Archive for Giugno, 2010

Nova Swing, il codice del contagio

Posted on Giugno 30th, 2010 in Fantascienza, Letture | 10 Comments »

Anche per chi si appresti a ripercorrere le rotte siderali di Luce dell’universo, meglio anticiparlo, Nova Swing è tutt’altro che un viaggio facile. La scrittura di M. John Harrison è quella ammaliante e al contempo straniante che abbiamo ormai imparato a conoscere, ma qui il gioco con la realtà e con i modelli, con la sostanza del racconto e con i suoi personaggi/attori si fa davvero duro, al punto da non offrire concessioni al lettore. In questa scelta dell’autore, che è anche un atto di coraggio, si realizza tutta la coerenza di un romanzo che, se da un lato non può aspirare ad elevarsi alle vette del suo predecessore, è riuscito comunque a riservare ben più di una parentesi di soddisfazione a chi scrive.

Nelle 252 pagine della traduzione di Flora Staglianò (che non deve essere stata un’impresa agevole, considerando anche il lavoro svolto dal supremo Curtoni con Light), la storia viene letteralmente ridotta in frammenti, come uno specchio colpito da un pugno. E come per uno specchio infranto, le schegge imperlate di sangue rimandano le immagini di una realtà immersa nel caos e condizionata dall’irrazionalità, in un turbinio di punti di vista e di voci che avrebbe fatto la gioia di Robert Altman e che potrebbe sorprendere in una trasposizione cinematografica affidata a un regista come Paul Thomas Anderson. Il modello letterario più vicino che mi viene in mente è forse l’Underworld di Don DeLillo, più volte citato sullo Strano Attrattore, e può bastare il paragone con simili riferimenti per dare l’idea dell’ambizione riposta da Harrison in questo suo affresco del futuro remoto dell’umanità.

Siamo nel 2.444 d.C. e lo scenario è quello di Saudade, un pianeta-città dell’Alone. L’intera ambientazione del romanzo è urbana e non viene concesso nemmeno un accenno al resto del mondo al di fuori della metropoli sviluppatasi intorno a Straint Street. L’unica eccezione a questo contesto metropolitano da film noir, fatto di locali notturni, spiagge desolate, case abbandonate ed edifici fatiscenti, è rappresentata dal cosiddetto «sito dell’evento». Una o due generazioni prima dei fatti narrati, un pezzo si è staccato dall’enigmatico Fascio Kefahuchi (”una singolarità nuda”, come veniva descritto nel precedente romanzo, una vera e propria anomalia spazio-temporale, come viene ricordato nella quarta di copertina) ed è caduto sul pianeta, originando un serbatoio di manufatti alieni e di paradossi quantistici sottoposto al rigido controllo delle autorità, nella fattispecie della cosidetta Criminale del Sito.

L’evento (la caduta sul pianeta, o comunque lo si voglia descrivere) era avvenuto una generazione prima o più, nella vecchia parte industriale della città, nel dedalo di fabbriche, magazzini, porti e canali marittimi che al tempo collegavano Saudade all’oceano. Il commercio era terminato all’istante, ma la caratteristica architettura era rimasta nella zona marginale, circa un chilometro all’interno, un labirinto di edifici vuoti con tetti pericolanti e tubi di scarico rotti, telai di ferro delle finestre sfondati e privi di vetri. Un chilometro o due oltre il bar di Liv Hula, Straint si stringeva a formare un vicolo; le traverse acciottolate diventavano poco più che stradine industriali piene di crateri e solchi, mucchi di cavi in disuso e grosse travi di legno. Tutto odorava di ruggine e antesignani di sostanze chimiche. Le targhe smaltate di blu agli angoli delle strade si erano corrose da tempo fino a diventare illeggibili. Elizabeth Kielar le osservò attentamente ed ebbe un brivido. [pag. 170]

In questo contesto di estremo rischio e degrado, si trovano ad operare i cosiddetti agenti di viaggio o entradisti, stalker memori del modello dei fratelli Strugatsky che non a caso vengono citati nelle epigrafi di apertura, che di per sé sembrano racchiudere la chiave di lettura necessaria per decodificare la serratura quantistica di M. John Harrison. Vic Serotonin è uno di questi agenti di viaggio, che si avventura nel sito per recuperare reperti da smerciare a caro prezzo sul mercato nero, quando non è occupato ad accompagnare turisti a caccia di avventure forti. Lens Aschemann è un investigatore della Criminale del Sito sulle sue tracce, riconoscibile dalla somiglianza con Albert Einstein, e la sua assistente ha un datableed impiantato nell’avambraccio che la tiene costantemente aggiornata su ciò che accade a Saudade. Paulie DeRaad è un ex-contrabbandiere che ha costruito la sua fortuna grazie a un accordo con l’onnipotente AMT (acronimo di Appalti Militari Terrestri, una compagine commerciale-militare che ha guidato la colonizzazione spaziale e l’espansione umana nell’Alone), uno degli uomini più potenti e rispettati di Saudade, ma rimane accidentalmente infettato da un manufatto recuperato da Vic nel sito. Liv Hula è la titolare del bar Black Cat White Cat intorno a cui le loro storie si intrecciano. Antoyne Messner è un ciccione in cerca di considerazioni, che trova grazie a Irene la Mona, una bambolina appena colpita da un lutto d’amore. Edith Bonaventure è la figlia di Emil, forse il più grande entradista di tutti i tempi, l’unico uomo capace di spingersi in profondità nel cuore del sito e uscirne - quasi - illeso. E poi ci sono lottatori potenziati, bambine killer, ragazze-risciò, operatori ombra e gatti: tanti gatti, bianchi o neri, che inondano la città dal sito a torme come una maledizione di Ulthar, emergendo dall’anomalia insieme ai fantasmi di un’altra epoca. Come Elizabeth Kielar, che un giorno si rivolge a Vic per ritrovare il proprio passato, la propria storia. Nel sito.

Le immagini con cui Harrison bombarda il lettore sono memorabili e persistono dietro gli occhi con la tenacia di un flash al magnesio. Le sue frasi sono lampi illuminanti che per una frazione di secondo sembrano rischiarare un mondo meraviglioso e inquietante al contempo, ma come lampi si estinguono in un batter d’occhio lasciando solo il ricordo di una sensazione, un’impressione che si degrada progressivamente rivelando la propria fallacia alla luce del lampo successivo. Ma un sentimento elegiaco pervade il suo racconto e un senso di nostalgia si estende per tutto il suo sviluppo come un rumore di fondo, il refrain di una vecchia musica terrestre, una presenza costante che è una sfumatura persistente nello sguardo del lettore. Ci ritroviamo a seguire così le gesta sconclusionate dei protagonisti e le loro conversazioni senza capo né coda, ad abituarci ad esse ed affezionarci ai loro vezzi, comprendendo come il comportamento umano possa essere manipolato alla stessa maniera di un codice informatico, e come un software sia esso stesso esposto alle insidie aliene del contagio e dell’infezione. Quando alla fine l’essenza del sito si rivelerà essere nient’altro che un catalizzatore delle routine comportamentali più antiche, codificate nell’istinto dell’uomo, saremo colti da un misto di delusione per le miriadi di segreti disperse nelle sue profondità surreali e mai abbastanza esibite al lettore, ma proprio come davanti a un gioco di prestigio ben riuscito sapremo riconoscere l’efficacia della rappresentazione e perderci nella sorpresa della sua riuscita.

Harrison è un mago della parola e dell’immagine e come un illusionista non offre risposte, non indugia in spiegazioni e anzi, con la dovuta eccezione del passaggio sopra riportato (indicativo anche della cifra stilistica del romanzo, con il suo carico di incertezza e di dubbio che traspone l’essenza del paradosso di Schrödinger), taglia del tutto ogni occasione di infodump per estirpare da Nova Swing qualsiasi rischio nozionistico sul background di Saudade, sulla storia dell’Alone e sulla natura del sito. Ogni elemento viene colto attraverso una particolare esperienza di ciascuno dei personaggi e alla fine si dimostra altrettanto tenue di un’annotazione scarabocchiata di fretta nella concitazione del momento sulla pagina ormai ingiallita di un vecchio diario.

Sono rimasto a lungo indeciso se parlare o meno di questo libro. Ogni interpretazione ha senso in uno spazio soggettivo comunque circoscritto, e in questo caso più ristretto che mai vista la volontà dell’autore di trasfigurare la quintessenza di un paradosso quantistico che ha nell’osservatore la principale fonte di interferenza e disturbo. Ma a distanza di dieci giorni dalla fine della sua lettura immagini e sensazioni provocate da Nova Swing continuano a rincorrersi nei miei pensieri e così ho pensato che potesse valerne la pena metterli nero su bianco, su queste pagine tracciate con inchiostro elettronico.

Meno dinamico ed esplicativo di Picnic sul ciglio della strada, Nova Swing vive nel gioco dei rimandi e delle sensazioni ed esalta le qualità stilistiche del suo autore nella definizione di un’atmosfera struggente. Ma come ricorda lo slogan di un’impresa commerciale che presta anche il titolo al libro (”Mira al futuro”), la nostalgia di Harrison non è diretta verso qualcosa di già smarrito, ma verso qualcosa che potremmo perdere, nel corso della nostra ascesa alle stelle. Ogni impresa, dopotutto, resta esposta al rischio della sconfitta. E tanto maggiore è la sua portata, tanto maggiore risulta il sacrificio richiesto. L’efficacia del mondo di Harrison nasce anche dall’aver dato voce ai reietti del futuro, ricordandoci che sull’orizzonte del domani non si affollano solo mirabili prodigi e benefiche conquiste.

[Immagini: The Moon and the Stars, by Dannyw via Flickr; Looters, via English Russia; Pripyat Exclusion Zone - Panorama, by Pedro Moura Pinheiro via Flickr; Galaxy Skyline, by Just Nate via DeviantArt.]

Stand-by

Posted on Giugno 24th, 2010 in Criptogrammi | 9 Comments »

Non sono esattamente in stand-by, è solo che sto vivendo le ultime settimane in uno stato di delocalizzazione esistenziale. Sarebbe ora di togliere un po’ di polvere e tirare via le ragnatele dallo Strano Attrattore - e in effetti se l’altra sera un crollo della connessione non mi avesse troncato un lungo post già scritto (fate sempre back-up!), qualche segnale di vita lo avreste già ricevuto - ma temo che la situazione perdurerà ancora per qualche giorno.

Va tutto bene e questo post è per tranquillizzare gli oltre 200 visitatori quotidiani che malgrado tutto hanno continuato a sbirciare queste pagine durante la mia lunga assenza. Abbiate pazienza e consolatevi con gli arretrati e con questo misero scampolo di anticipazione: qualche fantastilione di nuovi progetti e iniziative sta bollendo in pentola. Alcuni si concretizzeranno molto presto, per altri occorrerà aspettare un po’. Ogni cosa a suo tempo…

The Kefahuchi Code

Posted on Giugno 12th, 2010 in Fantascienza, Letture | 11 Comments »

Ancora su Nova Swing, attualmente in piacevolissima per quanto ardua (o proprio per quello…) lettura. Un’esperienza estraniante, intrisa di quel senso di nostalgia del futuro che da queste parti troverà sempre un soggetto a rischio di assuefazione. La storia gioca con gli stereotipi del noir e della fantascienza e con questi ingredienti l’autore confeziona un congegno alieno da maneggiare con estrema cautela. E dopotutto sarebbe impossibile un’alternativa per un romanzo incentrato sulla condizione di “essere un meme e non saperlo”…

M. John Harrison: “A key element I wanted to extend from the first book was the idea of human behaviour as code, further undermining conventional ideas we have of personality, character and consciousness. I liked the idea of a kind of life based on complex algorithms which can run themselves on any platform. The Kefahuchi Code is imagined as preceding physics in some way. Reality is just another substrate it can run on.

Il resto dell’intervista raccolta da Jeff VanderMeer è su Omnivoracious. Una consultazione propedeutica per chiunque si accinga a leggere il libro.

Libertà di giudizio

Posted on Giugno 11th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 6 Comments »

Dopotutto uno è libero di apporre la propria firma in calce alle porcate che crede.

Lost in conception

Posted on Giugno 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, On air | 1 Comment »

Nessuna novità, nel senso che arrivo buon ultimo a impantanarmi nella querelle sul finale di Lost, che ormai va avanti da una settimana. Avendo visionato solo la prima serie e scampoli della terza (forse anche della quarta, chi se lo ricorda più?), sono il meno indicato a pronunciarmi sulla faccenda (tranne, forse, a quanto pare, ehm… gli autori stessi). Quindi me ne tengo bene alla larga e mi limito a segnalarvi sul nuovo numero di Delos le sagge parole di quel grande saggio che è Vittorio Curtoni: se anche l’unico risultato della serie fosse stato quello di spingere il supremo Vic a stendere questa manciata di cartelle di critica spietata e sferzante, con una chiusura che suona come un dissacrante apologo del caro vecchio A. E. van Vogt e delle sue storie sconclusionate e «stupefacenti» (nel senso letterale del termine), sarò comunque grato ai suoi sceneggiatori.

Forse anche questo è un esempio del provvidenzialismo a cui, come nota con comprensibile fastidio il sommo Sosio nel suo editoriale (intitolato, appunto, Deus ex machina), si sta votando da qualche tempo a questa parte la televisione anglo-americana. Man mano che la complessità delle storie cresce, spesso anche solo per effetto di quel puro dopping narrativo che è l’affastellamento dei materiali digressivi, si impone la semplificazione dello scioglimento. Uno scacco matto alla creatività, insomma, con buona pace per ogni presunta deontologia professionale.

Sempre sull’ultimo Delos, segnalo anche l’ottimo racconto di Simone Conti Dampferchroniken, a suo tempo già apparso a puntate su Next. Una perla ucronica in salsa steampunk, che mette il corrispondente di guerra Robert E. Howard alle prese con l’invasione dell’America.

In lettura: ormai quasi ultimata l’antologia Ambigue utopie, notevole raccolta di “racconti di fantaresistenza” (stando alla definizione dei curatori Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano) con alcune punte di eccellenza. Ne riparleremo presto su Robot e magari anche su questo blog.

Film visti di recente: L’uomo che verrà (recensito dal compagno Fazarov), un film spietato sulla guerra vista dalla gente comune; Miami Vice (snobbato a suo tempo… e ben mi sta!), un nuovo capolavoro noir dalla mano impeccabile di Michael Mann; The Road, un film piaciuto solo a me in una comitiva di 8 persone (se non altro, di questo passo si ripagheranno le spese…).

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Nova Swing

Posted on Giugno 1st, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 6 Comments »

Consigli per gli acquisti: nei prossimi giorni arriverà nelle edicole Nova Swing, ambientato nello stesso universo dell’acclamato e controverso Luce dell’universo. M. John Harrison riporta i lettori sulle rive del Fascio Kefahuchi, in un mondo enigmatico condizionato dall’estensione macroscopica delle leggi della meccanica quantistica. Per tirare i fili del precente romanzo, vi rimando agli interventi usciti a suo tempo su Fantascienza.com e Continuum.

E sempre sotto il segno di “Urania”, nel marchio “Epix” un’altra gustosa uscita di questo giugno sarà Lupo nelle Tenebre, di Nicholas Pekearo. L’autore, agente ausiliario della Polizia a New York, è morto a soli 28 anni in uno scontro a fuoco, lasciandoci tre romanzi. E a giudicare da quanto si legge in giro, si tratta di roba estremamente valida. Quindi, altro acquisto obbligato. E se questo non bastasse il volume include in appendice anche il racconto “Gates of Hell” di Umberto Bertani. Questo suo lavoro non lo conosco, ma i racconti di Hellstrom pubblicati su Next e sulle antologie connettiviste, molti dei quali disponibili anche liberamente in rete, parlano per lui e testimoniano la forza d’urto della sua scrittura. Volete farvi un’idea? Leggete “L’urlo” sul nuovo Next Station. E poi fiondatevi in edicola.

E adesso vado a prepararmi per un viaggio oltre la barriera dell’immaginario: il che significa smaltire una parte consistente della coda di lettura entro la prossima settimana, pena dovermi destreggiare tra i diversi sospesi in un esercizio da lettore-acrobata.