[Un anno fa ci lasciava J.G. Ballard. Di recente su Next Station gli abbiamo dedicato un ampio ricordo, con la collaborazione di una ricca schiera di ospiti. Come ogni volta che si parla del nostro maestro spirituale, non posso fare a meno di rimandarvi a quanto scrivevamo con il compagno Fazarov sull'algebra del cielo interno. Il brano che segue è tratto dal primo libro di Ballard che ho letto, La mostra delle atrocità, distillato di inner space e capolavoro postmoderno della fantascienza del '900.]

Morti in serie. In quei giorni, quando stava sul sedile posteriore della Pontiac, Travis si accorgeva del suo progressivo distacco dai modelli di vita nei quali aveva creduto fino a quel momento: e questo lo preoccupava. Sua moglie, i pazienti dell’ospedale (agenti della resistenza nella “guerra mondiale” che sperava di scatenare), il suo rapporto così incerto con Catherine Austin, tutto si scomponeva come i visi di Elizabeth Taylor e di Sigmund Freud sui cartelloni pubblicitari, tutto diventava irreale come la guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam¹. Nell’ultimo anno all’ospedale aveva dovuto prendere atto dell’insorgere della sua psicosi: e più scavava dentro di essa, più accettava come una benedizione questo viaggio in una terra familiare, in una zona di transizione. All’alba, dopo aver guidato tutta la notte, arrivarono alla periferia dell’Inferno. Le fiammate incerte che venivano dagli impianti petrolchimici illuminavano i ciottoli bagnati. Lì nessuno sarebbe venuto loro incontro. I suoi due compagni, il pilota al volante nella sua tuta scolorita e la bella giovane con la pelle ustionata dalle radiazioni, non gli rivolgevano la parola. Ogni tanto la donna lo esaminava, con la bocca deforme atteggiata a un debole sorriso. Travis si imponeva di non darle retta, poco disposto a consegnarsi nelle sue mani. Chi erano mai questi strani gemelli, forse corrieri del suo inconscio? Per ore e ore attraversarono quelle interminabili periferie. Attorno a loro si stendeva il muro dei tabelloni pubblicitari, che recintavano le strade con repliche giganti dei bombardamenti sul Vietnam, con le morti in serie di Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe che si ergevano sulle distese di Dien Bien Phu e del delta del Mekong.

¹ “La guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam.” Scritta nel 1966, questa frase è in certo modo una profezia al buio. A tutt’oggi sui campi di battaglia originali non è stato girato nessun film sul Vietnam, ma penso che prima o poi ciò accadrà, e quando accadrà c’è il rischio che la cosa sfugga al controllo dei responsabili. Spielberg è andato a Shanghai per girare certe scene di L’impero del sole, e per me è stata una sensazione veramente strana; ma ancora più strana è stata per me tutta la parte girata a Shepperton, dove molte comparse sono state reclutate tra i miei vicini di casa (in effetti molti di loro hanno addirittura un lavoro part-time agli studi). Sembra incredibile, ma ho il dubbio di essere andato ad abitare a Shepperton, trent’anni fa, già sapendo inconsciamente che un giorno avrei scritto un romanzo sulle mie esperienze a Shanghai durante la guerra, e che ne sarebbe stato tratto un film, girato proprio in quegli studi. Tutta la nostra vita è percorsa sotterraneamente da compiti già assegnati: le coincidenze non esistono.

Da La mostra delle atrocità (The atrocity Exhibition) di J.G. Ballard. Traduzione di Antonio Caronia per l’edizione Feltrinelli (2001).