This Must Be the Place
Posted on Ottobre 30th, 2011 in Proiezioni | No Comments »
“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo: Farò così, a quella in cui diremo: E’ andata così.”
Cheyenne
Si è detto che al Festival di Cannes 2008 Sean Penn rimase folgorato da Il Divo, film che Sorrentino presentava in concorso, a tal punto da mettere in cantiere con il regista napoletano un progetto comune. Quell’anno Il Divo riportò dalla Croisette il Premio della Giuria. Tre anni dopo, arriva nelle sale il frutto della collaborazione tra Sorrentino e Penn: un’opera per molti versi alienante, un oggetto cinematografico non identificato che s’inserisce nel solco del precedente lavoro e al contempo se ne distacca. Forte di un budget stimato di 25 milioni di euro e alle prese con un cast straniero (tre Premi Oscar tra Sean Penn e Frances McDormand), alla sua prima produzione internazionale Sorrentino sembra voler prendere le misure al cinema americano. Non che debba stupire: se Il Divo segna una vetta difficilmente eguagliabile nel cinema italiano contemporaneo, è naturale che il suo autore cerchi per la propria creatività una sfida e uno sbocco altrove, arrivando ad ambire a opere di più facile esportazione.
This Must Be the Place è a tutti gli effetti un’opera di transizione, così non stupisce nemmeno che abbia spaccato la critica. Ma al di là degli elogi che come di consueto sono piovuti su Sorrentino, anche i riscontri meno entusiastici intravedono nella pellicola dei momenti da antologia: sono per lo più parentesi nel flusso della narrazione (l’incontro fortuito con un top manager texano che affida al protagonista il proprio pick-up di lusso perché lo riconsegni alla moglie, il passaggio dato a un anziano indiano in pieno deserto, l’incidente al motore del fuoristrada che prende improvvisamente fuoco e lo scambio di battute con un camionista capitato lì per caso, il flashback che riporta il protagonista al discorso del proprietario del veicolo sul valore della fiducia nel mondo moderno), ma aprono spiragli sul mondo autoriale di Sorrentino, che si nutre di una comicità capace di fotografare il caos e l’imprevedibilità del mondo che ci circonda.
Ciò detto, il film si regge per intero sulle spalle del suo protagonista. Sean Penn è Cheyenne, una ex rockstar in pensione, che vive quasi in esilio nella periferia dublinese, trascinando la propria esistenza come un bizzarro trolley (quasi una valigetta di Charlot), con l’unica compagnia di una moglie che gli fa da balia, una giovane goth che ha in stesura una tesi sulla sua carriera e un consulente finanziario prigioniero di una vita inconsistente e astratta come i flussi di denaro che è abituato a maneggiare quotidianamente. La prima parte del film vive di tempi estremamente dilatati e si limita a cucire insieme episodi che poco o nulla hanno a che fare con quella che diventerà la sua direttrice narrativa. E’ come se autore e attore volessero delineare con la massima precisione possibile il carattere di Cheyenne, una star plasmata sull’estetica di Robert Smith dei Cure e che nel nome della sua ex band “Cheyenne and the Fellows” echeggia altri storici complessi della new wave post-punk, Siouxsie and the Banshees e Echo and the Bunnymen su tutti, e per farlo si fossero posti un unico vincolo: tenere la
telecamera ancorata al presente, evitando categoricamente i flashback sul passato e usando le parole con economia. Dalla sua interazione con le vite perdute nei suburbi irlandesi all’ombra dell’avveniristico disegno di acciaio e vetro dell’Aviva Stadium, apprendiamo così pochi elementi chiave, comunque utili per inquadrare il personaggio: che malgrado la presa di distanze dalla filosofia dark che aveva contribuito a promuovere in gioventù è ancora incapace di rinunciare al look di quegli anni, che vive come un freak sopravvissuto al suo tempo ma inseguito dal rimorso per le vite spezzate da un’adesione esasperata o solo da una cattiva interpretazione del testo delle sue vecchie canzoni, che cammina al contempo sull’orlo di una depressione incipiente.
Il punto di discontinuità è segnato dalla notizia che il padre con cui ha interrotto i rapporti da oltre trent’anni è gravemente malato. Cheyenne non riesce a decidersi per tempo (anche per via della sua paura di volare) e arriva a New York troppo tardi. Da suo cugino apprende tuttavia che il genitore ha speso gli ultimi anni della sua vita dando la caccia all’aguzzino nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia in un campo di concentramento tedesco. Cheyenne trova quindi uno scopo nella prosecuzione e nel compimento della
missione paterna. Solo in parte assistito dal cacciatore di criminali nazisti Mordecai Midler (intrepretato da Judd Hirsch e plasmato sul personaggio storico di Simon Wiesenthal), intraprende così un viaggio nell’America profonda, da New York al Michigan al New Mexico, fino alle montagne dello Utah, incontrando lungo il cammino una galleria di figure che ritraggono le facce veritiere della provincia sperduta: austere maestre in pensione, ragazze madri, orfani di guerra, inventori in ritiro. Ognuno di questi volti, nella propria lontananza da uno stereotipo hollywoodiano, sembra trasmettere un senso di autenticità unico, segnando nel bene e nel male una tappa lungo il percorso di vendetta, scoperta e ritrovamento intrapreso da Cheyenne.
La colonna sonora riveste un ruolo determinante, grazie alla cura di David Byrne, che ispira il titolo (da una traccia di Speaking in Tongues dei Talking Heads) e a cui il regista ritaglia un cammeo in cui è chiamato a vestire i panni di se stesso. La fotografia e la cinepresa immortalano la vastità del paesaggio americano con un occhio come sempre debitore di Sergio Leone e una luce che indugia tra David Lynch e i fratelli Coen.
Come già fatto con Le conseguenze dell’amore, Sorrentino si diverte a innestare stilemi da noir nella sua
storia, che questa volta definisce come “un romanzo di formazione”. E se la questione irrisolta dell’Olocausto sembra fare un po’ il verso ai Bastardi Senza Gloria di Tarantino (stemperando la tragedia della Shoah in un piccolissimo episodio esplicativo della banalità del male), al termine della caccia la cosa più lampante che resta del film è la maturazione di Cheyenne, manifestata dal suo superamento della paura di volare e dalla sua rinuncia alla gabbia estetica del passato. E’ un uomo rinnovato, il Cheyenne che viene giù lungo la strada nell’epilogo, senza più il suo trolley inseparabile. Non tutto è risolto, le ferite del passato non sono ancora tutte cicatrizzate. Ma sembra pronto a prendere il volo per una nuova vita, a bordo dello stadio-astronave che sovrasta Lansdowne Road.


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Finalmente una bella sorpresa al cinema! Dopo l’era dei sequel infiniti e dei remake, sembrerebbe che Hollywood sia entrata in una nuova stagione, con i reboot di franchise storiche. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di
budget rappresentano prima di tutto un rischio, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, ma con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).
Non sorprende l’efficacia del risultato finale, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gli sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver hanno all’attivo un titolo come Relic, tutt’altro che memorabile. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e hanno deciso di unire le forze per saldare il conto in questo film. Avvalendosi del contributo del direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi sempre al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e con Andy Serkis, che già aveva esaltato la propria abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, e qui presta le movenze al capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di
scimmie ancora impressa sulle retine, la domanda che mi perseguita a 48 ore dalla visione resta ossessiva: possibile che uno scimpanzé possa arrivare a concepire una ribellione così credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (lo dimostrano i 418 milioni di dollari fin qui
Notizie come 
interlocutore, su cui innestare le sue trovate mirabolanti o da cui derivare un qualche aneddoto. Lo scorso novembre, quando andai a trovarlo a Piacenza, fui ospite suo e di sua moglie per uno splendido pomeriggio. Altro che gap generazionale… Mi avvicinai con un certo timore reverenziale (sebbene lo avessi incontrato altre tre o quattro volte in precedenza, in occasione di convention e dell’ultima delle sue leggendarie cene piacentine), come si addice a uno sbarbatello che va a far visita a un mito vivente, e lui e Lucia mi misero subito a mio agio come se fossi uno di casa. Curtoni mi raccontò ovviamente i retroscena del lavoro di curatore e quelli del mestiere di traduttore, i suoi programmi da “scrittore ritrovato”, alcune idee sensazionali da sfruttare per la sua rubrica sul quotidiano “Libertà” occasionalmente dedicata alle previsioni per il nuovo anno, le tonnellate di vecchi film che era stato costretto (a volte piacevolmente, a volte meno) a sorbirsi durante la convalescenza, tutti archiviati nell’hard-disk che aveva ribattezzato “il Bambino”, uno scrigno di capolavori e titoli improbabili. Parlammo del connettivismo (dopotutto con Next International lo avevamo indicato esplicitamente tra i nostri padri ispiratori) e lui mi raccontò il suo primo contatto con il fantastico, di ritorno in bicicletta da uno spettacolo serale al cinema, attraverso la campagna immersa nella notte, sotto un cielo stellato… Gli avevo portato qualche film, un paio di libri e lui mi disse che non poteva lasciarmi andare via a mani vuote. Si avvicinò alla sua libreria, ne cacciò una pila di Robot prima serie e disse di sceglierne qualcuno che mi mancasse. Consigliato da lui stesso ne presi tre, i Robot prima serie meglio conservati che possa mostrare sui miei scaffali. Poi finimmo in cucina a parlare di miscele di caffè e telefilm.
Robot. E’ stato dal primo contatto con questa rivista che ho preso consapevolezza di quello che la fantascienza poteva davvero rappresentare, in ogni sua declinazione, dal popolare allo sperimentale, dall’alto al basso, alternando toni umoristici, scanzonati, divulgativi, precisi e documentati. Un mix esplosivo, del tipo ad altissimo potenziale che si poteva distillare solo dalla linfa creativa di un genio come lui. Ricorderò come una delle soddisfazioni più grandi - non solo della mia carriera di scrittore - l’attestato del Premio Robot che presi dalle sue mani nel 2005. Sentivo quel momento come il coronamento di un sogno, forse in maniera un po’ irrazionale. Oggi, rileggendo le parole che Valerio Evangelisti (suo grande amico) ha usato nell’





