Gli inglesi hanno una parola per descrivere qualcosa di formidabile, entusiasmante: terrific. Nel suo significato, condensa sia un giudizio di valore (eccellente, con riferimento alla qualità di un lavoro), sia uno stato d’animo (spaventoso, tremendo). Non saprei trovare una parola migliore per questo procedural thriller di David Fincher, qui all’altezza dei fasti di Fight Club per la resa espressiva e l’efficacia narrativa del plot. Ispirato a una storia vera e tratto dai lavori di Robert Graysmith, che da vignettista del San Francisco Chronicle si trovò a seguire il caso in prima persona, Zodiac racconta le indagini ufficiali e private sul misterioso killer che per anni, a cavallo tra i ‘60 e i ‘70, tenne sotto scacco la Bay Area. Un caso tuttora irrisolto, su cui il film cerca di gettare nuova luce evocando un intero segmento di storia americana per fotografare l’impatto che il killer dello Zodiaco ebbe sulla California di quegli anni, molto ben reso attraverso le vite dei diversi personaggi che si affiancano nelle indagini sugli omicidi.
Robert Graysmith (interpretato da Jake Gyllenhaal), il cronista di nera Paul Avery (Robert Downey Jr.) e la coppia di sbirri Dave Toschi e Bill Armstrong (rispettivamente Mark Ruffalo e Anthony Edwards) sono impegnati in una caccia alla prova decisiva in grado di incastrare il colpevole e porre fine al terrore che paralizza San Francisco e i suoi dintorni. Seguita con sguardo chirurgico l’inchiesta si sviluppa in una spirale, che invece di stringersi sull’assassino presto palesa come effetto collaterale la forza centrifuga di un vortice o di un uragano, capace di spazzare via le vite stesse dei protagonisti. L’unico in grado di risollevarsi da questo panorama di rovine e desolazione, dopo aver sfiorato personalmente l’orrore, non potrà avere altra consolazione che l’essersi avvicinato alla verità più degli altri, ma nemmeno la tenacia e il rigore che sarà stato capace di dimostrare sul campo potranno rivelarsi decisivi nella lotta di resistenza e opposizione al male.
Quello di Zodiac rappresenta forse il primo caso di spettacolarizzazione della violenza, da parte di un serial killer visibilmente a caccia di notorietà attraverso il sistema dei mass media. Se da un lato le sue minacce veicolate attraverso lettere ai giornali e interventi alla TV avevano lo scopo di generare un diffuso clima di terrore, dall’altro i messaggi cifrati allegati alle sue lettere sono la prova della megalomania nell’imbastire un gioco con gli organi di informazione e la polizia. Un predatore, insomma, che non accetta il suo ruolo di preda nella caccia intentata dalle forze dell’ordine e per questo - sfruttando i buchi di un sistema burocratico fotografato nel film senza pietà - si permette di ribaltare le regole del gioco. Sette le sue vittime accertate tra il dicembre 1968 e l’ottobre del ‘69, ma la scia di sangue potrebbe estendersi dal ‘63 al ‘70, e lo stesso assassino continuerà a rivendicare omicidi di dubbia attribuzione con lettere datate fino al 1974.
Per misurarne l’impatto sull’immaginario, basti sapere che l’esordio di Dirty Harry al cinema (con il film omonimo del 1971, qui da noi distribuito come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo) è ispirato alle vicende di Zodiac e la figura del granitico ispettore interpretato da Clint Eastwood è modellata sul personaggio di Dave Toschi. E Zodiac, nel gioco dei riferimenti, chiude il cortocircuito portando Toschi e Graysmith in sala alla prima del film di Don Siegel.
Zodiac è un film a tesi, senza dubbio, ma capace di sostenerla in ogni singolo momento del suo dispiegamento, attraverso un lavoro accurato di confutazione e rielaborazione delle ipotesi man mano che gli indizi si accumulano e disegnano piste alternative. La sceneggiatura solidissima di James Vanderbilt (presto alle prese anche con la fantascienza grazie all’atteso remake di Total Recall) e la fotografia Harry Savides (impressionante nel ricreare l’atmosfera dell’epoca con effetti di desaturazione e giochi di contrasti cromatici) sostengono la regia di Fincher, impeccabile e all’occorrenza visionaria, come nel time-lapse della costruzione della Transamerica Pyramid.
Un film da guardare e riguardare, ossessivo come il refrain di Hurdy Gurdy Man di Donovan Leitch che accompagna il prologo, un distillato di angoscia e violenza che riassume alla perfezione le rimanenti due ore e mezza di pellicola.