Archive for Settembre, 2010

Evento Light 2010

Posted on Settembre 24th, 2010 in ROSTA | 3 Comments »

Stasera qui, per parlare con Lanfranco Fabriani di viaggi nel tempo e fantascienza.

Urlo

Posted on Settembre 23rd, 2010 in Micro, Proiezioni | 3 Comments »

Cosa aggiungere alla recensione del compagno Fazarov su questo film di Epstein e Friedman? Che è una pellicola a tratti entusiasmante, realizzata come i film di una volta (avete presente i titoli di testa?), ma anche molto attuale sotto il profilo tecnologico e narrativo, con l’alternanza di sequenze live, ricostruzioni documentaristiche ed elaborazioni animate.

Il risultato è un’opera di sensibilità beat, che approfitta del processo intentato al poema di Allen Ginsberg per oscenità per imbastire un discorso di ampio raggio che abbraccia la critica letteraria (notevoli i dibattiti in tribunale sulla sincerità d’ispirazione e l’originalità della resa artistica), i diritti civili e la figura di uno degli intellettuali più anticonformisti ed originali del ‘900. Come sostiene lo stesso poeta, nell’intervista che s’intreccia nel montaggio alle visioni evocate dall’interpretazione pubblica di Urlo e alle scene del processo, l’importanza della sua opera consiste nell’aver mostrato ad altri la possibilità di esercitare il diritto alla libertà, non solo d’espressione.

Questo film è un importante pro-memoria. Da vedere.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Urlo - Trailer

Falling Bear

Posted on Settembre 23rd, 2010 in Micro | No Comments »

Cose che accadono a Missoula. Visto il soggetto del volo e la località dell’accaduto, impossibile non pensare a James Crumley con un bel ghigno stampato in faccia. (Qui potete leggere l’articolo del Missoulian.)

Geografia del pregiudizio

Posted on Settembre 22nd, 2010 in Graffiti | 4 Comments »

L’artista bulgaro di stanza a Londra Yanko Tsvetkov ha messo su mappa la geografia europea filtrata dal pregiudizio dei paesi dell’Occidente. Quella che vedete qui sotto è l’Europa vista dagli italiani. Interessante, no? (Via Corriere.it)

E a proposito di Europa: può valere la pena leggere questa appassionata presentazione da parte di Giuseppe Genna dell’ultimo monumentale William T. Vollmann approdato in Italia, Europe Central. Sempre su Carmilla, nei giorni scorsi è apparsa la prima parte di un reportage fotografico di Nicola Barraco dalla Transnistria.

Quelli che restano

Posted on Settembre 21st, 2010 in Letture | 1 Comment »

L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benché abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (la patacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi.

In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (L’étage des morts 1990, Tarif de group 1993, Dernière station avant l’autoroute, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne è consapevole – gli resta da vivere. Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza è rimasta intatta: non va più a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma è ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.

– Sei sempre uguale, Chess…

Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed è una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che è quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950. La prima, qualche pagina prima, si è avuta sempre per bocca di lei.

– Sono troppo vecchio per cambiare…

Replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome. È l’ultima ed è importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai.

La loro storia non è facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa più complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora più controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.

A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto può spingersi un uomo nella ricerca della verità, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la città, prima di cedere al loro stesso gioco? Chess lo sa, per quello “sguardo torbido da perdere la testa” che aveva visto negli occhi di Velma, “più viola pallido che azzurro del cielo”; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granché alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una città abbandonata alla disperazione, forse è proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che può spingere Chess ad affondare ancora di più nella bolgia infernale del XII Arrondissement.

Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potrà più tornare (“Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di più. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi più le Kool”). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si è infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine.

Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del néo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley. In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.

Qualcuno, come Chess, imparerà da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sarà altrettanto fortunato. Ma potrà contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.

Risorse in rete
Hugues Pagan: Quelli che restano, di Valerio Evangelisti su Carmilla
Hugues Pagan: Quelli che restano, recensione di Fabrizio Fulio-Bragoni su Non Solo Noir
Quelli che restano, recensione di Giovanni Zucca su Thriller Magazine
Hugues Pagan: La notte che ho lasciato Alex, su Carmilla
La notte che ho lasciato Alex, recensione di Fernando Fazzari su Thriller Magazine
La notte che ho lasciato Alex, postfazione di Luca Conti all’edizione Meridiano Zero
• Due domande a Hugues Pagan dal sito di Meridiano Zero
Hugues Pagan nel catalogo Rivages/Noir

Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 1 Comment »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.

Vanishing Point: racconto inedito su Continuum n. 33

Posted on Settembre 8th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

E’ in linea da ieri il numero 33 di Continuum, rivista telematica di fantascienza curata da Roberto Furlani che con questa edizione celebra i suoi primi dieci anni di attività. Un numero speciale per i contenuti, con ben 9 racconti e una mole considerevole di recensioni e articoli, tra cui un’intervista a Ro e un approfondimento di Carmine Treanni (direttore di Delos SF) sulla fantascienza italiana e i suoi rapporti con la rete.

Nella sezione narrativa trovate il racconto di Sandro Battisti Tiberias sullo sfondo di Bisanzio (nuovo episodio del ciclo dell’Impero Connettivo) e una mia novelette scritta per l’occasione. Vanishing Point è nata su invito dello stesso Furlani, come seguito diretto di Orizzonte degli eventi, già apparso qualche tempo fa sulle pagine della sua webzine. Ve ne anticipavo la stesura l’anno scorso di questi tempi e, come dicevo allora, è un racconto da intendersi come tassello centrale di un trittico che ho voluto identificare sotto l’etichetta di Cronache del Gorgo. Fantascienza post-cyberpunk e postumanista di ambientazione spaziale, con chiari echi di Samuel R. Delany, William S. Burroughs e M. John Harrison. Spero che possa piacervi, in ogni caso lo spazio qui sotto è aperto ai vostri commenti.

Intanto non posso che augurare a Continuum, al suo comandante Roberto Furlani e a tutta la ciurma 100 di questi giorni… A velocità di fuga!

Le sottili implicazioni temporali ed esistenziali di Rant Casey e della famiglia Shelby

Posted on Settembre 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 2 Comments »

La lettura di Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, romanzo di Chuck Palahniuk del 2007 (Rant in originale), solleva un’interessante catena di paradossi legati all’ipotetico sfruttamento dei viaggi nel tempo. Il gioco letterario è riconducibile al classico “paradosso del nonno”, topos classico della letteratura di fantascienza, ma Palahniuk ne fa un uso decisamente originale, sospinto dalla consueta verve e dal gusto per il bizzarro e il grottesco.

Questo libro è stata una delle letture più interessanti della mia estate, anche in virtù della sua natura di meccanismo narrativo da forzare per giungerne alla comprensione. Per fare ordine nei miei pensieri, riporto in questo post le mie riflessioni, una sorta di appendice alla recensione uscita su Fantascienza.com.

Personaggi e riferimenti

Visto il numero dei personaggi coinvolti, può tornare utile avere una lista di nomi a cui fare riferimento per sbrogliare la matassa. Quindi eccone un elenco di immediata consultazione:

Buster Casey, detto “Rant”
Chester Casey, padre di Rant
Green Taylor Simms, alias di Charlie Casey
Irene Shelby in Casey, madre di Rant
Esther Shelby, madre di Irene e nonna di Rant
Hattie Shelby, madre di Esther e nonna di Irene
Bel Shelby, madre di Hattie e nonna di Esther
Echo Lawrence, ragazza di Rant
Shot Dunyun, party crasher
Tina Qualcosa, party crasher e speaker radiofonica

I riferimenti alle pagine e i brani riportati a scopo di esempio sono tratti dall’edizione 2010 del volume pubblicato nella Piccola Biblioteca Oscar della Mondadori, traduzione di Matteo Colombo.

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