Il saggio di Tom Stafford si apre con un avvertimento (“Ascolta. L’argomento non è dei più facili”), subito seguito da una dichiarazione d’intenti: “Voglio parlare di quanto passa tra l’esperienza e la conoscenza, di quello che accade quando l’una si separa dall’altra”. Per farlo, l’autore (ricercatore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield) prende le mosse da un’indagine sull’obbedienza all’autorità che si rifà direttamente all’esperimento di Stanley Milgram, condotto negli anni Sessanta presso l’università di Yale per comprendere cosa potesse spingere la gente comune a partecipare a fenomeni di straordinaria crudeltà come l’Olocausto (e riproposto di recente da una TV francese in forma di reality show/documentario con La Zone Xtreme). Come gli psichiatri interpellati da Milgram per sondare i loro pareri sul numero di cavie umane che, nel loro ruolo di torturatori nell’ambito dell’esperimento, si sarebbero spinte fino ad impartire lesioni gravi o anche letali alle vittime prescelte in risposta agli ordini impartiti dal conduttore del test, siamo portati a pensare che solo le frange patologiche del genere umano si spingerebbero fino a questo limite estremo. L’esperimento di Milgram dimostra al contrario che la realtà è ben più terribile e atroce e ci rivela che il comportamento non è mai il risultato solo del carattere, ma dipende in maniera determinante dalle circostanze, al punto da arrivare a sovvertire anche i nostri più alti ideali e la fiducia che nutriamo verso il nostro libero arbitrio.

Milgram ci insegna che guardando le cose dal di fuori è facile riconoscere la logica morale del problema. Ma dall’interno, la logica appare più sfumata. Si fa, come dire, decisamente più “arbitraria”, specie se le circostanze possono essere manipolate e predisposte per far apparire decisiva l’autorità, esonerando l’individuo dalla propria indipendenza di giudizio.

Ne La fuga narrativa, Stafford mette in relazione l’esperimento sull’obbedienza alla meccanica del sogno.

Penso che i sogni ci dicano qualcosa sulla natura della mente. Ci mostrano come funziona in assenza dei limiti imposti da una realtà esterna coerente e senza una riflessione ponderata. Benché in sogno le nostre menti siano in grado di generare sensazioni, azioni e personaggi, il mondo creato non è stabile. Le persone scompaiono e riappaiono per ragioni misteriose, l’identità è slegata dall’aspetto, e anche se sappiamo che la persona con cui stiamo parlando è il nostro vecchio preside, quello ha la faccia di nostro zio.
La capacità di costruire di punto in bianco un’intera realtà, per quanto instabile, dimostra che la mente non è solo una macchina sensoria. La sua attività più profonda è tessere storie probabili o solo possibili. È questa la funzione lasciata a briglia sciolta nei sogni.

La sua è una intuizione brillante, che conferisce alla capacità di “risvegliarsi” dal contesto della simulazione la causa della resistenza e dell’opposizione degli individui che, per quanto rari nelle molteplici ripetizioni delle diciotto varianti dell’esperimento ideate da Milgrim (test individuali, di gruppo, con o senza contatto visivo con la vittima, e così via), si rifiutarono di procedere con il loro ruolo di torturatori malgrado gli ordini dello scienziato. Questi individui, sostiene Stafford, furono in grado di destarsi e “di descriversi la situazione come un quesito di logica morale”. A determinare quindi la divergenza di comportamento rispetto alla maggioranza delle altre cavie, fu la capacità di formularsi la domanda indispensabile per aprire gli occhi sulla realtà in cui erano calati.

Avvalorando le sue ipotesi con una pregevole scelta di argomenti, Stafford osserva che ciò che spinse queste persone alla disobbedienza è lo stesso impulso che talvolta ci induce a riconoscere un sogno mentre stiamo sognando (e accidentalmente, al di là del sogno lucido, noto più di un punto di contatto tra le sue riflessioni e il tema di Inception) e, per logica deduzione, a interrogarci sugli sviluppi di un racconto mentre siamo ancora immersi nella lettura: “la capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione”, smettendo i panni del semplice spettatore per indossare quelli del narratore. A questo fattore, questo mistero nascosto nell’animo umano, Stafford dà il nome di fuga narrativa (narrative escape).

Stafford prosegue la sua esposizione riportando i risultati di un ulteriore esperimento, condotto questa volta da Daniel Gilbert, che ci dimostra come alla prima assimilazione tutte le informazioni ricevute vengono catalogate come vere o plausibili dalle nostre facoltà cognitive, e solo in un secondo tempo procediamo al vaglio e alla separazione delle informazioni vere da quelle false (diversamente da quanto si potrebbe supporre, insomma, sull’esistenza di una “quarantena” in cui immagazzinare tutte le informazioni per poi separare quelle vere da quelle false). E, passando per le massime conversazionali di Paul Grice (in particolare: l’interpretazione dei discorsi in relazione al contesto in cui vengono espressi), approda poi alla sentenza pynchoniana: “se riescono a farti fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte”. Questo concetto, applicato alla mia – insignificante, discutibile – esperienza personale, è illuminante.

Il suo saggio racchiude tutta una casistica di esperimenti volti a portare allo scoperto l’importanza della logica e della morale nella risoluzione di problemi di varia complessità, giungendo a suggerire come esse fungano da miccia e da innesco per attivare la mente umana nella descrizione/visualizzazione narrativa dei problemi, offrendo di fatto una rappresentazione del mondo. Nello scarto tra mente-che-esperisce (che può saggiare la realtà o raccontarsela alla propria maniera) e mente-che-riflette (che invece sa riflettere sul processo dell’esperienza), viene a collocarsi per Stafford la natura della realtà, come pure la verità del processo creativo.

Dove termina l’opera dell’autore e inizia quella del fruitore? Questa domanda ce la siamo posta fin dall’inizio dell’esperienza del connettivismo (ricordo di averne fatto cenno addirittura durante la mia prima partecipazione a una Italcon, nel 2006 a Fiuggi, presentando il movimento al fianco di Sandro Battisti e, se non ricordo male, Andrea Jarok), riflettendo sulle dinamiche di fruizione di un’opera creativa (arte, narrativa, fumetto, cinema) in un’epoca in cui le risorse per integrare e valorizzare il lavoro dell’autore sono facilmente a disposizione del fruitore. E se non è importante riproporre adesso le mie riflessioni sull’argomento (che hanno comunque, inevitabilmente, subito qualche evoluzione sotto l’influsso del tempo e dell’esperienza), ritrovare il medesimo interrogativo alla base del ragionamento di Stafford, sviluppato, documentato e articolato come io non avrei saputo fare, è stata un’esperienza decisamente interessante. Anche per confrontare la sua visione con la mia.

Note a margine

Del tutto accidentalmente, questo è stato il primo vero e-book. Esperienza del tutto inedita, resa piacevole dal fatto che a 40k, il primo editore digitale nativo, sanno davvero come farli, i libri elettronici. Senza fronzoli, compatti, completi di note. Unico problema del nuovo supporto: il rischio di finire sul lastrico, vista la facilità dell’acquisto. Spero almeno che la disponibilità immediata dell’oggetto da leggere mi responsabilizzi sul suo consumo, evitandomi di accumulare sugli scaffali virtuali una mole di volumi confrontabile con quella che sta sommergendo il mio monolocale. Parlando di e-book, vi segnalo infine lo speciale uscito ieri con il nuovo numero di Delos, dove intervengono editori e autori per fare un po’ di chiarezza.