Archive for Ottobre, 2010

Ray Bradbury: Il popolo dell’autunno

Posted on Ottobre 31st, 2010 in Letture | 3 Comments »

[Forse davvero non è troppo tardi se si riesce ancora a sentire la carezza di queste notti a cavallo tra i tramonti di cenere e ambra di ottobre e le albe di salvia e ghiaccio di novembre. La pagina che segue, scritta nella sublime prosa elegiaca ed evocativa del più classico Bradbury in stato di grazia, coglie alla perfezione l'essenza di questo periodo dell'anno, tra i pochi che per me facciano la differenza. Buon Halloween e, mi raccomando, abbiate prudenza e tenetevi alla larga dai luna park...]

Mentre correvano lontano, lontano, le canne dell’organetto splendevano di esplosioni di stelle, ma nessuno sedeva alla tastiera. Era il vento che creava la musica, riversando nelle canne aria gelida.
I ragazzi ripresero a correre. Il treno affrontò una curva, facendo risuonare la sua campana funebre sottomarina, arrugginita, coperta di muschio. Poi il fischio della locomotiva lanciò un grande sbuffo di vapore e Will irruppe in quelle perle di ghiaccio.
Molte volte, a tarda notte, Will aveva udito il fischio dei treni scagliare il vapore sui confini del sonno; desolati, soli e lontani, per quanto si avvicinassero. Qualche volta, si svegliava con le lacrime agli occhi, si chiedeva perché, poi tornava a sdraiarsi, ascoltava e pensava: Sì! sono loro a farmi piangere, loro che vanno a oriente e a occidente, i treni così lontani nelle profondità della campagna che annegano nelle maree del sonno sfuggito alle città.
Quei treni e i loro gemiti affannosi si perdevano per sempre tra le stazioni, senza ricordare dove erano stati, senza intuire dove potevano andare, esalavano oltre l’orizzonte il loro ultimo respiro pallido e sparivano. E questo accadeva a tutti i treni, sempre.
Eppure, il fischio di questo treno!
Vi erano raccolti i gemiti di tutta una vita, di altre notti di altri anni passati: l’ululato dei cani che sognavano alla luna, il respiro dei venti freddi come fiumi attraverso i ripari dei portici, in gennaio, che agghiacciavano il sangue, mille sirene antincendio che gemevano o, peggio!, i frammenti del respiro, le proteste di un miliardo di persone morte o morenti, che non volevano morire, i loro ansiti, i loro sospiri dispersi sulla terra!

Da Il popolo dell’autunno (Something Wicked This Way Comes, 1962) di Ray Bradbury. Traduzione di Remo Alessi (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2002). Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Nelle nebbie del tempo: i servizi segreti temporali italiani di Lanfranco Fabriani

Posted on Ottobre 26th, 2010 in Fantascienza, Letture | No Comments »

Mariani è il vicedirettore dell’UCCI, l’Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano, ed è naturale che venga svegliato nel cuore della notte quando il suo superiore, da tutti conosciuto semplicemente come il Vecchio, viene ricoverato d’urgenza per un infarto. Dal suo intervento dipende la sopravvivenza dell’ente, perché proprio con il direttore fuori dai giochi sembrano accumularsi i guai per l’Ufficio, alle prese con una Macchina del Tempo fuori serie misteriosamente apparsa a Genova qualche anno prima della scoperta dell’America, che ha messo in allerta i servizi segreti temporali di mezzo mondo. Mariani deve così affrontare una minaccia imprevista dal passato, destreggiandosi tra beghe di palazzo e manovre politiche, avvalendosi dell’unico ma solerte aiuto della sua assistente, Marina Savoldi.

Il riassunto delle righe che precedono non rende merito alla complessità del romanzo di Lanfranco Fabriani, come probabilmente il pezzo che segue non renderà merito della bravura del suo autore. Il problema è presto detto: ho avuto la fortuna di fare società con lui per il momento in due diverse e separate imprese fantascientifiche, quindi il sospetto che quanto sto per dire sia viziato da vincoli di amicizia può essere fondato. Ma come sanno bene quelli che mi conoscono, evito di parlare del lavoro degli amici in sedi “pubbliche” riservandomi di farlo a casa mia, dove si presume che chi entri sia anche interessato a sapere ciò che ho da dire: quindi non vedo nulla di male a farlo sul mio blog personale. Fine delle avvertenze.

Nelle nebbie del tempo (2005) è il secondo romanzo che Fabriani dedica ai suoi agenti temporali, dopo Lungo i vicoli del tempo (2002). Entrambi i titoli hanno vinto il premio Urania e questo secondo lavoro dedicato a Mariani, in particolare, merita di essere ricordato tra i romanzi più riusciti che hanno conseguito il riconoscimento. L’operazione imbastita da Fabriani si muove nei territori della commistione dei generi ma non è per nulla scontata, amalgamando una trama investigativa inserita in un contesto spionistico con le suggestioni e le potenzialità dei viaggi nel tempo. Impresa rischiosa, ma onorata da un risultato degno delle sue aspirazioni.

Se la trama funziona alla perfezione grazie all’alchimia dei protagonisti e dei loro caratteri, le cui dinamiche relazionali vengono dispiegate con tocco sapiente e accuratissime scelte di tempo, a destare forse la maggiore ammirazione è la profondità dello scenario tracciato dall’autore. Nel mondo di Mariani, la tecnologia dei viaggi nel tempo è tenuta sotto stretto controllo dal governo, o almeno questa è la pretesa che l’autorità cerca di esercitare attraverso la stretta del Comitato Parlamentare di Controllo sull’Attività dei Servizi Segreti, benché poi il Vecchio abbia sempre saputo ritagliarsi margini di autonomia per tessere i suoi disegni machiavellici nella trama degli eventi. Sotto la copertura dell’Ufficio per il Controllo Combustibili Inquinanti, l’Ufficio Cronotemporale esercita le sue attività di controllo e sorveglianza del tempo, prevenendo eventuali ingerenze nel corso degli eventi che si sono consolidati nella storia italiana e, se necessario, sventando attentati da parte di potenze estere particolarmente intraprendenti. Come se questo non bastasse, l’UCCI deve anche gestire le difficili relazioni con i cugini del SISDE e del SISMI, sempre segretamente interessati a impossessarsi del suo controllo per giocare qualche tiro mancino alla democrazia e alla storia della nazione.

È un lavoro duro, giocato sul filo del rasoio e con i nervi a fior di pelle, come se fosse una partita a scacchi. Ma è anche il lavoro perfetto per Mariani, la mente cinica e opportunista, e per Marina Savoldi, efficientissima ed intrepida esecutrice ma anche sua intima rivale. La competizione tra i due, non sempre rispettosa dei limiti della reciproca fiducia per quanto l’intesa finisca comunque per garantire sempre la ricomposizione di ogni frattura, assicura un brio costante per tutta la durata della narrazione. E il sospetto che dietro alle verità mostrate o di volta in volta rivelate si nasconda perennemente una trama segreta, contrassegnata da propositi occulti, mantiene alta la tensione come in ogni romanzo di suspense che si rispetti.

L’importanza strategica dell’UCCI si fonda su un’idea potentissima, che ho voluto definire, non senza una certa cordiale contrarietà da parte dell’autore in persona, “territorializzazione della storia”. Facciamo un passo indietro. Di servizi temporali nella storia della fantascienza se ne sono visti un certo numero: dall’Eternità di Isaac Asimov (1955) alla Pattuglia del Tempo di Poul Anderson (1955-60), fino alla Dr. Zeus Inc. portata in scena da Kage Baker nelle sue fortunate avventure della Compagnia del Tempo (1997-2007). Ma si tratta sempre di entità sovranazionali, quando non proprio sovratemporali, che vegliano sull’umanità dall’alto in virtù di superiori ideali o di – comunque superiori, sfuggenti – interessi. Con Fabriani forse per la prima volta ci troviamo di fronte a una statalizzazione dei cronoservizi: ogni Stato sufficientemente potente da permettersi una Macchina del Tempo si è dotato di un proprio Ufficio Cronotemporale Centrale. E malgrado il London Time Travel Treaty vieti espressamente il trasferimento nel Tempo di armamenti e attrezzature proibite, c’è sempre chi pensa che le regole siano scritte per essere violate: la nuova guerra fredda assume così connotati inediti. Le postazioni da difendere non sono punti strategici nello scacchiere geopolitico del pianeta, ma i nodi cruciali della storia, e ogni nazione sorveglia sui propri. Come può essere, per esempio, l’infanzia di Cristoforo Colombo, strettamente vigilata da una sezione dedicata dell’UCCI (Genova 1450), come pure da agenti americani intenzionati a non lasciare che la minima distrazione dei colleghi italiani comporti qualche spiacevole conseguenza per la storia USA.

Non sono più i confini di stato a dover essere piantonati, ma gli eventi salienti che hanno consentito a ciascun paese di trovarsi ad occupare la posizione che oggi occupano nel Tempo Reale. Perché, naturalmente, le ingerenze da parte di potenze rivali o semplici cani sciolti non mancano mai, come accade anche questa volta a Mariani e alla Savoldi costretti a vedersela addirittura con Berija, il potentissimo capo dell’NKVD, ovvero il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, e quindi della polizia segreta dell’epoca di Stalin, prima di cadere in disgrazia e finire fucilato.

Nelle nebbie del tempo, le sorprese non mancano. Inizialmente dosati con cura, col procedere della lettura i colpi di scena deflagrano in una sequenza mirabile di fuochi pirotecnici. Un’infilata che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina e alimenta la trepidazione di leggere presto una nuova storia di ampio respiro dedicata all’Ufficio e ai suoi intrepidi, disincantati, ambiziosissimi agenti segreti.

Wolverine Noir

Posted on Ottobre 24th, 2010 in Graffiti, Letture | No Comments »

Quarta miniserie ambientata nell’universo alternativo della Marvel Noir, in cui i supereroi della Casa delle Idee vivono avventure retrodatate agli anni ‘30 rivisitando gli stereotipi della crime fiction, Wolverine Noir si diverte a calare l’intrattabile James Logan nel Bowery del 1937, dove lo ritroviamo nei panni di un detective alle prese con un caso in cui niente è come sembra. Il tutto nella più classica tradizione del genere ma purtroppo il gioco dell’omaggio ai modelli dell’hard-boiled funziona fino a un certo punto.

Supportata dalle stupefacenti tavole di C.P. Smith, straordinarie nel ricreare con effetti fotorealistici l’atmosfera dei film noir che hanno ormai colonizzato il nostro immaginario, la trama ideata da Stuart Moore non trova tuttavia la marcia giusta e si barcamena tra il passato e il presente del protagonista senza una vera rotta. Le rivelazioni sui trascorsi di Logan avrebbero funzionato probabilmente meglio se non si fosse cercato di far tornare i conti a tutti i costi con il filone narrativo principale, ovvero il caso per cui viene ingaggiato dalla sensuale Mariko Yashida. La soluzione adottata rende invece sbrigativi alcuni passaggi e, considerato lo spazio limitato (104 pagine), non consente di mettere adeguatamente a fuoco i caratteri e i ruoli dei personaggi, sacrificando il respiro della storia. Peccato, perché invece nei dialoghi Moore dimostra un certo lavoro filologico che va al di là della pedissequa imitazione dei modelli.

Con un occhio di riguardo alla Scuola dei Duri e in particolare a Dashiell Hammett (il rapporto tra Logan e il suo socio ricorda molto da vicino quello tra Sam Spade e Miles Archer ne Il falcone maltese), gli stereotipi del genere ci sono tutti: investigatori, femme fatale, sensi di colpa, violenza, tradimenti, vendette e tentativi di espiazione. Ma purtroppo gli ingredienti non si amalgamano alla perfezione. Ne risulta pertanto un’opera solo parzialmente riuscita, che mi sento di consigliare solo ai cultori del personaggio.

Vorticoso perfluire di città nel tempo

Posted on Ottobre 23rd, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Transizioni | No Comments »

Facendo indegnamente il verso al Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in cui si legge:

Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono gli idiomi e i dialetti “attuali”, non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c’è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell’ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere allunò, Upward, behind the onstreaming, it mooned).

Via Mario Tedeschini Lalli apprendo l’annuncio di Google della nuova funzionalità di Google Earth che permette di assistere all’evoluzione storica delle città attraverso lo scorrere del tempo. La cosa mi ha subito riportato indietro a Codice Arrowhead, con un senso di Anomalia…

Il Vortice si avvolgeva su se stesso nel cuore della Città Vecchia, trascinando nel suo moto le code di epoche diverse. Era come se la mano di un demiurgo cosmico avesse sezionato il flusso del tempo in campioni da laboratorio, e li avesse poi gettati in quel calderone urbano della Palestina risalente all’età della pietra. L’effetto, attraversando la Zona sotto Interdizione di Yass-Waddah, era analogo a un caleidoscopio psicogeografico, con frammenti di mode, stili architettonici e fasi storiche che esplodevano a pochi passi di distanza gli uni dagli altri.

Metastasi nel corpo del tempo.

L’attraversamento del Vortice comportava la sperimentazione di un’iperattività senza paragoni: segnali di allarme si accendevano sui display virtuali ogni volta che i rilevatori intercettavano il segnale in fase di qualche sonda, dalle nubi transcevitrici che l’Autorità aveva disperso sopra la Città Vecchia. Ma neanche quelle riuscivano a essere di grosso aiuto agli stalker nel tentativo di localizzare la propria posizione spazio-temporale, nel flusso del tempo che spiraleggiava verso il cuore di Yass-Waddah. Sopravvivere diventava una questione di esperienza e di mestiere.

Ubiquitous computing, geoweb e augmented reality fuse insieme in questa vertigine da nuovo millennio. Quanto dovremo aspettare per vedere Yass-Waddah, Zona Interdetta, mappata in Google Earth?

Fighter: il dominio della lotta secondo Craig Davidson

Posted on Ottobre 23rd, 2010 in Letture | 2 Comments »

Da una parte un ragazzo che si ribella alla vacuità del mondo borghese in cui è cresciuto. Dall’altra uno che cerca un’alternativa ai progetti di fama e successo che il padre ha costruito per lui. In mezzo: un ring. È la boxe il perno narrativo di Fighter (2007), romanzo di Craig Davidson seguito alla raccolta di racconti Ossa e ruggine (2005) e a un horror ambientato nelle lande settentrionali del Canada, The Preserve (2006, pubblicato sotto lo pseudonimo di Patrick Lestewka, su cui Brian Keene ha scritto parole entusiastiche). Un romanzo crudo, violento, notturno, sporco, che mantiene intatta fino all’ultima riga la commistione di luce e di ombre, la profonda compenetrazione di speranze di redenzione e condanna alla dannazione. Con un prologo che, guarda caso, rappresenta in realtà l’epilogo della vicenda, che possiamo leggere come un unico lungo flashback alla scoperta dei retroscena che hanno portato uno dei due protagonisti lì dove si trova ADESSO, in un ring clandestino da qualche parte nel Sud-Est Asiatico.

L’attacco è magistrale:

Dicono che un uomo riesca a cambiare la propria personalità – l’essenza che sta alla base dei chi o di che cosa lui sia – del cinque per cento. Cinque per cento: il cambiamento massimo che ognuno di noi è in grado di realizzare.
In un primo momento può sembrare trascurabile. Cinque per cento, che sarà mai? Una limatura d’unghia. Ma considerate la vastità della psiche umana, e quel numero acquisisce un peso reale. Milioni di metri quadrati, miliardi di anni luce. Considerate quanto un cambiamento del cinque per cento possa alterare una persona. Immaginate tessere del domino allineate in lunghe file dritte, con un mondo di possibilità a portata di mano.
Cinque per cento: tutto cambia. Cinque per cento: una persona tutta nuova.
Visto in questi termini, il cinque per cento significa davvero qualcosa.
Visto in questi termini, il cinque per cento è colossale.

Fighter si presenta fin dalle prime battute come un romanzo di formazione, ma un romanzo nerissimo, destinato a seguire la parabola della crescita e della distruzione dei suoi giovanissimi protagonisti. Davidson sceglie una riuscita alternanza di punti di vista per dispiegare gli eventi, imbastendo un parallelo tra due mondi separati da un fiume e dal salto del Niagara: da una parte del confine, la placida serenità alto-borghese (se non proprio aristocratica) di Niagara Falls, Canada, in cui viene su, annoiato e apatico, Paul Harris; dall’altra l’entropia terminale di Niagara Falls, New York, acropoli americana nella sua fase di ultimo declino, nel cui fango e nella cui polvere si allena Robert Tully, promessa della boxe locale e speranza di fama e riscatto per suo padre, panettiere con ambizioni da manager, e per suo zio, uno sparring partner che si presta ai combattimenti clandestini per rifarsi dalle perdite al tavolo da gioco, sua mania e suo vizio.

Stremato dalla sua esistenza abulica, Paul Harris si infila nel tunnel di un trattamento steroideo, raccontato da Davidson con un’efficacia orrorifica e visionaria che evidenzia un’ottima conoscenza dei meccanismi della narrazione di genere, oltre che del mondo descritto (si racconta che l’autore si sottopose a un ciclo steroideo di 16 settimane per scrivere il libro). Preoccupato per l’ossessione del padre e per la china imboccata dallo zio, su spinta della sua unica amica Kate Paulson, Robert Tully matura invece un crescente disincanto sulle prospettive di successo che il padre ha voluto incuccargli fin da piccolo, a suon di allenamenti e match.

L’incontro/scontro tra i due si traduce nell’incontro/scontro tra due mondi e tra due epoche, dipinto senza scadere nell’agiografia né nell’apologia della violenza grazie anche alla forte tensione morale che regge tutta la narrazione.

Ci sono tre segnali per riconoscere un vero combattente. Non sono quelli che uno potrebbe pensare: niente a che vedere con quanto sia grosso il tizio, o con le dimensioni dei suoi pugni. I tre indizi sono:

1. Una gran calma, che rasenta il torpore, negli occhi.
2. L’insistenza a volerti stringere la mano senza sforzarsi di stritolartela.
3. Quando chiede scusa per quello che succederà dopo.

Se vi ritrovate fuori da un bar e il tizio che dovete affrontare vi stringe la mano e domanda perdono prima di alzare la guardia, il mio consiglio spassionato è di scappare.

Quello che non si può negare al romanzo di Davidson è un ostinato disincanto, che nasce dalla propensione al fatalismo che si può tastare con mano in ogni singola pagina di Fighter. Anche per questo più che a Fight Club e a Chuck Palahniuk, a cui il libro è stato accostato, mi sentirei di affiancarlo a un misconosciuto titolo della filmografia di Shinya Tsukamoto: Tokyo Fist (1995), sanguinario triangolo amoroso in una Tokyo crepuscolare e surreale come quasi sempre avviene con il cineasta giapponese, che trasfigura il pugilato in una ridefinizione dei ruoli nella società, celebrando al contempo un’elegia di corpi riscritti, feriti, massacrati.

Ottima riproposizione di un titolo pubblicato nel 2007 dalle Edizioni BD (traduzione di Marco Schiavone) all’interno di una collana popolare di genere come i Gialli Mondadori, che conferma la lungimiranza della linea editoriale conferita dalla conduzione Altieri alla più longeva delle collane italiane da edicola. Se lo scorso giugno vi foste distratti e lasciati scappare Fighter, ve ne consiglio caldamente il recupero dal mercato dei remainders, dove la prima edizione del libro viene venduta a poco più di 5 euro in una pregiata rilegatura rigida. Sperando di vedere un giorno tradotto in italiano anche The Preserve.

Modi di porsi

Posted on Ottobre 21st, 2010 in Stigmatikos Logos | 24 Comments »

Non mi piace parlarmi addosso, non mi piace parlare di me e credo che questo si sia capito piuttosto facilmente, dopo 556 post di questo blog e chissà quante migliaia di altre tracce disseminate per la rete. Chi indulge in dissertazioni sulla propria condizione, tipicamente mi lascia la sensazione di essere anche convinto della propria unicità all’interno del genere umano, della straordinarietà della propria esperienza di vita o carriera rispetto ai comuni mortali, e questo basta a rendermelo presto antipatico. Però ci sono giorni… Penso che capitino a tutti. Ti svegli e l’ennesima provocazione dello smargiasso che il giorno prima non avresti degnato di un nanosecondo d’attenzione, oggi ti strappa una risposta. Read the rest of this entry »

La notte dei morlock

Posted on Ottobre 19th, 2010 in Agitprop, On air, Stigmatikos Logos | No Comments »

Lo segnalava ieri il compagno Fazarov: i Wu Ming hanno aperto su Giap un laboratorio di riflessione critica sulla scorta di un loro articolo apparso sabato scorso sull’Unità. Oggetto: l’instant fiction e le caratteristiche di una storia avvelenata. Proposito assolutamente interessante, investendo il ruolo della narrazione in quest’epoca in cui tutto viaggia o sembra viaggiare sulle onde della comunicazione immediata, istantanea appunto. Ne riporto un brano che trovo significativo:

Molti, allora, storcono il naso, si fanno prendere dall’inquietudine: ma come? – domandano – prima le telecamere schierate, a modificare narrativamente lo svolgersi degli eventi, poi le notizie, raccontate al mondo secondo i dettami dello storytelling, e infine la mitopoiesi istantanea, versata sulla realtà prima ancora di farla decantare: non rischiamo l’indigestione di storie, la scomparsa dei fatti? Difficile rispondere, ma intanto le neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello interpreta la realtà attraverso schemi narrativi, e in fondo l’unico modo che abbiamo per far parlare i fatti è quello di raccontarli e connetterli in un’unica trama. Le storie sono un nutrimento indispensabile per la nostra specie, sembra impossibile farne indigestione. Certo tra istant fiction, infotainement e gialli da prima serata, le buone storie sono sempre più assediate da quintali di monnezza narrativa. L’unica soluzione è munirsi di guanti, naso fino e competenze per distinguere i rifiuti tossici dal cibo commestibile. In altre parole: diventare tutti cantastorie, artigiani dello storytelling, bricoleur dell’immaginario.

Il problema è che se tutti riuscissimo a incarnare quel ruolo partecipativo nel processo dell’informazione (chiamiamola così, perché a quel punto sarebbe davvero tale) o, per dirla con un termine che nel settore delle reti di distribuzione dell’energia sta assumendo una certa efficacia e rilevanza (almeno fuori dall’Italia), prosumer - ovvero produttori & consumatori, attori in scena e non solo spettatori passivi - il problema nemmeno si porrebbe. Ma viviamo in una società che da questo punto di vista non manca di dare prova della sua estrema immaturità. Mancano gli strumenti, alla maggioranza degli utenti, per poter ambire a un ruolo simile, ma la cosa più grave è che l’illusione di partecipazione conferita dall’immediatezza di certi strumenti (le chatline e i gruppi di discussione prima, quindi i forum, adesso Facebook) stimola in molti la convinzione di possedere un’autonomia e un’indipendenza di giudizio che purtroppo latita in maniera preoccupante. Alla necessità di formarsi un’opinione, si è sostituito l’obbligo di esprimerne una: quale che essa sia. Non è importante davvero la sostanza, conta solo la presenza. [E il trolling impera di conseguenza: ovunque si capiti, basta aspettare a sufficienza per vederlo manifestarsi, quando non proprio prendere il sopravvento.]

Ad aggravare questa sensazione, sembra sul serio che l’uso più comune di Facebook sia diventato ruminare la poltiglia vomitata dai vecchi mezzi di informazione, TV in primis. In questo, sono convinto che nella sua espressione più massiccia e - per usare una parola significativamente adottata dai Wu Ming nel loro pezzo - totalitaria, Facebook resti sostanzialmente uno spreco, un’occasione perduta, l’ennesima nei tempi che corrono.

In una società in cui la maggioranza continua a sorbire passivamente la marmellata psichica cucinata da un’elite, la rete sembrerebbe aver fallito completamente nel proprio scopo. Ma siamo davvero senza speranza? Sempre la vicenda dei minatori cileni potrebbe fornirci materia utile su cui riflettere. Nella mia occasionale attenzione prestata alla vicenda, ho tifato fino alla fine perché i prigionieri del sottosuolo, una volta tornati in superficie, dessero libero sfogo alla rabbia trattenuta nei loro corpi provati dal supplizio e in un impeto di epica rivalsa investissero le strutture e i simboli di quel potere che nel sottosuolo li aveva relegati per due mesi, come morlock finalmente liberi dalle loro catene. E al loro fianco i familiari accampati nelle tendopoli allestite intorno al sito, provati da un’attesa estenuante e disumana mentre la loro vita si trasformava in una fiction di successo mondiale grazie all’onnipresenza di telecamere, cronisti e operatori. Incrociavo le dita perché lo spettacolo del dolore vivesse la redenzione di un rito catartico in mondovisione, un gesto - anche solo una dichiarazione - che invece dei cori da stadio e dell’accoglienza da star desse voce alla frustrazione subita e sfogo emblematico alle ingiustizie patite, trasformandole nell’espressione dei diritti calpestati di miliardi di altre persone che per la gran parte, in quelle ore, se ne stavano sedute placidamente dall’altra parte degli schermi. Confidavo in un sussulto che desse una scarica anche alle coscienze narcotizzate dallo spettacolo artificioso e dalla cronaca disinnescata che aveva avuto i minatori cileni per oggetto. E invece ho appreso alla fine del tristissimo show che i valorosi superstiti si erano già accordati prima della risalita per la costituzione di un fondo comune, in cui far confluire il denaro raccolto dall’effimera parentesi di popolarità mediatica che li attende, per poi procedere alla sua equa spartizione tra tutti i “protagonisti”.

Per la nuova classe operaia il paradiso assume dunque la forma di un banale imprenditorialismo televisivo. Anche questo è un segno dei tempi? Forse è così. E forse la vicenda dei minatori cileni trasfigura in maniera impietosa la parabola della rete. Forse il futuro che ci attende, se una nuova coscienza civile, culturale e sociale tardasse a maturare, potrebbe essere proprio quello di veder mutare il popolo della rete in morlock elettronici sepolti sotto valanghe di bit di sterile pseudo-informazione. Analfabeti e imbarbariti come la specie devoluta rappresentata dal precursore H.G. Wells, ma a differenza di quelli del tutto ignavi, appagati e soddisfatti dal nettare dis-informativo del vile cabaret che ci viene spacciato come la festosa realtà che ci aspetta là fuori o, a seconda dei casi, per il paradiso che ci attende al di là. In superficie.

Requiem per un sogno (frattale)

Posted on Ottobre 18th, 2010 in Connettivismo, Graffiti, Proiezioni, Transizioni | No Comments »

Ho appreso con ritardo e, per puro caso, con un intervallo di qualche ora tra una notizia e l’altra, che ci hanno lasciati due grandi visionari. Per puro caso, entrambi sono stati stroncati da un cancro al pancreas. Così va la vita.

Il regista e mangaka Satoshi Kon è scomparso il 24 agosto, dopo avere appreso lo scorso maggio di avere meno di sei mesi di vita. A seguito della notizia si era ritirato dalle attività che lo vedevano impegnato su quello che avrebbe dovuto essere il suo prossimo film, The Dream Machine. Tra le sue opere, ho finora avuto occasione di vedere solo Paprika (2006), inquietante e psichedelica scorribanda onirica che conserva notevoli punti di contatto con il Signore dei sogni di Zelazny, e anticipa sorprendentemente molti spunti sviluppati poi in Inception. Qui potete leggere la sua lettera d’addio.

Giovedì scorso, 14 ottobre, ci ha lasciati Benoît Mandelbrot, padre della geometria frattale. Nel 1993 gli era stato conferito il premio Wolf con la motivazione di “aver trasformato la nostra visione della natura“. Come dimostrano le evoluzioni nell’applicazione dei frattali allo studio della matematica e non solo, le sue intuizioni hanno fatto scuola. Nel mio piccolo, devo anche e forse soprattutto a lui la scoperta che la matematica poteva essere qualcosa di più appassionante della grigia e meccanica applicazione di numeri, variabili e parametri su un foglio di carta. Nelle sue mani, come in quelle di Mitchell Feigembaum e di Riemann prima ancora di loro, la matematica era diventata poesia e arte, quando non proprio metafisica. L’insieme che porta il nome di Mandelbrot campeggia nella testata dello Strano Attrattore fin dalla sua prima incarnazione: un omaggio di poco conto per un gigante che mi ha insegnato come lo studio dei numeri e degli insiemi potesse e dovesse essere anche stupore e meraviglia, oltre che conoscenza.

Underworld: la gabbia memetica di Don DeLillo

Posted on Ottobre 17th, 2010 in Criptogrammi, Letture | 2 Comments »

Non credo di aver trascorso mai tanto tempo immerso nelle pagine di un libro quanto ne sto trascorrendo su Underworld, di Don DeLillo. Ho intervallato ad altri libri la sua lettura tante di quelle volte che le sue pagine devono essere finite per impastarsi con la polpa di tutti gli altri libri che continuano ad accumularsi sui miei scaffali, le mie scrivanie, i miei comodini e i miei armadi. Ed è stupefacente come il tutto si combini alla perfezione, in un amalgama coerente che riesce a inglobare e assimilare ogni cosa, a incorporare e giustificare ogni frammento di realtà venga a trovarsi nel suo campo gravitazionale.

Mentre mi appresto a concluderlo, la trama continua a dispiegarsi davanti ai miei occhi con una coerenza e un rigore che ha del sovrannaturale, a giudicare dal caos di situazioni, episodi, riflessioni, ricordi e storie che DeLillo interseca nelle sue pagine, portando la storia degli uomini a scontrarsi con quella di una città, di una nazione e del mondo intero, mentre l’immaginario collettivo decanta intorno a nuclei minimi di significato di varia rilevanza (il fuoricampo di Bobby Thomson, la bomba H dei sovietici, la figura di J. Edgar Hoover, le performance di Lenny Bruce). Come testimonia l’insistenza sul Botto che ha Fatto il Giro del Mondo e il focus sugli acronimi che raggiunge il suo apice nel bellissimo brano di pag. 255, DeLillo costruisce una gabbia memetica per imbrigliare il mondo e la storia.

Retrovirus nel sangue, acronimi nell’aria. Edgar sapeva cosa rappresentava ogni singola lettera. AZidoThymidine. Azt. Human Immunodeficiency Virus. Hiv. Acquired Immune Deficiency Syndrome. Aids. Komitet Gosudarstvennoj Bezopastnosti. Sì, il Kgb faceva parte dello sciame che si moltiplicava, dell’esplosione cellulare che doveva essere distillata e contrassegnata da iniziali per essere vista.

Quando poco sopra mi riferivo alle sovrapposizioni di Underworld con le altre letture fatte nel frattempo, pensavo a due passaggi significativi che riguardano la figura di Albert Bronzini (che poi fu in qualche modo la ragione per cui acquistai il libro nel remoto 2002, in una libreria appena aperta nell’atrio della Stazione Tiburtina, dopo aver letto queste parole che sono l’inizio della Parte sesta del romanzo: “Bronzini pensava che camminare fosse un’arte. Quasi ogni giorno dopo la scuola usciva all’aperto, lasciando che la strada producesse un miscuglio di suoni, forme e movimenti, lasciando che le voci cadessero e gli aromi si spandessero in modi che variavano, ma non troppo, da un giorno all’altro.“).

Il primo si trova a pag. 718:

I bambini trovano sempre un modo. E’ come se riuscissero a schivare il tempo e le devastazioni del progresso. Ho l’impressione che operino in uno schema temporale completamente diverso.

L’altro a pag. 745-746 si riferisce a una partita di scacchi ma subito ne trascende i confini:

Ascoltò Mr. Bronzini in soggiorno. Stava parlando della verità di una posizione. La radio trasmetteva un serial intitolato «Orizzonti radiosi» o «Un radioso domani» o «Giorni radiosi», e ogni posizione ha una verità, disse Bronzini a Matty. E devi cercare una verità profonda, non una verità superficiale. Una posizione degna di essere difesa fino alla morte.

Se il primo non può mancare di stimolare nell’orecchio dell’appassionato di fantascienza delle assonanze fin troppo eloquenti (a Ballard, a W.S. Burroughs e a tanto cyberpunk), nel secondo colgo riferimenti a situazioni personali che nella loro banalità avvalorano le caratteristiche di universalità che da sempre investono la grande letturatura.

Martin Mystère 311: L’orizzonte degli eventi

Posted on Ottobre 17th, 2010 in Fantascienza, Letture | 2 Comments »

L’esperimento del secolo va storto confermando le previsioni dei suoi oppositori e un buco nero minaccia di inghiottire il pianeta, provocando l’estinzione del genere umano. Questo il concept dell’ultimo numero della storica testata bonelli dedicata alle investigazioni sull’impossibile del Buon Vecchio Zio Martin, creato da Alfredo Castelli nel lontano 1982. Trattando di LHC e di buchi neri, e riportando per di più il titolo di uno dei miei racconti preferiti (nonché più apprezzati in giro, a quanto leggo), appena l’ho visto segnalato da un amico della Lista Yahoo! di Fantascienza ho provveduto a procurarmelo, tanto più che era da tempo che pensavo di rileggere qualche avventura del BVZM.

La storia di Paolo Morales si sviluppa in una progressione drammatica efficace che ha per obiettivo la fine - silenziosa, ma non per questo meno apocalittica - dell’umanità. Accettata la sospensione dell’incredulità sul punto di partenza, continuano a destare tuttavia qualche perplessità un paio di approssimazioni in cui la trama purtroppo inciampa: in particolare le modalità di recupero del minerale ultradenso dalla fascia asteroidale (a bordo di uno shuttle…) e l’arbitrarietà di posizionamento del buco nero (creato all’interno di ATLAS, Martin Mystère se lo ritrova tra i piedi mentre percorre un tunnel…). A risollevare il tenore della storia ci pensa la soluzione con cui la minaccia viene disinnescata, con l’idea di utilizzare il buco nero come una macchina del tempo per inviare nel passato un messaggio di avvertimento.

Essendomi ritrovato ad avere molto a che fare con i viaggi nel tempo negli ultimi mesi, è una trovata che - per quanto non originalissima - ho trovato particolarmente stimolante, nonché - perché no? - suscettibile di ulteriori sviluppi. In definitiva, se siete in cerca di una buona avventura per un’oretta di valido intrattenimento, questa storia potrebbe fare al caso vostro. Resta tuttavia raccomandato un approfondimento su ciò che LHC veramente fa e potrebbe fare, scopo per cui il blog del fisico renitente (che proprio su ATLAS lavora) vi viene in soccorso.