Archive for Gennaio, 2012

HyperNext

Posted on Gennaio 29th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

Oggi nasce ufficialmente HyperNext, un nuovo blog connettivista. Informazioni, riflessioni, discussioni sull’immaginario a 360°, con un occhio di riguardo per le intersezioni con la scienza, la società, la tecnologia e la politica. HyperNext è un blog collettivo e a farlo ci saranno insieme al sottoscritto Sandro Battisti, Francesca Fuochi, Fernando Fazzari e Umberto Pace. Per le presentazioni di rito, rimando al primo post. E intanto eccovi il teaser preparato da Oedipa Drake:

HyperNext from Oedipa Drake on Vimeo.

Un grappolo di segnalazioni

Posted on Gennaio 28th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 9 Comments »

Come avrete notato dalla barra dei widget qui a destra, dopo un lungo periodo di acclimatamento mi sono convinto a usare Twitter. Potete trovarmi sotto le credenziali di NovaXpress, che è un omaggio autoreferenziale alla rivista pubblicata da Errico Chianese in Sezione π² e Corpi spenti, ma è anche un richiamo diretto a W.S. Burroughs. D’altro canto, già ne avevo adottato la scrittura proprio su queste pagine, per identificare la categoria sotto cui vado raccogliendo i miei articoli di commento politico-sociale-culturale (una sorta di op-ed, se questo blog fosse una rivista). In una sorta di zona franca tra il blog e il mio profilo Facebook, su Twitter troverete un flusso di segnalazioni e retweet delle cose più interessanti in cui mi capita di imbattermi in rete, intercalati da segnalazioni che mi riguardano direttamente (come per esempio i nuovi post del blog) e da momenti diciamo pure più disimpegnati.

L’idea saliente è che periodi di apparente inattività del blog potrebbero essere compensati dalla mia presenza dall’altra parte. Si vedrà.

Intanto, una segnalazione ben più importante riguarda il movimento connettivista. Da alcuni giorni è stato pubblicato il nuovo numero della rivista accademica digitale California Italian Studies Journal, dedicata alle ricerche più avanzate sul fronte dell’italianistica, ideata e curata da un comitato intercollegiale dell’Università della California (per maggiori informazioni vi rimando al comunicato pubblicato su Italianistica.info e al sito che la ospita: eSchoolarship). La seconda uscita della rivista è una monografia dedicata agli Italian Futures e comprende un articolo di Arielle Saiber che dedica ampio spazio ai connettivisti, citando Next, Next International e Next Station, oltre a una serie di titoli (di articoli, antologie, racconti e romanzi) che ci riguardano direttamente: Flying Saucers Would Never Land in Lucca: The Fiction of Italian Science Fiction. Saiber è una docente del Bowdoin College e devo ringraziarla per la cura e l’attenzione con cui si è dedicata all’esplorazione del nostro movimento, e per aver coniato un neologismo per tradurre connettivismo in inglese: nextilism.

Troppo prematuro per parlare in alcun modo di spaghetti sci-fi, ma che il primo studio che abbia affrontato il ruolo del connettivismo nell’ambito della fantascienza italiana arrivi dagli Stati Uniti e sia maturato nell’ambito di una rivista di critica accademica è un buon segnale, no?

Il furto del futuro

Posted on Gennaio 27th, 2012 in Agitprop, Fantascienza, Letture, Proiezioni | 2 Comments »

Oggi ricorrono i 67 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), portatori di handicap o di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero di vittime complessivamente compreso tra i 12 e i 17 milioni furono eliminate dalla Storia con una furia sistematica. E la fluttuazione dei dati serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un carattere di incertezza. Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno Internazionale della Memoria.

Altre nazioni, come l’Italia (fin dal 2000), avevano adottato la commemorazione del 27 gennaio già da tempo. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un “giorno della memoria”, al di là del ricordo in sé di quanti caddero vittime della follia. La notizia che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignori la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz allunga un’ombra inquietante su questa data. E’ la dimostrazione pratica che non bastano tutte le istituzioni del mondo, la concordanza d’intenti internazionale, il martellare mediatico, a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un lavoro sistematico di formazione. Probabilmente, portare le scolaresche in gita presso i campi di sterminio in Polonia o anche solo i diversi centri di internamento allestiti lungo l’asse della penisola, potrebbe servire  altrettanto alla loro crescita umana quanto la vista di un affresco o di un museo di storia naturale. Ma riuscirci presupporrebbe un paese con una sua coscienza, che riesca a tutelare gli scavi di Pompei dai crolli e le sue città dalle ritorsioni della natura, e che sappia valorizzare un patrimonio storico vastissimo, che forse non tutti hanno l’interesse di considerare.

Il Ventennio Fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare negli ultimi tempi, significò oltre a tante altre indecenze anche questo e questo (una lista sola non basta, e anche questo è significativo). In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante si trascina purtroppo dietro tutto uno strascico di rigurgiti pseudofascisti, razzisti, nazionalisti, e il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità, per diritto naturale o acquisito, è un viatico verso lo sprofondamento. Fortunatamente, la letteratura e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria, rinsaldandone la tenuta. Lasciando da parte i classici e il mainstream, anche nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità ai nostri scopi.

Basti pensare a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris, e Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica di Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero caduta?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone delle ucronie, proponendo sulla Shoah un punto di vista obliquo. Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo, ne L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal famigerato furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris (a riprova, una volta ancora se necessario, della pretestuosità infondata di certe accuse che hanno investito - anche di recente - il suo lavoro nell’ambito del fantastico).

Di Fatherland nel 1994 fu anche tratta una trasposizione televisiva per la HBO, con Rutger Hauer nei pannidel protagonista. E un paio d’anni fa circolò la notizia che la BBC avesse messo in cantiere una miniserie in quattro episodi tratta da La svastica sul sole, con Ridley Scott nel ruolo di produttore esecutivo, di cui si sono purtroppo perse le tracce. Ma per venire a incubi cinematografici già trasposti su celluloide, vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche. Più recentemente, il regista inglese Dennis Gansel ha delineato nel suo L’Onda (2008) il pericolo di un riflusso autocratico, sorto in seno a un esperimento scolastico e presto degenerato in incubo. Il fascino dei totalitarismi - è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati - attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Un quadro fin troppo familiare. Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

Titano: il prodigio alchimistico di John Varley

Posted on Gennaio 9th, 2012 in Fantascienza | 3 Comments »

John Varley profonde sense of wonder a piene mani in questo classico della fantascienza, precursore della new space opera di cui oggi tanto si parla. Tanto da lasciarmi incollato addosso l’entusiasmo ancora a distanza di qualche giorno dalla fine della lettura e da rendermi pressoché impossibile organizzare questo post nella forma di una recensione canonica. Quindi mi limito a raccogliere un po’ di suggestioni, che potrebbero tornare utili anche in futuro, visto che il Curatore di Urania Giuseppe Lippi ha già annunciato che nel 2012 verranno pubblicati anche gli altri due volumi della trilogia di Gea.

Titano (Titan) è un romanzo del 1979 (gli altri due titoli del ciclo sono Nel segno di Titano - Wizard, 1980 e Demon, 1984), opportunamente ristampato negli anni da Urania e finalmente approdato anche nella spettacolare Urania Collezione, una collana che non dovrebbe mancare nella libreria dell’appassionato. A rendergli lustro una meravigliosa copertina di Franco Brambilla e la traduzione integrale di Vittorio Curtoni. Anche per questo, a maggior ragione nelle nostre biblioteche non dovrebbe risultare assente questo libro, che come accennavo poc’anzi rappresenta un ideale tramite tra la science fiction classica (quella di Van Vogt e Asimov, per intenderci, o di Robert A. Heinlein e Jack Vance, nelle sue espressioni migliori) e la nuova space opera degli universi della Cultura di Iain M. Banks, di Hyperion di Dan Simmons, di Paul J. McAuley, Ken MacLeod, Alastair Reynolds. Una space opera innestata di hard sci-fi e dotata di una particolare cura stilistica nella scia della new wave, che porta a termine l’opera di innovazione abbracciata dagli inglesi e che attraversa tutto il decennio: il ponte lanciato da Samuel R. Delany nella seconda metà degli anni ‘60 (La ballata di Beta-2, 1965, Babel-17 e Stella Imperiale, 1966, Nova, 1968), proseguito con Incontro con Rama di Arthur C. Clarke (1973) e prolungato da The Centauri Device di M. John Harrison (1975), raggiunge qui il completamento della sua campata.

La storia in breve. Una spedizione esplorativa approda nel sistema di Saturno per compiere una missione di ricognizione nella sua vasta corte di satelliti, ma ben presto s’imbatte in un’anomalia: nell’orbita del signore degli anelli il Ringmaster, al comando del capitano Cirocco Jones, localizza infatti una megastruttura che non dovrebbe trovarsi lì e che, a ragion di logica umana, non potrebbe nemmeno esistere. Temi, così viene denominato questo Big Dumb Object, è un habitat grande come una luna, formato da un anello e da sei raggi che lo collegano a un mozzo. Avvicinandosi all’oggetto, la nave spaziale subisce un improvviso quanto ineludibile attacco e il suo equipaggio si risveglia - giorni o forse anni interi più tardi - all’interno del corpo stesso di Temi. E tutti, in un modo o nell’altro, scopriranno nel corso della storia di essere stati cambiati. Cirocco Jones, comandante senza più una nave, si ritrova a fare i conti con una situazione disperata: in un ambiente alieno, alle prese con una fauna bizzarra (composta da immensi dirigibili senzienti, centauri che comunicano cantando, angeli demoniaci con l’unico obiettivo di dare battaglia ai centauri e vermi delle sabbie che sembrano usciti dalle pagine di Dune), con le insidie nascoste in un ecosistema apparentemente idilliaco e con gli enigmi di una struttura immensa, si avventurerà con pochi superstiti in un’odissea volta a chiarire e comprendere i misteri di Temi e di Gea, la divinità che controlla l’habitat e che forse la compenetra a un livello ancora più pervasivo.

Nella sua recensione per Fantascienza.com, Giampaolo Rai segnala un sito straordinario dedicato alla trilogia di Varley: assolutamente fondamentale per comprendere i dettagli della sua immensa costruzione. Guardate un po’ questo filmato e giudicate da voi se non basta per accostare il lavoro di world-building operato da Varley alle meraviglie fatte da James Cameron con Avatar:

A short flying thru Titan from Jean-Paul Têtu on Vimeo.

Ma John Varley conferisce alle sue pagine anche uno spessore letterario solitamente estraneo tanto alla space opera quanto all’hard sci-fi tradizionali. Pur rifacendosi agli schemi del racconto avventuroso, Varley delinea con accuratezza le psicologie dei suoi personaggi e in modo particolare della protagonista, conferendole una personalità tridimensionale, mai posticcia, naturale espressione di una storia personale che viene ricostruita in pochi flashback, essenziali e mirati. Le stesse relazioni tra i personaggi vengono investigate con attenzione puntigliosa, anche attraverso la metafora del sesso, che l’autore utilizza in maniera coraggiosa soprattutto per la sua epoca, mostrando relazioni omosessuali e senza lesinare dettagli nella scena dello stupro subito dalla protagonista (descritta senza indulgere in lungaggini compiaciute né in un’altrettanto spiacevole e insulsa pruderie, e, cosa ben più importante, mediandola attraverso il punto di vista della vittima).

Il percorso di Cirocco Jones e della sua pard (se mi concedete di mutuare dal western l’espressione per indicare il loro sodalizio, che si fa via via sempre più intimo e profondo) Gaby Plauget assume i connotati di un’impresa epica sufficiente a giustificare l’accesso alla conoscenza, la conquista dell’ultima verità sulla natura del mondo artificiale in cui i naufraghi del Ringmaster sono rimasti intrappolati. E proprio la scalata al cielo, la sfida improponibile per qualsiasi titanide (la specie dei centauri, la più evoluta tra quelle incontrate su Temi) viene trasfigurata in un’esperienza metafisica che a un certo punto mi ha richiamato alla mente uno strano parallelo con l’esperienza del traduttore, il grande Vittorio Curtoni, maestro e amico scomparso di recente. Complice anche la postfazione di Giuseppe Lippi, che puntualmente si sofferma sul ruolo di un artista “costretto” a rendere nella propria lingua il parto della creatività di un collega straniero, ho trovato una particolare assonanza con le vicissitudini di Cirocco, che all’improvviso si riscopre dotata del dono, insospettato e incomprensibile, di poter comunicare con una specie aliena come i titanidi capendo ed esprimendosi nella loro stessa lingua. Proprio in virtù di questa facoltà, unica tra i naufraghi del Ringmaster Cirocco osa lanciare la scalata al mozzo, dove si annida il segreto di Gea.

E così, mentre lei e Gaby giungevano al cospetto di Gea, ricevute dal Titano in una sala rococò che ricordava la stanza oltre l’Infinito di 2001: Odissea nello Spazio, mi si è formata in testa l’immagine del lettore, che grazie agli sforzi del traduttore può arrivare a decodificare l’opera nativa dell’autore, che forse è sempre un po’ un Big Dumb Object.

Nel caso di Titano, insomma, la realtà si ripiega sull’immaginario e le due dimensioni si compenetrano a livelli sempre più profondi, come in una costruzione frattale. C’è l’opera mitopoietica di Gea che riflette l’opera creativa di Varley fin nel processo stesso della costruzione narrativa, con il Titano che si nutre di immaginario terrestre e Varley che dà fondo all’immaginario fantascientifico (dal citato duo Kubrick/Clarke a Herbert, ma i riferimenti sono numerosi, basti pensare che uno dei comprimari è un lettore accanito di science fiction, e che a un certo punto non manca di interrogarsi ricorsivamente sul genere e sul suo legame con il mondo artificiale e con l’avventura che sta vivendo). Ci sono le riflessioni sulla comunicazione che si adattano alla perfezione al ruolo del traduttore di un’opera letteraria, chiamato in questo caso a svolgere un’impresa titanica, come il Vic, tra i pochi in Italia, poteva essere in grado di svolgere. E c’è l’avventura che si trasforma in impresa epica e solo in virtù di questa sua statura concede alla protagonista il diritto di comprendere la natura dei Titani e ciò che è veramente accaduto a lei e ai suoi compagni, che trasfigura l’esperienza di ogni lettore, che solo in virtù dell’empatia innescata da una storia ambiziosa come questa può coglierne e apprezzarne appieno le sfumature e i risvolti.

E di sicuro è bello - anzi, di più, entusiasmante! - ritrovarsi dopo tante letture fantascientifiche a provare ancora lo stupore e la meraviglia che rendevano così straordinarie (ma per fortuna non irripetibili) le mie primissime letture di A.E. van Vogt e Isaac Asimov. Non fatevi sfuggire questo capolavoro, che trovate in edicola ancora per qualche giorno: mi impegno a rimborsare gli insoddisfatti.

Next Station: conflitti, incubi e traiettorie superluminali

Posted on Gennaio 8th, 2012 in Connettivismo, ROSTA | 5 Comments »

Finalmente ci siamo: è on-line il terzo numero di Next Station, nuovo corso, versione webzine. Segnalo in particolare: i racconti di Dario Tonani (in realtà già proposto come antipasto del numero all’uscita di Toxic@, e pubblicato da qualche mese) e Roberto Furlani (che si appresta a diventare un film, se non l’avete già fatto visitate la pagina web ufficiale del progetto o fate un salto su Facebook), l’esperimento di mash-up di Fernando Fazzari che mette sotto i ferri il celebre racconto Berenice di Edgar Allan Poe (mi sento di poter dire che si tratta della prima seria analisi pratica dedicata a una tecnica narrativa invalsa di recente nel mondo editoriale, grazie a un filotto di titoli che combinano celebri opere della letteratura mondiale ed elementi di fantastico, horror o fantascienza); le panoramiche di Francesca Fuochi e Alex Tonelli, dedicate rispettivamente all’artista inglese Francis Bacon e a Tullio Avoledo, acclamato autore de L’elenco telefonico di Atlantide; la recensione di Emanuele Manco sulla raccolta del meglio di Cyborg, occasione per ripercorrere un’intera stagione dell’underground fantastico italiano; le rubriche di Sandro Battisti e Salvatore Proietti, incentrate rispettivamente sul gruppo inglese The Mission e sui rapporti tra Italo Calvino e l’immaginario della scienza; e per finire la rielaborazione dell’intervento sui viaggi nel tempo tenuto da Lanfranco Fabriani e dal sottoscritto in occasione dell’Evento Light 2010.

Il punto di partenza per la navigazione è ovviamente l’editoriale, che non abbiamo potuto - purtroppo - circoscrivere all’immaginario. L’immagine di copertina è come al solito opera di Marco Moschini, direttamente dai sotterranei di Bologna. Buona lettura!

Essere partecipi della conoscenza

Posted on Gennaio 5th, 2012 in Accelerazionismo | 3 Comments »

Cos’è la conoscenza se non un miraggio che ci affanniamo a rincorrere? Eppure senza lo sforzo di inseguirla le nostre vite sarebbero decisamente meno interessanti, se non proprio prive di scopi con una qualche ragione di ambire a una dimensione superiore. Perché attraverso la conoscenza passa la comprensione del mondo in cui viviamo e la speranza di avvicinarci un po’ di più al senso di quelle domande che per noi hanno tanta importanza.

Ricordo il piacere quasi proibito di sfogliare gli splendidi volumi rilegati in pelle della Treccani di famiglia. Non bastava una mensola a contenere l’enciclopedia nuova, nella libreria dello studio, con tutte le difficoltà che le cerniere della vetrina poneva all’estrazione dei volumi capitati alle due estremità. Quando ancora non ero al liceo (ma anche dopo) ero capace di trascorrere ore a sfogliare la carta leggerissima, scorrendo e riscorrendo le righe fitte di informazioni e di rimandi. E anche se i dati erano aggiornati a qualche decennio prima (ricordo in particolare le notizie demografiche, ferme a qualche censimento prima della mia nascita), poteva andare bene lo stesso: erano i primissimi anni ‘90, si viveva in tempi in cui si cominciava a percepire l’espansione irreversibile delle tecnologie elettroniche (se il computer in ogni casa stava per arrivare, a tenere occupata la mia generazione ci pensavano le consolle), ma a meno di non essere particolarmente sensibili si poteva ancora tollerare la lentezza di aggiornamento, a patto di avere la precisione dell’informazione.

Nella seconda metà degli anni ‘90 cominciarono a diffondersi le enciclopedie multimediali (Omnia DeAgostini, Microsoft Encarta): migliaia di voci accessibili con un semplice click, arricchite da file multimediali con musiche, filmati, simulazioni interattive. Uno sballo per i nerd, ma non solo. E’ questo il periodo in cui a scuola la tesina impostata come ricerca inizia probabilmente a perdere di significato: troppo facile il copia-incolla (anche se mi risulta che qualche docente - probabilmente scampato per caso all’ultima glaciazione - sia ancora convinto che assegnare una tesina su un libro sia - nel 2011 - il metodo migliore per verificare se un alunno quel libro lo ha letto o meno). A un prezzo decisamente più contenuto dei precursori cartacei, le enciclopedie multimediali assicurano l’immediatezza della fruizione e, con il diffondersi di internet nelle case, offrono anche la garanzia - ovviamente a pagamento - dell’aggiornamento on-line.

Ma è solo sul web che si attesta nella prima metà degli anni Zero la discontinuità definitiva. Nel 2001 viene lanciata Wikipedia (il 15 gennaio, accendete le candeline…), nel giro di qualche anno ne vengono aperte versioni in decine di lingue, intorno alla metà del decennio arriva alla sua milionesima voce e nel 2007 diventa l’enciclopedia più vasta mai realizzata. Ed è solo l’inizio di una storia che ormai qualunque utente della rete sperimenta quasi quotidianamente, per una ragione o per un’altra: curiosità, informazione, aggiornamento, approfondimento. L’informazione che uno cerca, 99 volte su 100 capita di trovarla su Wikipedia. Un oceano di dati accessibili in tempo reale.

Certo, Wikipedia è tutt’altro che perfetta: le edizioni “giovani” sono spesso approssimative, e talvolta l’approssimazione permane anche in edizioni più “mature” se si considerano settori piuttosto specialistici. Inoltre il suo flirt con l’attualità talvolta porta a perdere la messa a fuoco sulla rilevanza delle voci incluse. Ma ha dei grandi vantaggi rispetto a tutte le enciclopedie cartacee o multimediali che l’hanno preceduta, dei pregi sufficientemente grandi da compensare abbondantemente i suoi limiti: è dinamica, aperta, collaborativa. Riflette in sostanza lo Zeitgeist dell’epoca a cui appartiene: chiunque può modificare o inserire una voce, ma l’aggiornamento persiste soltanto se supera il test di validità della comunità dei suoi utenti. In continuo mutamento, continuamente aggiornata, si arricchisce di giorno in giorno, sviluppando la rete delle connessioni che rende più stimolante il sapere.

A differenza della Treccani, bella e autorevole, ma comunque congelata nel suo tempo, Wikipedia non è un fossile: è un organismo vivo, che quotidianamente consente a milioni di utenti in ogni parte del mondo di condividere e recuperare informazioni che altrimenti si estinguerebbero nei polverosi spazi segregati delle cantine, in cui finiscono sempre prima o poi per ammassarsi i libri e i manuali che consultiamo con minore frequenza. Ed è soprattutto una filosofia, nata da un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: rendere l’utente partecipe della conoscenza.

Quando lo scorso anno si è sparsa la voce che l’edizione italiana di Wikipedia potesse chiudere per l’ottusità e l’ignoranza della nostra burocrazia nazionale ho avuto un momento di sconforto. E’ stato come se i fantasmi di dinosauri senza cervello si fossero riversati nella nostra realtà da una crepa dimensionale per imporre nuovamente il loro dominio sul mondo. Lo spettro della lentezza, dell’oscurantismo, della rigidità. E’ la ragione per cui ho deciso di sostenere d’ora in avanti ogni anno la Wikimedia Foundation, per quanto mi viene concesso dalle mie esigue risorse. Partecipare a un’impresa dei nostri tempi, come appunto è Wikipedia, forse il continente della rete più importante e significativo emerso in quest’era geologica, garantisce anche l’assoluta libertà di poter sostenere con un piccolo sforzo la sua crescita immune da ogni vincolo, lontano dalle spire della pubblicità e dalle mire di organismi di controllo ancora troppo stupidi per poter sfidare la nostra velocità.

Il lessico del futuro

Posted on Gennaio 3rd, 2012 in Fantascienza | 2 Comments »

Emblematico aprire il nuovo anno con un post sulla fantascienza. Una dichiarazione d’intenti, che richiama in ballo la vecchia questione sulla rilevanza del genere. L’occasione me la offre Cory Doctorow, che sull’edizione on-line di Locus entra nel 2012 sparando fuochi pirotecnici a velocità di curvatura ben al di là dell’orbita terrestre (ringrazio Oedipa Drake per aver segnalato l’intervento su Facebook).

Il ritornello che periodicamente ci viene riproposto è sempre quello: la fantascienza è morta perché il futuro è già qui - bla bla bla - in mezzo a noi - bla bla bla - pronto a vanificare ogni tentativo di anticipazione. Doctorow smentisce e replica con doviziosa ricchezza di argomenti, spiegando come la fantascienza non abbia una funzione predittiva, ma piuttosto ispiratrice, e dimostrando che la storia basta a testimoniare l’efficacia con cui la SF è riuscita ad assolvere a questo ruolo.

Ma la fantascienza non si limita a ispirare: instilla dubbi e sospetti, riflette sui cambiamenti in atto e mostra potenzialità che altrimenti rimarrebbero inespresse. Su cosa? In particolare, sulla tecnologia: la principale preoccupazione di una società come la nostra, che in pratica della tecnologia è diventata una sovrastruttura.

Ed è la science fiction, da sempre, a fornirci i termini per parlare del futuro: le parole del nostro lessico si trovano nei libri di Orwell, di Pohl e Kornbluth, di Dick, di Gibson, giusto per citare i primi nomi che mi sovvengono alla memoria. Sono il glossario che ci permette di capire il nostro presente e che mette illustri tuttologi sprezzanti dei generi in condizione di disquisire del mondo che ci circonda, rendendo le loro elucubrazioni plausibili e comprensibili all’uomo comune che si lascia convincere, senza troppe resistenze, che la fantascienza sia sempre quel passatempo per i ragazzini, con i cannoni laser e i dischi volanti.