Archive for Gennaio, 2011

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Posted on Gennaio 31st, 2011 in ROSTA | 4 Comments »

Baraka, intersezionImprobabili, bontà sua, ha deciso di includere uno Strano Attrattore nella sua personale lista compilata nell’ambito dell’iniziativa Sunshine Award 2011. Il blogger scrivente non può che ringraziare, anche perché la cosa gli ha permesso di scoprire un blog che non conosceva e una blogger che lo seguiva a sua insaputa. La rete è un posto strano, si sa.

Il Sunshine Award, mi sono informato in giro per la rete, è un riconoscimento a catena tra blog che si occupano di libri. Il regolamento vorrebbe che, essendo stato segnalato, adesso provveda a:

    * ringraziare chi mi ha segnalato ()
    * scrivere un post per il premio (lo state leggendo)
    * inserire la lista di 12 blog che ritengo meritevoli, con relativo link (seguono dettagli)
    * dirlo ai premiati.

Ora, credo che a più della metà dei conduttori dei blog che citerò gliene fregherà meno di niente della mia menzione, e per questo eviterò di disturbarli, in violazione del quarto punto. Rispetto invece il resto del regolamento perché ritengo che una segnalazione in più, in questo universo in balia dell’entropia, possa aiutare a reggere ancora per un po’ gli assalti del caos che imperversa furibondo. Anzi, mi scuso per le eventuali - inevitabili - dimenticanze.

    * Bookcafè
    * Borborigmi
    * Carmilla
    * Cybergoth 
    * Drowned Word
    * Interno-2
    * Keplero
    * Last of the Independents
    * Paolo Marzola Blog
    * Phoenix
    * Ubik: Pop Culture Magazine
    * Weirdletter

Ciascuno nella sua specificità, rappresentano da tempo tutti una tappa o una destinazione irrinunciabile delle mie surfate on-line.

Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]

Un sogno per l’Ecclesiaste

Posted on Gennaio 20th, 2011 in Criptogrammi, Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Una delle ragioni del mio amore per la fantascienza è il senso di soddisfazione che nasce davanti al riconoscimento delle figure intessute nel suo immaginario. Forse non esiste genere più autoreferenziale, come faceva notare Antonino Fazio in un suo articolo illuminante ed essenziale, che sarebbe perfetto come introduzione alla SF. La fantascienza è un genere che si autoalimenta, nutrendosi della propria materia, che dopotutto è la sostanza degli incubi e dei sogni.

Leggendo finalmente “Una Rosa per l’Ecclesiaste” sulla mia copia usata di Nova SF* 35 (recuperata nel corso della mia ultima battuta di caccia, parte di un bottino che è di per sè un oltraggio ai buoni propositi per il nuovo anno), mi è capitato di imbattermi nel seguente passaggio:

E di notte l’ascensore del tempo mi conduceva ai suoi piani più bassi…

E’ solo una riga, un’immagine. Sembra buttata lì per caso. Ma è impossibile non cliccare sul link mnemonico che conduce direttamente al miglior film della scorsa stagione cinematografica e forse degli ultimi anni. L’immagine dell’ascensore sostiene l’impalcatura drammatica stessa dell’opera di Christopher Nolan, comparendo nei momenti più introspettivi di un film già ripiegato su se stesso nella più metodica e sistematica esplorazione dell’inner space che si sia avuto modo di vedere al cinema dai tempi di 2001: Odissea nello Spazio (e con la parziale esclusione di New Rose Hotel). E nel 1963 già era stata pensata dal genio di Roger Zelazny (verso il quale Inception ha anche dei debiti più diretti) e spesa in una novella come un dieci di briscola su una giocata da una manciata di punti.

Ma una delle caratteristiche più affascinanti della fantascienza è costituita dal fatto che il suo repertorio è come un ecosistema: è vivo e capace di autosostenersi, di evolvere e strutturarsi. Niente si crea e niente si distrugge. Proprio come in natura, niente va perduto. Anzi, se qualcosa lo merita, state pur certi che prima o poi spunterà nuovamente da qualche parte, magari in una forma più matura e consapevole, giocata su una mano più ricca. Come è accaduto per l’ascensore della memoria in Inception.

Un film sui sogni, appunto.

Illustrazione di Hannes Bok ispirata al racconto di Zelazny.

La sovrapposizione finzione/realtà: l’immaginario interpreta il mondo

Posted on Gennaio 16th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 3 Comments »

Non avrete da me ulteriori parole da aggiungere alla marea montante di commenti che da circa 48 ore a questa sta sommergendo la rete italiana. Non avrete parole se non una, che per me è la parola-chiave: indignazione. Se in queste ore anche voi:

a. state partecipando del clima di indignazione per i risultati del referendum di Mirafiori sortiti dal ricatto dell’ennessimo, brillante esponente di quella genia di uomini nuovi di successo che tempo fa, in uno dei tanti raptus, indicavo come Imprenditori Cannibali, e che oggi riscuotono il plauso generale di capi di governo e capitalisti come lui, ormai sempre più scollati dal mondo di cui loro per primi sono responsabili, e con loro i dirigenti di una classe politica prona e connivente;

b. state seguendo, malgrado tutto con incredulità crescente, gli sviluppi dell’inchiesta sull’allegra condotta criminale del Premier, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (e a questo proposito va segnalata d’ufficio la meritoria copertura giornalistica che stanno dedicando alla vicenda Giuseppe D’Avanzo e Piero Colaprico - qualche esempio quiquiqui, qui - scrivendo forse le pagine più significative della cronaca di questo ventennio morbido, ma triste e grottesco, che sembra ormai volgere al termine);

allora non ho davvero altro da aggiungere: condividiamo la stessa indignazione, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, riusciamo a capirci anche senza dover spendere fiumi di inchiostro.

Però il commento di Eugenio Scalfari mi ha ricordato che già quarant’anni fa la coppia più rivoluzionaria del cinema italiano, formata dal grandissimo Elio Petri e dall’incommensurabile Gian Maria Volonté, aveva fotografato lo squallore dei nostri giorni. L’abuso di potere ritratto in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e Premio Oscar per il miglior film straniero) e l’obbedienza della classe lavoratrice estorta con il ricatto ne La classe operaia va in paradiso (1971, Grand Prix al Festival di Cannes) forniscono, attraverso le rispettive declinazioni del paradigma del controllo, due lucidissime interpretazioni delle dinamiche che abbiamo subito passivamente o - peggio - consapevolmente attraverso i decenni, e che ci hanno portato a regredire, sulla soglia della seconda decade del XXI secolo, a diritti degni della servitù della gleba della Russia zarista.

La gente che ha ancora la forza, il coraggio, l’impulso di battere un ciglio di fronte a questo squallido panorama è sempre di meno. Adesso abbiamo la televisione, per parafrasare il produttore del Big Brother in Dead Set, perché protestare? E allora consiglio di visione: stasera, su Rai Movie, non fatevi scappare alle 21.05 proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tanto, a questo punto, quando arriveremo alla resa dei conti di Todo modo (1975, altro capolavoro della premiata ditta Petri-Volonté) sarà comunque troppo tardi. Ma non disperiamo: magari potremo seguire anche quella in TV, sintonizzati dal comodo salotto di casa nostra.

Hasta siempre!

Propaganda grigia 2: pubblicità progresso

Posted on Gennaio 12th, 2011 in Accelerazionismo, Agitprop | 6 Comments »

- Sono favorevole a Berlusconi, perché in Italia le cose vanno male e un uomo di successo come lui ha le qualità per poterle cambiare.
- Io sono contrario, perché Berlusconi è il 74° uomo più ricco del mondo e un miliardario non sente il peso del bisogno e dell’indigenza, come dimostrano i suoi risultati.
- Dobbiamo dargli il tempo di cambiare le cose.
- Ha già avuto un decennio, e l’Italia sta peggio che nel ‘99.
- E’ stato ostacolato dai processi che lo vedono imputato.
- Un uomo onesto non finisce imputato per caso in oltre venti procedimenti giudiziari.
- E’ un caso di persecuzione patologica, lo dimostrano le assoluzioni che ha ottenuto.
- Ma non si contano nemmeno le prescrizioni e i casi di depenalizzazione dei reati di cui era accusato.
- Berlusconi è l’uomo di cui ha bisogno questo Paese!
- Dopo 65 anni, evidentemente il principale problema di questo Paese è tornato a essere far arrivare i treni in orario.

E tu, sei a favore o contro Berlusconi? O non hai ancora una posizione?

www.forumneurale.it

Campagna di sensibilizzazione delle coscienze umane, naturali e artificiali di prima, seconda e terza classe. Lo spot è stato offerto da: uno Strano Attrattore, lo smacchiatore ideale per una propaganda meno grigia.

Dead Set

Posted on Gennaio 9th, 2011 in On air | 3 Comments »

Dead Set è una miniserie inglese del 2008, composta di 5 episodi della durata di 35 minuti (con l’eccezione del pilot, di 65 minuti), che ci racconta come sarebbe il mondo invaso dagli zombie. Okay, vedo molti di voi storcere il naso. Ma in un periodo di sovrapproduzione che sembra voler spingere il filone dei morti viventi verso la saturazione delle possibili varianti, più per sfruttarne la popolarità che per concrete finalità drammatiche (con le debite eccezioni), Dead Set ha il sapore di una bistecca di manzo argentina dopo una dieta di hamburger da fast-food.

Rispetto ai prodotti del settore, il lavoro di Charlie Brooker si distingue per alcune peculiarità: la ricercatezza del punto di vista e il ribaltamento dei luoghi comuni. Seguiamo così la cannibalizzazione del Regno dal punto di vista “privilegiato” dei reclusi del Grande Fratello britannico e della fauna umana che si muove dentro e intorno alla casa, con tanto di produttori cinici e spietati, stagisti sfruttati, prime donne capricciose e compagnia danzante al seguito. E se già qui abbiamo un primo ribaltamento, con i reclusi del GF che si ritrovano a essere gli ultimi testimoni del disastro, salvati loro malgrado dalla loro stessa segregazione (almeno fin quando non decideranno di fare di testa loro), un secondo capovolgimento delle certezze lo abbiamo di fronte ai morti viventi di Dead Set: insaziabili quanto i loro progenitori romeriani, sono decisamente più veloci e forti perfino dei vivi non ancora morti di cui intendono cibarsi. Incapaci di interagire con il mondo esterno se non per meri scopi alimentari, questi zombie non serbano ricordi della vita precedente, non sanno usare una maniglia o un pulsante, e possono essere uccisi solo con un colpo alla testa o per annegamento.

Nelle circa 3 ore del metraggio complessivo della miniserie abbiamo modo di conoscere più da vicino i loro punti di forza e vedere emergere il vero lato umano dei protagonisti del Grande Fratello: e le eccezioni, che pure esistono, non bastano per spingerci a partecipare empaticamente alle rispettive sorti. Una buona dose di divertimento consiste proprio nell’attesa di scoprire quanto stupidi sapranno davvero dimostrarsi i personaggi del reality show, andando deliberatamente a cacciarsi nelle situazioni più disperate e ingestibili. La regia di Yann Demange, senza lesinare porzioni abbondanti di splatter e truculenze varie, ricrea con mano sapiente le atmosfere da day after di 28 giorni dopo, altro piccolo classico del filone firmato nel 2002 da Danny Boyle. Se nell’universo idrogeno e idiozia sono gli elementi più diffusi, nella Londra di inizio XXI secolo (non molto diversamente da quanto accade negli altri paesi civilizzati), l’idrogeno sembrerebbe sostituito dalla carne fresca, ma sull’idiozia possiamo continuare a nutrire solide certezze.

Consigliatomi da quella vecchia volpe di Vittorio Curtoni, mio personale guru e pusher di prodotti psicotropi su supporto cinetelevisivo, Dead Set propone anche degli interessanti spunti di riflessione. In prima battuta, malgrado la produzione faccia capo alla famigerata Endemol attraverso la sua controllata Zeppotron, la miniserie non lesina critiche al sistema televisivo, al meccanismo dell’esaltazione dei comportamenti sociali (aggressività) e delle difficoltà umane (la carenza di comunicazione) al servizio dell’audience, all’uso più generale dello spettacolo e dell’intrattenimento come anestetico per le coscienze. In seconda battuta, last but not least come dicono i bene informati, Dead Set dimostra ancora una volta come, tra le varie figure archetipiche che dominano il panorama del settore, quella del morto vivente resti ancora, dopotutto, lo strumento più immediato e forse efficace per imbastire un discorso di rilevanza sociale. Che agli albori degli anni ‘10 si cominci a parlare con rinnovato slancio di horror sociologico? Staremo a vedere.

Trasmesso la notte scorsa da MTV in un’unica tornata, vi consiglio di non lasciarvi scappare eventuali repliche. Battuta da ricordare, pronunciata dal produttore del reality di fronte a un’ondata di scontri di strada che stanno degenerando in guerriglia in quasi ogni parte del Paese, rischiando di far saltare il grande show serale: Ma che cos’avranno da protestare? Avrei capito negli anni ‘80, ma adesso hanno la televisione!

Appunto. Orwell ringrazia per essere riuscito a restare anche altro, nonostante l’ansia da nomination.

Palinsesto

Posted on Gennaio 5th, 2011 in Fantascienza, Letture, ROSTA | No Comments »

La mia recensione all’ultima fatica di Charles Stross approdata in Italia è su Fantascienza.com.

Cobalto-60

Posted on Gennaio 5th, 2011 in False Memorie, Kipple, Micro | No Comments »

Non so com’è stato per voi, ma la storia del container radioattivo abbandonato da sei mesi al Voltri Terminal Europa per prima cosa mi ha richiamato alla mente un analogo container con cento milioni di dollari in tagli da 100, sbarcato al porto di Vancouver dopo essere rimbalzato in ogni angolo del globo. Soldi sporchi da irradiare con proiettili calibro 30 di cesio per applicazioni mediche. Questo, tuttavia, non è un romanzo di Gibson e nel container non dovrebbero esserci banconote, ma materiali ferrosi, 19 tonnellate di rame e una dose di cobalto-60 sufficiente a emettere cinque volte il fondo naturale a 100 metri di distanza. I fantasmi che si muovono sullo sfondo, così, risultano altrettanto minacciosi di quelli evocati in una spy-story del 2007.

Scenes from the Suburbs

Posted on Gennaio 3rd, 2011 in Graffiti | No Comments »

Dopo il grande Terry Gilliam, che ha curato personalmente le riprese del live al Madison Square Garden lo scorso anno (qui un assaggio) e prodotto la notevole esperienza multimediale di The Wilderness Downtown legata al lancio dello splendido singolo We Used To Wait, adesso tocca a Spike Jonze (regista tra le altre cose di film come Essere John Malkovich e di numerosi videoclip per R.E.M., Björk e Fatboy Slim, oltre a X e Sonic Youth) cadere nella rete degli Arcade Fire.

L’occasione è stata il video per The Suburbs, traccia di apertura dell’omonimo album della band canadese che ormai da Natale gira senza sosta nel mio lettore. La clip porta in scena la vita nei sobborghi di una comunità di ragazzi, sconvolta dall’improvvisa militarizzazione della città. E’ stata rilasciata il 18 novembre scorso e rappresenta il modo migliore per cominciare la prima settimana del nuovo anno con dell’ottima musica.

Propositi di un lettore compulsivo per il nuovo anno… e oltre

Posted on Gennaio 2nd, 2011 in Letture | 10 Comments »

Lo facciamo tutti, in fondo. La data simbolica del giro di boa da cui ricominciare è una tentazione troppo forte per resistere. Chi si propone di smettere di fumare, chi di cambiare vita. Anch’io mi sono concentrato su uno dei miei vizi, forse quello più incontrollabile: l’abitudine inveterata ad acquistare libri. E allora ieri - forse preso dal rimorso degli ultimi 8 volumetti appena acquistati per finire in bellezza il 2010, tra cui 4 elegantissimi Solaria che aspettavo da tempo e 3 Urania d’epoca - ho approfittato di un pomeriggio di nullafacenza per fissare il punto sulla mia carriera di lettore, sperando di mettere a tacere quel campanellino che da qualche tempo mi risuona con insistenza in un angolo della testa.

Con il supporto della mia libreria virtuale su Anobii ho messo un po’ di ordine - si fa per dire - nei miei scaffali, sparsi in tre stanze a qualcosa come 700 km di distanza o giù di lì, lungo il dorso della penisola. Un bel rompicapo, insomma, ma la cosa peggiore è stata tirare le somme.

Ad oggi, secondo le statistiche del sito, risulta la seguente situazione:

Totale libri accumulati: 872
Totale libri letti al 31/12/2010: 436
Totale libri non ancora iniziati al 31/12/2010: 400
Totale libri in lettura al 31/12/2010: 10 (*)
Totale libri in consultazione al 31/12/2010: 26 (**)

Due precisazioni:

(*) A dire il vero, quelli in lettura sarebbero un po’ di più, ma 10 sono quelli che riesco a gestire agevolmente in parallelo sul breve periodo, per cui magari me ne ritrovo diversi iniziati che, con un po’ di fatica, dovrei riuscire a riprendere una volta ultimati quelli attualmente in lettura (e di conseguenza il 400 indicato come numero di libri non ancora iniziati viene a ridursi un po’, ma la sostanza cambia di poco nelle quantità in gioco).

(**) Nei libri in consultazione ho infilato i doppioni (conseguenza fisiologica della gestione di due librerie lontane 700 km), le riviste e le antologie iniziate e non ancora finite (nella fattispecie Robot e Millemondi Urania), i testi di divulgazione che ho letto solo limitatamente alle parti che nello specifico risultavano di mio interesse o che al contrario rileggo periodicamente. Lo so, la situazione è complessa e variegata…

Sempre secondo le statistiche di Anobii, mediamente negli ultimi 5 anni (ovvero da quando la mia vita si è assestata su una routine lavorativa piuttosto consolidata) ho letto 45 libri ogni anno, tra romanzi, novelle, antologie, saggi in volume, e-book, riviste catalogate, fumetti in volume (sono esclusi per convenzione e comodità di classificazione Bonelli e bonellidi), raccolte di poesie, per una media che si è assestata intorno alle 10.000 pagine all’anno. A questo ritmo, immaginando di volermi fermare qui con gli acquisti, mi ci vorrebbero quasi 9 anni per smaltire lo scibile accumulato! Ed è qui che il campanellino è scomparso, soppiantato dal ringhio di una sirena di allarme.

Bisogna correre ai ripari. Per farlo c’è bisogno di una strategia. E dunque eccomi qui con i propositi per il nuovo anno, che in realtà dovrei estendere ai prossimi due-tre decenni, come minimo. E che diamine, mi sono detto, nella vita un po’ di prospettiva ci vuole! Allora a conti fatti, immaginando di tenere il ritmo attuale, se volessi smaltire i libri accumulati fin qui dovrei limitarmi ad acquistare non più di 25 libri/anno per i prossimi 20 anni, oppure concedermi 32 libri/anno se volessi procrastinare il punto di pareggio a 30 anni. Questo significherebbe mediamente tagliare 3 libri su 4 rispetto a quanto acquistato negli ultimi anni e, al di là dell’impatto che ciò avrebbe sul fragile mercato editoriale italiano, è un proposito praticamente impossibile da mettere in pratica: con l’abbonamento a Odissea Fantascienza appena rinnovato e considerando il trend dei miei acquisti in edicola (tra Urania e collane collaterali, Giallo Mondadori, Segretissimo), direi che anche solo con gli acquisti “periodici” (in quanto vincolati a tempistica di distribuzione e/o abbonamenti) per il prossimo anno mi ritrovo con una quarantina di volumi già opzionati. Vale a dire almeno 10 in più della soglia che mi consentirebbe un consumo sostenibile.

E’ un bel dilemma. A conti fatti, resta un’unica via d’uscita: aumentare il passo di lettura. E’ un obbligo che a questo punto devo impormi. In questo modo, immaginando di aggiungere al lotto opzionato solo 25 volumi, 2 al mese, tra nuove uscite e recuperi di varia natura (libreria, remainder, usato, regalie), se riuscissi a portare la media di letture a 80 volumi/anno potrei sperare di raggiungere il pareggio intorno alla prima metà del 2040. Vale a dire: fra trent’anni.

Vale a dire: un’altra vita.

Solo che di quella spesa finora, a leggere avrò trascorso sì e no 17 anni. A quel punto, nel 2040, la mia libreria avrà superato quota 3.000 e sarà circa quattro volte più grande delle sue dimensioni attuali (un’altra buona ragione per sperare nella diffusione di massa del libro elettronico).

Questa ovviamente è pura matematica. Se da un lato non potrei riuscire a sostenere quel ritmo di lettura, dall’altro confiderei che la curva degli acquisti subisca comunque una flessione nei prossimi anni. Per accompagnare quantitativamente l’analisi, diciamo che potrebbe toccarmi mantenere il ritmo di acquisto di 65 volumi/anno per i prossimi 5 anni, per poi scendere intorno ai 50 libri/anno. In questo modo, immaginando di riuscire a tenere un passo di 65 libri letti all’anno (+50% sul tasso attuale), il punto di pareggio sarebbe per il 2042. Se da un lato questa soluzione può essere vista come incentrata su una tattica-tampone (mantenere costante il numero dei libri non letti per i prossimi 5 anni, per cominciare poi le pratiche di smaltimento con un guadagno di 15 libri/anno per 27 anni), dall’altro tutto sommato rappresenta anche una buona ragione per conservarmi vivo e in salute fino a quella data. Calendario Maya permettendo.

Chi lo ha detto che i libri non possono allungarti la vita?