Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.