria ai confini e il fronte temporale non fa eccezione.

L’unica avvertenza che si dovrebbe tenere presente quando si sceglie di rappresentare una storia nell’ambito di un genere con queste caratteristiche (dinamismo, stratificazione, eclettismo, pervasività) è che non se ne dovrebbe sottovalutare la portata critica/speculativa. La meraviglia e lo stupore che le idee (e le trovate) dei romanzi di SF non mancano mai di evocare, possono servire ancora ad aprire crepe nelle barriere mentali ed emotive del lettore, per colpirlo con la forza amplificata dei dubbi e degli interrogativi che non dovremmo mai smettere di porci. Mettendosi in cerca delle risposte, il lettore può partecipare - anche a lettura conclusa - al processo creativo dello scrittore. Un’altra prerogativa pressoché unica che rende la SF un genere tanto singolare. E ancora così attuale da essere imprescindibile in una riflessione culturale rilevante sviluppata in questo particolare frangente storico.