Archive for Aprile, 2010

La moderna bellezza del vento

Posted on Aprile 29th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »

E’ da tempo che mi ripropongo di parlarvi di energie rinnovabili, ma come al solito i buoni propositi vengono messi da parte per far posto ad altro, più urgente o semplicemente più pratico. Considerando che si tratta di materia con cui faccio i conti quotidianamente, forse l’alibi ha delle basi fisiologiche. Ciò nondimeno, mi risulta difficile immaginare un futuro per la nostra civiltà senza un poderoso sviluppo delle tecnologie per l’estrazione di energia dalle fonti rinnovabili (vento, sole, bacini fluviali e oceanici, geotermia). Si tratta pertanto di un argomento che meriterebbe una copertura diffusa su queste pagine, piuttosto che interventi occasionali. Anche considerando gli attacchi sempre più feroci sferrati da certe lobby italiane contro gli impianti eolici, con campagne di disinformazione che trovano sempre ampio risalto sui media, per cominciare faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere. Cerco almeno in parte di sopperire alle mie mancanze con questo post dedicato al potenziale ancora inesplorato dell’eolico: il suo appeal turistico.

Che gli impianti eolici siano delle attrattive, lo può confermare un qualunque gestore di un ristorante o agriturismo sito nelle vicinanze di una wind farm: gite scolastiche e vacanzieri della domenica non di rado ne fanno le loro mete. E’ il potere seduttivo della tecnologia applicata su grande scala e può testimoniarlo chiunque abbia avuto il piacere di osservare un aerogeneratore da 2 MW in funzione con 15 m/s di vento, le enormi pale da 36 metri a spazzare a 70 metri d’altezza un’area di 5.090 m², grosso modo quanto un campo da calcio. E’ la “moderna bellezza” di cui parla Valerio Gualerzi in questo recente articolo apparso su Repubblica.it, con considerazioni molto interessanti sul significato (per i cittadini) e la responsabilità (per le aziende che investono nel settore) dell’inserimento delle turbine eoliche nel paesaggio.

L’Italia è attualmente il terzo paese in Europa per potenza eolica installata, praticamente a pari merito con la Francia, e segue di molte lunghezze Germania e Spagna che sono da anni i due paesi leader nel settore. Il suo potenziale eolico è stimato in circa 4 volte la potenza attualmente installata, quindi prima che la sua capacità sia saturata dovremmo vedere le “fattorie del vento” quadruplicarsi, se non nel numero nella potenza (ogni 2-3 anni la taglia commerciale degli aerogeneratori raddoppia, ma la classe dei nostri siti dovrebbe sposarsi a turbine di 2-3 MW di potenza). Ora, per fare un confronto veloce, 2 MW non sono niente confrontati a una centrale termoelettrica media da 800 MW, e anche i parchi eolici più grandi finora realizzati in Italia (siamo sui 60-70 MW) mantengono comunque uno scarto di un ordine di grandezza rispetto agli impianti termoelettrici. Tuttavia il concetto nascosto dietro le rinnovabili è un’autentica rivoluzione ideologica.

Le centrali tradizionali (termoelettriche, geotermiche, nucleari, idroelettriche) rispettano una gerarchia centralizzata della generazione di potenza, vale a dire - relativamente - pochi nodi di generazione di dimensioni sempre più grandi, la cui energia viene quindi trasmessa e distribuita anche a grande distanza dalla centrale. Due delle conseguenze di questa loro natura sono: la scarsa efficienza nell’utilizzo dell’energia, che subisce perdite di trasformazione, trasmissione e ri-trasformazione nel tragitto dalla centrale alle nostre case; l’elevato rischio comportato dalla concentrazione di risorse enormi (ricorderete quanto accaduto in Siberia lo scorso anno? Bene, non c’è altro da aggiungere).

Le “nuove” centrali, gli impianti da fonti rinnovabili (eolici, mini-idroelettrici, fotovolatici, a biomasse e, si spera presto, solari termodinamici), si basano su una logica opposta: tanti punti di generazione distribuiti sul territorio, in prossimità delle utenze oppure di sistemi pratici per l’accumulo dell’energia (bacini di pompaggio), con un notevole miglioramento di entrambi gli effetti collaterali enunciati per le centrali tradizionali. La conseguenza principale è, soprattutto nel caso di eolico e fotovoltaico, l’impatto visivo delle opere, che secondo alcuni provocherebbe gravi conseguenze sui nostri panorami. Sorvolando sulle banalità dell’accoppiata vento/mafia che tanto successo ha avuto piuttosto di recente sui nostri media (come se l’eolico fosse l’unico affare lucrativo ad attirare le attenzioni delle organizzazioni criminali… E nel frattempo gli occhi dell’opinione pubblica vengono distolti dal business del cemento, dei rifiuti, dei termovalorizzatori, e proseguite pure l’elenco a vostra discrezione), arrivano dall’estero due validissimi antidoti ai preconcetti tanto popolari per la nostra bella Italietta. E, cosa che dovrebbe non mancare di solleticare il nostro orgoglio nazionale, o quel che ne resta, in entrambi c’è lo zampino dell’Italia.

Il primo esempio arriva dal Canada. Nei pressi di Vancouver, quest’anno, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali, il governatore della British Columbia ha inaugurato il singolare impianto di Grouse Mountain: una turbina eolica di 1,5 MW, installata a 1.300 metri di quota per alimentare il locale comprensorio sciistico. A rendere l’aerogeneratore Leitwind, di tecnologia altoatesina, così degno di nota, è però la piattaforma panoramica installata in cima alla torre, a 65 metri di altezza, proprio al di sotto del generatore (ben visibile nella foto in alto e in queste qui accanto). Una piattaforma capace di ospitare fino a 36 persone, accessibile attraverso un ascensore interno alla torre, da cui godere di una magnifica panoramica sulla città (e chissà se prima o poi Gibson non ci scriverà qualcosa). The Eye of the Wind, questo il nome dell’impianto di Grouse Mountain, è stato giustamente definito dalle autorità e dai costruttori come il simbolo di un mondo sostenibile e di una rivoluzione silenziosa.

E speriamo davvero che faccia scuola. Per fortuna, grazie a un altrettanto emblematico progetto della On Office, uno studio internazionale di architetti di base a Porto, c’è da essere fiduciosi. I giovani soci dello studio (due portoghesi, un giapponese-americano, un italiano) hanno pensato di elaborare un progetto a dir poco ambizioso, prendendo spunto dall’attualità (l’impegno per i paesi europei di centrare l’obiettivo 20-20-20: la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% e il simultaneo contributo delle fonti rinnovabili al mix energetico nazionale nella proporzione del 20%, entrambi entro il 2020) e dalla specificità geografica di una nazione europea come la Norvegia (il più ampio sviluppo costiero del continente, la collocazione nella fascia continentale più esposta ai venti dell’Atlantico, la vocazione turistica). Il risultato è Turbine City, un wind resort del futuro: un impianto eolico off-shore costruito al largo delle coste di Stavanger. La scelta non è casuale, come spiegano gli architetti di On Office: la città è la quarta per popolazione della Norvegia, con un aeroporto internazionale collegato a scali sparsi un po’ per tutto il resto del continente, già meta turistica per le sue bellezze naturalistiche e importante base logistica per il settore petrolifero. Insomma, è una città con una storia e delle attrattive, che potrebbe legare il proprio nome alla prossima rivoluzione sostenibile (e cosa c’è di meglio per illustrarlo della slide qui di fianco?). Senza compromettere l’immagine storica della città.

Turbine City potrebbe ospitare hotel (150 camere in ogni turbina concepita allo scopo), musei, spa ed essere usata come approdo per navi da crociera e base d’appoggio per gli operai impiegati sulle piattaforme petrolifere dell’area, e al contempo rappresentare un nodo di generazione di energia da 392 MW di potenza. L’installazione comprenderebbe infatti 49 turbine da 8 MW l’una, sufficienti per soddisfare il fabbisogno di 120.000 utenze domestiche. La Norvegia, che ha il maggiore potenziale idroelettrico d’Europa, si presterebbe meglio di qualunque altra nazione del continente ad ospitare un impianto eolico di questa taglia: se altrove la natura intermittente e aleatoria del vento renderebbe un impianto di queste proporzioni una scommessa, per via delle debolezze e dei limiti strutturali delle reti di trasmissione, l’energia di Turbine City potrebbe essere accumulata sfruttando proprio i bacini idroelettrici come sistemi di stoccaggio. Un vantaggio non da poco, considerando che si stanno studiando da qualche tempo mega-progetti per fare della Norvegia l’accumulatore della mega-grid continentale.

Il futuro passa da qui.

Hey There Cthulhu

Posted on Aprile 28th, 2010 in Graffiti | 2 Comments »

Dalla Eben Brooks Band, via Tor.com, una rivisitazione dei Miti in chiave emo/pop. Da fischiettare tutto il giorno, trattenendo i brividi.

Pripjat muore

Posted on Aprile 26th, 2010 in Criptogrammi, False Memorie, Graffiti, Kipple | 2 Comments »

Immagini da brivido dal cuore della Zona di Esclusione. Direttamente da English Russia. Non sembra anche a voi di navigare nelle inquietudini visionarie di Picta muore?

25 aprile: Fiori alla memoria

Posted on Aprile 25th, 2010 in Agitprop, Letture | 1 Comment »

Hanno reso la parola “partigiano” un insulto, rimosso il ricordo del sacrificio dei milioni di italiani mandati al fronte facendo leva sulla miseria, perseverato nella strategia dell’oblio fino a renderne istituzionale l’applicazione, a esclusivo beneficio della loro posizione attuale e della sua perpetuazione. Ma anche per questo, nella lunga e quasi mai gloriosa storia d’Italia, questa è una delle pagine che andrebbero non solo salvate, ma difese con le unghie e con i denti, fino all’ultima parola. Una pagina scritta con il sangue, grazie alla dedizione, al coraggio e alla coerenza di chi si batté per la Libertà sotto la bandiera della Resistenza.

Per ringraziare - perché non ci può essere altro modo di celebrare la ricorrenza che ringraziando e rendendo omaggio a chi rese possibile la sconfitta del nazifascismo - non ho trovato un modo migliore che riportare qui una pagina significativa di Fiori alla memoria, bellissimo poliziesco firmato dal grande Loriano Macchiavelli.

Sarti si siede di fianco a Rosas e, come Rosas, si limita a guardare la valle. Poi, chissà quanto tempo dopo, è proprio Rosas che comincia:
«Se vogliamo essere onesti, non è che il loro sacrificio sia stato del tutto utile: oggi ce ne accorgiamo bene. Ma loro, poveretti, non immaginavano che sarebbe finita così.»
Sarti ha capito di chi sta parlando e lo lascia dire:
«Fare un monumento alla loro memoria, oggi, non ha proprio nessun senso: ci siamo dimenticati perfino del perché sono morti. Può essere solo una sfida a chi vuole che dimentichiamo anche la loro morte. Una sfida che poi è inutile, perché non possiamo venire qui tutte le notti; prima o poi metteranno un paio di candelotti…»
[...] Rosas si leva gli occhiali, chiude gli occhi e si sdraia. Dice:
«Erano in cinquantatré e li hanno uccisi tutti. Massacrati senza che potessero neppure difendersi.»
Indica col braccio teso la collinetta che sta sopra le loro teste e domina il monumento:
«Di là hanno sparato, sparato, e sparato. Fino a quando ne hanno visto uno muovere un dito. Un lavoro ben fatto, con tutto il tempo che ci vuole per mettere in posizione le mitragliatrici e il resto…»
Né io e, credo, neppure Sarti, sapevamo come si fossero svolti i fatti: siamo molto ignoranti. Ma non so se è solamente colpa nostra.

Parole scritte nel 1975. Sembra che da allora non siamo stati capaci di procedere di un passo.

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Kardashev e il celacanto

Posted on Aprile 24th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 3 Comments »

Esco oggi da una settimana di editing e revisione su un progetto collettivo e, come accade spesso quando si fanno scontrare immaginari e ispirazioni, prospettive e visioni, prima di tornare a immergermi a capofitto nel romanzo provo l’urgenza di assecondare altre storie. Nella fattispecie, c’è una profondità postumanista che richiama ancora una volta la mia attenzione.

Mi sporgo a guardare brevemente oltre l’orlo del tempo, in quel baratro in cui sprofonda e ribolle la tenebra informe e favolosa - per dirla con un pensiero a Delany - delle possibilità future e passate. Mi perdo così in visioni di rutilanti e terribili civiltà interstellari, mentre nei miei schemi neurali faccio andare a ciclo continuo la danza ipnotica delle pinne di un celacanto sul fondo dell’oceano. E un sogno di persistenza e di trasformazioni prende forma da parole appena sussurrate.

Eyjafjallajökull

Posted on Aprile 23rd, 2010 in Transizioni | 2 Comments »

Stavolta niente musica, ma solo presa diretta, a evocare lo stesso mood ballardiano da catastrofe replicata all’infinito in uno spazio delle fasi interiore.

Nei posti più impensati

Posted on Aprile 21st, 2010 in Connettivismo, Micro | 8 Comments »

Ci s’imbatte in schegge di Connettivismo dove meno uno se l’aspetta. La Rai, per esempio. A Cult Book, per illustrare il tema matematico dietro il Premio Strega 2008 di Paolo Giordano, stamattina c’era la locandina della Trentunesima ora. Bisogna dire che in video rendeva bene…

J.G. Ballard: La mostra delle atrocità

Posted on Aprile 19th, 2010 in Fantascienza, Letture | No Comments »

[Un anno fa ci lasciava J.G. Ballard. Di recente su Next Station gli abbiamo dedicato un ampio ricordo, con la collaborazione di una ricca schiera di ospiti. Come ogni volta che si parla del nostro maestro spirituale, non posso fare a meno di rimandarvi a quanto scrivevamo con il compagno Fazarov sull'algebra del cielo interno. Il brano che segue è tratto dal primo libro di Ballard che ho letto, La mostra delle atrocità, distillato di inner space e capolavoro postmoderno della fantascienza del '900.]

Morti in serie. In quei giorni, quando stava sul sedile posteriore della Pontiac, Travis si accorgeva del suo progressivo distacco dai modelli di vita nei quali aveva creduto fino a quel momento: e questo lo preoccupava. Sua moglie, i pazienti dell’ospedale (agenti della resistenza nella “guerra mondiale” che sperava di scatenare), il suo rapporto così incerto con Catherine Austin, tutto si scomponeva come i visi di Elizabeth Taylor e di Sigmund Freud sui cartelloni pubblicitari, tutto diventava irreale come la guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam¹. Nell’ultimo anno all’ospedale aveva dovuto prendere atto dell’insorgere della sua psicosi: e più scavava dentro di essa, più accettava come una benedizione questo viaggio in una terra familiare, in una zona di transizione. All’alba, dopo aver guidato tutta la notte, arrivarono alla periferia dell’Inferno. Le fiammate incerte che venivano dagli impianti petrolchimici illuminavano i ciottoli bagnati. Lì nessuno sarebbe venuto loro incontro. I suoi due compagni, il pilota al volante nella sua tuta scolorita e la bella giovane con la pelle ustionata dalle radiazioni, non gli rivolgevano la parola. Ogni tanto la donna lo esaminava, con la bocca deforme atteggiata a un debole sorriso. Travis si imponeva di non darle retta, poco disposto a consegnarsi nelle sue mani. Chi erano mai questi strani gemelli, forse corrieri del suo inconscio? Per ore e ore attraversarono quelle interminabili periferie. Attorno a loro si stendeva il muro dei tabelloni pubblicitari, che recintavano le strade con repliche giganti dei bombardamenti sul Vietnam, con le morti in serie di Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe che si ergevano sulle distese di Dien Bien Phu e del delta del Mekong.

¹ “La guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam.” Scritta nel 1966, questa frase è in certo modo una profezia al buio. A tutt’oggi sui campi di battaglia originali non è stato girato nessun film sul Vietnam, ma penso che prima o poi ciò accadrà, e quando accadrà c’è il rischio che la cosa sfugga al controllo dei responsabili. Spielberg è andato a Shanghai per girare certe scene di L’impero del sole, e per me è stata una sensazione veramente strana; ma ancora più strana è stata per me tutta la parte girata a Shepperton, dove molte comparse sono state reclutate tra i miei vicini di casa (in effetti molti di loro hanno addirittura un lavoro part-time agli studi). Sembra incredibile, ma ho il dubbio di essere andato ad abitare a Shepperton, trent’anni fa, già sapendo inconsciamente che un giorno avrei scritto un romanzo sulle mie esperienze a Shanghai durante la guerra, e che ne sarebbe stato tratto un film, girato proprio in quegli studi. Tutta la nostra vita è percorsa sotterraneamente da compiti già assegnati: le coincidenze non esistono.

Da La mostra delle atrocità (The atrocity Exhibition) di J.G. Ballard. Traduzione di Antonio Caronia per l’edizione Feltrinelli (2001).

Europa: oltre la fine del mondo

Posted on Aprile 18th, 2010 in Agitprop, Transizioni | 1 Comment »

C’è questa immane nube di ceneri che sta tenendo in scacco l’Europa: aeroporti chiusi, voli annullati, ferrovie nel caos. Non seguo ormai quasi più i telegiornali, ma mi piacerebbe sapere se qualcuno si è preso la briga di informare i telespettatori del nome del vulcano islandese che ha scatenato questo preludio di apocalisse. Sui giornali è tutto un rincorrersi di titoli sulla nube di cenere, il vulcano islandese, gli aeroporti bloccati e le nazioni isolate. Ma per trovare il nome del vulcano, ho dovuto penare. Anche questo forse è un indicatore sintomatico dei tempi in cui viviamo: conosciamo gli effetti, ma nessuno si preoccupa di scavare nelle cause.

Inoltre: com’è questa nube? Ce ne hanno mostrato le immagini, certo: i video si sprecano, peccato che riguardano tutti la colonna di fumo e di ceneri di 10 km che si è sprigionata dal vulcano. Della nube che ha paralizzato l’Europa (con conseguenze anche politiche), niente. Solo tracce indirette, come i bellissimi tramonti raccolti su Flickr. Ma la nube-in-sè? I satelliti hanno ripreso qualcosa, per consentire le splendide elaborazioni elettroniche che inondano i nostri schermi neurali, via etere e via web?

Ecco… magari è la stesura del nuovo romanzo che mi costringe a questi loop mentali, queste paranoie da eccesso di dati e ricostruzione circostanziata delle situazioni. La dietrologia è sempre in agguato con il sottoscrittto. Ma qualcun altro sembra condividere le mie stesse riserve. E personalmente sarei stato comunque dispiaciuto di vivere l’Armageddon senza sapere bene come tutto è cominciato. Se anche voi siete come me, il nome del vulcano è Eyjafjalla.

In attesa della fine del mondo, che ne dite di un brano dei Sigur Rós? Preparatevi un tè caldo e godetevi questo Hjartað Hamast: