Archive for Febbraio, 2010

10 regole

Posted on Febbraio 28th, 2010 in ROSTA | 2 Comments »

Prendendo spunto dalle 10 regole sullo scrivere di Elmore Leonard, il Guardian ha raccolto testimonianze e consigli di un certo numero di autori attivi nei generi e fuori di essi. Più che altro, il dossier fornisce uno spaccato di approcci variegati e un bacino eterogeneo di esperienze di cui far tesoro. Nella prima parte (che comincia con la sintesi delle regole di Leonard), trovo importanti i suggerimenti di PD James. Nella seconda parte meritano a mio avviso attenzione Michael Moorcock, Joyce Carol Oates e Ian Rankin.

Ho più di qualche riserva sul metodo di Leonard, in tutta onestà. Se tutti si attenessero alle sue disposizioni temo che ci troveremmo inondati da una marea di opere impostate sul suo stile, con un forte effetto di scimmiottamento. Sarebbe una conseguenza naturale del carattere stringente delle sue regole, calibrate con molta precisione sulla sua scrittura (o dalla sua scrittura, trovo qualche difficoltà a distinguere tra causa ed effetto, in questo caso). Ma è uno spunto che si è dimostrato interessante per mettere a confronto le testimonianze di scrittori molto diversi.

Un campionario dei consigli utili, a mio uso e consumo:

1. Affinare la padronanza del lessico. Le parole sono la materia grezza del nostro mestiere. Più ampio è il tuo vocabolario, più efficace risulterà la tua scrittura (PD James)

2. A meno che tu non stia scrivendo qualcosa di molto postmoderno - manierato, auto-analitico e “provocatorio” - presta attenzione alle possibilità di usare parole semplici e familiari al posto di paroloni altisonanti (Joyce Carol Oates)

3. A meno che tu non stia scrivendo qualcosa di molto all’avanguardia - tutto annodato, balbettato e “oscuro” - presta attenzione alla composizione del paragrafo (JCO)

4. Leggi qualsiasi cosa su cui metti le mani (Michael Moorcock) - Leggi molto ma con discernimento. La cattiva scrittura è contagiosa (PDJ) - Leggi tanto (Ian Rankin)

5. Scrivi molto (Rankin) - Trova uno scrittore che ammiri e copia le sue trame e i suoi personaggi per raccontare la tua storia (Moorcock)

6. Introduci i tuoi personaggi e i tuoi temi nel primo terzo del romanzo, l’introduzione (Moorcock)

7. Sviluppa le tematiche e i personaggi nel secondo terzo, lo svolgimento (Moorcock)

8. Sciogli tematiche, indagine etc. nell’ultimo terzo, lo scioglimento (Moorcock)

9. Tieni duro (Rankin)

10. Ignora tutte le regole formulate e creati le tue, adatte a ciò che vuoi scrivere (Moorcock)

Resistendo ai Predatori della Disperazione

Posted on Febbraio 27th, 2010 in Fantascienza, Letture | 11 Comments »

L’aurea mediocritas è stato uno dei massimi valori negli ultimi anni della Roma repubblicana, prima dei fasti dell’Impero, cantata tra gli altri dal mio illustre conterraneo Quinto Orazio Flacco come “giusto mezzo” tra gli eccessi di ogni tipo. Ispirato dalla filosofia epicurea, Orazio invitava i suoi contemporanei a godere dei piaceri della vita nel rifiuto degli estremi, in una posizione ottimale intermedia tra il massimo e il minimo. Oggi, duemila anni più tardi, l’espressione è diventata sinonimo sarcastico di mediocrità perdendo l’originario riferimento alla moderatezza, e ovunque intorno a noi si affollano i fieri propugnatori dell’eccesso. Non credo che le due cose siano scollegate: la perdita del significato originario delle parole e la corrispondente crisi del valore.

Questo ha dei riflessi anche nel mondo delle lettere. Non basta essere dei buoni scrittori, si deve essere degli Artisti, e se l’opera è un libro soddisfacente può tranquillamente essere ignorata o demolita nel nome dell’eterna ricerca del Capolavoro. Di gente convinta della legittimità di questo modus operandi la rete è piena: lanciano le loro campagne dai loro blog, sfruttano gli spazi altrui per uniformarsi all’audacia degli ultras più violenti e si giovano della cassa di risonanza delle loro corti per inquinare il dibattito pontificando su ogni cosa, contribuendo a conservare litigiosa, provinciale e dilettantesca la scena del fantastico italiano.

L’ultimo libro di “Urania” (il n. 1555 di febbraio) ha offerto ai soliti arcinoti l’occasione di tornare alla carica, ribadendo la loro azione a difesa del fantastico e/o della purezza dei generi. Questo mi spinge quindi a parlarne come, nel futuro, mi sforzerò di parlarvi ogni volta che se ne presenterà l’occasione di quei libri non perfetti e nemmeno memorabili, ma comuqnue degni di nota e soddisfacenti per trascorrere qualche ora in buona compagnia. Parlo di libri nella norma o magari anche al di sopra della norma, che vanno a costituire quella massa che con il loro numero va a comporre la vera rappresentanza del genere. Sono i libri che, quando si rivelano validi, assolvono al compito di ricacciare indietro il kipple che altrimenti tenderebbe alla saturazione e al soffocamento dei generi stessi (ben oltre, quindi, il famigerato 90% di Sturgeon). Sono questi libri a fornire lo stato di salute di un genere, essendo per la massa molto più facile condizionare la percezione esterna di quanto non lo sia per un singolo titolo (per quanto vicino al capolavoro possa arrivare) o per un singolo autore (per quanto raffinate possano essere le sue capacità artistiche). E questo I predatori del suicidio (The Suicide Collectors in originale), opera d’esordio di David Oppegaard, rientra a pieno titolo nel novero delle opere che oppongono un argine alla marea di kipple che minaccia le coste dei nostri generi. Per questo, se solo qualche tempo fa mi sarei sentito legittimato a sorvolare sui suoi meriti, nella condizione attuale del panorama italiano avverto la necessità di parlarvene.

Come ho scritto sul Blog di “Urania”, nutrivo grandi aspettative intorno a questo romanzo. Per quanto abusato sia il tema dell’apocalisse, fin dall’inizio Oppegaard sembrava aver voluto cercare una sua personale strada verso la fine del mondo: un morbo non meglio specificato e noto solo come Disperazione ha sterminato il genere umano attraverso una sequenza impressionante di suicidi. In ogni parte del mondo, all’improvviso, la gente ha semplicemente deciso di averne abbastanza e ha cominciato a togliere il disturbo. A raccogliere i cadaveri arrivano presto i Predatori del titolo, figure emaciate e inquietanti che battono le strade della Terra avvolti nei loro neri mantelli, rimuovendo i corpi dei suicidi per i loro fini oscuri. Il protagonista, Norman, affronta un ultimo viaggio alla ricerca della speranza dopo aver ucciso un Predatore venuto a raccogliere il cadavere della moglie. Con lui il vecchio Pops, l’unico altro sopravvissuto della loro cittadina, e presto la giovanissima Zero, sopravvissuta al suicidio di entrambi i genitori.

Malgrado le alte aspettative, la mia partenza a razzo nella lettura ha subito una battuta d’arresto dopo le prime cento pagine a causa del sovrapporsi di altri libri (effetti collaterali dello scheduling in multitask…), ma adesso, in prospettiva, mi sento di poter dire che in effetti la storia di Oppegaard patisca un calo di ritmo intorno a metà libro, quando il pellegrinaggio dalla Florida a Seattle giunge a metà strada e s’impantana tra le praterie e le Montagne Rocciose, per poi risollevarsi all’arrivo a destinazione dove, dopo aver sfiorato la morte e aver perso i suoi compagni di viaggio, Norman si trova davanti una città devastata. A risollevare il ritmo ci pensa la figura del dottor Briggs, nel classico ruolo strumentale del deus ex machina, che offre a Norman il proprio provvidenziale aiuto per i suoi progetti di vendetta. Malgrado un ricongiungimento con Zero decisamente troppo forzato nella tempistica e nelle modalità per risultare credibile, l’ultima parte si dispiega con slancio rinnovato fino al finale, perfettamente in linea con il tono dimesso del resto del romanzo. Forse è questa moderatezza dei toni la particolarità più significativa de I predatori del suicidio, che non manca comunque di sussulti ora orrorifici negli incontri inquietanti con le comunità di sopravvissuti regredite a uno stadio primitivo o all’oscurantismo di un nuovo medioevo, ora lirici ed elegiaci nella descrizione del viaggio on the road attraverso il cuore dell’America.

La prima e l’ultima parte sono quelle che mi hanno convinto di più, e probabilmente sono proprio quelle in funzione delle quali Oppegaard ha costruito il suo romanzo. L’Isola della Morte è decisamente efficace come rappresentazione e trae la sua forza dall’essere delineata proprio con la massima economia di pennellate. Ma è l’intero lavoro di Oppegaard a essere sintonizzato su questa frequenza: I predatori del suicidio è una storia sussurrata, nel silenzio che ha preso il posto dell’umanità sull’orlo dell’estinzione. Un romanzo che non aspira al rango del capolavoro epocale, ma che resta un discreto prodotto di fattura artigianale, privo di velleità o aspirazioni filosofiche, fruibilissimo dalla maggior parte dei lettori come dimostrano i commenti lasciati su Urania Blog da chi il libro l’ha letto davvero senza soffermarsi alla quarta di copertina.

Credo che gran parte delle critiche di fronte a scelte come questa nascano dal fraintendimento di fondo che un Oppegaard di meno avrebbe significato un Vinge o un Egan o un MacLeod di più. Mai convinzione fu più sbagliata o in malafede, perché sono proprio gli Oppegaard, i Somers, i Sawyer, a giustificare le punte di diamante di una collana, che avrebbero altrimenti difficoltà a ripagarsi. Ce ne fossero quindi di libri come I predatori del suicidio, capaci di consolidare a questi livelli la media della fantascienza, anche sposando la strada delle contaminazioni come accade in questo caso con l’horror. Lungi dall’inno alla Disperazione intonato con instancabile dedizione dai Pred(ic)atori di ogni fede.

We Choose the Moon

Posted on Febbraio 24th, 2010 in Micro, Transizioni | 2 Comments »

Ci mette un po’ a caricare, ma We Choose the Moon è un’esperienza interattiva che merita la vostra attenzione, soprattutto se la scorsa estate vi siete lasciati cogliere da un pizzico di nostalgia per lo spazio perduto. Un ringraziamento a Francesco Gallo per la segnalazione.

Pronti? 3… 2… 1…

Liftoff!

The Nights of Cthulhu

Posted on Febbraio 22nd, 2010 in Proiezioni | 6 Comments »

Week-end dedicato al culto degli abissi, questo appena trascorso. Ben due film ispirati dall’opera del solitario di Providence, sua maestà H.P. Lovecraft, hanno innescato un piacevole stato di regressione onirica agli incubi della mia adolescenza, quando ne spulciavo i racconti nelle economicissime edizioni tascabili in cartastraccia che alimentavano la sete di orrore della mia generazione. The Call of Cthulhu e Cthulhu sono due film estremamente diversi tra di loro per approccio, estetica e budget, eppure profondamente affini nel rendere omaggio all’immaginario del più grande evocatore dell’ignoto e dell’orrore cosmico che la letteratura abbia mai avuto al suo servizio.

Cominciamo con The Call of Cthulhu, mediometraggio del 2005 prodotto da Sean Branney e Andrew Leman (che si sono equamente ripartiti i ruoli, prendendosi in carico rispettivamente la sceneggiatura e la regia) e distribuito dalla Howard Phillips Lovecraft Historical Society. Un budget stimato di 50.000 dollari per 47 minuti di pellicola in bianco e nero. Ma la particolarità dell’opera è che si tratta di un film muto, girato praticamente in aderenza alla tecnica cinematografica dell’epoca. L’esperimento e allo stesso tempo il gioco degli autori consiste in pratica nel fare un film come se fosse stato realizzato nello stesso periodo della stesura del racconto originale (estate 1926, secondo gli studiosi lovecraftiani). Esteticamente ci troviamo dalle parti del cinema espressionista tedesco. Secondo Wikipedia è anche il primo film ispirato dal celeberrimo “Il richiamo di Cthulhu” e Paul Di Filippo, concittadino del solitario e a sua volta penna brillantissima ed eclettica, lo ha addirittura giudicato alla sua uscita come ”il miglior adattamento di HPL realizzato finora”. Di sicuro il mediometraggio di Leman e Branney ha una fedeltà alle atmosfere e alla storia originale che viene meno solo nella parte conclusiva.

Gli attori sembrano divertirsi a giocare al cinema di ottant’anni fa e la partitura musicale è pregevole nel condurre il climax e assistere emotivamente la scena. Le scenografie, solitamente povere, raggiungono il loro apice nella ricostruzione dei sogni che tormentano i personaggi e nel lungo flashback del naufragio sull’isola di R’lyeh, dove “il morto Cthulhu aspetta sognando” tra geometrie non euclidee e costruzioni ciclopiche che richiamano alla mente Il gabinetto del dottor Caligari (i più giovani facciano pure riferimento ai videoclip di Otherside dei Red Hot Chili Peppers oppure di Cemeteries of London dei Coldplay). E’ nel terzo capitolo, The Madness from the Sea, che il film si discosta maggiormente dall’originale: laddove Lovecraft lavorava di iperboli e retorica per sottrarre la mostruosa divinità degli abissi allo sguardo del lettore (l’orrore cosmico vive per Lovecraft di irrazionalità e per questo risulta sempre indefinito e indescrivibile), per guadagnare l’elemento perturbante attraverso la messa a fuoco delle impressioni dei personaggi, i produttori della pellicola sembrano invece voler spingere l’omaggio citazionista alle estreme conseguenze, abbracciando tutto l’artigianato cinematografico di quell’epoca. Per cui non si lasciano sfuggire l’occasione per rappresentare le onde del mare in tempesta con un bel telone agitato dai tecnici di scena e realizzare in passo uno l’irruzione in campo di Cthulhu. Soluzioni interessanti, che se da un lato allontanano l’estetica del film dalla sensibilità delle masse, dall’altro ne esaltano l’impronta di autentica passione che lo caratterizza.

Il film, che ha un suo sito web ricco di contenuti, dopo la partecipazione a diversi festival è stato distribuito in DVD (Horror Magazine lo ha recensito). Questo che segue è il suo trailer originale.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Trailer - The Call of Cthulhu movie

Cthulhu, malgrado il titolo, è in realtà l’adattamento di un altro racconto di Lovecraft, tra i più angoscianti: “The Shadow Over Innsmouth”. Prodotto nel 2007, adattato per il grande schermo da Grant Cogswell e Daniel Gildark e diretto da quest’ultimo, a quanto pare non ha incontrato la fortuna sperata ai botteghini. Costato 750.000 dollari, stando alle note di IMDb, complice la pessima distribuzione avrebbe registrato incassi disastrosi. Ciò non toglie che sia un ottimo film, sul quale mi sento di appoggiare al 100% le parole di S.T. Joshi, uno dei massimi esperti mondiali di Lovecraft: “Fabulous – the essence of Lovecraft… maybe the best Lovecraft adaptation I have seen to date“.

Forte di un cast credibilissimo che riesce ad amalgamarsi alla perfezione, Cthulhu sa rendere con inquietante efficacia l’atmosfera dell’immaginaria Riversmouth. Al centro della storia ci sono la vita privata di Russell Marsch (un docente di storia che da anni vive lontano da casa per via dei dissapori avuti con il padre) e i misteri della sua famiglia (su cui sembrerebbe reggersi l’esistenza del cosiddetto Ordine Esoterico di Dagon, di cui suo padre è uno dei pastori spirituali o forse addirittura il leader). Le due particolarità di questa pellicola sono la scelta di caratterizzare il protagonista come un omosessuale osteggiato dalla famiglia e il trasferimento dell’azione dal New England tipico di Lovecraft al Pacific Northwest. L’omosessualità diventa una sorta di reazione inconscia di Russell per evitare al mondo l’orrore della propria progenie, mentre gli sforzi della sua famiglia (e non solo) per ricondurlo nella presunta “normalità” trovano la loro unica giustificazione nella propagazione della loro stirpe immonda.

Lavoro di spessore e capace di far riflettere e discutere, il film si dimostra particolarmente ispirato nell’adattare gli incubi striscianti sotto la rassicurante e in apparenza tranquilla vita di provincia, per non parlare dei segreti ancora peggiori covati tra le mura domestiche. Stupisce quasi che si tratti di un’opera prima, per la sua maturità. Cthulhu è una pellicola profondamente metaforica, in grado di sovrapporre molteplici chiavi di lettura al proprio scheletro narrativo. Il viaggio nella memoria del protagonista alla riscoperta delle radici che per tutta la vita adulta ha cercato di troncare è reso con una credibile partecipazione da Jason Cottle, mentre le donne si presentano affascinanti e terribili, autentici ricettacoli del male (da applausi sia Cara Buono nelle vesti della sorella di Russell, che Tori Spelling in quelli della sua seduttrice). La fotografia di Sean Kirby è in una parola magistrale: fredda nel rendere l’angoscia esistenziale e lo stato di clandestinità in cui Russell conduce la propria vita, avvolgente fino a sfiorare l’opprimente negli interni familiari della casa in cui si vorrebbe ricondurre Russell alla rettitudine, livida e alienante nel rendere le strade di Riversmouth che si adagiano nel crepuscolo, il suo litorale preso d’assalto da onde foriere di sventure. Il precipitare degli eventi che portano all’epilogo è forse la parte più aderente a “La maschera di Innsmouth”, ma anche il finale - pur nella sua sospensione - si carica di un pathos che non è difficile considerare come un omaggio all’opera originaria, con tutta l’inquietudine che può lasciare addosso allo spettatore la sua chiusura.

Official Trailer for Cthulhu, the Movie

Il sito web ufficiale del film è http://www.cthulhu-themovie.com/index1.html

L’ultimo vero bacio

Posted on Febbraio 21st, 2010 in Letture, ROSTA | No Comments »

Ogni promessa è un debito. Il mio l’ho saldato su Next Station.

[Un ringraziamento a Luca Conti che mi ha imbeccato il pezzo con la sua postfazione e a Salvatore Proietti che mi ha guidato nella stesura.]

Dalla megalopolisomanzia alla psicogeografia

Posted on Febbraio 20th, 2010 in Micro | No Comments »

Microsegnalazione per McNab75, alias Alessandro Girola, che gestisce un bel blog continuamente aggiornato con cui spazia dai generi alle pseudoscienze & beyond. Visto che negli ultimi tempi la psicogeografia e la megalopolisomanzia hanno giocato un ruolo di primo piano nei miei interessi, non potevo non capitare di nuovo sulle sue pagine. All’argomento aveva già dedicato un post un po’ di tempo fa prendendo spunto dall’urban fantasy di Fritz Leiber. Di recente è tornato sul luogo del delitto, per portare alla luce le connessioni tra la scienza del Pitagora Nero e la psicogeografia di Guy Debord. Un protoconnettivista - se mi passa lo scherzo - da oggi linkato negli Orizzonti dello Strano Attrattore.

“E’ tutto intorno a te”, ovvero: allo zoo con la Vodafone

Posted on Febbraio 20th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 3 Comments »

Breve interludio personale, anche per giustificare il calo del bitrate destinato all’aggiornamento del blog nell’ultima settimana. Il fatto è che lo Strano Attrattore ha un problema e questo problema potete vederlo riprodotto qui sotto a cavallo di una scia fiammeggiante che non è, ma potrebbe essere, quella originata dalla macumba del mio houngan di fiducia:

Vodafone Internet Key: la soluzione di Vodafone per la connettività sempre e ovunque, pronta a garantire servizi Internet in mobilità. Penso di essere uno dei pochi dinosauri ancora attivi sotto il piano tariffario Vodafone Internet 100 Ore in Libertà, o almeno questo è quello che mi ha dato a intendere l’operatrice che ieri ha preso in carico la mia chiamata. Operatrice per altro più disponibile e preparata della media delle colleghe e molto meno frustrata di quanto la sua posizione sottopagata in un call center avrebbe potuto giustificare. Preoccupato e insospettito dall’improvvisa riduzione della banda di navigazione (a dispetto dell’esemplare illustrazione delle capacità balistiche della famigerata chiavetta di porcellana che potete ammirare in alto), ieri mi ero infatti deciso a chiedere chiarimenti al gestore. Ed ecco la verità, effettivamente presente anche sulla pagina web dedicata ai servizi internet di Vodafone:

Vodafone salvaguarda la qualità del servizio dati a vantaggio dei clienti per consentire a tutti di navigare su Internet in libertà e senza problemi. Per questo motivo Vodafone potrà limitare la velocità di connessione per quelle applicazioni che permettono lo scambio di file di grandi dimensioni e che quindi possono congestionare la rete (ad es. peer to peer e file sharing). Queste limitazioni, solo in orari di picco di traffico (tra le 7 e le 22) e solo per il tempo necessario, prevedono una velocità massima di 128Kbps in invio (upload) e una velocità massima di 64Kbps in ricezione (download).
Inoltre, qualora i clienti superino la soglia di 10 GB di traffico in un mese, Vodafone potrà applicare, per i 30 giorni successivi, le stesse limitazioni sulla velocità anche alle altre tipologie di applicazioni/traffico internet. Per informazioni dettagliate sulle condizioni di utilizzo dei servizi Internet in mobilità,
clicca qui.

[Da ammirare il redirect del link finale sulla stessa pagina: "Desideri maggiori informazioni? Rileggiti questa pagina"... E grazie!]

Questa clausola, si badi bene, nascerebbe da una non meglio specificata normativa europea entrata in vigore lo scorso giugno, stando a quanto mi riferisce l’operatrice dell’assistenza clienti, e in effetti ho trovato traccia di un’analoga clausola applicata da Telefónica in Spagna (che la chiama “fair use policy”), ma se qualcuno dovesse chiedere in giro dove si trova scolpita questa norma, garantisco che la risposta sarebbe una scrollata di spalle (ma se qualcuno dei lettori ne sa di più, mi faccia pure sapere). Vodafone, Telefónica e le altre, insomma, salvaguardano “la qualità dei loro servizi a vantaggio dei clienti” imponendo delle riduzioni forzate al traffico dei clienti più attivi (peak rate reduction). Mandano un SMS sulla SIM in uso per la connessione (SMS che alla prima riduzione non mi è mai giunto, mentre in occasione di questa ho in effetti verificato la ricezione di un SMS che non saprei se giudicare minaccioso o semplicemente subdolo “Ti informiamo che hai raggiunto 10GB di traffico nel mese. Ti invitiamo a verificare le condizioni di utilizzo del servizio internet su vodafone.it“) e si lavano a coscienza.

I punti discutibili sono più di uno e li elenco in breve:

1. Policy aziendale. Possibile che il cliente debba venire a conoscenza di queste cose sempre dopo e sempre provandone gli effetti sulla propria pelle? Sarebbe bastata una semplice comunicazione per tempo per spingermi a regolarmi con il traffico del mese scorso. Cosa che forse non avrei particolarmente gradito, ma che avrei comunque adottato in previsione della disponibilità di traffico che mi avrebbe fatto comodo in questi giorni. E invece eccomi qui a navigare a 50 kbps, provando l’ebrezza dei minuti di attesa mentre il browser si sforza di mettere insieme una pagina di Wikipedia…

2. Contrattualmente… A una verifica tardiva, risulta in effetti esplicitato nel contratto firmato da me e dal procuratore della Vodafone per i servizi Internet 100 Ore in Libertà un bel punto riguardo l’impegno da parte dell’azienda a informare il cliente attraverso una comunicazione cartacea in caso di qualunque modifica apportata al contratto. Mai ricevuta nessuna lettera dalla Vodafone, a parte la carta delle fatture.

3. Idealmente… Su un piano di principio, è mai possibile che un utente debba vedersi limitata la velocità di connessione in seguito al superamento di una soglia mensile di 10 GB? E’ in questo modo che si vuole garantire l’accesso dei propri clienti alla rete? Limitandone altri piuttosto che acquistando banda a sufficienza per venire incontro alla domanda?

Chi mi legge prenda nota. 10 GB/mese: ecco la quantità di informazione/dati che è concessa a ogni singolo utente. Se pensate che possa bastare, vi dico solo che nel mio caso non è affatto una rarità che nell’arco di una giornata di connessione (10-12 ore in media) riesca a superare ampiamente la soglia di 1 GB. Ed è normale, per voi, imporre una soglia nella soglia? Insomma, se io scelgo un piano da 100 ore mensili è perché ho intenzione di sfruttare al massimo quelle 100 ore… non mi aspetto mica di dovermi automoderare in quelle 100 ore per rispettare un vincolo che non è nemmeno menzionato nel contratto che ho firmato o in una sua fantasmatica integrazione. Se avessi preferito un vincolo nel traffico, mi sarei orientato verso un servizio chiamato Vodafone 10 GB di Libertà al Mese, non vi pare? E’ un concetto così astruso?

Se sono queste, insomma, le famigerate next generation network che hanno predisposto per noi, allora mi sa che ci hanno scambiato davvero per gli animali rinchiusi nelle gabbie di uno zoo: società come la Vodafone ci tirano le noccioline e cercano di convincerci di essere l’oggetto delle loro attenzioni più premurose. Spiacente, Vodafone, ma “tutto intorno a me”, delle cose che promettevi con lo slogan di un tempo, non si vede ancora niente. “Internet ovunque, basta poco” è invece il tuo ultimo slogan. A cui potremmo tranquillamente ribattere: “e serve ancora meno”, un impegno davvero minimo, niente di più di quello che dovrebbe essere lo standard minimo imposto dal mercato come dalla correttezza verso chi ti corrisponde un prezzo per i tuoi servizi.

E voi, lettori dello Strano Attrattore, nel caso doveste trovarvi a scegliere tra i servizi di connettività mobile proposti dal mercato, siete avvisati.

Next Station is online

Posted on Febbraio 18th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 4 Comments »

LaunchPad, by Moskatomika.

Situazionismo in blu

Posted on Febbraio 17th, 2010 in Agitprop, Micro | 1 Comment »

Da Bil’in, Palestina, una protesta contro la barriera di separazione voluta dal governo israeliano. In stile Pandora.

Monarchia neurale

Posted on Febbraio 15th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | No Comments »

Si chiama Neural Remote Junction ed è l’ultima chicca cyber del compagno Fazarov. Un bel racconto sui tempi di consenso diffuso alle istituzioni che stiamo attraversando. Enjoy!